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Il Movimento 5 Stelle e la riduzione del numero dei parlamentari

di Vincenzo De Robertis1

Il Movimento 5 stelle sta sbandierando come una grande conquista la proposta di legge costituzionale che prevede la riduzione di un terzo del numero dei Parlamentari, al Senato ed alla Camera, per ottenere così un risparmio annuo di 500 milioni di euro!
Ponendo la questione in termini economici, il partito fondato da Grillo ne svilisce i termini, nascondendo le reali conseguenze del provvedimento.
Infatti, la questione del numero dei Parlamentari attiene a temi costituzionali ben più rilevanti.
Per un verso, attiene alla funzionalità delle massime Assemblee elettive del Paese, che articolano la loro attività in Commissioni, a cui i Parlamentari eletti partecipano e dove vengono presentate le proposte di legge che nelle stesse commissioni vengono poi discusse, prima di essere presentate all’aula per l’approvazione. Purtroppo, una pratica nefasta degli ultimi anni ha fatto del Governo il principale protagonista dell’attività legislativa, sia per l’abuso della decretazione di urgenza, anche quando quell’urgenza non c’è, sia per la presentazione sempre più frequente di proposte di legge governativa, sia per l’uso eccessivo di legislazione delegata al Governo. Questa pratica ha finito per sminuire di fatto il ruolo del Parlamento rispetto al Governo ed una riduzione del numero dei Parlamentari finirebbe per accentuare questo fenomeno.
Per altro verso, la riduzione del numero dei Parlamentari incide sulla rappresentatività dell’elettorato ed in particolare delle forze politiche di minoranza, perché al netto di qualsiasi sistema elettorale venga praticato, riducendone il numero, occorrerà una quantità maggiore di voti per eleggere un Parlamentare. Privata della possibilità di esprimere propri rappresentanti, “per concorrere democraticamente alla vita politica del Paese”, come dice la Costituzione, una parte sempre più crescente dell’elettorato rinuncerà al diritto di voto, come sta avvenendo già da tempo. Ed oggi non meraviglia più che i dati elettorali vengano espressi in percentuale e non in valori assoluti, che chiaramente evidenzierebbero la perdita di consenso dei grossi partiti o delle grosse coalizioni, veri ed unici beneficiari di questo fenomeno antidemocratico.
Per quanto, poi, attiene al risparmio economico, un risultato ben più consistente si sarebbe ottenuto riducendo gli emolumenti ed i privilegi accordati ancora oggi ai Parlamentari, le cui retribuzioni sono il parametro di riferimento per tutto l’apparato pubblico, politico (Regioni, grossi Comuni, ecc.), amministrativo (alti militari e magistrati, funzionari di grado elevato) ed economico (manager). Per non parlare dei privilegi ancora accordati, come il vitalizio, che ancora si somma alle varie pensioni che il Parlamentare percepirà all’età prevista, perché titolare delle stesse, mentre i comuni mortali hanno diritto ad un’unica pensione, in cui confluiscono i vari contributi versati.
La riduzione del numero dei Parlamentari è quindi un grosso inganno per i cittadini, che vengono imboniti con la favoletta del risparmio, mentre viene tolta loro un’altra fetta di democrazia.
Una democrazia che la nostra Costituzione ha disegnato come democrazia rappresentativa, che ha nel Parlamento l’espressione più alta della sovranità popolare e che presuppone quei “corpi intermedi” (Partiti, Sindacati, Associazioni), dove in passato veniva filtrata la volontà popolare, prima che divenisse delega di rappresentatività ai candidati proposti per l’elezione. Oggi, una volta che i vecchi partiti di massa si sono autodistrutti, ad essi sono stati sostituiti organismi verticistici, poco o per nulla democratici, più permeabili alle volontà dei singoli, delle lobbie e/o alla criminalità organizzata.
Sono questi organismi, i nuovi partiti, i padroni delle “candidature”, della possibilità, cioè, di proporre all’elettorato “la rosa dei papabili”, con l’obbligo anche di rinunciare a scegliere i più graditi, quando il sistema elettorale non consente all’elettore di esprimere preferenze. Nel contrasto sulla maggiore importanza fra il diritto dell’apparato di partito di proporre i candidati ed il diritto dell’elettorato di scegliere i propri preferiti, quello vincente sembra oggi il primo, se guardiamo i sistemi elettorali. E diventa sicuramente vincente il primo, se un’altra proposta del M5s dovesse trovare attuazione.
Parlo della proposta di modifica costituzionale della libertà di mandato, di cui oggi godono i Parlamentari, i quali possono votare secondo coscienza, senza il vincolo di seguire le direttive del Partito che li ha candidati. Una volta che fosse imposto il vincolo di mandato, con la conseguente sanzione della decadenza, il Parlamentare dovrebbe solo rispondere all’apparato di partito che lo ha candidato ed il voto degli elettori, che hanno consentito la sua elezione, varrebbe zero!
Una riflessione a parte meriterebbe, in questo contesto, anche il processo di formazione del consenso, che si è modificato con la scomparsa dei partiti di massa e che vede esaltato il ruolo dei media, il cui controllo è parte determinante dello scontro politico. In quest’ottica il controllo dei social network sta assumendo un’importanza sempre più determinante e sotto molti aspetti grottesca. Lo dimostra l’importanza che viene attribuita per la formazione dell’opinione pubblica alle fake news presenti nei social, come se non vi fossero fake a go-go sulla stampa quotidiana e sulla tv (una per tutte le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein).
Il M5S, con la sua proposta di riduzione di un terzo dei Parlamentari, che in prima lettura ha già avuto il consenso dei due rami del Parlamento, rischia di imprimere una svolta tragica alle vicende istituzionali della nostra Repubblica che si è trovata a confrontarsi non più tardi di tre anni fa con una campagna referendaria su di una riforma, quella di Renzi, che in altro modo stravolgeva l’assetto costituzionale.
Se mettiamo insieme questa proposta sulla riduzione dei Parlamentari con quella sull’autonomia regionale differenziata, tanto cara a Salvini ed inserita nel “contratto” di Governo, se vi aggiungiamo quella sul Presidenzialismo, oggi messa in stand by, ma pronta ad essere ripresa, magari come contro-bilanciamento all’autonomia regionale differenziata, come propone la Meloni, allora il quadro è più che preoccupante.
E questa preoccupazione, non pensando ai grandi temi istituzionali e guardando terra-terra al proprio interesse “ di bottega”, dovrebbe averla anche il M5S, che a fronte di una riduzione del numero dei Parlamentari ed in presenza di una legge elettorale che in nome della governabilità assegna un terzo dei parlamentari con seggi in collegi uninominali, potrebbe vedersi soffiare il ruolo di “ago della bilancia”, se perdesse una parte di consensi conseguiti a marzo del 2018.
Sarebbe l’espressione di un’idiozia politica al massimo livello, maggiore di quella manifestata dalle formazioni di quella sinistra minore che, quando furono introdotte le soglie di sbarramento, le accettò senza battere ciglio, sicura che barattando i principi avrebbe guadagnato in consensi a discapito di quelli, pure di sinistra, che sarebbero stati costretti ad unirsi.
Oggi quella sinistra rischia di sparire del tutto dalle assemblee elettive.

