Notizie

La cooperazione italo-cinese e l’alternativa del diavolo

di Francesco Maringiò

da marx21.it

Il complesso negoziato sino-americano sul commercio vive un momento non turbolento ma tuttavia segnato da oggettive difficoltà: troppa è la distanza che separa i moniti americani dalle concessioni che la Cina è disposta a fare senza penalizzare il suo sviluppo e troppo difficile diventa contenere l’impatto della guerra sul 5G (che è parte del negoziato ma che attiene, anche, ad altri aspetti strategici) negli Stati Uniti ed in Europa. Tuttavia, per quanto difficile, non è da escludere che un accordo sia ancora possibile. Ma sono tanti gli economisti che osservano come il “great deal” metterebbe sotto scacco l’Europa, stretta in un’alleanza tra le due superpotenze ed incapace di ritagliarsi un ruolo nel commercio internazionale.

È con questa premessa che va giudicata la firma di un memorandum d’intesa tra l’Italia e la Cina durante la visita di Stato del Presidente cinese, che inizierà ufficialmente il 22 p.v. con l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché di fronte al rischio concreto di fallimento del negoziato c’è l’assoluta necessità di costruire una politica estera sovrana per il Paese e capace di tutelarne gli interessi economici e geo strategici. Per fare ciò diventa imprescindibile un accordo quadro con la Cina popolare e le economie emergenti, pena il cedere ad una condizione ricattatoria che aggraverebbe ulteriormente la già precaria condizione dell’economia dell’Italia e della stessa eurozona. Infatti, di fronte alla possibilità di adesione da parte dell’Italia al club dei Paesi del Belt and Road Initiative (BRI), gli Stati Uniti hanno impostato una strategia di ricatto molto forte. Se l’Italia dovesse firmare, si esporrebbe –dicono fonti americane – a ritorsioni commerciali, economiche e nel campo della cooperazione militare e dell’intelligence; se invece dovessero decidere di stralciare l’accordo con Pechino l’alternativa sarebbe comunque il mantenimento di un quadro di subalternità con Washington da pagare a caro prezzo. L’esempio della guerra sul 5G è, da questo punto di vista, paradigmatico: si spinge l’Italia a rinunciare all’ammodernamento tecnologico attraverso le infrastrutture cinesi oggi fruibili sul mercato, in attesa di una tecnologia americana che ancora non esiste e che un domani sarà sicuramente più cara di quella cinese. La scelta è chiara: se si fa l’accordo ci si espone a ritorsioni, se si stralcia l’accordo non si ottiene nulla in cambio, se non il mantenimento dello status quo basato su accordi iniqui ed un rapporto di assoluta subalternità. Tertium non datur.

Per queste ragioni la decisione del governo di confermare la sottoscrizione del Memorandum, non rappresenta certo una strategia di uscita dal quadro di condizionamento atlantico e Nato ma traccia almeno una via per poter creare le condizioni per attrarre il surplus cinese in termini di investimenti diretti nel breve periodo e porre le basi per una politica estera che rompa col ricatto che Washington e, per ragioni diverse, Bruxelles stanno cercando di imporre al nostro Paese.

È interessante notare come il “partito contro il memorandum”, che ha goduto di una grande eco mediatica e della sponda politica della Lega al governo e del Pd e Forza Italia all’opposizione, abbia usato quasi esclusivamente l’argomento della necessità di non cooperare con Pechino perché promotore di un progetto egemonico. Gli stessi hanno poi argomentato che in ogni caso non potevamo firmare il memorandum, senza prima chiedere permesso al nostro “padrone di casa”, cioè gli Usa (a proposito di egemonismo …).

Chissà come commenteranno oggi, dopo aver letto la lettera che Xi Jinping ha affidato alle pagine del Corriere e che fornisce la chiave di interpretazione della diplomazia cinese e delle regioni per il suo forte investimento nel nostro paese. Si tratta di un testo scritto a partire da una prospettiva molto chiara: Italia e Cina non sono chiamate a trovare un’intesa su una serie di dossier economici e commerciali. Non solo questo, almeno. I due paesi sono chiamati a rispettare la loro lunga storia millenaria che li pone, nelle parole di Xi Jinping, come «emblema della civiltà orientale ed occidentale», dato che «hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana». Il loro rapporto, anche la stessa vicenda della Via delle Seta, non nasce pertanto oggi, ma affonda le radici sin dai tempi dell’Impero Romano, per poi vivere occasioni speciali che hanno fatto la storia delle relazioni tra i due Paesi. Marco Polo è arrivato alla corte del Khan prima che Cristoforo Colombo scoprisse le Americhe, Matteo Ricci si fece mandarino per conquistare la fiducia dei Ming e Prospero Intorcetta tradusse Confucio in latino ed aprì un'importante finestra di conoscenza sulla filosofia orientale in tutto l’Occidente. È a questa storia che rimanda il presidente cinese quando parla delle relazioni tra il suo Paese e l’Italia, attingendo a piene mani alla grande storia dell’Italia e citando, tra gli altri, Dante, Virgilio, Moravia e la sinologia italiana.

Ma il passaggio chiave dell’intervento del presidente cinese è probabilmente il seguente: «Di fronte alle evoluzioni e alle sfide del mondo contemporaneo, i due Paesi fanno appello alla loro preziosa e lunga esperienza e immaginano insieme gli interessanti scenari capaci di creare un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità». Il racconto del “nuovo ordine mondiale con caratteristiche cinesi”, come è stato sprezzantemente definito dagli oppositori dell’accordo italo-cinese, o la retorica dell’egemonismo di Pechino si infrange sugli scogli del patto strategico che la Cina offre all’Italia, di costruzione di un nuovo modello di rapporti internazionali che archivi definitivamente l’unilateralismo andato in voga dopo il crollo dell’Urss e ponga le basi per una cooperazione tra pari tra le nazioni del mondo. Uguaglianza, giustizia e cooperazione sono valori universali che affondano le proprie radici negli ideali della Rivoluzione francese e che certo non possiamo ignorare.

Con buona pace di quanti continuano a vedere nella Cina il principale nemico e lo scrivono nei propri documenti strategici (Usa e Ue) e con buona pace dei loro rappresentanti italiani che vorrebbero che il paese adottasse una politica aggressiva verso Pechino o in una relazione privilegiata intereuropea (che non esiste, visti gli interessi divergenti che albergano nell’eurozona), oppure in una quadro di cooperazione euro-atlantica il cui obiettivo è la rottura dell’asse russo-cinese e la cooptazione di Mosca in una nuova cortina di ferro ostile a Pechino.

La politica italiana ha davanti a sé un bivio: o accetta “l’alternativa del diavolo” e si lega al declino di questa visione strategica, oppure rovescia il tavolo ed afferma la necessità di una politica basata sulla cooperazione e la pari dignità tra le nazioni. La firma del Memorandum è il primo passo per imboccare la seconda strada, ma siamo ancora alle schermaglie iniziali di un braccio di ferro che segnerà di sé il prossimo futuro.

Facebook ha cancellato la pagina dell’Associazione Marx XXI legata al sito www.marx21.it

Dopo la liquidazione (pilotata) della pagina "Con l'Ucraina antifascista", continuano gli attacchi contro l'attività del sito marx21.it, che è tra le principali voci che hanno denunciato il golpe di marca USA-NATO-UE in Ucraina e la repressione contro comunisti e antifascisti del regime di Poroshenko e dei governi reazionari al potere nei repubbliche dell’ex URSS e dei paesi che furono democrazie popolari fino al 1989.

È stato inviato un ricorso a Facebook, anche per poter conoscere le ragioni di questa censura, ma non c’è stata risposta alcuna, ed intanto i gestori della pagina non riescono più ad accedervi.

Tutti i comunisti, gli antifascisti, gli autentici democratici sono invitati a denunciare l’opera censoria di Facebook nei confronti del sito marx21.it e impedire che questa voce venga soffocata.

Ecco alcuni articoli del sito, collegato con la pagina Facebook che è stata oggi soppressa senza una giustificazione:

Fermiamo la repressione anticomunista nell'Unione Europea! Libero subito il compagno Paleckis!

Al Partito Comunista di Ucraina viene impedito di partecipare alle elezioni presidenziali

I Partiti Comunisti e Operai dell'Unione Europea contro l'aggressione alla Rivoluzione Bolivariana

La Pravda intervista il Segretario del Partito Comunista della Repubblica di Donetsk

 

Bari 3 aprile 2019 | Bombe su Belgrado: 20 anni dopo

Bombe su Belgrado: 20 anni dopo all'origine delle“guerre umanitarie”

Mercoledì 3 aprile - ore 17.30

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada priv. Borrelli 32

Intervengono

Ugo Villani
Professore emerito di Diritto internazionale, Università di Bari “A. Moro”

Rajka Veljović
Coordinatrice dei progetti di solidarietà della Zastava di Kragujevac

Augusto Ponzio
Professore emerito di Filosofia del linguaggio, Università di Bari “A. Moro”

RajkoBlagojević, Sindacato JSO-Zastava di Kragujevac

 

Coordina

Mariella Cataldo, Associazione “Most za Beograd - un Ponte per Belgrado in Terra di Bari”
e coautrice di Quel braccio di mare… e Kosovo buco nero d’Europa

Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno, presenta il numero speciale sul tema edito in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia (CNJ-Onlus)

 

Bari, II strada priv. Borrelli 32

info@marx21books.com marxventuno.rivista@gmail.com +39080972 7593

Bari 13 marzo 2019 | La Repubblica bolivariana del Venezuela sotto assedio

La Repubblica bolivariana del Venezuela sotto assedio politico, economico, mediatico…

Mercoledì 13 marzo 2019 ore 18

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada priv. Borrelli 32

 

Intervengono

Carlo Amirante

già ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università Federico II di Napoli

 

Angelo Iacobbi

residente in Venezuela da alcuni anni, con una testimonianza diretta

 

coordina

Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno

 

È prevista la partecipazione del Consolato della Repubblica bolivariana del Venezuela di Napoli

 

 

Bari, II strada priv. Borrelli 32

(di fronte al Piccolo Teatro, a qualche minuto dal parcheggio della ex Rossani in c.so B. Croce)

 

info@marx21books.com  marxventuno.rivista@gmail.com +39080972 7593

Firenze 7 aprile 2019 | I 70 anni della Nato: quale bilancio storico?

