Categoria: Cina

Costruire una comunità umana con un futuro comune – Xi Jinping

Contenuti raccolti nel n. 1-2/2019 della rivista MarxVentuno "Il vento dell'Ovest"

 


Xi Jinping
Costruire una comunità umana con un futuro comune
CCTP - Central Compilation & Translation Press, Pechino 2019

 

[Nota dell’Istituto di storia e letteratura del Partito del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese].


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Fin dai tempi antichi, la nazione cinese ha sostenuto la convinzione che “tutti sotto il cielo sono di una sola famiglia” e ha sostenuto le idee di pace tra tutte le nazioni e di armonia sotto il cielo. Il Partito Comunista Cinese (PCC) considera che dare nuovi e maggiori contributi all’umanità sia una sua costante missione. Dal 18° Congresso Nazionale del PCC nel novembre 2012, Xi Jinping ha chiesto la costruzione di una comunità umana con un futuro condiviso. In qualità di Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e massimo dirigente militare cinese, Xi Jinping ha proposto questo concetto dal punto di vista dello sviluppo dell’umanità nel corso della storia. Si basa sui profondi cambiamenti della situazione internazionale, sulla tendenza del nostro tempo verso la pace, lo sviluppo, la cooperazione e il mutuo vantaggio, e su una riflessione approfondita sulle principali questioni riguardanti il futuro dell’umanità, vale a dire che tipo di mondo dovremmo costruire e come dovremmo costruirlo.
Il concetto riflette i valori comuni dell’umanità - pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà - e incarna le aspirazioni di pace, sviluppo e prosperità, che rappresentano gli interessi comuni dei popoli di tutti i Paesi. Nel febbraio 2017, il concetto di costruire una comunità di futuro condiviso per l’umanità è stato scritto per la prima volta in una risoluzione delle Nazioni Unite. Successivamente, è stato incluso anche nella risoluzione 2344 (2017) del Consiglio di sicurezza dell’ONU e nelle risoluzioni della 34ª e 37ª sessione del Consiglio dei diritti umani dell’ONU.
Questo libro è una raccolta di traduzioni di 85 articoli e discorsi scritti da Xi Jinping dal 2012. Lo scopo del libro è di aiutare i lettori a comprendere meglio il pensiero del presidente Xi Jinping sulla costruzione di una comunità umana con un futuro comune.

[L’Istituto di storia e letteratura del Partito del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese].

 

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Lavorare insieme per costruire una comunità umana con un futuro condiviso [1]

di Xi Jinping

L’idea di una battaglia per la costruzione di una comunità di destino condiviso per tutta l’umanità si è fatta strada da alcuni anni all’interno della dirigenza cinese, fino ad iscriverla nello Statuto del PCC approvato dal 19° Congresso del 2017. In questo discorso tenuto nei primi giorni del 2017 alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra il Presidente cinese, invitando ad apprendere le lezioni di una storia millenaria, afferma con forza l’importanza e la ricchezza di un mondo in cui diverse storie, condizioni nazionali, gruppi etnici e costumi hanno dato vita a diverse civiltà, per cui il mondo è un luogo più ricco e molto più colorato. Ogni civiltà è un tesoro dell’umanità, non esiste niente di superiore o inferiore quando si tratta di civiltà, ma solo differenze nei tratti e nella posizione; civiltà diverse dovrebbero attingere ai punti di forza l’una dell’altra per raggiungere il progresso comune.
Il riconoscimento di un mondo multicolore e multipolare è la premessa indispensabile per stabilire – in un mondo in profonda e rapida trasformazione, spinta dalla globalizzazione economica che va riconosciuta come tendenza storica inevitabile – un percorso comune, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra tutti i paesi del mondo. Xi Jinping ribadisce le quattro direttrici di fondo della politica estera cinese: 1) sostenere la pace nel mondo; 2) perseguire uno sviluppo comune: lo sviluppo della Cina è stato possibile grazie al mondo e la Cina ha contribuito allo sviluppo mondiale; l’iniziativa “Belt and Road” mira a raggiungere uno sviluppo con risultati reciprocamente vantaggiosi che devono essere condivisi da tutti; 3) promuovere partenariati, amicizia e cooperazione con tutti i paesi del mondo sulla base dei cinque principi della coesistenza pacifica (affermati nella Conferenza di Bandung del 1955); 4) Multilateralismo come via efficace per preservare la pace e promuovere lo sviluppo.

Sua Eccellenza Peter Thomson, presidente della 71a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
Sua Eccellenza signor Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite,
Sua Eccellenza Michael Moller, Direttore Generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra,
Signore e signori,
Amici,
con l’inizio di un nuovo anno, tutto assume un nuovo aspetto. E mentre iniziamo il 2017, è per me un grande piacere poter visitare l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra per discutere con voi un tema del nostro tempo: la costruzione di una comunità umana con un futuro comune.
Ho appena partecipato alla riunione annuale del Forum economico mondiale. A Davos, molti oratori hanno sottolineato che il mondo di oggi è pieno di incertezze e che la gente desidera un futuro luminoso, ma non è sicura di ciò che è in serbo. Che cosa sta succedendo al mondo? E come dovremmo rispondere? Sono domande su cui tutti stanno riflettendo e che mi preoccupano molto.
Credo che per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima chiarire alcune questioni di base: da dove veniamo? A che punto siamo ora? E dove stiamo andando?
Nel corso dell’ultimo secolo o più, l’umanità ha sopportato sia sanguinose guerre calde che un’agghiacciante guerra fredda; ma ha anche raggiunto uno sviluppo notevole e fatto progressi enormi. Nella prima metà del secolo scorso, l’umanità ha subito il flagello di due guerre mondiali. Ciò che a quell’epoca le persone desideravano di più era la fine della guerra e l’avvento della pace. Negli anni ‘50 e ‘60 i popoli di tutte le colonie si risvegliarono e, con una voce potente, proclamarono che si sarebbero scrollati di dosso le catene e avrebbero lottato per l’indipendenza. Dalla fine della Guerra Fredda, l’aspirazione più ardente dei popoli di tutto il mondo è stata quella di promuovere una maggiore cooperazione e perseguire uno sviluppo comune.
Pace e sviluppo: nel corso dell’ultimo secolo questa è stata l’aspirazione prevalente dell’umanità. Tuttavia, questa è una missione tutt’altro che compiuta. Ora tocca a noi rispondere alla chiamata del popolo, prendere il testimone della storia e continuare la maratona verso la pace e lo sviluppo.
L’umanità è attualmente in un’epoca di grande sviluppo, profonda trasformazione e drammatico cambiamento. La tendenza al multipolarismo e alla globalizzazione economica si sta consolidando. L’applicazione dell’informatica nello sviluppo sociale e nella promozione della diversità culturale continua a progredire. È in fase di realizzazione un nuovo ciclo della rivoluzione scientifica e industriale. L’interconnessione e l’interdipendenza tra i Paesi sono diventate cruciali per la sopravvivenza umana. E le forze per la pace superano di gran lunga i fattori che causano la guerra. In una parola, la tendenza dei nostri tempi verso la pace, lo sviluppo, la cooperazione e i risultati reciprocamente vantaggiosi non fa che rafforzarsi.
Allo stesso tempo, tuttavia, l’umanità si trova anche in un’epoca di innumerevoli sfide e rischi crescenti. La crescita economica globale è lenta, l’impatto della crisi finanziaria permane e il divario di sviluppo continua ad aumentare. I conflitti armati sono eventi frequenti, la mentalità della Guerra Fredda e le politiche di potenza persistono, e le minacce non convenzionali alla sicurezza, in particolare il terrorismo, le crisi dei rifugiati, le principali malattie trasmissibili e i cambiamenti climatici continuano ad espandersi.
Il nostro universo ha una sola terra e noi umani abbiamo una sola patria. Stephen Hawking ha lanciato la proposta di un “universo parallelo”, nella speranza di trovare un altro luogo dove l’umanità possa stabilirsi. Chiunque può ipotizzare su quando, o se, questo desiderio possa realizzarsi. In ogni caso, attualmente, la terra rimane l’unica casa che l’umanità abbia, quindi prendersi cura di questa terra è l’unica opzione che abbiamo. Nella cupola del Palazzo Federale svizzero è scritto il motto latino “Unus pro omnibus, omnes pro uno” (Uno per tutti, tutti per uno). Non dobbiamo pensare solo alla nostra generazione, ma anche assumerci le nostre responsabilità nei confronti delle generazioni future.

Signore e signori,
Amici,
Lasciare che la fiaccola della pace passi di generazione in generazione, lasciare che le forze dello sviluppo fluiscano eternamente e lasciare che la luce della civiltà risplenda attraverso i secoli: questo è ciò che i popoli di tutte le nazioni desiderano; questa è quindi la responsabilità che tutti gli statisti della nostra generazione devono assumersi. Per vedere tutto ciò realizzato, la soluzione della Cina è questa: costruire una comunità umana con un futuro condiviso e realizzare uno sviluppo reciprocamente vantaggioso.
La visione guida l’azione e la direzione determina il futuro. Come dimostra la storia moderna, stabilire un ordine internazionale giusto ed equo è l’obiettivo che l’umanità ha sempre perseguito. Dai principi di uguaglianza e sovranità stabiliti nella Pace di Westfalia oltre 360 anni fa all’umanitarismo internazionale affermato nella Convenzione di Ginevra oltre 150 anni fa; dai quattro scopi e sette principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite più di 70 anni fa ai Cinque Principi di coesistenza pacifica sostenuti dalla Conferenza di Bandung oltre 60 anni fa, molti principi sono emersi nell’evoluzione delle relazioni internazionali e sono stati ampiamente accettati. Questi principi dovrebbero guidarci nella costruzione di una comunità umana con un futuro condiviso.
L’uguaglianza sovrana è stata la norma più importante che abbia governato le relazioni tra Stato e Stato negli ultimi secoli e il principio cardine osservato dalle Nazioni Unite e da tutte le altre organizzazioni internazionali. L’essenza dell’uguaglianza sovrana è che la sovranità e la dignità di tutti i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, debbano essere rispettate, i loro affari interni non debbano essere soggetti a interferenze e che essi abbiano il diritto di scegliere autonomamente il loro sistema sociale e il loro percorso di sviluppo. In organizzazioni come le Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, l’Unione Postale Universale, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, tutti i Paesi hanno avuto la stessa voce nel processo decisionale, costituendo così una forza importante per il miglioramento della governance globale. In nuove circostanze, dovremmo sostenere l’uguaglianza sovrana e lavorare per l’uguaglianza di diritti, opportunità e regole per tutti i Paesi.
Ginevra ha visto l’adozione della dichiarazione finale sul problema del ripristino della pace in Indocina, il primo incontro al vertice per la riconciliazione tra i due blocchi durante la Guerra Fredda, e il dialogo e i negoziati su questioni cruciali come la questione nucleare iraniana e la questione siriana. Ciò che possiamo imparare sia dal passato che dal presente è che il dialogo e la consultazione sono un modo efficace per superare le differenze e il negoziato politico è la soluzione fondamentale per porre fine ai conflitti. Quando ci sono un desiderio sincero, buona volontà e saggezza politica, nessun ghiaccio è troppo spesso per essere rotto, nessun conflitto troppo grande per essere risolto.
Un antico filosofo cinese ha detto: “Il diritto è il fondamento stesso dell’amministrazione”[2]. Qui a Ginevra, i Paesi, sulla base della Carta delle Nazioni Unite, hanno concluso molte convenzioni internazionali e documenti giuridici sulla sicurezza politica, il commercio, lo sviluppo, le questioni sociali, i diritti umani, la scienza e la tecnologia, la salute, il lavoro, la proprietà intellettuale, la cultura e lo sport. L’essenza della legge sta nella sua applicazione. È quindi dovere di tutti i Paesi sostenere l’autorità dello Stato di diritto internazionale, esercitare i propri diritti secondo la legge e adempiere ai propri obblighi in buona fede. L’essenza del diritto sta anche nell’equità e nella giustizia. Tutti i Paesi e le istituzioni giudiziarie internazionali devono garantire un’applicazione uguale e uniforme del diritto internazionale. Non possono applicare due pesi e due misure o applicare il diritto internazionale in modo selettivo; devono assicurare che siano “senza pregiudizi o favori, proprio come si è visto nella grande arte di governo del passato”[3].
“L’oceano è vasto perché accoglie tutti i fiumi”. L’apertura e l’inclusione hanno fatto di Ginevra un centro di diplomazia multilaterale. Dovremmo far progredire la democrazia nelle relazioni internazionali e rifiutare il dominio di uno o più Paesi. Tutti i Paesi dovrebbero essere coinvolti nel plasmare il futuro del mondo, nello scrivere regole internazionali e nel gestire gli affari globali, e dovrebbero condividere gli esiti dello sviluppo.
Nel 1862, nel suo libro Un Souvenir de Solférino, Henry Dunant si chiedeva se fosse possibile creare organizzazioni umanitarie e formulare convenzioni umanitarie. La risposta arrivò un anno dopo con la fondazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa. In più di 150 anni, la Croce Rossa è diventata un simbolo e una bandiera. Di fronte alle frequenti crisi umanitarie, dovremmo sostenere lo spirito umanitario, la compassione e la dedizione e dare amore e speranza alle persone comuni innocenti colte in situazioni terribili. Dovremmo sostenere i principi fondamentali di neutralità, imparzialità e indipendenza, astenerci dal politicizzare le questioni umanitarie e rimanere impegnati nella non militarizzazione dell’assistenza umanitaria.