Costruiamo comitati unitari contro l’autonomia differenziata

Sul nostro Paese pende la spada di Damocle delle intese sulla autonomia rafforzata delle regioni del Nord. È un profondo e deleterio rivolgimento della forma di Stato della Repubblica nata dalla Resistenza, che potrebbe essere realizzato immediatamente con un semplice passaggio parlamentare, senza possibilità di referendum confermativo, poiché formalmente non si presenta come una riforma costituzionale.
È fondamentale sviluppare il più ampio movimento unitario di massa contro l’autonomia differenziata, costituendo comitati radicati nel territorio che si coordinino a livello nazionale.
Riteniamo utile riportare qui il preambolo dello statuto del “Comitato per l’unità della Repubblica di Terra di Bari”, che si propone “valutando le attuali intese tra Governo e Regioni Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna – che accentuano il divario tra le diverse aree del Paese e tra cittadini – come fortemente lesive e diametralmente opposte ai principi fondanti della Costituzione”, di “contrastare, con tutti i mezzi democratici e di lotta politica previsti dalla Costituzione repubblicana (iniziative di conoscenza, approfondimento, propaganda nei luoghi di lavoro, nelle scuole e università, nelle piazze e nelle strade e in ogni luogo di aggregazione dei cittadini) l’approvazione da parte delle Camere delle attuali intese con le regioni del Nord sull'autonomia rafforzata e il regionalismo differenziato” e “contrastare qualsiasi altro disegno di legge e atto politico che miri a riproporre in futuro, anche in forme e modi diversi, analoghe misure”.
Nella stesura del Preambolo gli estensori hanno fatto ampiamente ricorso al recentissimo libro di Massimo Villone: Italia, divisa e diseguale. Regionalismo differenziato o secessione occulta?, Editoriale Scientifica srl, Napoli, 2019.