Convegno internazionale

Firenze, Domenica 7 Aprile 2019
ORE 10:15 – 18:00
CINEMA TEATRO ODEON / Piazza Strozzi

I 70 ANNI DELLA NATO: QUALE BILANCIO STORICO?
USCIRE DAL SISTEMA DI GUERRA, ORA!

Consapevoli della crescente pericolosità della situazione mondiale, della drammaticità dei conflitti in atto, della accelerazione della crisi, riteniamo che sia necessario far comprendere all'opinione pubblica e ai parlamenti il rischio esistente di una grande guerra. Essa non sarebbe in alcun modo simile alle guerre mondiali che l'hanno preceduta e, con l’uso delle armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, metterebbe a repentaglio l’esistenza stessa dell’Umanità e del Pianeta Terra, la Casa Comune in cui viviamo. Il pericolo non è mai stato così grande e così vicino. Non si può rischiare, bisogna moltiplicare gli sforzi per uscire dal sistema di guerra.

 

RELAZIONI INTRODUTTIVE

I 70 anni della NATO: di guerra in guerra. Verso uno scenario di Terza guerra mondiale

TAVOLE ROTONDE

Jugoslavia: 20 anni fa la guerra fondante della nuova NATO
I due fronti della NATO ad Est e a Sud
L’Europa in prima linea nel confronto nucleare
Cultura di pace o cultura di guerra?

Intervengono:

Michel Chossudovsky, professore di economia, direttore del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (Global Research, Canada).
Vladimir Kozin, principale esperto del Centro di Studi Politico-Militari del Ministero degli Esteri russo, professore dell’Accademia di Scienze Militari (Russia).
Živadin Jovanović, presidente del Forum di Belgrado (Serbia).
Jean Bricmont, scrittore, professore emerito dell’Università di Lovanio (Belgio).
Diana Johnstone, saggista (Stati Uniti).
Paul Craig Roberts, economista, editorialista (Stati Uniti).
Ilona Zaharieva, presidente dell’Associazione Il Ponte di Pietra (Macedonia).

* * * * *

Alex Zanotelli, missionario comboniano.
Gino Strada, medico, fondatore di Emergency.
Franco Cardini, storico, saggista.
Fabio Mini, militare e scrittore.
Giulietto Chiesa, scrittore e giornalista, direttore di Pandora TV.
Alberto Negri, giornalista, corrispondente di guerra de “Il Sole 24 Ore”.
Tommaso Di Francesco, giornalista, condirettore de il manifesto.

* * * * *

Jean Toschi Marazzani Visconti, scrittrice e giornalista.
Germana Leoni von Dohnanyi, scrittrice e giornalista.
Fernando Zolli, missionario comboniano.
Franco Dinelli, ricercatore CNR.
Francesco Cappello, educatore e saggista.
Manlio Dinucci, scrittore e giornalista.

 

PROIEZIONE DI DOCUMENTAZIONI VIDEO E VIDEOMESSAGGI

MICROFONO APERTO AL PUBBLICO PER LE CONCLUSIONI

Promotori:
ASSOCIAZIONE PER UN MONDO SENZA GUERRE
COMITATO NO GUERRA NO NATO / GLOBAL RESEARCH

in collaborazione con

Pax Christi Italia, Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, Comitato Pace e Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio (Napoli), Rivista/Sito Marx21, Sezione Italiana della WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà), Associazione Macedone Il Ponte di Pietra di Canelli (AT), Rete Radié Resch di Quarrata (PT), Tavolo per la Pace della Val di Cecina, Medicina Democratica Livorno e Val di Cecina, Associazione di Amicizia Italia-Cuba di Firenze e altre associazioni la cui adesione è in corso.

PER PARTECIPARE AL CONVEGNO (A INGRESSO LIBERO) OCCORRE PRENOTARSI

COMUNICATE VIA EMAIL O TELEFONO IL VOSTRO NOME E LUOGO DI RESIDENZA A:

Giuseppe Padovano, Coordinatore Nazionale CNGNN
Email: giuseppepadovano.gp@gmail.com
Cell. 393 998 3462

Bologna 6 aprile 2019 | Bombe su Belgrado: vent’anni dopo all’origine delle guerre umanitarie

Bologna 6 aprile 2019

Bombe su Belgrado:

vent'anni dopo

all'origine delle guerre umanitarie

presso il Centro Katia Bertasi

via A. Fioravanti 22 - Bologna

Iniziativa-dibattito nel

XX Anniversario della

aggressione NATO contro

la Repubblica Federale di Jugoslavia

 

Promuovono:

Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS

Rivista MarxVentuno e sito Marx21

Rivista e sito Contropiano

 

MATTINO:

Introduzione e saluti:

Andrea Catone (rivista MarxVentuno)

Rappresentanza della Ambasciata di Serbia

 

Sessione IL LAVORO:

Rajko Blagojević e Rajka Veljović (sindacalisti JSO-Zastava e associazione UMRS, Kragujevac)

Sergio Bellavita (sindacalista, USB)

Stefano Verzegnassi (presidente di “Non Bombe Ma Solo Caramelle – ONLUS”)

 

Sessione IL PRESENTE:

Andrea Martocchia (segretario Jugocoord Onlus)

Jean Toschi Marazzani Visconti (saggista, membro giuria premio "Torre")

Živadin Jovanović (Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali)

 

SESSIONE VIDEO

sui temi: caso Miloševic e "Tribunale" dell'Aia, bombardamenti 1999 e conseguenze, distruzioni del patrimonio artistico e ricolonizzazione in Kosovo; documentario "Tutto sarà dimenticato?"

 

POMERIGGIO:

Sessione I CRIMINI:

Rosa D'Amico (storica dell'arte, Com. scientifico-artistico Jugocoord)

Carlo Pona (fisico, Com. scientifico-artistico Jugocoord e "Tribunale Clark")

 

Sessione CONTRO LE GUERRE:

Marinella Correggia (giornalista, Rete No War)

Sergio Cararo (rivista e sito Contropiano)

 

 

Si raccolgono libere adesioni di gruppi, associazioni, partiti, fino al 25 marzo 2019

Cartina del Vietnam

Estratto dell’introduzione di “Patriottismo e internazionalismo” – Ho Chi Minh

 

[Prime pagine dell'introduzione del volume Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh pubblicato da MarxVentuno Edizioni]

 

Il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario sono inestricabilmente legati tra loro
Hồ Chí Minh (1960)

Noi, una piccola nazione, avremo così guadagnato l’onore di aver sconfitto, attraverso lotte eroiche, due grandi imperialismi – quello francese e quello americano – e di aver dato un degno contributo al movimento di liberazione nazionale mondiale
Hồ Chí Minh (1969)

È la grande vittoria dell’invincibile unità e della lotta dei lavoratori e dell’intera nazione nella battaglia per l’indipendenza e la libertà, per il socialismo
Lê Duẩn

Cento anni fa, il 2-6 marzo 1919, si riuniva a Mosca il I congresso dell’Internazionale comunista, la Terza Internazionale (il Comintern).
Cinquanta anni fa, il 2 settembre 1969, moriva ad Hanoi Hồ Chí Minh.
Al suo nome è legata un’intera epoca storica, quella delle lotte anticoloniali e antimperialiste di liberazione nazionale promosse e dirette dai partiti comunisti e di ispirazione socialista nati in Asia, Africa, America Latina su impulso della Rivoluzione d’Ottobre e della III Internazionale. Essa, con Lenin e la sua analisi dell’imperialismo, aveva ampliato l’appello conclusivo del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels – “Proletari di tutti i paesi unitevi!” – nella proposta di unità tra i proletari e i popoli oppressi di tutto il mondo.
La soluzione della “questione coloniale”, per cui “i sette decimi della popolazione mondiale si trovano in una condizione di asservimento [...] esposti alle torture inflitte loro da un pugno di paesi” capitalistici [Lenin, vol. XXXI, p. 313], diventa parte integrante e imprescindibile della strategia dei comunisti. Se tracciamo, a un secolo di distanza, un bilancio storico della rivoluzione d’Ottobre e del leninismo, osserviamo che uno dei suoi effetti più dirompenti e duraturi, che maggiormente hanno inciso sul corso della storia del mondo, è stato il risveglio alla lotta anticoloniale e antimperialista dei “popoli d’Oriente”, con le due grandi, simili e diverse a un tempo, rivoluzioni cinese e vietnamita.
Il secondo congresso della III Internazionale, svoltosi tra Pietrogrado e Mosca dal 19 luglio al 7 agosto 1920, pone le 21 condizioni per l’adesione ad essa. Il punto 8 affronta di petto la questione coloniale:

Un atteggiamento particolarmente esplicito e chiaro sulla questione delle colonie e dei popoli oppressi s’impone a quei partiti nelle cui nazioni la borghesia possiede delle colonie ed opprime altre nazioni. Ogni partito che desideri far parte dell’Internazionale comunista è tenuto a denunciare i trucchi e gli artifici dei “suoi” imperialisti nelle colonie nell’intento di aiutare ogni movimento di liberazione coloniale non solo a parole ma coi fatti, ad esigere l’espulsione dei suoi imperialisti da queste colonie, ad inculcare nei lavoratori del loro paese un atteggiamento sinceramente fraterno verso i lavoratori delle colonie e delle nazioni oppresse e a condurre agitazioni sistematiche tra le truppe del loro paese contro ogni oppressione dei popoli delle colonie.