Signore e Signori,
Amici,
Le grandi visioni sono semplici e pure; tutto ciò che richiedono è l’azione. L’azione è quindi la chiave per costruire una comunità umana con un futuro comune. Sono convinto che la comunità internazionale debba lavorare per promuovere la collaborazione, la sicurezza, la crescita, gli scambi interculturali e la conservazione dell’ambiente.
Dovremmo costruire, attraverso il dialogo e la consultazione, un mondo in pace duratura. Quando i Paesi vivono in pace, lo stesso vale per il mondo; quando i Paesi si scontrano, il mondo ne soffre. Dalla guerra del Peloponneso nel V secolo a.C. alle due guerre mondiali e alla Guerra Fredda durata più di quattro decenni, abbiamo tratto lezioni dolorose e profonde. “La storia, se non dimenticata, può servire da guida per il futuro”[4]. Con l’istituzione delle Nazioni Unite, coloro che ci hanno preceduto hanno ottenuto più di 70 anni di relativa pace per il mondo. Ciò che dobbiamo fare è migliorare i nostri meccanismi e metodi per risolvere più efficacemente le controversie, ridurre le tensioni e porre fine ai conflitti e alla guerra.
Lo scrittore svizzero e premio Nobel Hermann Hesse ha sottolineato l’importanza di servire “non la guerra e la distruzione, ma la pace e la riconciliazione”. I Paesi dovrebbero promuovere collaborazioni basate sul dialogo, sulla non conflittualità. I Paesi maggiori dovrebbero rispettare gli interessi e le principali preoccupazioni reciproche, tenere sotto controllo le loro differenze e costruire un nuovo modello di relazioni basato sulla non conflittualità, la non competizione, il rispetto reciproco e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Finché manteniamo la comunicazione e ci trattiamo l’un l’altro con sincerità, la “trappola di Tucidide” può essere evitata. I Paesi maggiori dovrebbero trattare quelli più piccoli come loro pari ed evitare di agire come egemoni che impongono la loro volontà agli altri. Nessun Paese dovrebbe scoperchiare il vaso di Pandora combattendo volontariamente la guerra o minando lo Stato di diritto internazionale. Le armi nucleari sono la spada di Damocle che incombe sull’umanità. Dovrebbero essere completamente proibite e, alla fine, del tutto eliminate per realizzare un mondo libero da armi nucleari. Guidati dai princìpi di pace, sovranità, inclusività e amministrazione condivisa, dovremmo fare delle profondità marine, delle regioni polari, dello spazio esterno e di Internet nuove frontiere per la cooperazione piuttosto che arene di concorrenza.
Dovremmo tutti costruire e condividere insieme un mondo di sicurezza comune. In questo mondo non esiste un’oasi di completa libertà dal pericolo. Un Paese non può costruire la propria sicurezza sulla sovversione di altri Paesi, poiché le minacce che incombono su questi ultimi hanno tutte le possibilità di riversarsi un giorno anche su di esso. Quando i vicini sono in difficoltà, invece di rafforzare le nostre recinzioni, dovremmo tendere una mano d’aiuto. Come dice il proverbio: “Uniti stiamo in piedi, divisi cadiamo”[5]. Tutti i Paesi dovrebbero perseguire un approccio comune, globale, cooperativo e sostenibile alla sicurezza.
Gli attentati terroristici che negli ultimi anni hanno scosso l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente hanno dimostrato sempre più che il terrorismo è il nemico comune dell’umanità. La lotta al terrorismo è una responsabilità condivisa da tutti i Paesi. Nella lotta al terrorismo non dobbiamo accontentarci di trattare solo i sintomi, ma dobbiamo arrivare alle sue cause profonde. Dovremmo rafforzare il coordinamento e costruire un fronte unito globale contro il terrorismo in modo da creare un ombrello di sicurezza per i cittadini di tutto il mondo. Il numero di rifugiati ha raggiunto un livello record dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Affrontare questa crisi è imperativo, ma dovremmo anche prenderci del tempo per riflettere sulle sue radici. Perché qualcuno dovrebbe scegliere di essere sfollato se ha una casa dove tornare? L’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dovrebbero agire come coordinatori di uno sforzo per mobilitare il mondo intero in una risposta efficace alla crisi dei rifugiati. La Cina ha deciso di fornire ulteriori 200 milioni di RMB per l’assistenza umanitaria ai rifugiati e agli sfollati in Siria. Sia la crisi del terrorismo che quella dei rifugiati sono strettamente legate ai conflitti geopolitici, per cui la soluzione fondamentale a questi problemi risiede nella risoluzione dei conflitti. Le parti direttamente coinvolte nel conflitto dovrebbero tornare al tavolo dei negoziati, le altre parti dovrebbero lavorare per facilitare i colloqui per la pace e dovremmo tutti rispettare il ruolo dell’ONU come principale canale di mediazione. L’allarme per la sicurezza sanitaria internazionale è stato lanciato a causa di malattie pandemiche come l’influenza aviaria, il virus Ebola e il virus Zika. È importante che l’OMS svolga un ruolo guida nel rafforzare il monitoraggio delle epidemie e la condivisione di informazioni, pratiche e tecnologie. La comunità internazionale dovrebbe aumentare il sostegno e l’assistenza per la salute pubblica nei Paesi africani e in altri Paesi in via di sviluppo.
Dovremmo costruire un mondo di prosperità comune attraverso una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. L’idea che lo sviluppo sia la massima priorità è applicabile a tutti i Paesi. Invece di mendicare presso il proprio vicino di casa, i Paesi dovrebbero stare insieme come viaggiatori sulla stessa barca. Tutti i Paesi, in particolare le principali economie, dovrebbero rafforzare il coordinamento delle politiche macroeconomiche, perseguire gli interessi attuali e a lungo termine e concentrarsi sulla risoluzione di problemi profondamente radicati. Dovremmo cogliere l’opportunità storica offerta dal nuovo ciclo della rivoluzione scientifica e tecnologica e della trasformazione industriale, trasformare i nostri modelli di crescita, guidare la crescita attraverso l’innovazione e sbloccare una maggiore produttività e creatività sociali. Dovremmo sostenere le regole dell’OMC, sostenere un regime commerciale multilaterale aperto, trasparente, inclusivo e non discriminatorio e costruire un’economia mondiale aperta. Il protezionismo commerciale e l’autoisolamento non andranno a vantaggio di nessuno.
La globalizzazione economica è una tendenza storica inevitabile che ha notevolmente facilitato il commercio, gli investimenti, il flusso di persone e il progresso tecnologico. Dall’inizio del secolo, e sotto la guida dell’ONU, la comunità internazionale ha sfruttato l’ondata di globalizzazione economica per fissare gli Obiettivi di sviluppo del millennio e l’Agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030. Queste iniziative hanno aiutato a far uscire 1,1 miliardi di persone dalla povertà, a garantire l’accesso all’acqua potabile sicura per 1,9 miliardi di persone, a garantire l’accesso a Internet a 3,5 miliardi di persone, e ora siamo sulla buona strada per sradicare la povertà estrema entro il 2030. Tutto ciò dimostra che la globalizzazione economica si sta muovendo nella giusta direzione. Naturalmente, sfide come la disparità di sviluppo, il dilemma della governance, il divario digitale e il deficit di equità sono anch’essi realtà oggettive. Ma sono difficoltà crescenti. Dovremmo affrontare questi problemi e trovare soluzioni, invece di soccombere all’inazione. Come piace dire a noi cinesi, non si dovrebbe smettere di mangiare per paura di strozzarsi.
Dovremmo attingere alle lezioni della storia. Gli storici ci hanno detto molto tempo fa che il rapido sviluppo economico rende inevitabile la riforma sociale; ma si tende a sostenere il primo resistendo alla seconda. Invece di guardare avanti con esitazione, dovremmo avere il coraggio di andare avanti. Le risposte si possono trovare anche nella realtà. La crisi finanziaria internazionale del 2008 ci ha insegnato che dobbiamo rafforzare il coordinamento e migliorare la governance per garantire che la globalizzazione economica si svolga in modo aperto, inclusivo, equilibrato e vantaggioso per tutti. Dobbiamo rendere la torta più grande, ma, più di questo, dobbiamo controllare che sia condivisa equamente e che giustizia ed equità siano garantite.
Lo scorso settembre, il vertice del G20 di Hangzhou si è concentrato sulla governance economica globale e su altre questioni importanti. Ha adottato il Piano per la crescita innovativa, ha inserito per la prima volta lo sviluppo nel quadro macropolitico globale e ha formulato piani d’azione per una serie di settori importanti.
Dovremmo sforzarci di costruire un mondo aperto e inclusivo attraverso gli scambi e l’apprendimento reciproco. Una zuppa deliziosa si fa combinando diversi ingredienti[6]. La diversità della civiltà umana non solo definisce il nostro mondo, ma guida il progresso dell’umanità. Il nostro mondo ha oltre 200 Paesi e regioni, oltre 2.500 gruppi etnici e molte religioni diverse. Diverse storie, condizioni nazionali, gruppi etnici e costumi hanno dato vita a diverse civiltà, e per questo il nostro mondo è un luogo più ricco e molto più colorato. Non esiste niente di superiore o inferiore quando si tratta di civiltà, ma solo differenze nei tratti e nella posizione. La diversità di civiltà non dovrebbe essere una fonte di conflitto globale, ma un motore che alimenta l’avanzamento della civiltà umana nel suo complesso.
Ogni civiltà, con il suo fascino e la sua essenza, è un tesoro umano. Civiltà diverse dovrebbero attingere ai punti di forza l’una dell’altra per raggiungere il progresso comune. Dovremmo vigilare affinché lo scambio tra civiltà serva come fonte di ispirazione per far progredire la società umana e come un legame per mantenere il mondo in pace.
Dovremmo sforzarci di costruire un mondo pulito e bello perseguendo uno sviluppo verde e a basse emissioni di carbonio. L’uomo coesiste con la natura, il che significa che ogni danno che fa alla natura alla fine tornerà a tormentarlo. Noi notiamo appena risorse naturali come l’aria, l’acqua, il suolo e i cieli azzurri, quando ne abbiamo. Ma una volta che se ne sono andati, sono andati per sempre. L’industrializzazione ha creato una ricchezza materiale mai vista prima, ma ha anche inflitto danni irreparabili all’ambiente. Non dobbiamo esaurire tutte le risorse lasciateci dalle generazioni precedenti e non lasciare nulla ai nostri figli: non possiamo perseguire uno sviluppo che distrugge. Come spesso si dice, le acque limpide e le montagne lussureggianti sono preziose come montagne d’argento e d’oro. Dobbiamo rispettare l’unità dell’uomo e della natura perseguendo un percorso di sviluppo sostenibile.
Dobbiamo sostenere un approccio alla vita e alla produzione che sia verde, a basse emissioni di carbonio, circolare e sostenibile, portare avanti l’Agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030 in modo equilibrato e continuare a esplorare un modello di sviluppo solido che assicuri crescita, prosperità e un ambiente sano. L’accordo di Parigi è una pietra miliare nella storia della governance climatica. Dobbiamo fare in modo che questo sforzo non venga vanificato. Tutte le parti dovrebbero lavorare insieme per attuare l’accordo di Parigi. Da parte sua, la Cina continuerà ad adottare misure per affrontare il cambiamento climatico e onorare pienamente i suoi obblighi.
Il temperino svizzero è l’incarnazione dell’artigianato svizzero. Ricordo che quando ho ricevuto il mio primo temperino svizzero mi sono meravigliato di come i suoi creatori fossero stati in grado di dotarlo di così tante funzioni. Non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sarebbe stato meraviglioso se avessimo potuto realizzare un onnipotente temperino svizzero per il nostro mondo. Ogni volta che c’era un problema, saremmo stati in grado di utilizzare uno degli strumenti del coltello per risolverlo. Sono convinto che, con gli sforzi incessanti della comunità internazionale, un giorno potremo creare un coltello di questo tipo.