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La Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 dopo un anno e mezzo di lavori dell’Assemblea Costituente, è a fondamento del nuovo Stato unitario italiano, nato dalla Resistenza antifascista diretta dal Comitato di Liberazione Nazionale. Alla base di essa vi sono principi e valori alla cui elaborazione concorsero, in una avanzata sintesi organica, le culture di ispirazione marxista, cristiana e liberale in cui si riconoscevano i padri costituenti.
A 70 anni e più di distanza dall’entrata in vigore della Costituzione affermiamo con forza che i principi e valori che ne ispirarono l’intero impianto sono – nelle nuove condizioni di un mondo conflittualmente globalizzato – più vivi e vitali che mai, sono la bussola fondamentale che deve orientare il pensiero e l’azione politica, culturale, morale della Repubblica, sono la base essenziale su cui si costruisce l’unità della nazione e il suo progresso civile, sociale, economico, culturale.
La prima parte della Costituzione, I principi fondamentali, orienta e supporta i titoli successivi, che da essa dipendono e ad essa devono conformarsi. I principi fondamentali costituiscono un tutto organico: non se ne può estrapolare uno senza tener conto della totalità.
Così l’articolo 5 – “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento” – va coordinato organicamente sia con l’articolo 2, fondato sul principio personalistico – “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” –, che con l’articolo 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Autonomia e decentramento amministrativi non possono attuarsi a discapito dell’azione di rimozione degli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Il principio posto dall’articolo 3 implica un’azione della Repubblica per contrastare lo sviluppo ineguale tra le diverse aree del paese, per superare l’arretratezza di alcune di esse, derivante sia dalla diversa storia che nei lunghi secoli precedenti l’unità nazionale le ha caratterizzate, sia dalle modalità con cui si è costituito e organizzato economicamente e socialmente il Regno d’Italia (dal 1861), che ha di fatto utilizzato il Mezzogiorno come serbatoio di risorse – uomini e mezzi – per lo sviluppo delle aree settentrionali, accentuando il divario tra Nord e Sud. In radicale rottura con lo Stato precedente, la Costituzione repubblicana nei suoi principi fondamentali si pone il compito di risolvere la questione meridionale (cfr. art. 119, 3° co. Cost. ante riforma 2001). Autonomia e decentramento amministrativo posti dall’articolo 5 sono al servizio dell’azione di superamento del divario tra diverse aree del Paese. Il principio personalistico alla base della Costituzione repubblicana, ponendo la centralità della persona umana, comporta l’eguaglianza nei diritti, a prescindere dal luogo in cui il cittadino risieda.
È interesse precipuo di tutta la nazione, e non di una sola parte di essa, operare in direzione di uno sviluppo equilibrato e sostenibile superando il divario tra le diverse aree del paese. In funzione di questo obiettivo devono muoversi tutti i cittadini che si riconoscono nei principi della Costituzione repubblicana.
Nell’ultimo trentennio la Costituzione repubblicana è stata sottoposta a durissimi attacchi, alcuni dei quali, pur non riuscendo a cambiare la prima parte dei Principi fondamentali, hanno prodotto serie incrinature nel suo impianto. A partire dagli ultimi anni 80 la “Repubblica una e indivisibile” è stata messa in discussione da una formazione politica – La Lega Nord per l’indipendenza della Padania – che a più riprese ha rivendicato la secessione delle regioni del Nord (cfr. l’art. 1 dello statuto della Lega di Salvini, approvato il 12 ottobre 2015, che assume come finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”).
Pur non riuscendo a conseguire questo obiettivo, essa è riuscita ad ottenere – grazie ad un misto di complicità, arrendevolezza e insipienza delle altre forze politiche, indegne eredi dei padri costituenti – una serie di risposte politiche e istituzionali realizzate nel corso della XIII legislatura: federalismo amministrativo con le “leggi Bassanini”, l’elezione diretta dei presidenti delle regioni, e, soprattutto, la pesante revisione, gravida di negative conseguenze, del Titolo V della Costituzione, che modifica il rapporto tra Regioni e Stato, lasciando a quest’ultimo una potestà legislativa esclusiva in un limitato elenco di materie, mentre la potestà legislativa concorrente si gonfia a dismisura e si crea una nuova categoria di potestà legislativa regionale residuale ed esclusiva. Tale revisione reinterpreta il concetto di interesse nazionale; cancella i controlli preventivi sugli atti di regioni ed enti locali; prevede livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali affidati alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, così introducendo implicitamente in Costituzione il concetto di una diversità costituzionalmente compatibile tra ciò che è essenziale e ciò che essenziale non è ed è pertanto rimesso alla legge di ciascuna regione. Elimina il richiamo al Mezzogiorno e alle Isole contenuto del testo originario del 1948. Infine, il nuovo art. 116 introduce forme particolari e ulteriori di autonomia a richiesta.
Approvata la riforma del Titolo V, partono ben presto i tentativi di attivare il percorso di cui all’art. 116. La Toscana nel 2003, la Lombardia e il Veneto nel 2006-2007, il Piemonte nel 2008 adottano atti prodromici alla stipula di un’intesa. Successivamente, la legge 147/2013, art. 1 co. 571 definisce la parte iniziale del procedimento, disponendo che la proposta della regione sia presentata al presidente del consiglio e al ministro per gli affari regionali, impegnando tassativamente il governo ad attivarsi sulla proposta entro sessanta giorni dalla richiesta.
In questo nuovo contesto normativo la Regione Veneto approva le leggi 15/2014 (Referendum consultivo sull’autonomia del Veneto) e 16/2014 (Indizione del referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto). La Corte costituzionale, nel ritenere legittimo – dopo aver censurato tutti gli altri – il quesito referendario che chiede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” per la Regione Veneto, non coglie l’incostituzionalità di un referendum che coinvolge scelte tali da modificare profondamente nella sostanza, anche se non nella forma, l’assetto dei rapporti Stato-Regioni definito nella Costituzione. Svoltosi il 22 ottobre 2017 il referendum, il Consiglio regionale del Veneto approva una proposta di legge statale ai sensi dell’art. 121 Cost. che vorrebbe riconoscere alla regione il 90% del gettito Irpef, Ires e Iva. Anche la Lombardia svolge un referendum, in simultanea con il Veneto, mentre l’Emilia-Romagna avvia il percorso il 3 ottobre 2017 con una risoluzione del Consiglio regionale, che impegna la giunta ad avviare il negoziato con il governo ai fini dell’intesa di cui all’art. 116, co. 3.
Il 28 febbraio 2018, qualche giorno prima delle elezioni politiche generali, il governo Gentiloni, in carica solo per gli affari correnti, in violazione di una prassi consolidata che richiede un governo nella pienezza dei poteri per affrontare questioni non di ordinaria amministrazione, invece che sospendere la trattativa al momento dello scioglimento delle Camere e rinviarla per il prosieguo all’approvazione del voto di fiducia al governo in carica da parte delle camere di nuova elezione, firma con i presidenti delle regioni richiedenti il regionalismo differenziato un irrituale “pre-accordo” di dubbia legittimità. Negli accordi si stipula anche che per la ristrettezza dei tempi ci si limita solo ad alcune delle materie di interesse: tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, la tutela della salute, l’istruzione, la tutela del lavoro e i rapporti internazionali e con l’Unione europea. Ma ci si riserva di estendere successivamente il negoziato ad altre.
Si stabilisce una quanto mai anomala e ingiustificabile – trattandosi di materia posta a tutela delle minoranze costituzionalmente protette – analogia nel percorso di approvazione delle intese da parte delle camere secondo la prassi adottata per quelle con i culti acattolici ex art. 8 della Costituzione, per cui le intese sarebbero inemendabili e oggetto di mera ratifica da parte dei parlamentari. È evidente l’esproprio di fatto delle prerogative parlamentari.
Nei tre pre-accordi stipulati si considera anche la questione delicatissima delle risorse. Non si fissano percentuali, ma si usa una formula che è comunque volta a garantire che i soldi del Nord rimangano al Nord. Si prevede infatti il principio della compartecipazione ai tributi erariali; il superamento della spesa storica e la determinazione di fabbisogni standard riferiti, oltre che alla popolazione, al gettito dei tributi maturati nel territorio, e la garanzia di un livello dei servizi mai suscettibile di diminuzione. Si prevede una riserva sui fondi infrastrutturali. Si concorda che la assegnazione delle risorse sia affidata a una commissione paritetica Stato-Regione, e sia dunque sottratta a un percorso parlamentare. Si tratta di una vera e propria “secessione dei ricchi”, con la creazione di steccati insuperabili tra cittadini di serie A e di serie B e la violazione di principi fondamentali di eguaglianza e di solidarietà.
La firma dei pre-accordi rappresenta l’esito di un processo da tempo in atto. Come già detto, la riforma del 2001, pur cancellando il richiamo al Mezzogiorno e alle isole e pur introducendo con i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) il principio di una diversità costituzionalmente compatibile, disegnava comunque un quadro in cui esistono supporti per l’unità del paese: perequazione, solidarietà territoriale, finanziamento integrale delle funzioni per regioni ed enti locali (art. 119). Un disegno poi integrato dalla legge 42/2009 sul federalismo fiscale, che implementa i concetti di fabbisogni e costi standard. Ma il quadro descritto rimane ancora lettera morta.
Non sono definiti i LEP, insieme ai costi e fabbisogni standard, e nella complessiva inattuazione del quadro normativo viene richiesto con forza dalle regioni del Nord il recupero del cosiddetto “residuo fiscale”. È qui il nucleo fondamentale della grande mistificazione. Il concetto stesso di residuo fiscale non trova spazio in Costituzione: “Data la struttura fortemente accentrata, nel nostro ordinamento, della riscossione delle entrate tributarie e quella profondamente articolata dei soggetti pubblici e degli interventi dagli stessi realizzati sul territorio, risulta estremamente controversa la possibilità di elaborare criteri convenzionali per specificare su base territoriale la relazione quantitativa tra prelievo fiscale e suo reimpiego” (Corte cost., sent. 69/2016). È del tutto evidente la difficoltà di imputare la produzione del provento fiscale a questo o quel territorio, in presenza di un mercato fortemente integrato, dove una parte consistente del fatturato delle imprese del Nord viene dalla produzione e vendita di beni e servizi nel Mezzogiorno e dai benefici fiscali legati al meccanismo del sostituto d’imposta.
Il nuovo governo Lega-Movimento 5 Stelle, nato dopo le elezioni del 4 marzo 2018, prevede nel suo “contratto” di “porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”. A questo richiamo non si accompagna alcuna considerazione sulla compatibilità di sistema, in termini di risorse e di efficienza, di un regionalismo differenziato esteso a tutto il paese. L’ispirazione di fondo è trasparente: “Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta”. È il mito delle regioni virtuose ed efficienti che vanno premiate, a fronte di altre che non meritano e vanno dunque punite. Si assume quindi acriticamente la trattativa al punto in cui è arrivata, con i punti già acquisiti nei pre-accordi, con specifici richiami a una distribuzione delle risorse chiaramente di privilegio per i territori economicamente più forti, e di danno per quelli più deboli, come la connessione tra fabbisogno e gettito tributario riferito al territorio. In sintesi, i più ricchi hanno diritto ad avere più diritti. Nessuna considerazione viene data nel “contratto” di governo alla possibile riduzione delle risorse disponibili per le altre regioni. Si afferma solo, in via del tutto apodittica, che bisogna “dare sempre più forza al regionalismo applicando, regione per regione, la logica della geometria variabile che tenga conto sia delle peculiarità e delle specificità delle diverse realtà territoriali sia della solidarietà nazionale”.