Ma ancor più esplicitamente, il II congresso dedica una sezione specifica dei suoi lavori alla questione nazionale e coloniale. Il primo abbozzo di tesi redatto da Lenin affermava tra l’altro:

la pietra angolare di tutta la politica dell’Internazionale comunista nelle questioni nazionale e coloniale deve essere l’avvicinamento dei proletari e delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e di tutti i paesi ai fini della lotta rivoluzionaria comune per rovesciare i grandi proprietari terrieri e la borghesia. Solo questo avvicinamento potrà infatti garantire la vittoria sul capitalismo, senza la quale è impossibile abolire l’oppressione e la disuguaglianza nazionale. […] oggi non ci si può più limitare a riconoscere o a proclamare il ravvicinamento dei lavoratori delle diverse nazioni, ma è necessario condurre una politica che realizzi la più stretta alleanza fra tutti i movimenti di liberazione nazionale e coloniale e la Russia sovietica […] Riguardo alle nazioni e agli Stati più arretrati, dove predominano i rapporti feudali o patriarcali e patriarcali-contadini, è particolarmente necessario tener presente la necessità per tutti i partiti comunisti di aiutare il movimento democratico borghese di liberazione in questi paesi; l’obbligo di aiutare nel modo più attivo un movimento di questo genere spetta anzitutto agli operai del paese dal quale dipende, dal punto di vista coloniale o finanziario, la nazione arretrata [Lenin, vol. XXXI, pp. 161-164].

Le tesi di Lenin, pubblicate su l’Humanité del 16 e 17 luglio 1920, furono lette e studiate da Nguyễn Ái Quốc (Nguyễn il patriota, che, a partire dal 1944 sarà noto come Hồ Chí Minh: Portatore di luce). Quaranta anni dopo, il patriota comunista vietnamita spiega perché abbia abbracciato il leninismo:

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam. A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’Ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. [...] Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale” di Lenin, pubblicate da l’Humanité. [...] Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. […] sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro [T83: Il cammino che mi ha portato al leninismo].

Un passato coloniale

Il Viet Nam si estende come un’immensa S sulle rive del Pacifico: comprende il Bắc Bộ al Nord, che forma col delta del Fiume Rosso una regione ricca di possibilità agricole e industriali, il Nam Bộ al Sud, vasta pianura alluvionale bagnata dal Mekong ed essenzialmente agricola, e il Trung Bộ al centro, lunga e stretta striscia di terra che collega i due delta. Per descrivere la configurazione del loro paese, i vietnamiti amano evocare un’immagine che è loro familiare: quella del bastone che porta una cesta di paddy [riso greggio] su ciascuno dei suoi estremi” [Giáp, 1968, p. 17].

Attorno alla metà del XIX secolo inizia l’avventura coloniale francese in Indocina, con la conquista di Laos, Cambogia e Vietnam e la formazione della Federazione dell’Indocina francese. Nel Nam Bộ, la porzione meridionale di terra vietnamita che i colonizzatori francesi chiameranno Cocincina, gli europei incontrano una monarchia locale inetta, retta da un sistema burocratico mandarinale corrotto e da una struttura economica di tipo feudale. Dopo una serie di operazioni di conquista nel delta del Mekong e i bombardamenti sulla capitale, si giunge all’atto finale: nel 1884 la monarchia accetta di firmare con gli aggressori un trattato di protettorato, che viene riconosciuto dal confinante cinese. Iniziano qui venticinque anni di insediamento coloniale, che viola con la forza tutti i trattati e finisce con l’estendersi dalla Cocincina all’intero paese.

Gli annamiti sono in generale soffocati dalle molte cure della protezione francese. I contadini annamiti lo sono ancora di più e in modo più odioso: come annamiti vengono oppressi, come contadini vengono derubati, saccheggiati, espropriati e condotti alla rovina. Ad essi tocca tutto il lavoro pesante; ad essi toccano tutte le opere di prestazione. Sono i contadini che producono per tutta l’orda di parassiti, oziosi, rappresentanti della civiltà e altri. E sono i contadini che vivono in povertà mentre i loro oppressori vivono nella ricchezza, e che muoiono di fame se il raccolto non è buono. Questo succede perché sono derubati da tutte le parti e in tutti i modi dall’amministrazione, dal feudalesimo moderno e dalla Chiesa [T15: Condizioni di vita dei contadini annamiti].

La questione coloniale in Vietnam si configura come una questione agraria. La popolazione del paese, essenzialmente agricolo, è composta da masse popolari di estrazione contadina, quasi del tutto analfabete, vessate dal peso della società mandarinale tradizionale a cui va a sommarsi, e non a sostituirsi, il giogo francese. Le classi dominanti, la piccola borghesia tradizionale e i proprietari terrieri vietnamiti, specie in Cocincina, sono collusi con i colonizzatori, con i quali condividono alcuni interessi in chiave antirivoluzionaria, mentre le masse popolari tentano di ostacolare l’azione di conquista fin dal 1860 dando luogo a continui disordini e tentativi insurrezionali. Tuttavia, la resistenza non gode di una direzione centrale e ha il suo principale tratto di debolezza nella profonda disorganizzazione. Le forze partigiane sono arruolate per lo più su base locale e danno vita a bande autonome, spesso isolate le une dalle altre; i loro capi coltivano un rapporto personale con i propri uomini, mirano a conseguire successi locali e sono restii a organizzare un movimento unificato in tutto il paese. Profonde divisioni attraversano sia il nascente movimento nazionale che la popolazione: la componente cattolica collabora con i francesi e fornisce aiuto materiale e logistico alle truppe, mentre associazioni e gruppi borghesi, che auspicano l’indipendenza e la repubblica ma non prevedono riforme progressiste o agrarie, si alienano le masse lavoratrici. Tra gli agitatori della resistenza anticoloniale i più popolari sono i confuciani, conservatori e tradizionalisti, che auspicano la restaurazione della monarchia tradizionale in nome del thiên mện, l’“ordine del mondo” confuciano.
Gli aggressori hanno ragione della frammentata resistenza vietnamita e procedono a consolidare la conquista con l’installazione di un apparato amministrativo costoso ma indispensabile a mantenere il controllo della regione. Il successo coloniale non porta buon umore tra gli abitanti della metropoli, che si rendono immediatamente conto di quanto siano gravosi i costi dell’amministrazione del nuovo regime d’oltremare, auspicano che il Vietnam riesca a mantenersi con le proprie forze economiche e si riveli anzi una fonte di profitto per la “madrepatria” francese. I costi di gestione della colonia vengono trasferiti dunque ai suoi abitanti, gli annamiti si ritrovano vessati da un sistema fiscale gravosissimo che serve a mantenere una gestione brutale della sicurezza, l’esercizio di una giustizia sommaria, l’istituzione delle tristemente note carceri di Poulo Condore nell’omonimo isolotto dell’Oceano Indiano, noto anche col nome vietnamita di Côn Sơn. La maturazione dell’amministrazione da un livello più “artigianale” ad uno di organizzazione sistematica, con l’arrivo del nuovo governatore generale Paul Doumer, passa anche attraverso un grande piano infrastrutturale, che dota il paese di ferrovie e di un grande porto sul Fiume Rosso. Doumer si rivela molto abile nel conquistare alla causa coloniale il favore dei cittadini metropolitani: durante la sua amministrazione gli investitori francesi iniziano a riporre fiducia nella possibilità che l’Annam si riveli una fonte di profitto; l’anticolonialismo in Francia si riduce a pochi circoli intellettuali e al movimento operaio. La maggioranza dell’opinione pubblica francese viene conquistata alla causa colonialista e persuasa di una triplice «illusione» [Chesneaux, p. 221], la cui natura fallace sarà rivelata dall’incrinarsi del sistema economico coloniale: secondo la propaganda, il Vietnam era e sarebbe ancora stato fonte di prosperità economica per la Francia; era garantita la “riconoscenza” e l’adesione politica del popolo colonizzato a quello colonizzatore; la sicurezza internazionale della Francia risultava rafforzata e tutelata dal rapporto tra i due paesi.
A Doumer è da attribuirsi anche la suddivisione del Vietnam in tre tronconi, estranei alla tradizione vietnamita, dotati di istituzioni proprie e autonome tra loro: il Tonchino, un vero e proprio regime coloniale, nel nord; il protettorato dell’Annam, che conserva l’amministrazione mandarinale, nel centro; la Cocincina, che gode di istituzioni rappresentative e invia un deputato a Parigi, sebbene eletto solo da francesi e naturalizzati, nel sud. Questa distinzione formale e istituzionale, che va a sovrapporsi alla suddivisione geografica tra Bắc Bộ al nord, Trung Bộ al centro e Nam Bộ al sud, è il primo di una serie di tentativi di balcanizzazione del territorio vietnamita, in vista di un’ulteriore frammentazione della resistenza, mai del tutto sopita, e di una più facile gestione del potere da parte dell’amministrazione francese. Parallelamente alle nuove istituzioni sopravvive il potere imperiale tradizionale, ridotto a stampella del potere coloniale. I rappresentanti della monarchia sono soggetti all’arbitrio dell’amministrazione francese, che ne manovra la politica e influisce sulle successioni dinastiche fino a detronizzare e imporre sovrani secondo convenienza.
Gli anni Venti vedono lo sviluppo di una rete stradale che, tuttavia, non risponde alle esigenze produttive ed economiche del paese ma esclusivamente alle necessità amministrative dei colonizzatori, mentre i costi dei mezzi di trasporto gravano sui piccoli contribuenti che non possono permettersi di usufruirne. Il vantaggio che il popolo vietnamita trae dallo sviluppo delle infrastrutture e delle vie di comunicazione è ancor più ridotto dall’obbligo, sancito dal sistema di controllo rigido e capillare allestito dall’autorità francese, di munirsi di un’apposita licenza per potersi spostare tra province. I pochi spostamenti sono spesso correlati al trasporto delle materie prime per il mercato francese e allo spostamento della manodopera.
Nei primi decenni del Novecento nasce una vera e propria classe operaia vietnamita: di origine contadina, essa rappresenta appena il 2-3% della popolazione ed è composta dagli operai delle poche fabbriche, dai portuali, dai braccianti delle piantagioni chiamati spregiativamente coolie, dai minatori.
Questi anni sono caratterizzati da sollevazioni sporadiche e disorganizzate, tutte represse sul nascere. I malumori coinvolgono gruppi sociali diversi e arrivano a contagiare la rachitica borghesia indigena, cui il pesante giogo francese impedisce di crescere ed espandere i propri interessi. Il maggior antagonismo economico, in questa fase, intercorre tra i colonizzatori e il complesso della popolazione indigena, soffocata dalla pesante fiscalità e dal severo autoritarismo del regime coloniale francese. Le sue pratiche e istituzioni, che particolarmente nell’Annam si sommano ai retaggi dell’aristocrazia e dell’apparato mandarinale e feudale, sono impopolari e penalizzanti per gli indigeni: questi ultimi sono soggetti a perquisizioni arbitrarie presso il loro domicilio, che non è considerato inviolabile, sono giudicati da tribunali le cui giurie sono composte esclusivamente da francesi, hanno bisogno di una speciale autorizzazione per le riunioni; la stampa è soggetta a pesanti restrizioni e ad autorizzazioni preventive; il governatore generale e il suo apparato possono disporre della libertà e dei beni degli indigeni con grande arbitrio; le condizioni schiavili di alcuni lavoratori indigeni possono sconfinare impunemente nella tortura.