Signore e signori,
Amici,
Il popolo cinese ha sempre creduto che la Cina andrà bene solo quando il mondo andrà bene, e viceversa. Guardando al futuro, molte persone sono interessate a vedere in quale direzione si muoverà la Cina nelle sue politiche, e la comunità internazionale ha discusso molto su questo tema. Qui vorrei darvi una risposta esplicita.
In primo luogo, la Cina rimane ferma nel suo impegno a sostenere la pace nel mondo. L’amicizia con i vicini[7], l’armonia nella diversità[8] e la pace sono valori cari alla cultura cinese. L’arte della guerra, un classico cinese, inizia con questa osservazione: “L’arte della guerra è di vitale importanza per lo Stato. È una questione di vita o di morte, una strada per la sopravvivenza o per la rovina. Per questo richiede uno studio attento”. Questo significa che bisogna fare ogni sforzo per evitare la guerra e bisogna usare grande cautela quando si tratta di combattere la guerra. Per diversi millenni la pace ha scorso nelle vene del popolo cinese ed è stata impressa nel nostro stesso DNA.
Diversi secoli fa, la Cina era forte, tanto che il suo PIL rappresentava il 30 per cento del totale mondiale. Anche allora, la Cina non ha mai intrapreso un’aggressione o un’espansione. Nel secolo e più dopo la guerra dell’oppio del 1840, la Cina soffrì per mano dell’aggressione e della brutalità e subì la maledizione della guerra e del caos. Confucio disse: “Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te”. Noi cinesi crediamo fermamente che la pace e la stabilità siano l’unica strada per la prosperità e lo sviluppo.
La Cina è cresciuta, passando da essere un Paese povero e debole a essere la seconda economia mondiale. Ciò su cui si è basata non è l’espansione militare o il saccheggio coloniale, ma il duro lavoro del suo popolo e i nostri sforzi per sostenere la pace. La Cina non vacillerà mai nella sua ricerca di uno sviluppo pacifico. Non importa quanto rapidamente cresca la sua economia, la Cina non cercherà mai l’egemonia, l’espansione o una sfera di influenza. La storia lo ha confermato e continuerà a farlo.
In secondo luogo, la Cina rimane ferma nel suo impegno a perseguire uno sviluppo comune. Un vecchio detto cinese ci dice che quando si gusta il frutto, si dovrebbe ricordare l’albero; quando si beve l’acqua, si dovrebbe ricordarne la fonte[9]. Lo sviluppo della Cina è stato possibile grazie al mondo, e anche la Cina ha contribuito allo sviluppo del mondo. Continueremo a perseguire una strategia di apertura reciprocamente vantaggiosa, per condividere le nostre opportunità di sviluppo con altri Paesi e accoglierli a bordo del treno veloce dello sviluppo della Cina.
Tra il 1950 e il 2016 la Cina ha fornito all’estero oltre 400 miliardi di RMB di aiuti, e continueremo ad aumentare l’assistenza agli altri, se le nostre capacità lo permetteranno. Dallo scoppio della crisi finanziaria internazionale, la Cina ha contribuito in media ad oltre il 30 per cento della crescita globale ogni anno. Nei prossimi cinque anni, la Cina importerà 8 trilioni di dollari di merci, attirerà 600 miliardi di dollari di investimenti esteri, 750 miliardi di dollari di investimenti in uscita e i turisti cinesi effettueranno 700 milioni di visite in uscita. Tutto questo porterà maggiori opportunità di sviluppo per i Paesi del mondo.
La Cina persegue un percorso di sviluppo in linea con le condizioni nazionali. Abbiamo sempre posto i diritti e gli interessi delle persone al di sopra di tutto e abbiamo lavorato duramente per promuovere e difendere i diritti umani. La Cina ha visto soddisfatte le esigenze vitali di base dei suoi oltre 1,3 miliardi di abitanti e ha contribuito a far uscire dalla povertà oltre 700 milioni di persone. Si tratta di contributi significativi alla causa globale dei diritti umani.
L’iniziativa “Belt and Road” che ho proposto mira a raggiungere uno sviluppo con risultati reciprocamente vantaggiosi che devono essere condivisi da tutti. Oltre 100 Paesi e organizzazioni internazionali hanno finora sostenuto l’iniziativa e sono stati lanciati numerosi progetti di “vendemmia precoce”. Al fine di fornire maggiori beni pubblici alla comunità internazionale, la Cina fornisce sostegno per garantire il buon funzionamento della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali e di altre nuove istituzioni finanziarie multilaterali.
In terzo luogo, la Cina non ha modificato il suo impegno a promuovere le collaborazioni. La Cina persegue una politica estera indipendente di pace ed è pronta a rafforzare l’amicizia e la cooperazione con tutti gli altri Paesi sulla base dei Cinque Principi della coesistenza pacifica. La Cina è il primo Paese a fare della costruzione della collaborazione un principio guida delle relazioni tra Stato e Stato. Ha instaurato collaborazioni di vari tipi con oltre 90 Paesi e organizzazioni regionali. Cerca di promuovere una cerchia di amicizie che collega ogni angolo del globo.
La Cina si sforzerà di creare un quadro per le relazioni tra i Paesi maggiori basato sulla stabilità generale e sullo sviluppo equilibrato. Ci sforzeremo di costruire un nuovo modello di relazioni con gli Stati Uniti, una collaborazione strategico-globale di coordinamento con la Russia, una collaborazione con l’UE basata sulla pace, la crescita, le riforme e la civiltà, e una collaborazione orientata all’unità e alla cooperazione con i BRICS. La Cina continuerà a sostenere il corretto approccio alla giustizia e a perseguire interessi condivisi, e promuoverà la cooperazione effettiva con altri Paesi in via di sviluppo per raggiungere uno sviluppo comune. Rafforzeremo ulteriormente la cooperazione reciprocamente vantaggiosa con i nostri vicini secondo i principi di amicizia, sincerità, beneficio reciproco e inclusione. Perseguiremo lo sviluppo comune con i Paesi africani sulla base di sincerità, risultati reali, affinità e buona fede. Inoltre, intensificheremo ancora di più la nostra cooperazione complessiva con l’America Latina.
In quarto luogo, la Cina rimane ferma nel suo impegno a favore del multilateralismo. Il multilateralismo è un modo efficace per preservare la pace e promuovere lo sviluppo. Per decenni, le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali hanno dato un contributo universalmente riconosciuto al mantenimento della pace globale e al sostegno allo sviluppo.
La Cina è un membro fondatore delle Nazioni Unite e il primo Stato a firmare la Carta delle Nazioni Unite. Sosterremo fermamente il sistema internazionale di cui l’ONU è il nucleo centrale, le norme fondamentali che governano le relazioni internazionali di cui gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite sono la pietra angolare, e l’autorità e la posizione dell’ONU e il suo ruolo centrale negli affari internazionali.
È stato ufficialmente inaugurato il Fondo per la pace e lo sviluppo delle Nazioni Unite in Cina. In questo modo, la Cina darà la priorità alla messa a disposizione di fondi per le iniziative di pace e sviluppo proposte dall’ONU e dalle sue agenzie a Ginevra. Il sostegno della Cina al multilateralismo non potrà che aumentare man mano che la Cina continuerà a svilupparsi.
Signore e Signori,
amici,
Ginevra evoca in noi un ricordo speciale. Nel 1954, il premier Zhou Enlai guidò una delegazione cinese alla Conferenza di Ginevra e collaborò con l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia per trovare una soluzione politica alla questione coreana e negoziare un cessate il fuoco in Indocina. Ciò ha dimostrato la volontà di pace della Cina e l’ha vista contribuire con la sua saggezza alla pace nel mondo. Dal 1971, quando la Cina ha ottenuto il suo posto all’ONU e ha iniziato a rivolgersi alle agenzie internazionali di Ginevra, la Cina si è gradualmente impegnata nel disarmo, nel commercio, nello sviluppo, nei diritti umani e nelle questioni sociali, presentando le sue proposte per la risoluzione di importanti questioni e l’elaborazione di importanti regolamentazioni. Negli ultimi anni, la Cina ha partecipato attivamente ai dialoghi e ai negoziati sulla questione nucleare iraniana, sulla questione siriana e su altre questioni cruciali, fornendo il proprio contributo per raggiungere accordi politici. Con successo la Cina ha chiesto al Comitato olimpico internazionale di ospitare i Giochi olimpici e paraolimpici sia estivi che invernali. Inoltre, abbiamo ottenuto l’approvazione dell’Unione internazionale per la conservazione della natura per più di una dozzina di richieste di assegnazione di siti del patrimonio naturale e culturale mondiale, consentendo così alla Cina di presentare al mondo il suo splendore.

Signore e Signori,
Amici,
gli antichi cinesi ritenevano che “si dovrebbe essere abili nel trovare le leggi delle cose e risolvere i problemi”[10]. Costruire una comunità con un futuro condiviso è un obiettivo entusiasmante, che richiederà sforzi incessanti di generazione in generazione. La Cina è pronta a lavorare con tutti gli altri Stati membri dell’ONU e con le organizzazioni e agenzie internazionali per promuovere la grande battaglia per la costruzione di una comunità umana con un futuro condiviso.
Il 28 gennaio, noi cinesi celebreremo il nuovo anno cinese, l’anno del gallo. Il gallo simboleggia prospettive brillanti e di buon auspicio. Come dice un detto cinese, il canto del gallo d’oro annuncia un grande giorno per tutti. Con questo, auguro a tutti voi il meglio e un felice anno nuovo cinese!
Grazie.


[1] “Working together to build a human community with a shared future”, discorso pronunciato alle Nazioni Unite di Ginevra il 18 gennaio 2017, tratto da Xi Jinping, On Building a Human Community with a Shared Future, Central Compilation and Translation Press, Pechino, 2019, prima edizione, pp. 427-440.

[2] Xunzi, La via del Nobile (III secolo a.C.). L’opera eponima del filosofo, pensatore ed educatore Xunzi, del periodo dei Regni Combattenti (453-221 a.C.), sintetizza e sviluppa il pensiero filosofico di varie scuole del periodo precedente la dinastia Qin: Confucianesimo, Mohismo e Taoismo.

[3] Cfr. il Libro dei Documenti (o Classico della Storia, noto anche come Shangshu (“documenti stimati”), è uno dei cinque classici della letteratura cinese antica. Si tratta di una raccolta di prosa retorica attribuita a figure dell’antica Cina, e servì come fondamento della filosofia politica cinese per oltre 2.000 anni [NdT].

[4] Cfr. Strategie degli Stati Combattenti (Zhan Guo Ce). È un importante antico testo cinese che contiene aneddoti di manipolazione politica e di guerra durante il periodo degli Stati Combattenti (V-III secolo a.C.).

[5] Wei Shou, Il libro di Wei. Wei Shou (507-572): storico e scrittore durante le Dinastie
del Nord e del Sud.

[6] Chen Shou, Cronache dei Tre Regni. Scritto nel III secolo d.C. raccoglie le cronache degli stati rivali, Regno Wei, Regno di Shu e Regno Wu del “periodo dei Tre Regni” (189-280 d.C.) [NdT].

[7] Riti degli Zhou. Questo testo è una descrizione della ipotetica organizzazione del sistema di governo durante il periodo della Dinastia Zhou occidentale (1046-771 a.C.).

[8] Dialoghi di Confucio. È un classico confuciano compilato dai discepoli di Confucio, in cui si ricordano parole e atti di Confucio, nonché alcuni dialoghi tra Confucio e i suoi discepoli.

[9] Yu Xin, Poesie per la melodia di Zhi. Yu Xin (513-581) fu poeta durante le dinastie del Nord e del Sud.

[10] Cfr. Xunzi, op. cit.

Controrivoluzione neocoloniale e «pivot» anticinese di Domenico Losurdo

di Domenico Losurdo

(Articolo pubblicato sul n. 2-3/2015 Marx in Cina su gentile concessione dell'editore, tratto da La sinistra assente, Carocci, Roma, 2014)

Tienanmen 1989: prova generale delle “rivoluzioni colorate”

Nel ricordare ogni anno la tragedia di Piazza Tienanmen, agli inizi di giugno i media occidentali ripropongono immancabilmente il fotogramma del giovane cinese che, disarmato, fronteggia con coraggio un carro armato dell’esercito. Il messaggio che si vuole trasmettere è chiaro: a sfidare la prepotenza e il dispotismo è un combattente della libertà al quale l’Occidente non si stanca di rendere omaggio e che solo in Occidente può trovare la sua patria elettiva.

Ma realmente tutto è così evidente? Realmente non c’è spazio per il dubbio e la sfumatura? Voler riflettere un po’, prima di introiettare e far proprio il messaggio manicheo che viene proposto o che si cerca di imporre, è solo sinonimo di atteggiamento sofistico e di sordità alle ragioni della morale? Il terrorismo dell’immediata percezione e indignazione è in agguato. Chi voglia evitare di cadere in trappola farebbe bene a esitare per un attimo e a porsi alcune domande, prima di giungere a una conclusione non solo frettolosa, ma soprattutto imposta prepotentemente dall’esterno. Anche a volersi attenere agli anni più recenti, innumerevoli sono le foto che potrebbero assurgere a simbolo di violenza e di crudeltà. I grandi mezzi di informazione impegnati nella ricerca di immagini suscettibili di risvegliare o tener desta la coscienza morale dell’umanità avrebbero solo l’imbarazzo della scelta: potrebbero richiamare alla memoria le umiliazioni, le vessazioni e le torture subite dagli irakeni detenuti nella prigione statunitense di Abu Ghraib; oppure potrebbero riprendere il volto emaciato dei detenuti (senza processo) di Guantánamo, impegnati in uno sciopero della fame spezzato dalle autorità carcerarie con una degradante alimentazione forzata e largamente ignorato dai media occidentali. Oppure, se si vuole qualcosa di più forte, perché non dare spazio alla figura del «ribelle» che in Siria degusta il fegato estratto dal cadavere del soldato del regime odiato e combattuto dall’Occidente?

Ci si vuole concentrare esclusivamente sugli avvenimenti di Piazza Tienanmen? Prendiamo atto che è già avvenuta una prima selezione. Ma ecco subito intervenire una seconda. Sempre in relazione a quegli avvenimenti, si potrebbe far ricorso alla foto, che circola su Internet, del soldato cinese arso vivo dai manifestanti e poi impiccato a un traliccio. Vogliamo considerare quella foto, non si sa bene per quale ragione, scarsamente attendibile? Rinunciando alle immagini visive, in modo da concedere un minimo di spazio alla riflessione, ci si potrebbe affidare alle descrizioni contenute nei Tienanmen Papers, in Occidente pubblicati con grande clamore e in seguito a una presunta operazione clandestina e celebrati come la rivelazione definitiva delle infamie che invano il regime al potere in Cina cerca di occultare. Grazie alla lettura ci imbattiamo in circostanze e particolari inaspettati:

Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo.

Basterebbe concentrare l’attenzione sugli spasmi e l’agonia dei soldati colpiti dal gas venefico per far cambiare radicalmente direzione alle correnti della commozione e dell’indignazione: la prima si rivolgerebbe all’Esercito popolare di liberazione (che nonostante tutto riesce a «mantenere l’autocontrollo»), la seconda investirebbe i manifestanti, non solo tutt’altro che disarmati ma pronti a far ricorso a qualcosa di simile ad armi chimiche. Continuiamo a leggere:

Più di cinquecento camion dell’esercito sono stati incendiati in corrispondenza di decine di incroci […]. Su viale Chang’an un camion dell’esercito si è fermato per un guasto al motore e duecento rivoltosi hanno assalito il conducente picchiandolo a morte […]. All’incrocio Cuiwei, un camion che trasportava sei soldati ha rallentato per evitare di colpire la folla. Allora un gruppo di dimostranti ha cominciato a lanciare sassi, bombe molotov e torce contro di quello, che a un certo punto si è inclinato sul lato sinistro perché uno dei suoi pneumatici si è forato a causa dei chiodi che i rivoltosi avevano sparso. Allora i manifestanti hanno dato fuoco ad alcuni oggetti e li hanno lanciati contro il veicolo, il cui serbatoioè esploso. Tutti e sei i soldati sono morti tra le fiamme [Nathan, Link, 2001, pp. 435 e 444-5].

Soffermiamoci sull’ultimo episodio: soldati si vedono condannati a morte nel momento stesso in cui cercano di risparmiare la vita e la stessa salute dei loro aggressori. Ecco un altro possibile simbolo della crudeltà umana, che però verrebbe a essere raffigurata non dal Partito comunista al potere in Cina, bensì dai «dissidenti» coccolati e appoggiati dall’Occidente.
Ma immaginiamo che, per una ragione qualsiasi, a essere considerata particolarmente emblematica sia la figura del giovane cinese che fronteggia il carro armato. Ebbene, tale fotogramma fa parte di una sequenza. Come reagisce il carrista al giovane disarmato che lo sfida: lo travolge e lo schiaccia, lo falcia con la mitragliatrice o, invece, lo evita? A tale proposito, i Tienanmen Papers danno la parola a un membro della leadership di Pechino:

Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. È stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! [ivi, p. 486].