Il nuovo ministro per le autonomie locali, la leghista Stefani, tiene numerosi incontri con i tecnici delle regioni senza che vi sia alcun dibattito pubblico. L’11 febbraio 2019 sono finalmente rese pubbliche le bozze, ma non sul sito del Ministero, che ne pubblica invece una versione ridotta il 25 febbraio definita “parte generale – versione concordata”. Essa, per quanto riguarda l’assegnazione delle risorse, fa una ripulitura estetica: scompare la connessione tra fabbisogni e gettito tributario, ma si introducono meccanismi di privilegio fiscale che comunque avvantaggiano le regioni richiedenti rispetto alle altre. Inoltre, rimane un elenco di materie coincidente con quello già noto nelle bozze disconosciute. Scompare la parte speciale con il dettaglio dei trasferimenti, che pure è esistita. Deve intendersi abbandonata, o è stata riposta nel cassetto per tirarla fuori nuovamente al momento opportuno? È difficile credere che il disegno, portato quasi a compimento, venga del tutto abbandonato. In sostanza, le richieste delle regioni sono tutte accettate. Si conferma l’impianto dei pre-accordi Gentiloni, estendendolo da 5 a 23 materie per la Lombardia e il Veneto, 15 per l’Emilia-Romagna; per le prime due, tutto il catalogo delle competenze consentite dall’art. 116, comma 3.
Non si esclude che nel futuro anche altre regioni possano avviare il procedimento, favorendo la scomposizione dell’Italia in blocchi geopolitici.
È uno scenario che potrebbe rendere impossibile qualunque politica nazionale di eguaglianza nei diritti e di superamento del divario territoriale.