 

[Introduzione completa nel volume Patriottismo e internazionalismo.]

Foto di Ho Chi Minh

Il cammino che mi ha portato al leninismo – Ho Chi Minh

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh

 

Articolo scritto per la rivista sovietica Problemy Vostokovedenija (Problemi di studi orientali) n° 2, 1960, in occasione  del novantesimo anniversario della nascita di Lenin.

22 aprile 1960

 

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam.

A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. Non avevo ancora compreso tutta la sua importanza storica. Amavo e rispettavo Lenin, semplicemente perché era un grande patriota che aveva liberato i suoi compatrioti; fino ad allora non avevo letto nessuno dei suoi libri.

Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi. Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo.

A quell'epoca, nelle sezioni del Partito Socialista si tenevano discussioni accalorate: restare nella Seconda Internazionale, fondare una Internazionale “Due e mezzo”[1] o unirsi alla Terza Internazionale di Lenin? Io partecipavo regolarmente agli incontri, due o tre volte alla settimana, e ascoltavo con attenzione chi parlava. All'inizio, non capivo. Perché quelle discussioni li accaloravano tanto? Forse che non si poteva fare la rivoluzione con la II Internazionale, o con quella “Due e mezzo” o con la Terza? Perché accanirsi a discutere? E la Prima Internazionale? Cosa ne era stato?

Quello che volevo sapere soprattutto — e che non veniva dibattuto alle riunioni — era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?

Sollevai la questione — la più importante per me — durante una riunione. Qualche compagno rispose: è la Terza, non la Seconda Internazionale. Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”[2] di Lenin, pubblicate da l’Humanité.

In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: “Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!“.

Da allora, ho riposto la mia intera fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale.

Prima di quel momento, durante le riunioni della sezione, avevo solo ascoltato gli altri discutere. Avevo un vago sentimento che ciò che ogni oratore diceva avesse un che di logico, e non ero capace di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Ma da quel momento in poi, anch'io presi a tuffarmi nei dibattiti e a partecipare con fervore alle discussioni. Nonostante l’insufficiente conoscenza della lingua francese non mi consentisse di esprimere in modo completo le mie idee, mi opponevo vigorosamente a tutti quelli che erano contrari a Lenin, alla Terza Internazionale. La mia unica argomentazione consisteva nel dire: “Come potete ritenervi rivoluzionari se non condannate il colonialismo, se non difendete i popoli oppressi e sfruttati?”.

Non solo presi parte alle riunioni della mia sezione, ma andai anche nelle altre sezioni del partito per difendere la “mia” posizione. Qui devo dire ancora che i compagni Marcel Cachin, Vaillant-Couturier, Monmousseau e molti altri mi aiutarono ad ampliare le mie conoscenze. In effetti, al Congresso di Tours, votai con loro perché ci unissimo alla Terza Internazionale.

All'inizio fu il patriottismo, non ancora il comunismo, a portarmi ad avere fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale. Solo gradualmente, nel corso della lotta, studiando la teoria marxista-leninista e partecipando al lavoro pratico, sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro.

C’è una leggenda, nel nostro Paese come in Cina, su una magica “borsa di broccato”. Quando si trova di fronte a grandi difficoltà, uno la apre e ci trova dentro una via d’uscita. Per noi rivoluzionari vietnamiti e per il nostro popolo, il leninismo non è solo una miracolosa “borsa di broccato”, una bussola, ma anche un sole raggiante che illumina il nostro cammino verso la vittoria finale, il socialismo e il comunismo.


[1] Dopo il fallimento della II Internazionale, decretato, ai primi di agosto 1914, dal voto della maggior parte dei partiti socialisti europei (francese, tedesco, austriaco, inglese) per i crediti di guerra dei rispettivi Paesi l’un contro l’altro armati, e la fondazione dell’Internazionale comunista (2 marzo 1919), alcuni esponenti socialisti — tra cui Friedrich Adler, Karl Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm — lanciarono il progetto, che non ebbe però grande seguito, di un’altra Internazionale che si collocasse a metà tra la II e la III (e perciò chiamata “Due e mezzo”) per  riunificare tutte le correnti del movimento operaio internazionale.

[2] Le Tesi furono approvate dal II Congresso della III Internazionale (19 luglio-l 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca). Lenin vi apportò un contributo fondamentale: cfr. il “Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale”, in V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 159-165.

Copertina Patriottismo e internazionalismo Ho Chi Minh
 

 

 

 

 

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh

L’Anti-Trump : la pensée de Xi Jinping sur le socialisme avec des caractéristiques chinoises pour une nouvelle ère

Face à la crise de la mondialisation impérialiste

L’Anti-Trump : la pensée de Xi Jinping sur le socialisme avec des caractéristiques chinoises pour une nouvelle ère

 

par Andrea Catone, Directeur de la revue MarxVentuno

 


VERSIONE ITALIANA


ENGLISH VERSION


 

Stimulé par une série de questions posées lors d’une interview lors du IXe Forum mondial sur le socialisme - un événement annuel organisé à l’automne à Beijing par le Centre de recherche sur le socialisme mondial de l’Académie chinoise des sciences sociales (CASS) et d’autres organisations politiques et culturelles en RPC - je propose les réflexions suivantes sur la pensée de Xi Jinping concernant l’entrée du socialisme chinois dans une nouvelle ère.

Foto del presidente Xi Jinping

La pensée du Secrétaire général du Parti communiste chinois a une valeur stratégique non seulement pour la Chine - et ceci en soi, étant donné la taille du territoire, de la population et de l’économie chinoises, a des répercussions sur le reste du monde - mais aussi pour les partis et les travailleurs communistes, pour les mouvements anti-impérialistes et contre le néocolonialisme, pour toutes les forces démocratiques et progressistes authentiques du monde.

“Nouvelle ère” implique que nous laissons derrière nous une “vieille ère”, que nous entrons dans une nouvelle phase de l’histoire de la Chine et du monde : non seulement de la Chine, mais de l’humanité entière. Et ceci non seulement parce que l’histoire de la Chine ne peut qu’influencer les destinées du monde, mais aussi parce que, comme l’écrit Xi, les destinées de la Chine et du monde sont interconnectées : “ En Chine, nous croyons que la Chine ne réussira que lorsque le monde réussira, et vice versa.” [1].