Se si venisse a sapere dell’ostinazione del giovane disarmato a sfidare il carrista che con altrettanta ostinazione s’impegna a salvare la vita e l’incolumità dello sfidante, forse in tal caso il rispetto, la simpatia e l’ammirazione dello spettatore non si rivolgerebbero esclusivamente in una direzione. Una cosa è certa: nel riproporre l’immagine del giovane che sfida il carro armato e nell’eliminare l’immagine del carrista impegnato a evitare di investirlo, i media occidentali procedono a una terza selezione. E, dunque, ben lungi dall’essere sinonimo di evidenza immediata, il fotogramma assurto a emblema della tragedia di Piazza Tienanmen non è né immediato né ha un significato di per sé evidente. Non è immediato perché è il risultato di una selezione così accurata da essere triplice. Non ha un significato di per sé evidente perché, nonostante l’accurata e molteplice selezione alle sue spalle, esso, a ben guardarlo o a ben inquadrarlo, potrebbe avere un significato ben diverso e persino opposto rispetto a quello che l’ideologia dominante gli attribuisce: in circostanze analoghe, nei territori palestinesi occupati, il carrista israeliano (e occidentale) dà prova del medesimo autocontrollo del carrista cinese?

Negli ultimi anni a gettare nuova luce sugli avvenimenti di Piazza Tienanmen hanno provveduto voci insospettabili e autorevoli. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt ha ricordato che a Pechino l’intervento militare fu deciso a causa del prolungarsi indefinito di una situazione intollerabile (i manifestanti bloccavano l’attività di governo e respingevano ogni compromesso). Soprattutto: i soldati chiamati a ristabilire l’ordine «hanno dapprima resistito, ma essi furono attaccati con pietre e bottiglie molotov e si sono difesi con le armi che avevano» [Schmidt, 2012]. E questa versione dei fatti è indirettamente confermata dall’allora ambasciatore statunitense a Pechino: il ricorso alle truppe fu deciso solo allorché «il governo si trovava ormai a essere privo di opzioni, al di là dell’assalto militare». Ma si trattava di una decisione chiaramente presa di malavoglia: i primi soldati inviati a sgomberare la piazza «facevano pensare più a una crociata di bambini che a una strategia militare». Erano «truppe disarmate». Dall’altro lato: «una folla adirata aveva distrutto dieci veicoli militari». I soldati furono costretti a ritirarsi. L’attaché militare statunitense, il generale Jack Leide, poteva commentare con professionale soddisfazione: il fiasco dell’Esercito popolare di liberazione era «una versione cinese della ritirata di Napoleone da Mosca» [Lilley, 2004, pp. 309 e 311-2]. Inevitabile era un rinnovato tentativo di sgomberare la piazza, ma è bene non perdere di vista un punto essenziale: «Deng non ordinò un massacro». Nella misura del possibile egli cercava di evitare lo spargimento di sangue o di ridurlo al minimo. In effetti, le scene descritte dall’allora ambasciatore statunitense sono eloquenti: ecco un soldato saltare dal suo mezzo cingolato per evitare di essere «bruciato vivo». Oppure: studenti «che portavano con sé taniche di benzina cercarono, nell’angolo Nord della piazza, di dare alle fiamme veicoli dell’esercito ma furono arrestati dai soldati» [ivi, pp. 316, 318 e 320].

Allorché ripropongono, almeno una volta all’anno, il fotogramma di cui ci stiamo occupando, i media occidentali denunciano al tempo stesso la censura esercitata dalle autorità cinesi. In effetti, queste compiono sforzi disperati per cercare di bandire le immagini dell’«incidente di Piazza Tienanmen». Sennonché, a questo punto s’impone la domanda forse più inquietante: a manipolare la verità di più e più in profondità è la censura cinese o l’apparente mancanza di censura di cui l’Occidente si vanta? Nel primo caso abbiamo senza dubbio a che fare con una mutilazione della verità: un pezzo viene cancellato. Nel secondo caso, ben lungi dall’essere cancellato, quel pezzo, quel fotogramma, risultato di un triplice processo di selezione, viene ossessivamente mostrato ed esibito, e tuttavia questa verità è ora solo un momento del falso complessivo. Peggio, tale verità è ora parte integrante non solo del falso, ma di un falso che mira a inibire la riflessione e l’argomentazione razionale e a produrre, come una sorta di riflesso condizionato, un’indignazione manipolata e suscettibile di essere strumentalizzata per fini inconfessabili. È già all’opera la prima funzione bellica della società dello spettacolo (la demonizzazione del nemico o del potenziale nemico), mentre è in agguato la seconda, la riduzione a spettacolo della violenza esercitata in nome della causa umanitaria dei diritti dell’uomo. Forse lo storico futuro collocherà l’immagine del giovane cinese che fronteggia il carro armato accanto alle immagini o alle “notizie” relative all’affondamento dell’incrociatore Maine, del piroscafo Lusitania e alle navi affondate a Pearl Harbor o “attaccate” nel Golfo del Tonchino; e forse lo storico futuro si interrogherà sulla carica di violenza insita in un’immagine che pretende di voler raffigurare la condanna della violenza in quanto tale.

Sì, la verità dell’immagine del giovane che fronteggia il carro armato è solo un momento del falso complessivo. Mediante il terrorismo dell’immediata percezione e indignazione quell’immagine mira a impedire la riflessione e l’interrogazione: se non la causa della non-violenza, il movimento di Piazza Tienanmen rappresentava in modo inequivocabile la causa della democrazia? Non pochi dei manifestanti guardavano con simpatia e ammirazione a Zhao Ziyang. Prima di ascendere ai vertici della dirigenza cinese, questi «si era fatto notare reprimendo le ultime turbolenze della sinistra radicale» nel Sichuan; al momento della crisi della primavera del 1989 egli era fautore di «una soluzione “neo-autoritaria”, paternalista e tecnocratica» [Domenach, Richer, 1995, pp. 697 e 550] Si trattava di un dirigente noto e apprezzato (in certi circoli cinesi e internazionali) quale campione di un «dispotismo illuminato» [Minqi Li, 2008, p. XI]. Non ci sono dubbi: «Zhao non era un democratico. In quegli anni mirava a promuovere l’economia di mercato con il pugno di ferro». Nelle agitazioni in corso egli vedeva e cercava la sua grande occasione:

Le “masse” in buona parte erano state autorizzate da esponenti riformisti del Pcc a dimostrare, ed erano state condotte alle manifestazioni con camion e autobus delle fabbriche, degli uffici pubblici, dei ministeri. Allo stesso modo il supporto logistico agli studenti era stato offerto da funzionari e imprenditori privati vicini a Zhao Ziyang [Ferraro, 2001].

Quest’ultimo – sottolineano due autori statunitensi – era da considerare «probabilmente il leader cinese più filo-americano nella storia recente» [Bernstein, Munro, 1997, p. 39]. Ma cosa ammirava egli negli Stati Uniti e cosa la dirigenza statunitense apprezzava in lui? A stimolare il rapporto simpatetico tra le due parti era l’amore della libertà o piuttosto il decisionismo neoliberista, pronto all’occorrenza a far ricorso anche a misure «neo-autoritarie» e persino «dispotiche»?

A questo punto ci si può porre una domanda ulteriore: la rivolta di Piazza Tienanmen è stata un avvenimento del tutto interno alla Cina? Un colloquio è rivelatore. Allorché, qualche tempo dopo la tragedia, gli inviati del presidente Bush sr. si recavano a Pechino per conferire con Deng Xiaoping, questi si lamentava con loro per il fatto che gli Usa risultavano «profondamente coinvolti» negli avvenimenti di Piazza Tienanmen e aggiungeva: «Per essere franchi, ciò poteva persino condurre alla guerra» [Kissinger, 2011, pp. 418-9]. A parlare in tal modo era uno statista noto per il suo pragmatismo e la sua prudenza, un teorico del «basso profilo» sulla scena internazionale che per di più in quel momento aveva tutto l’interesse a ricucire i rapporti con Washington, anche al fine di sfuggire all’isolamento diplomatico e commerciale. E a riportare tale dichiarazione è un campione della Realpolitik che non sente il bisogno di respingere un’accusa così dura e che non riferisce di una risposta polemica da parte degli interlocutori statunitensi del leader cinese.

Non solo Deng non viene smentito, ma la sua lettura dei fatti è oggi indirettamente confermata da un autorevole testimone. Si tratta dell’allora ambasciatore statunitense in Cina. Egli ricorda che in quei giorni «dieci appartamenti dell’Ambasciata furono colpiti da più di cento pallottole» sparate dall’esercito cinese impegnato a dare la caccia – questa la versione delle autorità di Pechino – a «un cecchino che aveva ucciso un soldato di una colonna in ritirata». L’ambasciatore statunitense riferisce di aver commentato subito dopo la sparatoria: «Penso che i cinesi stiano tentando di inviarci un messaggio» [Lilley, 2004, p. XII]. Già, ma quale?
Lo possiamo desumere da altri particolari di questa testimonianza. Mentre il confronto tra studenti e governo cinese si inaspriva, ecco l’«attaché militare» dell’ambasciata statunitense a Pechino prendere accordi e lavorare fianco a fianco «con le sue controparti nelle ambasciate australiana, britannica, canadese, francese, tedesca e giapponese». Con quale obiettivo?

Essi si divisero la città in settori e si scambiarono informazioni ottenute grazie a pattuglie. Alla fine di maggio, in risposta all’attenuarsi della crisi, gli attaché militari delle diverse ambasciate istituirono posti di ascolto a tempo pieno in luoghi della città precedentemente scelti. Con una mossa lungimirante, il generale Jack Leide, l’attaché militare dell’ambasciata statunitense, si dette da fare per ottenere e ottenne il permesso di affittare stanze di albergo per i controllori usa. Oltre a una stanza al Fuxingmen Hotel sulla parte occidentale della città, prenotammo due stanze laterali al Peking Hotel, immediatamente a Nord-Est di piazza Tienanmen, che ci consentivano una chiara visione della piazza. Inoltre Leide equipaggiò i suoi uomini con radiotelefoni portatili (walkie-talkies) contrabbandati dall’estero. Era una violazione del protocollo diplomatico, per il fatto che alle missioni diplomatiche non è consentito di mantenere all’interno della Cina la loro radio privata di comunicazioni, ma nel commettere tale violazione mi sono tuttavia sentito a mio agio [ivi, p. 306].

L’attività promossa dagli attaché militari delle ambasciate dei più importanti paesi (occidentali o filo-occidentali), dispiegata grazie a strumenti vietati e illegalmente contrabbandati e diretta da un «lungimirante» generale statunitense, mirava solo a seguire in diretta la crisi o anche a influenzarla? Facendo tesoro dell’«eccellente» conoscenza del «mandarino» di alcuni suoi membri, «il nostro [statunitense] staff diplomatico a Pechino aveva stabilito solidi rapporti con membri dell’esercito, del movimento studentesco e della classe intellettuale»; e tali rapporti erano suscettibili di conseguire cospicui «dividendi» [ivi, pp. 314 e 306]. Quali possono essere i «dividendi» derivanti dal rapporto con membri e settori dell’esercito cinese?
Come chiarisce il risvolto di copertina del suo libro, l’autore di questa testimonianza «ha prestato servizio per circa trenta anni nella Cia a Tokyo, Taiwan, Hong Kong, Laos, Bangkok, Cambogia e Pechino prima di entrare agli inizi degli anni ’80 nel Dipartimento di Stato e di iniziare una brillante carriera diplomatica». Era solo un caso che a dirigere l’attività frenetica appena vista fosse un diplomatico con una consolidata esperienza di agente della Cia alle sue spalle? In quei giorni era presente nella capitale cinese anche Gene Sharp [Engdahl, 2009, p. 93], il teorico delle «rivoluzioni colorate». Siamo in presenza di un’altra casuale coincidenza? E come spiegare allora che, sempre in quel periodo di tempo, Winston Lord, ex ambasciatore a Pechino e consigliere di primo piano del futuro presidente Clinton, non si stancasse di ripetere che la caduta del regime comunista in Cina era «una questione di settimane o mesi» [Bernstein, Munro, 1997, p. 95]? E a cosa mirava la contraffazione della «testata del “Quotidiano del popolo”», l’organo ufficiale del Partito comunista cinese [Nathan, Link 2001, p. 324], e chi era il responsabile di una operazione così sofisticata e suscettibile di lacerare in due frazioni contrapposte il Partito al potere e lo Stato in quanto tale?
Ci ritorna in mente la messa in guardia di Deng Xiaoping, non contraddetta né da Kissinger né da alcun membro della delegazione statunitense: gli Usa si erano resi responsabili di un’operazione che poteva «condurre alla guerra». E cosa poteva essere questa operazione, questo casus belli, se non un tentativo di colpo di Stato pilotato dall’esterno e mirante forse a portare al potere «il leader cinese più filo-americano», quello pronto a far ricorso a un «dispotismo illuminato» in chiave neoliberista? Visti retrospettivamente, gli incidenti di Piazza Tienanmen del 1989 si presentano come la prova generale dei colpi di Stato camuffati ovvero delle «rivoluzioni colorate», che si sarebbero susseguite negli anni successivi.

Il pivot to China

Tanto più necessario e urgente è riflettere sulla storia del colonialismo vecchio e nuovo per il fatto che la situazione internazionale e lo scontro di lunga durata tra colonialismo e anticolonialismo sono a un punto di svolta. Con la guerra contro la Libia e con il «nuovo Sykes-Picot» delineatosi in Medio Oriente vediamo emergere una nuova divisione del lavoro nell’ambito dell’imperialismo, ovviamente sotto la regia di Washington, ma non priva di contraddizioni al suo interno. Le tradizionali grandi potenze coloniali quali l’Inghilterra e la Francia si concentrano sul Medio Oriente e sull’Africa, mentre la Germania, come dimostra l’atteggiamento da essa assunto in occasione della crisi jugoslava prima e ucraina poi, concentra la sua attenzione e dispiega il suo attivismo nei Balcani e in Europa orientale; gli Usa dovrebbero così poter spostare sempre più il loro dispositivo militare in Asia, prendendo di mira col «pivot» la Repubblica popolare cinese.