Siamo di fronte ad una situazione estremamente grave e preoccupante, che potrebbe dar corpo a un disegno eversivo. Vi è oggi il rischio concretissimo che le intese stipulate dalla ministra leghista Stefani con le regioni Veneto, Lombardia, Emilia siano approvate a breve dal Parlamento con un semplice atto di ratifica. La forma dello stato repubblicano unitario ne verrebbe stravolta, una letale frattura storica si produrrebbe tra Nord e Sud e sarebbe estremamente difficile ricomporla. Su ben 23 materie, tra cui Sanità, Scuola, infrastrutture, la competenza esclusiva passerebbe alle regioni.
Per ritrovare la via smarrita bisogna partire dalla premessa che l’architrave del sistema – come disegnato dalla Costituzione – è la persona umana, titolare di uguali diritti e doveri ovunque risieda. Non esistono, da questo punto di vista, territori più ricchi o più poveri, ma solo luoghi in cui risiedono cittadini che guadagnano di più o di meno. Non esistono territori che abbiano diritto a un ritorno maggiore o minore delle tasse pagate, perché quelle tasse saranno state pagate da tutti – ovunque residenti – in base alle stesse norme e nella stessa misura in rapporto al proprio reddito. Il soggetto pubblico che raccoglie i proventi tributari non è chiamato a garantire che alcuni cittadini per avere guadagnato di più e pagato più tasse stiano meglio di altri, ma al contrario che tutti abbiano tendenzialmente un pari livello di beni o servizi, redistribuendo a tal fine la ricchezza prodotta.

Per opporsi all’autonomia rafforzata e al regionalismo differenziato, per affermare e attuare i principi fondativi della Costituzione repubblicana, noi cittadini di terra di Bari riteniamo essenziale dare vita ad un soggetto organizzato che si proponga una vasta azione capillare di conoscenza, analisi, propaganda e contrasto politico di questo disegno: un Comitato di scopo, aperto senza preclusioni a tutti coloro – singole persone e soggetti collettivi – che condividono i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.

[Download PDF] 20 testi di Ho Chi Minh – Patriottismo e internazionalismo

Rendiamo disponibile il download gratuito dei primi 20 testi (76 pp.) del volume "Ho Chi Minh - Patriottismo e internazionalismo. Scritti e discorsi 1919-1969".

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1. Rivendicazioni del popolo Annamita, presentate alla Conferenza della pace a Versailles, giugno 1919
2. Discorso al Congresso di Tours, dicembre 1920
3. La mostruosità della civiltà, Le Libertaire n° 141, 30 settembre 1921
4. Alcune considerazioni sulla questione coloniale, l’Humanité, 25 maggio 1922
5. In una “grande civiltà”, La Vie Ouvrière, 26 maggio 1922
6. Uguaglianza!, l’Humanité, 1° giugno 1922
7. I civilizzatori, le Paria, 1° luglio 1922
8. Odio razziale, le Paria, 1° luglio 1922
9. Donne annamite e dominazione francese, le Paria, 1° agosto 1922
10. Lettera aperta a M. Albert Sarraut, ministro delle Colonie, le Paria, 1° agosto 1922
11. Manifesto dell’Unione intercoloniale, le Paria n°5, agosto 1922
12. L’armata controrivoluzionaria, La Vie Ouvrière, 7 settembre 1923
13. Nguyễn Ái Quốc, tra gli ospiti del Comintern, Ogonek n° 39, 23 dicembre 1923
14. Il movimento operaio in Turchia, l’Humanité, 1° gennaio 1924
15. Condizioni di vita dei contadini annamiti, La Vie Ouvrière, 4 gennaio 1924
16. Lenin e i popoli coloniali, Pravda, 27 gennaio 1924
17. L’Indocina e il Pacifico, La Correspondance Internationale n° 18, 1924
18. L’URSS e i popoli coloniali, Inprekorr, n° 46, 18 aprile 1924
19. Le glorie della civiltà francese, La Correspondance Internationale n° 32, 1924
20. Relazione sulle questioni nazionale e coloniale al V Congresso dell’Internazionale Comunista, giugno-luglio 1924

 

Documento presentato da No Guerra No NATO al convegno sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

Scarica la documentazione presentata dal Comitato Nazionale No Guerra No NATO - CNGNN al convegno internazionale sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