L’ère dans laquelle nous entrons est nouvelle, tant pour la Chine que pour le monde.

 

  1. La nouvelle ère pour la Chine

Qu’est-ce qui est nouveau et change pour la Chine ?

Quarante ans après le début de la politique de réforme et d’ouverture, le visage de la Chine a profondément changé. La RPC a fait un bond en avant extraordinaire dans le développement de ses forces productives. D’un point de vue économique et social, c’est la plus grande transformation que l’histoire de l’humanité n’ait jamais connue, qui a eu lieu dans des temps extrêmement courts sur le plan historique, qui mesure les grandes transformations en siècles et non en années ou décennies. Une transformation qui a touché un milliard et 300 millions de personnes, qui a sorti la grande majorité de la population chinoise de la pauvreté et conduit des centaines et des centaines de millions d’agriculteurs à s’urbaniser rapidement. Du point de vue de l’historien, il s’agit d’une entreprise extraordinaire, dont nous ne sommes peut-être pas encore pleinement conscients. Comme toutes les transformations majeures, elle ne se limite pas aux données économiques et à une croissance ininterrompue extraordinaire du PIB d’environ 10% en moyenne par an. La grande transformation de la Chine embrasse tous les domaines : social, culturel, politique, mentalités collectives, …

On peut observer une autre caractéristique extraordinaire de cette grande transformation : la compactesse, la sagesse, la capacité à corriger les erreurs, de la “classe dirigeante” chinoise, à savoir le parti communiste chinois. Quand je dis cela, je n’ignore pas les moments de tension et même de lutte aiguë qui se sont manifestés au sein du groupe dirigeant chinois sur les lignes à suivre ; cela fait partie de l’histoire et de la vie, qui se développent par contradictions. Mais l’équipe dirigeante chinoise a eu la sagesse et la capacité de surmonter positivement les contradictions, de maintenir fermement l’unité du parti, d’élargir la base des membres, d’étendre son influence dans la société. Et elle l’a fait en maintenant fermement en place les racines de son histoire et ses fondements, en les combinant avec les caractéristiques les plus avancées et les plus progressistes de la riche culture nationale chinoise : ce fut la sinisation du Marxisme.

Le PCC a étudié très attentivement l’expérience du socialisme soviétique et a tiré les leçons de la dissolution de l’URSS et des démocraties populaires en Europe centrale et orientale et dans les Balkans entre 1989 et 1991. (Parmi les nombreuses études, j’aimerais mentionner la conférence internationale organisée par la CASS en 2011, dont les actes ont été publiés par Li Shenming[2]). Parmi les causes diverses et complexes qui ont conduit à la catastrophe de 1989-91, l’échec politique, idéologique et organisationnel du PCUS, qui aurait dû jouer le rôle principal dans le processus de transition socialiste, joue un rôle décisif.

La Pensée de Xi accorde une attention particulière au Parti communiste, sous tous les angles : elle rappelle à chaque membre du parti, et en particulier aux dirigeants, que les règles et la discipline du parti doivent être strictement respectées[3], que dans un parti communiste il ne peut y avoir place pour la corruption, que celle-ci doit être combattue avec une extrême vigueur[4] ; elle appelle au travail quotidien pour un rapprochement toujours plus étroit entre le parti communiste et les masses[5]. De plus, Xi réaffirme la fondamentalité du marxisme : “ Nous ne devons jamais oublier nos origines et nous devons rester engagés dans notre mission. Le communisme chinois trouve son origine dans l’adhésion au marxisme, au communisme et au socialisme chinois et dans la loyauté au Parti et au peuple”[6]. Xi Jinping travaille pour l’étude et le développement du marxisme, en donnant une impulsion aux écoles du marxisme qui se répandent dans les instituts et les universités de Chine.

L’extraordinaire progrès économique, social et politique de la Chine au cours des dernières décennies lui a permis d’atteindre un certain stade dans le développement des forces productives. Le chemin de cette avancée extraordinaire a été marqué - comme toujours dans tout processus historique complexe - par des contradictions : entre classes sociales, entre ville et campagne, entre zones côtières et intérieures, entre régions plus ou moins avancées. Dans le rapport de Xi Jinping au 19e Congrès du PCC (octobre 2017), ils ont été condensés dans la formule “développement déséquilibré et inadéquat”. La qualité et l’efficacité du développement ne sont pas ce qu’elles devraient être, la protection de l’environnement est insuffisante, il existe encore de grandes disparités dans la répartition des revenus, dans le développement des zones urbaines et rurales et entre les différentes régions du grand pays ; le niveau de bien-être est encore insuffisant. Le PCC, qui a été formé sur l’étude et l’analyse concrète des contradictions (je me souviens des écrits bien connus de Mao Sur la contradiction, 1937, De la juste solution des contradictions au sein du peuple, 1957), dans le 19e Congrès saisit le caractère des contradictions et le changement de la principale contradiction :

Le principal problème est que notre développement est déséquilibré et inadéquat. C’est devenu le facteur limitant le plus sérieux pour répondre aux besoins croissants de la population en vue d’une vie meilleure. Nous devons reconnaître que l’évolution de la contradiction principale qui afflige la société chinoise représente un changement historique qui affecte l’ensemble du scénario et impose de nombreuses nouvelles exigences au travail du Parti et au pays. Sur la base d’efforts continus pour soutenir le développement, nous devons consacrer beaucoup d’énergie à remédier aux déséquilibres et aux insuffisances du développement et faire tout notre possible pour améliorer la qualité et les effets du développement. Nous serons ainsi mieux à même de répondre aux besoins économiques, politiques, culturels, sociaux et écologiques sans cesse croissants de notre peuple et de promouvoir le développement humain global et le progrès social global.

La nouvelle ère pour la Chine est donc celle du dépassement d’un développement déséquilibré et inadéquat et de la transition vers un développement harmonieux, respectueux de l’homme et de l’environnement, qui soit écologique et qui privilégie une croissance qualitative plutôt que quantitative. La construction moderne du socialisme aux caractéristiques chinoises se divise en trois phases : d’ici à 2020, elle vise à achever la création d’une société avec un niveau de bien-être généralisé ; de 2020 à 2035, elle vise à jeter les bases de la modernisation socialiste ; de 2035 au milieu du siècle, elle vise à transformer la Chine en un pays socialiste moderne fondé sur l’harmonie, la beauté et une civilisation démocratique.

Dans son rapport au XIXe Congrès, Xi a énuméré 14 points :

  1. la direction du parti sur tous les aspects de la société ;
  2. la politique doit être axée sur les personnes ;
  3. approfondir la réforme dans son ensemble ;
  4. un nouveau concept de développement (innovation, coordination, économie verte, ouverture et partage) ;
  5. le peuple est le maître du pays ;
  6. respecter la primauté du droit, gouverner le pays dans son ensemble conformément à la loi ;
  7. développer un système de valeurs socialistes et de confiance dans leur propre culture ;
  8. soutenir et améliorer les moyens d’existence de la population ;
  9. la coexistence harmonieuse de l’homme et de la nature (civilisation écologique) ;
  10. la sécurité nationale ;
  11. la pleine direction du Parti sur l’armée ;
  12. « Un pays, deux systèmes » : promouvoir la réunification avec Taiwan ;
  13. lutter pour une communauté internationale avec un avenir commun pour toute l’humanité (ceci a été inclus dans le nouveau statut du PCC) ;
  14. gouverner le parti d’une manière complète et rigoureuse.

 

  1. La nouvelle ère pour le monde

La nouvelle ère ne concerne pas seulement la Chine, mais le monde entier. Quelle ère touche à sa fin et laquelle doit-on commencer ? Quel est le caractère de la nouvelle ère ?

Il y a une trentaine d’années, après 1989-1991, qui a mis fin à l’URSS et aux démocraties populaires en Europe, la mondialisation impérialiste, menée par les États-Unis, qui se sont présentés comme les gagnants absolus de la guerre froide, a gagné du terrain dans le monde.

Cette mondialisation, mise en œuvre par des guerres bellicistes, a bouleversé d’importantes régions de la planète, la zone des pays de la région MENA (Moyen-Orient et Afrique du Nord) ; elle a conduit à l’absorption par l’OTAN et l’UE, sous le contrôle du capital occidental, des anciens pays socialistes d’Europe orientale et des Balkans et certaines anciennes républiques soviétiques ; elle a perturbé les économies des pays africains.

Mais l’avancée de la mondialisation impérialiste s’est arrêtée devant la résistance de la Russie qui, depuis 1999, a viré Eltsine et a été gouvernée sous la direction de Poutine ; et qui n’a pu faire face aux contradictions croissantes au sein du système capitaliste. La crise qui a débuté aux États-Unis en 2007-2008 (une bulle financière résultant d’une expansion aveugle du crédit - les prêts hypothécaires à risque - pour répondre à une demande insuffisante) a été répercutée sur les économies de l’UE, dont le système interne inspiré de l’”ordolibéralisme” allemand a permis à certains pays plus forts - l’Allemagne en premier lieu - de transmettre la crise aux pays plus fragiles, les “PIIGS”, qui ont dû adopter une politique de rigueur, de baisse ou d’élimination des prestations, d’ajustement des salaires. Cela a aggravé la crise dans ces pays, avec une baisse de la demande intérieure et un recul du PIB dans une spirale récessive. Cela a conduit à une chute verticale du soutien aux partis politiques qui ont gouverné pendant la crise, avec une croissance exponentielle des mouvements populistes et “ souverainistes “, qui proclament la dissolution de l’UE comme seule solution possible.