Torniamo così al paese scaturito da quella che può essere definita la più grande rivoluzione anticoloniale della storia. Non si tratta solo del fatto che essa è avvenuta nel paese più popoloso del mondo: la tragedia subita a partire dalle guerre dell’oppio aveva come vittima un popolo che, dopo aver occupato per secoli e anzi per millenni un posto di primo piano nell’ambito della civiltà mondiale, in tempi straordinariamente rapidi subiva una catastrofe senza precedenti e un processo di rapida e radicale deumanizzazione. Il «secolo delle umiliazioni» ovvero della «Cina crocifissa» ha coinciso con il periodo in cui l’arroganza e la barbarie del colonialismo e dell’imperialismo hanno toccato il loro apice; e la fondazione della Repubblica popolare cinese ha alle sue spalle la resistenza prima contro l’imperialismo giapponese (emulo di quello hitleriano) e poi contro l’imperialismo statunitense.

La Repubblica popolare cinese è il paese che al tempo stesso sintetizza la storia del movimento comunista e del movimento anticolonialista. Sull’onda della rivoluzione d’ottobre Lenin aveva sperato che il contenuto principale o esclusivo del secolo XX che si apriva sarebbe stata la lotta tra capitalismo da un lato e socialismo/comunismo dall’altro: il mondo coloniale era stato ormai totalmente occupato dalle potenze capitaliste e ogni nuova spartizione per iniziativa delle potenze sconfitte o «svantaggiate» avrebbe significato una nuova guerra mondiale e un nuovo passo in avanti verso la distruzione finale del sistema capitalista: la conquista dell’ordine nuovo socialista era immediatamente all’ordine del giorno! Sennonché, Hitler faceva una mossa inaspettata: individuava nell’Europa orientale lo spazio coloniale ancora libero e a disposizione dell’impero tedesco da edificare; e in modo analogo, come sappiamo, si atteggiavano l’Impero del Sol Levante e l’Italia fascista. È così che in paesi di antica o antichissima civiltà e nella stessa Europa irrompeva la lotta tra colonialismo da un lato e anticolonialismo [promosso e spesso diretto dal movimento comunista) dall’altro. Di questa situazione inattesa era Mao Zedong a fornire la sintesi più efficace, evidenziando in determinate circostanze «l’identità fra la lotta nazionale e la lotta di classe» [Losurdo, 2013, cap. 6, par. 7].

La vittoria della rivoluzione anticolonialista mondiale non comporta il dileguare della questione coloniale: i paesi di nuova indipendenza sono chiamati a colmare il distacco economico e tecnologico rispetto ai paesi capitalisti più avanzati (e alle ex potenze coloniali), se vogliono evitare che la conquistata indipendenza politica diventi qualcosa di meramente formale. A esprimere la consapevolezza più lucida della necessità di questa nuova tappa della rivoluzione anticoloniale è stato un altro leader cinese, e cioè Deng Xiaoping.

Affermare la centralità nel XX secolo e in questo inizio del XXI della lotta tra colonialismo e anticolonialismo non significa ignorare la lotta anticapitalistica. Si tratta invece di comprendere quest’ultima a partire dalla prima. Sia Mao che Deng hanno cara la parola d’ordine per cui «solo il socialismo può salvare la Cina»: nel grande paese asiatico l’ordine nuovo postcapitalistico è stato progettato e ha cominciato a prender forma a partire dalla lotta contro l’assoggettamento coloniale; in modo analogo, in America Latina, il «socialismo del XXI secolo» è stato pensato e si diffonde sull’onda della lotta contro la dottrina Monroe e per l’indipendenza nazionale. Resta il fatto che, più di ogni altro paese, la Repubblica popolare cinese esprime in modo condensato la storia della rivoluzione anticolonialista e del movimento comunista e dell’intrecciarsi dell’una con l’altro.
Abbiamo visto Brzezinski sottolineare il ruolo essenziale svolto dalla «guerra di popolo» (che ha avuto in Mao il suo primo grande interprete) nel corso della rivoluzione anticoloniale. Ma non meno essenziale è l’insegnamento ai paesi di nuova indipendenza fornito prima da Mao Zedong e poi, in modo più organico, da Deng Xiaoping, sulla necessità del passaggio dalla fase prevalentemente militare alla fase prevalentemente economica della rivoluzione anticoloniale. E non a caso le riforme realizzate in Cina ispirano il Vietnam e più recentemente anche Cuba e, con modalità diverse, un numero crescente di paesi del Terzo Mondo, inclini a farla finita con il neoliberista «Washington Consensus» per guardare invece al «Beijing Consensus».
Se il paese che ne è il bersaglio è scaturito dalla più grande rivoluzione anticoloniale della storia, il paese promotore del «pivot» è quello che più di ogni altro è riuscito a conferire una parvenza anticoloniale al suo espansionismo coloniale e neocoloniale. Ciò vale già per la fondazione degli Usa, scaturiti non da una rivoluzione anticoloniale, come spesso si legge, bensì da una controrivoluzione colonialista. […]

Dopo la disfatta della Germania hitleriana, non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano divenuti il nemico principale della rivoluzione anticolonialista: ne sanno qualcosa Cuba e numerosi altri paesi dell’America Latina; ne sa qualcosa il Vietnam; ne sa qualcosa la stessa Palestina, i cui abitanti subiscono un processo di ininterrotta espropriazione e colonizzazione anche a causa della sostanziale complicità di Washington con Tel Aviv.
Infine, ne sa qualcosa la Cina: dopo che le è stato impedito di portare a termine il processo di unificazione nazionale e di recupero dell’integrità territoriale, e rimasta a lungo isolata diplomaticamente e strangolata economicamente, è ora bersaglio del «pivot» inscenato da un terrificante apparato militare. Al momento della conclusione della prima tappa della rivoluzione anticoloniale del grande paese asiatico, si sviluppava negli Usa un dibattito lacerante e rivelatore: «who lost China?». La superpotenza apparentemente invincibile si era lasciata strappare un paese di enorme importanza strategica e un mercato potenzialmente immenso: chi era il responsabile? Con il varo delle riforme di Deng, agli inizi della seconda tappa della rivoluzione anticoloniale riemergevano negli Stati Uniti le speranze di riconquista del paese «perso» trent’anni prima:

Alcuni analisti predissero perfino che le Zone economiche speciali sarebbero diventate una sorta di colonia americana in Asia orientale […]. Gli americani credevano che la Cina sarebbe diventata una gigantesca succursale economica degli Stati Uniti [Ferguson, 2008, pp. 585-6].

Ma anche in questo caso, la delusione non tardava a intervenire. Se alla prima «perdita» del grande paese asiatico faceva seguito la politica di «contenimento» e di spietato strangolamento diplomatico ed economico, alla seconda «perdita» fa seguito il «pivot».

Il «pivot» viene spesso presentato in Occidente come una risposta alla «minaccia» proveniente da Pechino. Non c’è dubbio che l’ascesa o, più esattamente, il ritorno della Cina, dopo la fine del «secolo delle umiliazioni», e il poderoso sviluppo industriale e tecnologico del grande paese asiatico stanno modificando il quadro internazionale in modo radicale. Nel marzo 1949 il generale statunitense Mac Arthur poteva constatare compiaciuto: «Ora il Pacifico è diventato un lago Anglo-Sassone» [in Kissinger, 2011, p. 125]. Dati i rapporti di forza esistenti, gli Usa nutrivano ancora qualche speranza di bloccare con il loro intervento l’ascesa al potere del Partito comunista e di Mao Zedong ; la speranza andava rapidamente delusa e a Washington, tra polemiche furibonde, si scatenava la caccia al responsabile della «perdita» del grande paese asiatico.
Il Pacifico non era più in senso stretto «un lago Anglo-Sassone», ma, come sappiamo, ancora alla fine della guerra fredda gli Stati Uniti violavano indisturbati lo spazio aereo e marittimo cinese. Erano gli anni in cui la superpotenza ormai solitaria cercava di consolidare e rendere permanente e incolmabile la sua già netta superiorità militare mediante la Revolution in Military Affairs. Questa conosceva il suo trionfale battesimo del fuoco nel corso della prima guerra del Golfo: pur armato in misura non trascurabile, l’Iraq di Saddam Hussein subiva una disfatta rapida e irreparabile. Suonava un campanello d’allarme soprattutto per i paesi che da poco si erano scossi di dosso il giogo coloniale.
A Pechino, nel giugno 1991 Jiang Zemin [2010, pp. 134, 136 e 591] esprimeva la sua preoccupazione: «Se anche una guerra mondiale non è imminente, il mondo è ben lungi dall’essere pacifico»; «particolarmente preoccupante è la Guerra del golfo». «Il ruolo della tecnologia militare è diventato una questione importante»: per quanto riguarda la Cina, in certi settori dell’apparato militare «il gap si sta aggravando». È un concetto precisato e ribadito cinque anni dopo: «L’applicazione su larga scala di tecnologie nuove e sofisticate sta cambiando il mondo in profondità sul piano non solo sociale ed economico ma anche militare e sta introducendo mutamenti rivoluzionari nella sfera militare». Il mancato appuntamento con la prima rivoluzione industriale e tecnologica aveva segnato l’inizio del «secolo delle umiliazioni»; il mancato appuntamento con la rivoluzione industriale, tecnologica e militare in corso avrebbe comportato il ripetersi della tragedia forse su scala più larga. In questo quadro vanno inseriti gli sforzi in questi ultimi anni dispiegati dalla Cina per ridurre il suo ritardo sul piano militare.

Argomento di fantapolitica anche nel passato più recente, la «minaccia cinese» ha assunto improvvisa realtà e concretezza ai giorni nostri? Diamo la parola a uno studioso statunitense di origine cinese, autore di un libro pubblicato da un’istituzione in qualche modo ufficiale del paese-guida dell’Occidente (Strategic Studies Institute, U. S. Army War College). Ebbene, in questo studio possiamo leggere che, secondo alcuni analisti, i missili cinesi potrebbero «costringere la Marina statunitense a operare a più lunga distanza dalla costa [cinese], almeno nella fase iniziale del conflitto» [Lai, 2011, p. 217]. Stando così le cose, si possono capire i rimpianti di Washington per il fatto che il Pacifico non è più (nella sua parte occidentale) «un lago Anglo-Sassone», anzi un «lago privato» [Dyer, 2014, p. 2], o per il fatto che non è più agevole violare lo spazio territoriale, aereo e marittimo del grande paese asiatico; e tuttavia sembrerebbe azzardato parlare di «China Threat» o di «pericolo giallo»! Attualmente, la marina militare statunitense, che gode di una schiacciante superiorità, «opera a poche miglia di distanza da molte delle più importanti città cinesi» [ivi, p. 1]. Se questo è già sinonimo di «minaccia cinese», cosa si dovrebbe dire di una situazione rovesciata, in base alla quale fosse una superiore marina militare cinese a tenere sotto controllo e sotto minaccia, a distanza di poche miglia, San Francisco e New York? In realtà, su Foreign Affairs, l’autore dell’articolo che già conosciamo sulla capacità di primo colpo nucleare forse conseguita dagli Usa, sottolinea compiaciuto «il passo glaciale della modernizzazione delle forze nucleari cinesi»: dunque, «le probabilità che Pechino acquisisca nel prossimo decennio un deterrente nucleare capace di sopravvivere sono esili […]. Contro la Cina gli Stati Uniti hanno oggi una capacità di primo colpo e saranno capaci di mantenerla per un decennio e anche più» [Lieber, Press, 2006, pp. 43 e 49-50].

Ma come spiegare allora i conflitti per alcune isole collocate nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale? Riprendiamo la lettura dello studio pubblicato dallo statunitense Strategic Studies Institute:

La Cina ha una lunga storia di pescatori che pescavano in queste acque così come di rivendicazioni ufficiali di queste isole. Presumibilmente, i cinesi per primi dettero loro un nome, le utilizzarono come punti di riferimento per la navigazione, tentarono di designarle come territori cinesi collocandole sotto la giurisdizione delle province costiere meridionali della Cina e definendole come tali sulle mappe. Per secoli i cinesi hanno dato per scontato che questo titolo storico (historical reach) stabiliva la loro proprietà su queste isole e sulle acque circostanti [Lai, 2011, p. 127].

Intervenivano poi il declino della Cina e l’espansionismo coloniale: «negli anni ’30 i francesi presero possesso delle isole Paracelso [Xisha in cinese] e Spratly [Nansha in cinese] in modo da espandere la portata del loro protettorato coloniale», mentre «durante la seconda guerra mondiale il Giappone assunse il controllo di tutte le isole del Mar Cinese Meridionale» [ivi, p. 128]. Con la Dichiarazione del Cairo (1943) e la proclamazione di Potsdam (1945) il Giappone si impegnava a restituire tutti i territori che «aveva rubato». Sennonché, in seguito allo scoppio della guerra fredda, alla Conferenza di pace di San Francisco non venivano invitate né la Repubblica popolare cinese né la Repubblica di Cina (Taiwan); il Giappone alleato degli Usa poteva così trattenere le isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi). Esse avrebbero dovuto essere restituite ma nelle nuove circostanze erano di grande utilità quale pistola puntata contro il nemico scaturito da una grande rivoluzione anticoloniale e ispiratore in Asia di un’ulteriore ondata di rivoluzioni anticoloniali. Dava prova di preveggenza il primo ministro Zhou Enlai, che alla vigilia della conferenza condannava gli Usa per il fatto «di privare la Cina del suo diritto a recuperare i suoi territori perduti» e «di varare un trattato per la guerra, non per la pace, nel Pacifico Occidentale» [ivi, p. 129].
Vale la pena di notare che sulle isole contese la Repubblica popolare cinese non assume una posizione diversa dalla Repubblica di Cina (Taiwan). Anzi, sembrerebbe che quest’ultima abbia dato prova di maggiore fermezza, a giudicare almeno dalla fonte statunitense più volte citata:

Nel 1946, il governo della Repubblica di Cina [la repubblica anteriore all’avvento dei comunisti al potere] inviò navi da guerra per “recuperare” le isole Paracelso e Spratly. In un mondo che enfatizzava il controllo di fatto piuttosto che le rivendicazioni storiche, la Cina avrebbe potuto mantenere lì le sue truppe al fine di esercitare il controllo di fatto su quei territori e affermare il possesso fermo e incontestabile di quelle isole. Per aver mancato di far ciò e aver trascurato per decenni le isole del Mar Cinese Meridionale i leader cinesi [in primo luogo della Repubblica popolare] hanno da rimproverare se stessi […]. I leader cinesi [della Repubblica popolare] sciuparono tutto il loro tempo e tutte le loro energie impegnando i cinesi gli uni contro gli altri in “perpetue rivoluzioni e lotte di classe”, mentre lasciavano incustoditi i territori contesi in mare aperto [ivi, p. 130].