I 70 ANNI DELLA NATO: DI GUERRA IN GUERRA

GRUPPO DI LAVORO
Francesco Cappello, Giulietto Chiesa, Franco Dinelli, Manlio Dinucci, Berenice Galli, Germana Leoni von Dohnanyi, Jeff Hoffman, Giuseppe Padovano, Marie-Ange Patrizio, Jean Toschi M. Visconti, Luisa Vasconcelos, Fernando Zolli

INDICE

1. La NATO nasce dalla Bomba

2. Nel dopo-guerra fredda la NATO si rinnova

3. La NATO demolisce lo Stato Jugoslavo

4. La NATO si espande ad Est verso la Russia

5. USA e NATO attaccano l’Afghanistan e l’Iraq

6. La NATO demolisce lo Stato libico

7. La guerra USA/NATO per demolire la Siria

8. Israele ed emiri nella NATO

9. La regia USA/NATO nel colpo di stato in Ucraina

10. L’escalation USA/NATO in Europa

11. La portaerei Italia sul fronte di guerra

12. USA E NATO bocciano il Trattato ONU e schierano in Europa nuove armi nucleari

13. USA e NATO affossano il Trattato INF

14. L’Impero Americano d’Occidente gioca la carta dellla guerra

15. Il sistema bellico planetario USA/NATO

16. Per uscire dal sistema di guerra uscire dalla NATO

 

Leggi il testo completo

Documento finale Convegno di Firenze 7 aprile 2019

DICHIARAZIONE DI FIRENZE
PER UN FRONTE INTERNAZIONALE NATO EXIT

 

Il rischio di una grande guerra che, con l’uso delle armi nucleari potrebbe segnare la fine dell’Umanità, è reale e sta aumentando, anche se non è percepito dall’opinione pubblica tenuta all’oscuro dell’incombente pericolo.

È di vitale importanza il massimo impegno per uscire dal sistema di guerra. Ciò pone la questione dell’appartenenza dell’Italia e di altri paesi europei alla NATO.

La NATO non è una Alleanza. È una organizzazione sotto comando del Pentagono, il cui scopo è il controllo militare dell’Europa Occidentale e Orientale.

Le basi USA nei paesi membri della NATO servono a occupare tali paesi, mantenendovi una presenza militare permanente che permette a Washington di influenzare e controllare la loro politica e impedire reali scelte democratiche.

La NATO è una macchina da guerra che opera per gli interessi degli Stati Uniti, con la complicità dei maggiori gruppi europei di potere, macchiandosi di crimini contro l’umanità.

La guerra di aggressione condotta dalla NATO nel 1999 contro la Jugoslavia ha aperto la via alla globalizzazione degli interventi militari, con le guerre contro l’Afghanistan, la Libia, la Siria e altri paesi, in completa violazione del diritto internazionale.

Tali guerre vengono finanziate dai paesi membri, i cui bilanci militari sono in continua crescita a scapito delle spese sociali, per sostenere colossali programmi militari come quello nucleare statunitense da 1.200 miliardi di dollari.

Gli USA, violando il Trattato di non-proliferazione, schierano armi nucleari in 5 Stati non-nucleari della NATO, con la falsa motivazione della «minaccia russa». Mettono in tal modo in gioco la sicurezza dell’Europa.

Per uscire dal sistema di guerra che ci danneggia sempre più e ci espone al pericolo imminente di una grande guerra, si deve uscire dalla NATO, affermando il diritto di essere Stati sovrani e neutrali.

È possibile in tal modo contribuire allo smantellamento della NATO e di ogni altra alleanza militare, alla riconfigurazione degli assetti dell’intera regione europea, alla formazione di un mondo multipolare in cui si realizzino le aspirazioni dei popoli alla libertà e alla giustizia sociale.

Proponiamo la creazione di un fronte internazionale NATO EXIT in tutti i paesi europei della NATO, costruendo una rete organizzativa a livello di base capace di sostenere la durissima lotta per conseguire tale obiettivo vitale per il nostro futuro.

COMITATO NO GUERRA NO NATO / GLOBAL RESEARCH

Firenze, 7 Aprile 2019

https://www.globalresearch.ca/nato-exit-dismantle-nato-close-down-800-us-military-bases-prosecute-the-war-criminals/5670610

 

Scarica la documentazione presentata dal Comitato Nazionale No Guerra No NATO - CNGNN al convegno internazionale sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

Presentazioni degli scritti di Ho Chi Minh (Foto e video)

Presentazioni di Ho Chi Minh - Patriottismo e internazionalismo

BARI | 10 aprile 2019

Abbiamo parlato di Ho Chi Minh e di Lenin, di colonialismo e imperialismo, della guerra in Vietnam, di internazionalismo, di solidarietà tra i popoli oppressi e i lavoratori sfruttati di tutti i Paesi.
Con Andrea Catone, Mariano Leone e Alessia Franco da Prinz Zaum a Bari.