La mondialisation libérale a également affecté la structure économique des États-Unis, qui est devenue de plus en plus financiarisée, soutenue par le dollar, dont le poids mondial en tant que monnaie de réserve et la dénomination des prix internationaux des matières premières, à partir du pétrole, est soutenu par la force militaire (les États-Unis seuls dépensent presque autant en armes que le reste du monde pris ensemble). Malgré l’énorme force militaire, les États-Unis ont dû faire face à la résistance des pays occupés, que les États-Unis et leurs alliés les plus fidèles, le Royaume-Uni, n’ont pas été en mesure de normaliser. Ils ont donc remplacé l’objectif de normalisation et de pacification de ces pays sous le contrôle direct ou indirect des États-Unis par la “stratégie du chaos” (adoptée par Obama et Hillary Clinton), qui ne visait plus à normaliser, mais à rendre ingouvernable une région cruciale du monde afin d’empêcher les autres pays d’en bénéficier. C’est une stratégie désespérée qui a affecté le consensus au sein de l’establishment américain. La victoire électorale de Trump fut la réponse au malaise interne américain [7]. Trump tente maintenant une autre voie, y compris la guerre commerciale pour regagner la place des États-Unis (“America first”).

La montée de Trump à la présidence américaine et l’avancée des forces populistes en Europe et au-delà sont une réponse à la crise d’hégémonie des classes dirigeantes occidentales, qui avaient tout centré sur la mondialisation impérialiste et sur l’unipolarité des États-Unis et de leur branche armée de l’OTAN. Cette réponse n’est pas progressiste, mais régressive : face à un monde de plus en plus interconnecté et à la construction possible d’une communauté de destin partagé pour l’humanité, Trump et les populistes-souverainists proposent une fermeture protectionniste dans leur cour intérieure, la priorité absolue de leur État par rapport aux autres (Donald Trump : “ America first “ ; Matteo Salvini : “ Les Italiens d’abord “). Face à la crise des démocraties libérales, ils proposent un retour à la démagogie populiste, qui a caractérisé le fascisme des années 20 et 30 du XXe siècle. Au XXe siècle également, avec la Première Guerre mondiale, un premier cycle de mondialisation s’est achevé, de ce que Marx définissait comme la tendance inhérente au développement bourgeois vers la réalisation d’un marché mondial. A la première mondialisation de la fin du XIXe et du début du XXe siècle, il y avait deux réponses : l’une progressiste, socialiste et internationaliste, représentée par l’URSS ; l’autre réactionnaire, représentée par le fascisme et le nazisme. Un siècle plus tard, nous nous trouvons - avec toutes les différences nécessaires - dans une situation similaire : d’une part, la crise de la mondialisation impérialiste, de son faux internationalisme qui, au nom des droits de l’homme, a bombardé la Serbie et l’Irak, l’Afghanistan et la Libye, et a encouragé des révolutions colorées de la Géorgie à l’Ukraine, en essayant également d’attaquer Hong Kong ; d’autre part, les réponses réactionnaires de la fermeture protectionniste, de la réaffirmation de l’unipolarisme qui ne fixe aucune limite à l’exercice absolu de la souveraineté, avec pour conséquence la négation de l’existence d’une communauté mondiale (Trump nie les traités internationaux sur le climat et l’environnement, ne reconnaît aucun autre droit que celui de son propre super État). Ces deux positions - mondialisation impérialiste et souveraineté populiste - sont réactionnaires et mauvaises pour les peuples et le développement de la planète.

  1. La Chine et le monde dans la nouvelle ère

Face à la crise structurelle - économique, politique et culturelle - de la mondialisation impérialiste, nous avons assisté ces dernières décennies à la croissance extraordinaire de la Chine - et d’autres pays dans lesquels la révolution menée par les partis communistes, comme le Vietnam, a gagné.

La réforme et l’ouverture initiées par Deng Xiaoping en 1978 signifiaient l’ouverture de la Chine au marché mondial ; mais cette ouverture n’était pas aveugle, elle était plutôt dirigée et contrôlée par le PCC, qui avait son propre projet stratégique clair pour le développement des forces productives. Alors que la mondialisation menée par les États-Unis était caractérisée par l’impérialisme, et donc, comme l’écrivait l’économiste Chossudovski, la “mondialisation de la pauvreté” [8], l’ouverture de la Chine au marché mondial peut être définie comme une “mondialisation anti-impérialiste”, en ce sens que la Chine a adopté des stratégies et méthodes qui, en ouvrant ses régions et secteurs économiques au capital mondial, ont orienté le développement interne du pays.

Au cours des trois décennies qui ont suivi 1978, jusqu’au seuil du 18e Congrès du PCC (2012), la Chine s’est efforcée de rester discrète au niveau international, a soigneusement évité de devenir un protagoniste, tout en tissant - le Forum de Shanghai, les BRICS - un réseau important de liens avec les autres pays. Il s’agissait d’un choix judicieux qui a permis à la Chine de se concentrer sur les questions de développement interne et de se doter d’une base économique pour faire un nouveau bond en avant. Le développement des forces productives chinoises a été la principale préoccupation et, comme à l’époque du front uni antijaponais, tout devait être subordonné à l’objectif principal. Mais de même qu’après la défaite du Japon, le PCC a repris les objectifs stratégiques de la Révolution chinoise, de même, une fois qu’il a atteint un niveau de développement adéquat, la Chine se prépare à une nouvelle phase qui nécessite le développement d’une nouvelle politique.

C’est là qu’intervient le programme chinois d’une “ nouvelle mondialisation “ non impérialiste, par opposition à la mondialisation défaillante des États-Unis. L’idée fondatrice de cette “nouvelle mondialisation” est innervée et articulée dans une grande initiative, l’initiative Belt and Road, la nouvelle Route de la Soie. Il s’agit d’une initiative concrète de développement pour la Chine et le monde, et en même temps d’une proposition culturelle, étroitement liée au nouvel internationalisme de la Chine, à la lutte pour construire une communauté de destin partagé pour l’humanité entière.

Aujourd’hui, la Chine est le seul pays au monde qui propose au monde entier, à l’humanité entière, un projet extraordinaire de développement humain, qui peut devenir hégémonique, une idée clé acceptée et partagée par les peuples du monde.

Nous sommes à la croisée des chemins. L’ancienne route - qui malgré la fumée de la nouveauté est aussi celle de “America first” de Trump - est fermée, est en faillite. Tant la mondialisation impérialiste que le protectionnisme souverainiste et exclusif sont désastreux : ce sont deux formes réactionnaires spéculaires.

Xi propose une “nouvelle mondialisation”. C’est un projet non seulement économique, mais aussi culturel, d’universalisme concret dans la reconnaissance de la diversité et dans la proposition de lutter pour la construction d’une communauté de destin partagé pour l’humanité. C’est la vision stratégique de l’avenir du monde entier en tant que monde de plus en plus interconnecté, qui exige un nouveau type de mondialisation, complètement différent de celui mené par les États-Unis et les pays occidentaux, qui est en place depuis 1991. Les relations entre les pays du monde entier doivent être fondées sur une réciprocité gagnant-gagnant. En ce sens, la pensée de Xi Jinping est à l’opposé de celle de Trump sur “l’Amérique d’abord” : Xi pense à la communauté du destin commun de l’humanité, pas seulement à la destinée de sa nation. La pensée de Xi est universaliste, pas particulariste. Cet universalisme n’est cependant pas un universalisme abstrait, mais un universalisme concret, qui considère les conditions économiques et sociales concrètes, les contradictions entre classes sociales et États.

Dans son discours à l’ONU pour le 70e anniversaire, le 28 septembre 2015, Xi Jinping a dit :

Nous devons accroître les échanges entre les civilisations pour promouvoir l’harmonie, l’inclusion et le respect des différences. Le monde est plus coloré en raison de sa diversité culturelle. La diversité génère le commerce, le commerce crée l’intégration et l’intégration rend possible le progrès.

Dans leurs interactions, les civilisations doivent accepter leurs différences. Ce n’est que par le respect mutuel, l’apprentissage mutuel et la coexistence harmonieuse que le monde pourra maintenir sa diversité et prospérer. Chaque civilisation représente la vision et la contribution uniques de son peuple, et aucune civilisation n’est supérieure aux autres. Les différentes civilisations devraient avoir un dialogue et des échanges au lieu d’essayer de s’exclure ou de se remplacer les unes les autres. L’histoire humaine est un processus d’échange actif, d’interaction et d’intégration entre différentes civilisations. Nous devons respecter toutes les civilisations et nous traiter d’égal à égal. Nous devrions nous inspirer les uns des autres pour stimuler le développement créatif de la civilisation humaine [9].