A rivelarsi particolarmente intrattabile è il conflitto tra Cina e Giappone, ma è quest’ultimo ad averlo provocato. La verità finisce con l’emergere dalle stesse analisi di giornalisti e studiosi occidentali: «ragionevole» è la rivendicazione avanzata da Pechino sulle «isole Diaoyu» (ovvero Senkaku); e si tratta di una rivendicazione avanzata dalla nazione cinese nel suo complesso, che anzi spesso rimprovera ai suoi governanti di assumere un atteggiamento «troppo conciliante e molle» [Kristof, 2013]. Nonostante ciò – sottolinea un sociologo britannico – la Cina si accontenterebbe di definire «contesa» l’appartenenza di quelle isole, rinviando la soluzione del problema alle future generazioni. Si tratta di una proposta già avanzata a suo tempo da Zhou Enlai e inizialmente accettata dal Giappone, che ora invece la respinge seccamente. È una «follia» che si spiega con l’ondata sciovinistica che scuote il paese del Sol Levante [Dore, 2013]. Si tratta di un paese – occorre aggiungere – che non riesce a fare i conti con il suo orribile passato. Nel 1965, mentre infuriava l’aggressione contro il Vietnam, il primo ministro giapponese Eisaku Sato sollecitava il segretario statunitense alla difesa, Robert McNamara, a far ricorso all’arma nucleare nel caso di guerra contro la Cina, colpevole di aiutare il Vietnam [International Herald Tribune, 2008]. Ai giorni nostri, incoraggiato e reso spavaldo dall’appoggio degli Usa e dal «pivot» anticinese da essi inscenato, il governo giapponese si ostina in un negazionismo che è un insulto alla memoria delle vittime, non lascia presagire nulla di buono per il futuro e che, a causa del suo radicalismo, finisce con l’inquietare anche Washington.

L’imperialismo occidentale punta allo smembramento della Cina

In ogni caso, del tutto pretestuosa si rivela la parola d’ordine del «China Threat» (ovvero del «pericolo giallo»): questa parola d’ordine è un completo stravolgimento della verità. Il fatto è che non possiamo considerare definitivamente conclusa la lotta di liberazione nazionale che ha presieduto alla nascita della Repubblica popolare cinese. Non si tratta solo di Taiwan. Insistenti risuonano le voci che prevedono o auspicano per il grande paese asiatico una fine analoga a quella subita dall’Unione Sovietica o dalla Jugoslavia: «una nuova frammentazione della Cina è l’esito più probabile» – annunciava un libro di successo pubblicato a New York l’anno stesso dell’«implosione» del paese sconfitto nel corso della guerra fredda [Friedman, Lebard, 1991].
Da allora, negli Usa e nei paesi a essi alleati, si sono moltiplicate le prese di posizione di analisti, strateghi, politici, uomini di Stato che prevedono o invocano la «frammentazione del colosso cinese», il suo smembramento in «sette Cine» o in «molte Taiwan». L’ideale sarebbe procedere a una «disintegrazione dall’interno» (disintegration from within). In ogni caso Washington è chiamata ad «affrontare in maniera più coerente la futura frammentazione della Cina». Siamo in presenza di una campagna che si muove su vari fronti: dà da pensare il premio conferito dal Los Angeles Times a un libro che invoca il ritorno alla Cina della dinastia Ming (che vede la sua fine nel 1644), con esclusione quindi del Tibet, del Xinjiang, della Mongolia interna e della Manciuria. Certo, se in modo analogo si dovesse procedere per gli Usa, essi cesserebbero di essere uno Stato indipendente e diventerebbero di nuovo una colonia della Gran Bretagna! Ma, ovviamente, l’autore qui citato ha di mira solo la Repubblica popolare cinese: assieme dunque a secoli di storia, dovrebbe essere rimessa in discussione una parte assai considerevole (pressappoco la metà) del suo odierno territorio. Ancora oltre va un altro libro acclamato in Occidente: occorre contrastare il governo di Pechino anche a proposito dell’«invenzione di un’unica etnia di cinesi Han»; in realtà al loro interno sussistono notevoli differenze per quanto riguarda la stessa lingua, e dunque… [Losurdo, 2010, cap. 8, par. 8].

Talvolta, il desiderio di sbarazzarsi di un potenziale concorrente ama camuffarsi come previsione storica: «Alcuni esperti hanno addirittura profetizzato il ripetersi di uno di quei cicli storici in cui si è assistito allo smembramento del Paese, che farebbe svanire i sogni di grandezza della Cina» [Brzezinski, 1998, p. 218]. Qualunque sia il linguaggio di volta in volta usato, abbiamo a che fare con un obiettivo perseguito indipendentemente dalla politica messa in atto dal governo di Pechino sul piano nazionale o internazionale: nel 1999, l’anno del bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado, un esponente di rilievo dell’amministrazione statunitense dichiarava che, già solo per la sua «dimensione», la Cina costituiva un problema, ovvero una potenziale minaccia [Richardson, 1999].
Non stupisce allora che, nel ricevere il Premio per la pace dei librai tedeschi, il «dissidente» cinese Liao Yiwu abbia pronunciato un discorso la cui parola d’ordine era, in riferimento al suo paese: «Questo Impero deve finire in pezzi» (auseinanderbrechen) [Köckritz, 2012]. Come si vede, lo smembramento della Cina, comunque conseguito, viene considerato un contributo alla causa della pace! Resta il fatto che è il paese di cui si progetta, o si invoca o si sogna, lo smembramento a essere realmente minacciato. […]

Attacco alla Cina da destra e da sinistra: una strategia consolidata

A causa dell’aggrovigliato intreccio di contraddizioni da cui scaturisce e dell’ambizioso progetto di trasformazione che essa persegue, ogni grande rivoluzione finisce con l’essere messa in questione da contrapposti schieramenti, che per qualche tempo possono persino fare causa comune. Così è avvenuto per la rivoluzione francese: combattendo Robespierre da «sinistra», inizialmente Babeuf salutava con favore il Termidoro che poi l’avrebbe condannato a morte. Di questa dialettica oggettiva nel Novecento hanno saputo far tesoro le grandi potenze impegnate a destabilizzare i paesi scaturiti da una grande rivoluzione. […]
Non c’è motivo per abbandonare una strategia sperimentata e coronata dal successo, ed essa è infatti più che mai all’opera contro la Repubblica popolare cinese. Quante denunce si possono leggere sulla stampa nordamericana ed europea sullo sfruttamento della classe operaia da parte di un regime comunista o che si proclama tale? Sennonché, ben diversamente suonano i rimbrotti che il giornalista televisivo statunitense Mike Wallace comunica il 2 settembre 1986 a Deng Xiaoping : «gli investitori occidentali si lamentano che la Cina rende difficili gli affari: affitti esorbitanti per gli uffici, troppi bisticci per i contratti, troppe tasse speciali; anche il lavoro è eccessivamente caro» [in Deng Xiaoping, 1992-95, vol. 3, p. 173]. Circa vent’anni dopo c’è una replica di cui riferisce l’International Herald Tribune: il governo cinese prepara una legge mirante a «proteggere i lavoratori», impedire o contenere gli abusi padronali e «conferire un potere reale ai sindacati»; si scatena la protesta di cui sono protagonisti i grandi industriali, la «Camera Americana del Commercio» e «deputati americani» [Barboza, 2006]. Tali lamentele si rinnovano ogni volta che a Pechino il potere politico vara norme a favore della classe operaia.
È una doppiezza che si manifesta a ogni livello. Sì, instancabile è la campagna che denuncia il ritardo delle regioni più lontane dal mare e quindi sfavorite sul piano geografico (anche se negli ultimi anni tale ritardo comincia a ridursi); ma non mancano neppure gli appelli rivolti alle regioni costiere perché si sbarazzino del peso rappresentato dalle regioni più arretrate. E tali appelli risultano tutt’altro che stupefacenti se si riflette sul fatto che da sempre gli Usa hanno guardato con diffidenza o ostilità allo Stato sociale, e che lo Stato sociale trova la sua espressione in Cina anche nell’aiuto che le regioni più avanzate, quelle costiere appunto, sono tenute a fornire alle altre.

Oppure, si prenda la questione ambientale. Sulla sua drammaticità in Cina a ragione l’Occidente non si stanca di insistere (rimossi sono però il grande smog che nel dicembre 1952 provocò a Londra migliaia di morti e la catastrofe ecologica forse più grave della storia umana, verificatasi nel dicembre 1984 a Bhopal e della quale fu responsabile la filiale indiana della Union Carbide, una multinazionale di fertilizzanti e insetticidi agricoli che aveva il suo centro negli Stati Uniti). Al tempo stesso, però, ecco la più autorevole stampa statunitense e occidentale dare ampio spazio a un «dissidente», uno scrittore, che prende posizioni contro il governo cinese in questi termini: è inammissibile voler limitare il traffico, il fumo, le graticole all’aperto; ridicolo è lo slogan in base al quale «la riduzione dell’inquinamento comincia da me stesso»; fuorviante è anche la chiusura delle «piccole fabbriche di proprietà privata». Tutto è inutile sino a quando non saranno colpite massicciamente le «fabbriche grandi e medie di proprietà statale» [Yu Hua, 2013]. E così mentre si tuona contro la Repubblica popolare cinese per il suo sviluppo non rispettoso dell’ambiente, ci si fa beffe delle misure prese in qualsiasi paese civile per contenere l’inquinamento e si riafferma il diritto degli automobilisti, dei fumatori, degli appassionati della graticola a inquinare a loro gradimento. Al «dissidente», come ai circoli statunitensi che lo vezzeggiano, la cosa che sta veramente a cuore non sono l’ambiente e lo sviluppo della coscienza ecologica, bensì lo smantellamento dell’industria statale, quella che ha consentito alla Cina di superare indenne la devastante crisi economica abbattutasi sull’Occidente.

L’attacco alla Cina risulta tanto più efficace per il fatto che la decurtazione della Carta dei diritti dell’uomo consente a Washington di rimproverare al paese potenzialmente nemico il mancato rispetto della religione civile del nostro tempo. Per F. D. Roosevelt tra gli essenziali diritti dell’uomo rientrava anche la «libertà dal bisogno» e, se si tiene fermo questo punto, dobbiamo giungere a una conclusione che è diametralmente opposta all’ideologia dominante e che tuttavia è inoppugnabile. Nei decenni che precedevano le guerre dell’oppio la Cina vantava un prodotto interno lordo e un’aspettativa di vita di tutto rispetto e persino invidiabili. A conclusione del «secolo delle umiliazioni», la Cina era uno dei paesi più poveri del mondo o forse il più povero in assoluto. Detto diversamente, il periodo iniziato con le guerre dell’oppio ha comportato una violazione su scala senza precedenti di quell’essenziale diritto dell’uomo che è la «libertà dal bisogno». Così come la fuoriuscita dalla miseria e dalla fame sta a significare nella Cina di oggi la riconquista della «libertà dal bisogno» a opera di centinaia e centinaia di milioni di persone, un trionfo di una portata storica per la causa dei diritti dell’uomo.
A rigor di logica, a dover essere messi in stato d’accusa sono proprio coloro che oggi si ergono a giudici solitari e inappellabili.
Alla medesima conclusione si giunge partendo da quell’altro diritto essenziale dell’uomo che, sempre secondo F. D. Roosevelt, è la «libertà dalla paura». In questo caso il quadro è ancora più chiaro, e per illustrarlo mi limito a citare un articolo del più autorevole quotidiano statunitense (e occidentale). Prendendo lo spunto dai recenti accordi commerciali stipulati dalla Cina con i paesi dell’Asia centrale, che prevedono anche l’estensione dei collegamenti ferroviari fra le due parti, esso osserva nascondendo appena il suo disappunto:

Mentre la maggior parte delle importazioni di materie prime e delle esportazioni di beni finiti passa di solito attraverso rotte marittime controllate dalla Marina militare degli Usa, lo sviluppo di rotte terrestri nel Kazakistan e l’accesso all’abbondante petrolio, ferro e frumento di questo paese significa che una percentuale crescente del commercio cinese viaggia attraverso aree al di fuori del dominio americano.