ROMA | 12 aprile 2019

Presentazione degli scritti e dei discorsi di Ho Chi Minh – Patriottismo e internazionalismo a cura di Andrea Catone e Alessia Franco

Saluti di Vincenzo Vita (Presidente AAMOD)

Interventi di:

Andrea Catone (curatore del volume)

Alexander Höbel (storico del movimento operaio)

Francesco della Croce (Rete Italia – Vietnam)

Con la presenza e l’intervento di Nguyen Thi Bich Hue (Ambasciatrice della Repubblica Socialista del Vietnam in Italia)

Presiede: Marco Carmeliti (Rete Italia – Vietnam)

ROMA | AAMOD Sala “Zavattini” – Via Ostiense 106

(Di seguito i video degli interventi realizzati da Labaro Tv)

Intervento dell'ambasciatrice del Vietnam in Italia Nguyen Thi Bich Hue

Intervento di Andrea Catone

Intervento di Alexander Höbel

Intervento di Francesco Valerio Della Croce

La cooperazione italo-cinese e l’alternativa del diavolo

di Francesco Maringiò

da marx21.it

Il complesso negoziato sino-americano sul commercio vive un momento non turbolento ma tuttavia segnato da oggettive difficoltà: troppa è la distanza che separa i moniti americani dalle concessioni che la Cina è disposta a fare senza penalizzare il suo sviluppo e troppo difficile diventa contenere l’impatto della guerra sul 5G (che è parte del negoziato ma che attiene, anche, ad altri aspetti strategici) negli Stati Uniti ed in Europa. Tuttavia, per quanto difficile, non è da escludere che un accordo sia ancora possibile. Ma sono tanti gli economisti che osservano come il “great deal” metterebbe sotto scacco l’Europa, stretta in un’alleanza tra le due superpotenze ed incapace di ritagliarsi un ruolo nel commercio internazionale.

È con questa premessa che va giudicata la firma di un memorandum d’intesa tra l’Italia e la Cina durante la visita di Stato del Presidente cinese, che inizierà ufficialmente il 22 p.v. con l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché di fronte al rischio concreto di fallimento del negoziato c’è l’assoluta necessità di costruire una politica estera sovrana per il Paese e capace di tutelarne gli interessi economici e geo strategici. Per fare ciò diventa imprescindibile un accordo quadro con la Cina popolare e le economie emergenti, pena il cedere ad una condizione ricattatoria che aggraverebbe ulteriormente la già precaria condizione dell’economia dell’Italia e della stessa eurozona. Infatti, di fronte alla possibilità di adesione da parte dell’Italia al club dei Paesi del Belt and Road Initiative (BRI), gli Stati Uniti hanno impostato una strategia di ricatto molto forte. Se l’Italia dovesse firmare, si esporrebbe –dicono fonti americane – a ritorsioni commerciali, economiche e nel campo della cooperazione militare e dell’intelligence; se invece dovessero decidere di stralciare l’accordo con Pechino l’alternativa sarebbe comunque il mantenimento di un quadro di subalternità con Washington da pagare a caro prezzo. L’esempio della guerra sul 5G è, da questo punto di vista, paradigmatico: si spinge l’Italia a rinunciare all’ammodernamento tecnologico attraverso le infrastrutture cinesi oggi fruibili sul mercato, in attesa di una tecnologia americana che ancora non esiste e che un domani sarà sicuramente più cara di quella cinese. La scelta è chiara: se si fa l’accordo ci si espone a ritorsioni, se si stralcia l’accordo non si ottiene nulla in cambio, se non il mantenimento dello status quo basato su accordi iniqui ed un rapporto di assoluta subalternità. Tertium non datur.

Per queste ragioni la decisione del governo di confermare la sottoscrizione del Memorandum, non rappresenta certo una strategia di uscita dal quadro di condizionamento atlantico e Nato ma traccia almeno una via per poter creare le condizioni per attrarre il surplus cinese in termini di investimenti diretti nel breve periodo e porre le basi per una politica estera che rompa col ricatto che Washington e, per ragioni diverse, Bruxelles stanno cercando di imporre al nostro Paese.

È interessante notare come il “partito contro il memorandum”, che ha goduto di una grande eco mediatica e della sponda politica della Lega al governo e del Pd e Forza Italia all’opposizione, abbia usato quasi esclusivamente l’argomento della necessità di non cooperare con Pechino perché promotore di un progetto egemonico. Gli stessi hanno poi argomentato che in ogni caso non potevamo firmare il memorandum, senza prima chiedere permesso al nostro “padrone di casa”, cioè gli Usa (a proposito di egemonismo …).

Chissà come commenteranno oggi, dopo aver letto la lettera che Xi Jinping ha affidato alle pagine del Corriere e che fornisce la chiave di interpretazione della diplomazia cinese e delle regioni per il suo forte investimento nel nostro paese. Si tratta di un testo scritto a partire da una prospettiva molto chiara: Italia e Cina non sono chiamate a trovare un’intesa su una serie di dossier economici e commerciali. Non solo questo, almeno. I due paesi sono chiamati a rispettare la loro lunga storia millenaria che li pone, nelle parole di Xi Jinping, come «emblema della civiltà orientale ed occidentale», dato che «hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana». Il loro rapporto, anche la stessa vicenda della Via delle Seta, non nasce pertanto oggi, ma affonda le radici sin dai tempi dell’Impero Romano, per poi vivere occasioni speciali che hanno fatto la storia delle relazioni tra i due Paesi. Marco Polo è arrivato alla corte del Khan prima che Cristoforo Colombo scoprisse le Americhe, Matteo Ricci si fece mandarino per conquistare la fiducia dei Ming e Prospero Intorcetta tradusse Confucio in latino ed aprì un'importante finestra di conoscenza sulla filosofia orientale in tutto l’Occidente. È a questa storia che rimanda il presidente cinese quando parla delle relazioni tra il suo Paese e l’Italia, attingendo a piene mani alla grande storia dell’Italia e citando, tra gli altri, Dante, Virgilio, Moravia e la sinologia italiana.