Pour la Chine, la pensée de Xi est une innovation et s’inscrit dans la continuité de celle de Mao Zedong, Deng Xiaoping et d’autres leaders et théoriciens du socialisme à caractères chinois. La continuité s’inscrit dans une vision de la Chine en tant que pays en développement qui a besoin d’une période relativement longue pour développer ses forces productives et doit se concentrer sur cet objectif énorme : la Chine a obtenu de nombreux succès en quelques décennies et est maintenant la deuxième économie en importance dans le monde et se développe de plus en plus. Mais le changement que Xi a apporté n’en est pas moins important, car, compte tenu du niveau de développement des forces productives chinoises, Xi indique que la Chine est entrée dans une nouvelle phase, qui nécessite une nouvelle mondialisation. L’initiative Belt and Road n’est pas seulement une proposition concrète pour les pays d’Asie, d’Europe et d’Afrique ; c’est aussi une métaphore de l’idée de projeter la Chine dans le monde. C’est l’idée de la nouvelle mondialisation que Xi a exposée dans de nombreux discours contre la politique protectionniste de l’administration Trump.

En résumé, on peut dire qu’aujourd’hui dans le monde il y a deux visions opposées de l’avenir, et donc deux politiques opposées : la nouvelle mondialisation proposée par la Chine et un nationalisme exclusif, qui est une véritable régression pour l’humanité.

La conception internationaliste de Xi n’est pas l’effacement des intérêts nationaux de la Chine et du socialisme aux caractéristiques chinoises ; au contraire, c’est la reconnaissance que ces intérêts peuvent mieux se développer dans un monde interconnecté. C’est la dialectique de l’universel et du particulier, du national et de l’international.

Dans la “nouvelle ère”, nous entrons dans la nouvelle phase du développement de la Chine, qui vise à surmonter sa principale contradiction actuelle, comme l’a indiqué le 19e Congrès du PCC, et la proposition aux peuples du monde, au mouvement ouvrier et à toutes les forces authentiquement démocratiques et progressistes d’une sortie en avant (et non réactionnaire et rétrograde) de la crise de la mondialisation impérialiste.

C’est aux partis communistes et aux travailleurs du monde, aux forces véritablement démocratiques et progressistes, de relever le défi stratégique que propose la pensée de Xi.


NOTES

[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

2] Voir: Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [Voilà de quoi parle l’histoire. Notes pour le 20e anniversaire de l’effondrement de l’URSS], Social Sciences Academy Press, Beijing, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, e diversi altri scritti e discorsi.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] Je vous renvoie à mon « Mutamenti nel quadro mondiale. Trump, la Ue, L’Italia », in MarxVentuno n. 1-2/2018, également disponible sur https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ ou http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] Cfr. “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.

Foto del presidente Xi Jinping

The Anti-Trump: Xi Jinping’s thought on socialism with Chinese characteristics for a new era

Confronting the crisis of imperialist globalisation

The Anti-Trump: Xi Jinping’s thought on socialism with Chinese characteristics for a new era

 

by Andrea Catone, Director of the magazine MarxVentuno

 


VERSIONE ITALIANA


VERSION FRANÇAISE


Motivated by a series of questions asked in an interview during the IX World Socialism Forum - an annual event now organized in autumn in Beijing by the World Socialism Research Center at the Chinese Academy of Social Sciences (CASS) and other political and cultural organizations in the PRC - I propose the following reflections on the thinking of Xi Jinping about the entry of Chinese socialism into a new era.

Foto del presidente Xi Jinping

The thinking of the General Secretary of the Chinese Communist Party has a strategic value not only for China - and this in itself, given the size of the Chinese territory, population and economy, impacts on the rest of the world - but also for the Communist parties and workers, for the anti-imperialist movements of struggle and against neo-colonialism, for all the authentic democratic and progressive forces of the world.

“New era” implies that we leave behind an “old era”, that we enter a new phase in the history of China and of the world: not only of China, but of the whole humanity. And this not only because the history of China cannot but influence the destinies of the world, but also because, as Xi writes, the destinies of China and the world are interconnected: “We in China believe that China will do well only when the world does well, and vice versa” [1].

The era we enter is new for both China and the world.

  1. The new era for China

What is new and changes for China?

Forty years after the start of the policy of reform and opening up the face of China has profoundly changed. The PRC has made an extraordinary leap forward in the development of productive forces. From an economic and social point of view it has been the greatest transformation that the history of mankind has ever known, which took place in extremely short times from the point of view of history, which measures the great transformations in terms of centuries and not years or decades. A transformation that has involved one billion and 300 million people, which has brought the vast majority of the Chinese population out of poverty and has led hundreds and hundreds of millions of farmers to urbanize quickly. Seen through the eyes of the historian, it was an extraordinary achievement, which we may not yet be fully aware of. Like all major transformations, it does not only embrace economic data and an extraordinary uninterrupted GDP growth of around 10% on average per year. The great Chinese transformation embraces all fields: social, cultural, political, collective mentality…

We can observe another extraordinary characteristic of this great transformation: the compactness, the wisdom, the ability to correct errors, of the Chinese “ruling class”, that is, the Chinese Communist Party. When I say this, I do not ignore the moments of tension and even acute struggle that have manifested within the Chinese leadership group on the lines to be followed; this is part of history and life, which develops through contradictions. But the Chinese ruling group has had the wisdom and the ability to positively overcome contradictions, to maintain the unity of the party firmly, to broaden the membership base, to extend its influence in society. And it has done so by keeping the roots of its history and its foundations firmly in place, combining them with the most advanced and progressive characteristics of the rich and articulated Chinese national culture: it was the sinization of Marxism.

The CPC studied the experience of Soviet socialism very carefully and drew lessons from the dissolution of the USSR and popular democracies in Central and Eastern Europe and the Balkans between 1989 and 1991. (Among the many studies, I would like to mention the international conference promoted by the CASS in 2011, the proceedings of which were published by Li Shenming [2]). Among the various and complex causes that led to the 1989-91 disaster, a decisive role is played by the political, ideological and organizational failure of the CPSU, which should have played the leading role in the process of socialist transition.

Xi’s Thought devotes particular care and attention to the Communist Party, from every point of view: it reminds every member of the party, and in particular the leaders, that party rules and discipline must be strictly observed [3], that in a Communist Party there must be no room for corruption, that it must be fought with extreme vigour [4]; it calls for daily work for an ever closer link between the Communist Party and the masses [5]. In addition, Xi reconfirms the fundamentality of Marxism: “We should never forget our origins and we must remain committed to our mission. Chinese communism has its origins in a belief in Marxism, communism and Chinese socialism, and loyalty to the Party and the people” [6]. Xi Jinping works for the study and development of Marxism, giving a boost to the schools of Marxism that are spreading among institutes and universities throughout China.

The extraordinary economic, social and political advance of China in recent decades has allowed it to reach a certain stage in the development of productive forces. The path of this extraordinary advance has been marked - as always happens in every complex historical process - by contradictions: between social classes, between city and country, between coastal and inland areas, between more and less advanced regions. In Xi Jinping’s report to the 19th CCP Congress (October 2017) they were condensed into the formula of “unbalanced and inadequate development”. The quality and effectiveness of development is not as it should be, environmental protection is inadequate, there are still large disparities in income distribution, in the development of urban and rural areas and between the different regions of the big country; the level of welfare is still inadequate. The CPC, which was formed on the study and concrete analysis of contradictions (I remember the well-known writings of Mao On Contradiction, 1937, On the correct handling of contradictions among the people, 1957), in the 19th congress grasped the character of contradictions and the change in the main contradiction:

The main problem is that our development is unbalanced and inadequate. This has become the most serious limiting factor in meeting the growing needs of the people for a better life. We must recognize that the evolution of the main contradiction afflicting Chinese society represents a historical change that affects the entire scenario and places many new demands on the work of the Party and the country. Based on continuous efforts to support development, we must devote great energy to addressing the imbalances and inadequacies of development and push hard to improve the quality and effects of development. With this, we will be in a better position to meet the ever-increasing economic, political, cultural, social and ecological needs of our people and to promote comprehensive human development and all-round social progress.

The new era for China is therefore the overcoming of unbalanced and inadequate development and the transition to harmonious development, respectful of man and the environment, environmentally friendly, which puts qualitative rather than quantitative growth first. The modern construction of socialism with Chinese characteristics is divided into three phases: by 2020 it aims to complete the creation of a society with a level of widespread well-being; from 2020 to 2035 it aims to create the foundations of socialist modernization, while from 2035 to the middle of the century it aims to transform China into a modern socialist country based on harmony, beauty and democratic civilization.

 

In his report to the XIX Congress Xi listed 14 points:

  1. party leadership on all aspects of society;
  2. politics must be people-centered;
  3. deepen the reform as a whole;
  4. a new concept of development (innovation, coordination, green economy, openness and sharing);
  5. the people are the sovereign of the country;
  6. adhere to the rule of law, govern the country as a whole according to the law;
  7. develop a system of socialist values and trust in our own culture;
  8. to support and improve the livelihoods of the people;
  9. harmonious coexistence of man and nature (ecological civilization);
  10. national security;
  11. full leadership of the Party over the army;
  12. “one country, two systems”: promoting reunification with Taiwan;
  13. to fight for an international community with a shared future for all of humanity (this has been included in the new CPC statute);
  14. govern the party fully and rigorously.

 

  1. The new era for the world

The new era is not just about China, it’s about the whole world. Which era is coming to an end and which one is it to start? What is the character of the new era?

About 30 years ago, after 1989-91 which brought the end of the USSR and the popular democracies in Europe, imperialist globalization, led by the USA, which presented itself as the absolute winners of the Cold War, gained momentum in the world.