La Cina non vuole essere in balia di «qualunque cosa gli Stati Uniti decidono di fare» [Bradsher, 2013]. Un blocco dei flussi commerciali del grande paese asiatico significherebbe la condanna alla fame per oltre un miliardo e trecento milioni di persone. In questo caso, la «libertà dalla paura» coincide con la «libertà dal bisogno», ed è chiaro chi è deciso a preservare l’una e l’altra e chi ha la tentazione di cancellare entrambe.
Disgraziatamente, l’ideologia e il potere dominanti hanno di fatto depennato dalla Carta dei diritti dell’uomo la «libertà dal bisogno» e la «libertà dalla paura»; esse sono state largamente dimenticate dalle Organizzazioni non governative e di esse la stessa sinistra sembra avere un ricordo vago e confuso. Mentre depreca lo smantellamento dello Stato sociale, la crescente miseria di massa e dunque la cancellazione della «libertà dal bisogno», la sinistra non fa riferimento a essa allorché analizza la situazione internazionale. Quando contrappone il capitalismo occidentale al «capitalismo autoritario» della Cina e al «capitalismo populista» (incline al caudillismo e all’autoritarismo) dell’«America Latina», Žižek [2009a, p. 131 e 2009b, p. 450] non tiene conto in alcun modo né della «libertà dal bisogno» né della «libertà dalla paura». E procedendo a un confronto astratto tra paesi tra loro così diversi, egli ignora in realtà anche la lezione di Hamilton, il quale ha spiegato una volta per sempre che una situazione di tranquillità geopolitica è la condizione per lo sviluppo del governo della legge, delle istituzioni liberali e della democrazia.
A uscir peggio da questo confronto sono regolarmente i paesi che hanno alle spalle una rivoluzione anticoloniale e che in qualche modo sono impegnati a proseguirla. Assieme alla Cina, sotto la categoria di «capitalismo autoritario» potrebbe essere sussunto anche il Vietnam e rischia di essere sussunta la stessa Cuba, che negli ultimi anni si è avviata su un cammino non troppo dissimile da quello intrapreso da Cina e Vietnam. La categoria di «capitalismo populista» fa subito pensare, in primo luogo, al Venezuela di Hugo Chávez e di Nicolás Maduro. Sul versante opposto, a distinguersi positivamente per il fatto di essere comunque immuni da autoritarismo e populismo sono le grandi potenze capitalistiche e imperialistiche responsabili di minare la tranquillità geopolitica e le possibilità di sviluppo democratico dei paesi che costituiscono il bersaglio principale del potere e dell’ideologia dominanti (e dello stesso Žižek).
Forse si può procedere a un confronto del tutto diverso. Per portare a termine il loro processo di democratizzazione, pur godendo di una situazione geopolitica eccezionalmente favorevole, gli Usa hanno avuto bisogno di due secoli (sì, nella repubblica nordamericana lo Stato razziale e la discriminazione contro i neri e altre «razze» tradizionalmente considerate «inferiori» hanno per qualche tempo continuato a sussistere anche dopo il crollo del Terzo Reich). È da aggiungere che dopo l’11 settembre, il processo di democratizzazione ha conosciuto vistose regressioni. Considerazioni analoghe si possono fare per paesi come la Gran Bretagna e la Francia.
Cos’è che realmente motiva l’impazienza di cui l’Occidente nel suo complesso (compresa larga parte della sinistra) dà prova nei confronti di paesi e ordinamenti politici scaturiti da una rivoluzione anticoloniale?

Imperialismo occidentale e nichilismo storico

Da sempre la conquista di un paese è un’impresa che va ben al di là della dimensione puramente militare. Se pensiamo in particolare al mondo coloniale, il rapporto di dominio risulta solido e duraturo solo allorché riposa sulla distruzione della storia, dell’identità culturale, dell’autostima del popolo assoggettato, sicché quest’ultimo cade in preda all’autofobia e aspira a essere partecipe, sia pure in modo subalterno, dell’identità del vincitore. Non si tratta di una vicenda conclusasi con il tramonto del colonialismo classico e limitata al mondo coloniale propriamente detto. Può persino accadere che a contribuire involontariamente al processo sopra descritto siano un grande movimento rivoluzionario o alcune sue componenti. [… Nella Russia post-sovietica degli anni Novanta governata da El’cin] per qualche tempo l’unica cultura considerata degna di considerazione era quella che si ispirava (acriticamente) all’Occidente e al suo paese-guida e che con abbondanza di mezzi era propagandata da fondazioni e «organizzazioni non-governative» generosamente finanziate per l’appunto dall’Occidente e dal suo paese-guida.

Quello che in relazione alla Russia era un risultato in larga parte casuale, diviene ora un programma dagli strateghi di Washington coscientemente e tenacemente perseguito nel corso della lotta contro la Cina. Certo, si ha ora a che fare con una civiltà millenaria, che ha saputo respingere, assorbire o contenere le sfide provenienti dall’estero persino nel corso del tragico «secolo delle umiliazioni» apertosi con le guerre dell’oppio. In questo caso, lo spazio per il nichilismo nazionale è ben più ridotto, tanto più che il Partito comunista cinese è giunto al potere sull’onda di una gigantesca rivoluzione anticoloniale e nazionale.
E tuttavia, nel corso del Novecento non sono mancati momenti in cui la Cina, interrogandosi sulle ragioni di fondo del sopraggiungere delle «umiliazioni», ha messo in discussione più o meno in blocco la storia alle sue spalle, anche quella più remota. È ciò che avveniva con il movimento del 4 maggio 1919: assieme all’imperialismo giapponese ormai sul punto di sostituirsi all’imperialismo occidentale, esso prendeva di mira impietosamente Confucio e il confucianesimo, cioè la cultura che da due millenni e mezzo contrassegnava la storia del grande paese asiatico. Si verificava poi una sorta di replica in forma più radicale in occasione della rivoluzione culturale, allorché, come nella Russia sovietica del Proletkult, assieme a Confucio e al confucianesimo diveniva oggetto di derisione (e talvolta di iconoclastia) tutto ciò che non era autenticamente «proletario». E, tuttavia, anche nel corso di quegli anni continuavano a essere stampate, studiate e venerate le opere di Mao, fitte di riferimenti agli autori classici della millenaria cultura cinese, a cominciare da Sun Tzu, il grande stratega e teorico della guerra del VI-V secolo a.C., studiato con profitto e citato anche nel corso della guerra di resistenza contro l’imperialismo giapponese.

C’è comunque pur sempre uno spazio per il tentativo di distruzione dell’identità della Cina: si spiega così l’impegno statunitense e occidentale a delegittimare la grande rivoluzione e la Repubblica popolare cinese che da essa è scaturita, criminalizzando e demonizzando in blocco entrambi i periodi in cui si articola la sua storia, quello dominato dalla figura di Mao Zedong e quello che fa seguito all’avvento al potere di Deng Xiaoping. Quest’ultimo ha liberato dalla fame e dalla miseria più abietta centinaia e centinaia di milioni di persone. Per dirla con le parole di un grande statista occidentale (che ha presente soprattutto la dimensione economica): è «il leader comunista di più grande successo della storia mondiale» [Schmidt, 2012]. Anzi, si chiede un autorevole studioso statunitense: «C’è un altro leader nel ventesimo secolo che abbia fatto di più per migliorare la vita di un numero così alto di persone? C’è un altro leader novecentesco che abbia esercitato un’influenza così grande e così duratura sulla storia mondiale?» [Vogel, 2011, p. 690]. E dunque, di tale personalità la nazione cinese può ben essere orgogliosa; e ben si comprende allora l’aspirazione a impiccare Deng Xiaoping al lampione di Piazza Tienanmen, nutrita da coloro che sono impegnati a privare la Repubblica popolare cinese della sua storia, della sua autostima, della sua identità. Ogni volta che si ricorda la tragedia verificatasi su quella piazza, il terrorismo dell’immediata percezione e indignazione associa regolarmente la foto di Deng Xiaoping, o un commento su di lui, alla foto del carro armato fronteggiato dal manifestante indifeso; il silenzio sulla triplice selezione, a fondamento di quella immagine, favorisce il dispiegarsi dell’azione subliminale.
Quest’operazione non sarebbe completa senza la criminalizzazione e demonizzazione di Mao Zedong. Eppure i suoi meriti sono enormi ed evidenti. Diamo di nuovo la parola all’ex cancelliere della Repubblica federale tedesca: «Egli ha ristabilito (wiederhergestellt) la Cina dopo un secolo e mezzo di colonizzazione» [Schmidt, 2012]. E, nel far ciò, ha contribuito potentemente ad abbattere il colonialismo su scala mondiale e a porre fine a un lungo capitolo di storia caratterizzato dal trionfo della legge del più forte, dall’assoggettamento e schiavizzazione di fatto delle nazioni più deboli, dal saccheggio delle loro risorse, dall’arroganza razziale e dalle infamie razziste, dal ricorso a pratiche genocide. Il principale pretesto per procedere alla damnatio memoriae del fondatore della Repubblica popolare cinese è il Grande balzo in avanti del 1958-59: a causa anche di impreviste calamità naturali e del contesto internazionale sfavorevole e ostile (all’embargo sin dagli inizi impietosamente praticato dagli usa e dall’Occidente si aggiungeva la rottura con l’Urss e gli altri paesi socialisti), il tentativo di accelerare impetuosamente lo sviluppo delle forze produttive, in modo da liberare il popolo cinese una volta per sempre dalla miseria e dalla penuria, falliva in modo clamoroso e tragico; ne scaturivano una disperata fame di massa e una morte per inedia su larga scala. Prendendo le mosse da questo dato inconfutabile, la macchina propagandistica dell’ideologia dominante procede in modo assai spedito: ingigantisce le dimensioni della tragedia, trasforma un grave errore politico in un delitto intenzionale, bolla il fondatore della Repubblica popolare cinese come un criminale e anzi come il più grande criminale della storia, grida infine allo scandalo per il fatto che la Cina di oggi continua a rendergli omaggio.
In questo caso le manipolazioni sono tante e tali che non basta denunciarne una sola. Sì, è giusto sottolineare il carattere non intenzionale della tragedia in cui sfocia il Grande balzo [Schmidt, 2012]. Ma occorre procedere ben oltre. La tragedia della fame ha accompagnato la Cina a partire non dall’avvento al potere di Mao (che ha invece cercato disperatamente di porvi rimedio) ma dall’aggressione dell’Occidente colonialista. Basta leggere il libro recente di un celeberrimo uomo politico statunitense: alla vigilia delle guerre dell’oppio, «il pil della Cina era pressappoco sette volte quello della Gran Bretagna» [Kissinger, 2011, p. 44]. Qualche decennio dopo, la morte per fame non suscitava né sorpresa né indignazione: era un’ecatombe quotidiana. Nel complesso, se esaminiamo gli «anni 1850-1950», grosso modo il «secolo delle umiliazioni» che va dalla prima guerra dell’oppio e dall’irruzione del colonialismo sino alla vittoria nel 1949 della rivoluzione anticoloniale (e di orientamento socialista), e teniamo presenti le catastrofi che punteggiano questa grande crisi storica (invasioni militari, insurrezioni, «cataclismi naturali»), possiamo giungere a una conclusione: si tratta forse del periodo più sanguinoso nella storia del mondo.
Non solo la tragedia della fame in Cina è in larga parte il risultato dell’aggressione colonialista, ma questo risultato è stato spesso lucidamente perseguito o agitato come minaccia. Già nel 1793, l’inviato della Corona britannica, Lord George Macartney, avvertiva: in caso di mancato accoglimento delle sue richieste, grazie alla sua potenza navale, il governo di Londra era in grado di ridurre almeno le regioni costiere dell’Impero di Mezzo alla «fame assoluta» [in Kissinger, 2011, p. 43]. Oltre un secolo e mezzo dopo, uscita devastata dall’occupazione giapponese e da una guerra civile non ancora del tutto conclusa, la nuova Cina diveniva il bersaglio delle minacce militari e della guerra economica scatenata dagli Usa. L’amministrazione Truman perseguiva un obiettivo semplice e chiaro: approfittando anche dell’«inesperienza comunista nel campo dell’economia urbana», occorreva infliggere alla Repubblica popolare cinese «la piaga» di «un generale tenore di vita attorno o al di sotto del livello di sussistenza», occorreva condurre un paese dai «bisogni disperati» verso una «situazione economica catastrofica», «verso il disastro» e il «collasso» [Zhang, 2001, pp. 20-2, 25 e 27]. Ancora agli inizi degli anni Sessanta un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, si vantava del trionfo conseguito dagli Stati Uniti, i quali erano riusciti a ritardare lo sviluppo economico della Cina almeno per «decine di anni» [ivi, p. 250].
Con le sue molteplici manipolazioni, la consueta demonizzazione di Mao a partire dal Grande balzo in avanti rimuove una domanda che pure dovrebbe essere elementare: la terribile carestia che fece seguito all’esperimento politico, senza dubbio sconsiderato, è da mettere sul conto esclusivamente del leader comunista cinese o anche e in primo luogo dei promotori di un embargo devastante? La domanda potrebbe persino diventare più pungente: sono più gravi le responsabilità di chi per inesperienza nella gestione dell’economia e per avventurismo politico ha provocato una catastrofe o le responsabilità di coloro che in modo intenzionale, consapevoli dell’«inesperienza» del nemico e avvalendosi della propria esperienza, quella catastrofe hanno voluto e prodotto? Domande analoghe sono legittime e doverose anche per quanto riguarda Piazza Tienanmen: che ruolo hanno svolto nella tragedia le interferenze statunitensi, ed esse miravano a facilitare o a rendere impossibile la conciliazione o il compromesso tra le due parti in lotta? Washington desiderava sventare o provocare lo spargimento di sangue (in modo da screditare il paese diretto da un partito comunista)? Le interferenze statunitensi, che a detta di Deng Xiaoping rischiavano di sfociare in una guerra con la Cina, avevano più a cuore la salvezza di vite umane o l’agognato assalto finale a quello che del movimento comunista restava nel mondo?