Ma il passaggio chiave dell’intervento del presidente cinese è probabilmente il seguente: «Di fronte alle evoluzioni e alle sfide del mondo contemporaneo, i due Paesi fanno appello alla loro preziosa e lunga esperienza e immaginano insieme gli interessanti scenari capaci di creare un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità». Il racconto del “nuovo ordine mondiale con caratteristiche cinesi”, come è stato sprezzantemente definito dagli oppositori dell’accordo italo-cinese, o la retorica dell’egemonismo di Pechino si infrange sugli scogli del patto strategico che la Cina offre all’Italia, di costruzione di un nuovo modello di rapporti internazionali che archivi definitivamente l’unilateralismo andato in voga dopo il crollo dell’Urss e ponga le basi per una cooperazione tra pari tra le nazioni del mondo. Uguaglianza, giustizia e cooperazione sono valori universali che affondano le proprie radici negli ideali della Rivoluzione francese e che certo non possiamo ignorare.

Con buona pace di quanti continuano a vedere nella Cina il principale nemico e lo scrivono nei propri documenti strategici (Usa e Ue) e con buona pace dei loro rappresentanti italiani che vorrebbero che il paese adottasse una politica aggressiva verso Pechino o in una relazione privilegiata intereuropea (che non esiste, visti gli interessi divergenti che albergano nell’eurozona), oppure in una quadro di cooperazione euro-atlantica il cui obiettivo è la rottura dell’asse russo-cinese e la cooptazione di Mosca in una nuova cortina di ferro ostile a Pechino.

La politica italiana ha davanti a sé un bivio: o accetta “l’alternativa del diavolo” e si lega al declino di questa visione strategica, oppure rovescia il tavolo ed afferma la necessità di una politica basata sulla cooperazione e la pari dignità tra le nazioni. La firma del Memorandum è il primo passo per imboccare la seconda strada, ma siamo ancora alle schermaglie iniziali di un braccio di ferro che segnerà di sé il prossimo futuro.

Facebook ha cancellato la pagina dell’Associazione Marx XXI legata al sito www.marx21.it

Dopo la liquidazione (pilotata) della pagina "Con l'Ucraina antifascista", continuano gli attacchi contro l'attività del sito marx21.it, che è tra le principali voci che hanno denunciato il golpe di marca USA-NATO-UE in Ucraina e la repressione contro comunisti e antifascisti del regime di Poroshenko e dei governi reazionari al potere nei repubbliche dell’ex URSS e dei paesi che furono democrazie popolari fino al 1989.

È stato inviato un ricorso a Facebook, anche per poter conoscere le ragioni di questa censura, ma non c’è stata risposta alcuna, ed intanto i gestori della pagina non riescono più ad accedervi.

Tutti i comunisti, gli antifascisti, gli autentici democratici sono invitati a denunciare l’opera censoria di Facebook nei confronti del sito marx21.it e impedire che questa voce venga soffocata.

Ecco alcuni articoli del sito, collegato con la pagina Facebook che è stata oggi soppressa senza una giustificazione:

Fermiamo la repressione anticomunista nell'Unione Europea! Libero subito il compagno Paleckis!

Al Partito Comunista di Ucraina viene impedito di partecipare alle elezioni presidenziali

I Partiti Comunisti e Operai dell'Unione Europea contro l'aggressione alla Rivoluzione Bolivariana

La Pravda intervista il Segretario del Partito Comunista della Repubblica di Donetsk

 

Bari 3 aprile 2019 | Bombe su Belgrado: 20 anni dopo

Bombe su Belgrado: 20 anni dopo all'origine delle“guerre umanitarie”

Mercoledì 3 aprile - ore 17.30

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada priv. Borrelli 32

Intervengono

Ugo Villani
Professore emerito di Diritto internazionale, Università di Bari “A. Moro”

Rajka Veljović
Coordinatrice dei progetti di solidarietà della Zastava di Kragujevac

Augusto Ponzio
Professore emerito di Filosofia del linguaggio, Università di Bari “A. Moro”

RajkoBlagojević, Sindacato JSO-Zastava di Kragujevac

 

Coordina

Mariella Cataldo, Associazione “Most za Beograd - un Ponte per Belgrado in Terra di Bari”
e coautrice di Quel braccio di mare… e Kosovo buco nero d’Europa

Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno, presenta il numero speciale sul tema edito in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia (CNJ-Onlus)

 

Bari, II strada priv. Borrelli 32

info@marx21books.com marxventuno.rivista@gmail.com +39080972 7593

Bari 13 marzo 2019 | La Repubblica bolivariana del Venezuela sotto assedio

La Repubblica bolivariana del Venezuela sotto assedio politico, economico, mediatico…

Mercoledì 13 marzo 2019 ore 18

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada priv. Borrelli 32

 

Intervengono

Carlo Amirante

già ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Federico II di Napoli

 

Angelo Iacobbi

residente in Venezuela da alcuni anni, con una testimonianza diretta

 

coordina

Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno

 

È prevista la partecipazione del Consolato della Repubblica bolivariana del Venezuela di Napoli

 

 

Bari, II strada priv. Borrelli 32

(di fronte al Piccolo Teatro, a qualche minuto dal parcheggio della ex Rossani in c.so B. Croce)

 

info@marx21books.com  marxventuno.rivista@gmail.com +39080972 7593