That globalization, implemented through heated wars, has shaken important regions of the planet, the area of the MENA countries (Middle East and North Africa); it has led to the absorption into NATO and the EU, under the control of Western capital, of the former socialist countries of Eastern and Balkan Europe and some former Soviet republics; it has shaken the economies of the African countries.

But the advance of imperialist globalization has stopped before the resistance of Russia, which since 1999 has fired El’cin and has been governed under Putin’s leadership; nor has it managed to cope with the growing contradictions within the capitalist system. The crisis that began in the USA in 2007-2008 (financial bubble following an indiscriminate expansion of credit - subprime mortgages - to dope an insufficient demand) has been passed on to the economies of the EU, whose internal system inspired by German “ordoliberalism” has allowed some stronger countries - Germany in primis - to pass the crisis on to the most fragile countries, the so-called PIIGS, forced to adopt policies of austerity, of reduction or cancellation of welfare, of lowering wages. This has aggravated the crisis in these countries, with a fall in domestic demand and GDP in a recessive spiral. This in turn has led to a vertical fall in support for the political parties that governed during the crisis, with an exponential growth of populist and “sovranist” movements, which proclaim the break-up of the EU as the only possible solution.

Liberal globalization has also affected the economic structure of the United States, which has become increasingly financialized, focusing on the issue of dollars, whose world weight as a reserve currency and denomination of international prices of raw materials, starting from oil, is supported by military force (the U.S. alone spend almost as much in arms as the rest of the world put together). Despite the enormous military force, however, the USA has had to deal with the resistance of the occupied countries, which the USA and its most loyal allies, the United Kingdom, have not been able to normalize. So they have replaced the goal of normalizing and pacifying these countries under the direct or indirect control of the United States with the “strategy of chaos”. (adopted by Obama and Hillary Clinton), which no longer aimed to normalize, but to make ungovernable a crucial area of the world in order to prevent other countries from benefiting from it. It is a desperate strategy, which has affected the consensus within the US establishment. Trump’s electoral victory was the answer to the American internal malaise [7]. Trump is now attempting another path, including trade war to regain US leadership (“America first”).

Both Trump’s rise to the US presidency and the advance of populist forces in Europe and beyond are a response to the crisis of hegemony of the ruling classes of the West, who had focused everything on imperialist globalization and on the unipolarity of the US and its NATO armed wing. This response is not progressive, but regressive: with respect to an increasingly interconnected world and the possible construction of a community of shared destiny for humanity, Trump and the populist-sovereignists propose a protectionist closure in their inner courtyard, the absolute priority of their state in opposition to the others (Donald Trump: “America first”; Matteo Salvini: “ the Italians first”). Faced with the crisis of liberal democracies, a return to populist demagogy is proposed, which characterized the fascism in the 1920s and 1930s of the 20th century. Also in the 20th century, with the First World War, a first cycle of globalization was closed, of what Marx defined as the tendency inherent in bourgeois development to the realization of a world market. To the first globalization of the end of the 19th and the beginning of the 20th century there were two answers: a progressive, socialist and internationalist one, represented by the USSR; a reactionary one, represented by Fascism and Nazism. A century later, we find ourselves - with all the appropriate differences - in a similar situation: on the one hand, the crisis of imperialist globalization, of its false internationalism, which in the name of human rights has bombed Serbia and Iraq, Afghanistan and Libya, and has promoted colorful revolutions from Georgia to Ukraine, also trying to attack Hong Kong; on the other hand, the reactionary responses of the protectionist closure, of the reaffirmation of unipolarism that sets no limits to the absolute exercise of sovereignty, with the consequent disallowance of the existence of a world community (Trump denies the international treaties on climate and environment, recognizes no other right than that of its superstate). Both these positions - imperialist globalization and populist sovereignty - are reactionary and wrong for the peoples and the development of the planet.

  1. China and the world in the new era

Faced with the structural crisis - economic, political and cultural - of imperialist globalization we have seen in recent decades the extraordinary growth of China - and other countries in which it won the revolution led by communist parties, such as Vietnam.

The reform and opening initiated by Deng Xiaoping in 1978 meant China’s opening to the world market; but this opening was not indiscriminate, it was instead directed and controlled by the CPC, which had its own clear strategic project for the development of the productive forces. While the US-led globalization was characterized by imperialism, and therefore was, as the economist Chossudovski wrote, the “globalization of poverty” [8], the opening of China to the global market can be defined as an “anti-imperialist globalization”, in the sense that China has adopted strategies and methods that, opening regions and sectors of its economy to world capital, has directed it to the internal development of the country.

In the three decades since 1978, up to the threshold of the 18th CPC Congress (2012), China has tried to maintain a low profile at the international level, has carefully avoided becoming a protagonist, while weaving - the Shanghai Forum, the BRICS - an important network of ties with other countries. This was a wise choice, which allowed China to focus on internal development issues, and to provide an economic basis for a further leap forward. The development of the Chinese productive forces was the main concern and to it - as in the times of the united anti-Japanese front - everything had to be subordinated. But just as, after the defeat of the Japanese, the CCP resumed its strategic objectives of the Chinese Revolution, once it reached an adequate level of development, China is preparing for a new phase that requires the development of a new policy.

This is where the Chinese program of a non-imperialist “new globalization” intervenes, as opposed to the failed globalization of the United States. The founding idea of this “new globalization” is innervated and articulated in a great initiative, the Belt and Road Initiative, the new Silk Road. It is a concrete development initiative for China and the world, and at the same time a cultural proposal, closely linked to China’s new internationalism, to the struggle to build a community of shared destiny for all humanity.

Today China is the only country in the world that proposes to the whole world, to the whole of humanity, an extraordinary human development project that can become hegemonic, a key idea accepted and shared by the peoples of the world.

We are at a crossroads. The old road - which despite the smoke of novelty is also that of the “America first” of Trump - is closed, is bankrupt. Both imperialist globalization and sovranistic and exclusionary protectionism are disastrous: they are two specular reactionary forms.

Xi proposes a “new globalization”. It is not only an economic but also a cultural project of concrete universalism in the recognition of diversity and in the proposal to fight for the construction of a community of shared destiny for humanity. It is the strategic vision of the future of the entire world as an increasingly interconnected world, which requires a new type of globalization, completely different from that led by the United States and Western countries, which has been underway since 1991. Relations between countries around the world must be based on win-win reciprocity. In this sense, Xi Jinping’s thinking is the opposite of Trump’s thinking of “America first”: Xi thinks of the community of common destiny of humanity, not just the destiny of his nation. Xi’s thinking is universalistic, not particularistic. This universalism is not, however, an abstract universalism, but a concrete universalism, which considers the concrete economic and social conditions, the contradictions between social classes and states.

In his speech to the UN for the 70th anniversary, Xi Jinping said on September 28, 2015:

We should increase inter-civilization exchanges to promote harmony, inclusiveness, and respect for differences. The world is more colourful as a result of its cultural diversity. Diversity breeds exchanges, exchanges create integration, and integration makes progress possible.

In their interactions, civilizations must accept their differences. Only through mutual respect, mutual learning, and harmonious coexistence can the world maintain its diversity and thrive. Each social model represents the unique vision and contribution of its people, and no model is superior to others. Different civilizations should engage in dialogue and exchanges instead of trying to exclude or replace each other. The history of humanity is a process of exchanges, interactions, and integration among different civilizations. We should respect all civilizations and treat each other as equals. We should draw inspiration from each other to boost the creative development of human civilization [9].

For China, Xi’s thinking is an innovation and at the same time is in continuity with the thinking of Mao Zedong, Deng Xiaoping and other leaders and theorists of socialism with Chinese characters. Continuity is in a vision of China as a developing country that needs a relatively long period to develop the productive forces and must concentrate on this enormous goal: here China has achieved many successes in a few decades, and it is now the second most important economy in the world, and it is developing more and more. But the change that Xi has brought about is no less important, because, considering the level of development of the Chinese productive forces, Xi indicates that China has entered a new phase, which needs a new globalization. The Belt and Road Initiative is not only a concrete proposal for the countries of Asia, Europe and Africa; it is also a metaphor for the idea of projecting China into the world. It’s the idea of the new globalization that Xi has exposed in many speeches against the protectionist policy of the Trump administration.

In short, we can say that today in the world there are two opposing conceptions about the future, and consequently two opposing policies: the new globalization proposed by China and an exclusivist nationalism, which is a real regression for humanity.

Xi’s internationalist conception is not the erasure of China’s national interests and of socialism with Chinese characteristics; on the contrary, it is the recognition that these interests can be better developed in an interconnected world. It is the dialectic of universal and particular, national and international.

In the “new era” we meet the new phase of China’s development, aimed at overcoming its current main contradiction, as indicated by the 19th CPC Congress, and the proposal to the peoples of the world, to the workers’ movement and to all authentically democratic and progressive forces of a progressive exit onwards (and not reactionary and regressive) to the crisis of imperialist globalization.

It is the duty of the Communist parties and workers of the world, of the genuinely democratic and progressive forces, to take up the strategic challenge that Xi’s thought proposes.


NOTES

[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

[2] See Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [This is what history is about. Notes for the 20th anniversary of the collapse of the USSR], Social Sciences Academy Press, Beijing, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, and several other writings and speeches.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] I would like to refer to my “Changes in the global framework. Trump, EU, Italy”, in MarxVentuno n. 1-2/2018, also available at https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ or http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] See “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.