La distruzione della storia, dell’identità culturale, dell’autostima di un popolo non sarebbe completa senza la cancellazione del diritto del popolo assoggettato o da assoggettare al risarcimento morale per i torti da esso subito per un periodo più o meno lungo di storia. Il «secolo delle umiliazioni», di cui amano parlare i dirigenti cinesi, riassume le infamie subite da un popolo di antichissima civiltà che, a partire da guerre decisamente ripugnanti sul piano morale (le guerre dell’oppio), era aggredito da una potenza imperialistica dopo l’altra. In tempi brevi un processo di deumanizzazione lo collocava al livello più basso della gerarchia razziale, assieme a un altro popolo che a lungo è stato la vittima privilegiata del colonialismo e del razzismo a esso connesso. A fine Ottocento, se dinanzi a certi parchi pubblici del Sud degli Stati Uniti campeggiava la scritta: «Vietato l’ingresso ai cani e ai negri (Niggers)», a Shanghai, la concessione francese difendeva la sua purezza mettendo bene in mostra il cartello: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi» [Losurdo, 2005, cap. 10, par. 3]. Nel 1882, negli Usa veniva varato il Chinese Exclusion Act: chiamato a sventare la contaminazione proveniente dai migranti cinesi, esso subito diveniva un modello per i campioni anche europei della purezza razziale. Dopo aver subito nel 1900 la spedizione punitiva promossa congiuntamente dalle potenze imperialiste del tempo, la Cina diveniva poi, in seguito all’invasione giapponese, la vittima di una delle peggiori infamie della seconda guerra mondiale e della storia mondiale nel suo complesso. Lo dimostrano non solo la schiavitù sessuale imposta alle donne, le cosiddette comfort women costrette a «confortare» i militari dell’Impero del Sol Levante, e il famigerato massacro di Nanchino nel 1937. Dà soprattutto da pensare il processo di deumanizzazione, che raggiungeva una rara completezza: i cinesi costituivano il bersaglio vivente dei soldati giapponesi che si esercitavano ad andare all’assalto con la baionetta; per di più, essi erano talvolta usati e sacrificati quali cavie per la vivisezione e per altri atroci esperimenti condotti con armi batteriologiche. Ai responsabili e ai membri della famigerata unità 731, a questi criminali di guerra, gli Usa garantivano l’impunità in cambio della consegna di tutti i dati raccolti: nell’ambito della guerra fredda ormai alle porte, assieme alle armi atomiche venivano puntate anche quelle batteriologiche.
Riconoscere al popolo cinese il diritto al risarcimento morale per queste infamie comporterebbe la necessità di un’autocritica da parte di coloro che se ne sono resi responsabili, l’Occidente e soprattutto il Giappone, che peraltro è alleato degli Usa; d’altro canto, tale risarcimento potrebbe stimolare nel popolo cinese l’orgoglio per aver saputo porre fine con una grande rivoluzione a un periodo tragico della sua storia e aver saputo riavviarsi, grazie a sforzi accaniti e a un prolungato processo di apprendimento, sulla via che conduce al recupero dell’antica grandezza. Riconoscere il diritto al risarcimento morale per il grande paese asiatico significherebbe rinunciare all’obiettivo di minarne l’identità e l’autostima. A quanto pare, si tratta di un obiettivo a cui non si intende rinunciare.
In Giappone continua a essere meta di pellegrinaggio un cimitero, anzi un sacrario che, assieme ai resti dei soldati morti in guerra, raccoglie anche i resti dei responsabili delle infamie di cui si sta parlando, processati e condannati dal tribunale di Tokyo (l’equivalente asiatico di Norimberga) e giustiziati quali criminali di guerra. A quel cimitero-sacrario si recava a rendere omaggio Junichiro Koizumi, primo ministro dal 2001 al 2006, e si reca l’attuale primo ministro Shinzo Abe. Il governo e i sostenitori di quest’ultimo si stanno ora distinguendo nel passare con la spugna su un passato orribile. Quando non è totalmente negato, a ben poca cosa si riduce il massacro di Nanchino; le schiave sessuali diventano normali prostitute, dilegua persino l’invasione della Cina: si tratta di una categoria – obiettano i dirigenti giapponesi – che è controversa. Assente è l’ondata di indignazione che sarebbe stato lecito attendersi; l’Occidente non si scompone: il calendario sacro da esso fissato non ritiene meritevole di particolare attenzione la tragedia del popolo cinese.

Il risarcimento morale viene negato anche in un altro modo. Sulla stampa statunitense si possono leggere articoli, la cui tesi di fondo è questa: in fin dei conti, le vittime provocate in Cina dall’aggressione dell’Impero del Sol Levante sono inferiori a quelle che hanno fatto seguito alla terribile carestia della fine degli anni Cinquanta. In base a questa logica dovremmo assolvere un bel po’ di criminali: sono numerosi gli incidenti stradali che provocano più vittime che non un singolo assassinio! Ma prendiamo pure sul serio un paragone che mette a confronto grandezze così eterogenee. Per coerenza dovremmo allora ridurre a un’insignificante bagattella Pearl Harbor: il «giorno dell’infamia» (nel linguaggio di F. D. Roosevelt) è ben poca cosa rispetto alla guerra di secessione che, per gli Usa, ha provocato più vittime che i due conflitti mondiali messi assieme. Ma forse ha poco senso impegnarsi a confutare sul piano logico un ragionamento che mira soltanto a negare alla Cina il risarcimento morale.
Una volta conseguito questo obiettivo, non ci sono più ostacoli al dispiegamento del terrorismo dell’indignazione morale, che impicca Mao all’immagine di una vittima della grande fame e Deng all’immagine del carro armato di Piazza Tienanmen.
L’attuale presidente cinese Xi Jinping ha dimostrato di aver ben compreso la reale posta in gioco, allorché ha chiamato il suo paese a respingere il «nichilismo storico», e a respingerlo in relazione sia a Mao Zedong che a Deng Xiaoping.

La cooperazione italo-cinese e l’alternativa del diavolo

di Francesco Maringiò

da marx21.it

Il complesso negoziato sino-americano sul commercio vive un momento non turbolento ma tuttavia segnato da oggettive difficoltà: troppa è la distanza che separa i moniti americani dalle concessioni che la Cina è disposta a fare senza penalizzare il suo sviluppo e troppo difficile diventa contenere l’impatto della guerra sul 5G (che è parte del negoziato ma che attiene, anche, ad altri aspetti strategici) negli Stati Uniti ed in Europa. Tuttavia, per quanto difficile, non è da escludere che un accordo sia ancora possibile. Ma sono tanti gli economisti che osservano come il “great deal” metterebbe sotto scacco l’Europa, stretta in un’alleanza tra le due superpotenze ed incapace di ritagliarsi un ruolo nel commercio internazionale.

È con questa premessa che va giudicata la firma di un memorandum d’intesa tra l’Italia e la Cina durante la visita di Stato del Presidente cinese, che inizierà ufficialmente il 22 p.v. con l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché di fronte al rischio concreto di fallimento del negoziato c’è l’assoluta necessità di costruire una politica estera sovrana per il Paese e capace di tutelarne gli interessi economici e geo strategici. Per fare ciò diventa imprescindibile un accordo quadro con la Cina popolare e le economie emergenti, pena il cedere ad una condizione ricattatoria che aggraverebbe ulteriormente la già precaria condizione dell’economia dell’Italia e della stessa eurozona. Infatti, di fronte alla possibilità di adesione da parte dell’Italia al club dei Paesi del Belt and Road Initiative (BRI), gli Stati Uniti hanno impostato una strategia di ricatto molto forte. Se l’Italia dovesse firmare, si esporrebbe –dicono fonti americane – a ritorsioni commerciali, economiche e nel campo della cooperazione militare e dell’intelligence; se invece dovessero decidere di stralciare l’accordo con Pechino l’alternativa sarebbe comunque il mantenimento di un quadro di subalternità con Washington da pagare a caro prezzo. L’esempio della guerra sul 5G è, da questo punto di vista, paradigmatico: si spinge l’Italia a rinunciare all’ammodernamento tecnologico attraverso le infrastrutture cinesi oggi fruibili sul mercato, in attesa di una tecnologia americana che ancora non esiste e che un domani sarà sicuramente più cara di quella cinese. La scelta è chiara: se si fa l’accordo ci si espone a ritorsioni, se si stralcia l’accordo non si ottiene nulla in cambio, se non il mantenimento dello status quo basato su accordi iniqui ed un rapporto di assoluta subalternità. Tertium non datur.

Per queste ragioni la decisione del governo di confermare la sottoscrizione del Memorandum, non rappresenta certo una strategia di uscita dal quadro di condizionamento atlantico e Nato ma traccia almeno una via per poter creare le condizioni per attrarre il surplus cinese in termini di investimenti diretti nel breve periodo e porre le basi per una politica estera che rompa col ricatto che Washington e, per ragioni diverse, Bruxelles stanno cercando di imporre al nostro Paese.

È interessante notare come il “partito contro il memorandum”, che ha goduto di una grande eco mediatica e della sponda politica della Lega al governo e del Pd e Forza Italia all’opposizione, abbia usato quasi esclusivamente l’argomento della necessità di non cooperare con Pechino perché promotore di un progetto egemonico. Gli stessi hanno poi argomentato che in ogni caso non potevamo firmare il memorandum, senza prima chiedere permesso al nostro “padrone di casa”, cioè gli Usa (a proposito di egemonismo …).

Chissà come commenteranno oggi, dopo aver letto la lettera che Xi Jinping ha affidato alle pagine del Corriere e che fornisce la chiave di interpretazione della diplomazia cinese e delle regioni per il suo forte investimento nel nostro paese. Si tratta di un testo scritto a partire da una prospettiva molto chiara: Italia e Cina non sono chiamate a trovare un’intesa su una serie di dossier economici e commerciali. Non solo questo, almeno. I due paesi sono chiamati a rispettare la loro lunga storia millenaria che li pone, nelle parole di Xi Jinping, come «emblema della civiltà orientale ed occidentale», dato che «hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana». Il loro rapporto, anche la stessa vicenda della Via delle Seta, non nasce pertanto oggi, ma affonda le radici sin dai tempi dell’Impero Romano, per poi vivere occasioni speciali che hanno fatto la storia delle relazioni tra i due Paesi. Marco Polo è arrivato alla corte del Khan prima che Cristoforo Colombo scoprisse le Americhe, Matteo Ricci si fece mandarino per conquistare la fiducia dei Ming e Prospero Intorcetta tradusse Confucio in latino ed aprì un'importante finestra di conoscenza sulla filosofia orientale in tutto l’Occidente. È a questa storia che rimanda il presidente cinese quando parla delle relazioni tra il suo Paese e l’Italia, attingendo a piene mani alla grande storia dell’Italia e citando, tra gli altri, Dante, Virgilio, Moravia e la sinologia italiana.

Ma il passaggio chiave dell’intervento del presidente cinese è probabilmente il seguente: «Di fronte alle evoluzioni e alle sfide del mondo contemporaneo, i due Paesi fanno appello alla loro preziosa e lunga esperienza e immaginano insieme gli interessanti scenari capaci di creare un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità». Il racconto del “nuovo ordine mondiale con caratteristiche cinesi”, come è stato sprezzantemente definito dagli oppositori dell’accordo italo-cinese, o la retorica dell’egemonismo di Pechino si infrange sugli scogli del patto strategico che la Cina offre all’Italia, di costruzione di un nuovo modello di rapporti internazionali che archivi definitivamente l’unilateralismo andato in voga dopo il crollo dell’Urss e ponga le basi per una cooperazione tra pari tra le nazioni del mondo. Uguaglianza, giustizia e cooperazione sono valori universali che affondano le proprie radici negli ideali della Rivoluzione francese e che certo non possiamo ignorare.

Con buona pace di quanti continuano a vedere nella Cina il principale nemico e lo scrivono nei propri documenti strategici (Usa e Ue) e con buona pace dei loro rappresentanti italiani che vorrebbero che il paese adottasse una politica aggressiva verso Pechino o in una relazione privilegiata intereuropea (che non esiste, visti gli interessi divergenti che albergano nell’eurozona), oppure in una quadro di cooperazione euro-atlantica il cui obiettivo è la rottura dell’asse russo-cinese e la cooptazione di Mosca in una nuova cortina di ferro ostile a Pechino.

La politica italiana ha davanti a sé un bivio: o accetta “l’alternativa del diavolo” e si lega al declino di questa visione strategica, oppure rovescia il tavolo ed afferma la necessità di una politica basata sulla cooperazione e la pari dignità tra le nazioni. La firma del Memorandum è il primo passo per imboccare la seconda strada, ma siamo ancora alle schermaglie iniziali di un braccio di ferro che segnerà di sé il prossimo futuro.

Foto del presidente Xi Jinping

L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

Di fronte alla crisi della globalizzazione imperialista.

L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

 

di Andrea Catone, Direttore della rivista MarxVentuno


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VERSION FRANÇAISE


Sollecitato da una serie di domande postemi in un’intervista nel corso del IX Forum del Socialismo Mondiale – appuntamento ormai annuale organizzato in autunno a Pechino dal World Socialism Research Justify presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali (CASS) e da altre organizzazioni politiche e culturali della RPC – propongo le seguenti riflessioni sul pensiero di Xi Jinping in merito all’ingresso del socialismo cinese in una nuova era.

Foto del presidente Xi Jinping

Il pensiero del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese ha un valore strategico non solo per la Cina – e questo già di per sé, date le dimensioni del territorio, della popolazione e dell’economia cinesi, impatta sul resto del mondo – ma anche per i partiti comunisti e operai, per i movimenti di lotta anti-imperialisti e contro il neocolonialismo, per tutte le autentiche forze democratiche e progressiste del mondo.

“Nuova era” implica che ci lasciamo alle spalle una “vecchia era”, che entriamo in una fase nuova della storia della Cina e del mondo: non solo della Cina, ma dell’intera umanità. E questo non solo perché la storia della Cina non può non influire sui destini del mondo, ma anche perché, come scrive Xi, i destini di Cina e mondo sono interconnessi: “Noi in Cina crediamo che la Cina farà bene solo quando il mondo farà bene, e viceversa”[1].

L’era in cui entriamo è nuova sia per la Cina che per il mondo.

 

  1.   La nuova era per la Cina

Che cosa è nuovo e cambia per la Cina?

Quaranta anni dopo l’avvio della politica di riforme e apertura il volto della Cina è profondamente cambiato. La RPC ha compiuto uno straordinario balzo in avanti nello sviluppo delle forze produttive. Dal punto di vista economico-sociale è stata la più grande trasformazione che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, avvenuta in tempi estremamente ristretti dal punto di vista della storia, che misura le grandi trasformazioni in termini di secoli e non di anni o decenni. Una trasformazione che ha coinvolto un miliardo e 300 milioni di persone, cha ha fatto uscire la stragrande maggioranza della popolazione cinese dalla povertà e ha portato centinaia e centinaia di milioni di contadini ad urbanizzarsi rapidamente. Guardata con gli occhi dello storico, si è trattato di un’impresa straordinaria, di cui forse non ci rendiamo ancora pienamente conto. Come tutte le grandi trasformazioni, essa non abbraccia soltanto i dati economici e una straordinaria ininterrotta crescita del Pil intorno al 10% in media all’anno. La grande trasformazione cinese abbraccia tutti i campi: sociale, culturale, politico, della mentalità collettiva…

Possiamo osservare un’altra straordinaria caratteristica di questa grande trasformazione: la compattezza, la saggezza, la capacità di correggere gli errori, della “classe dirigente” cinese, cioè del Partito comunista cinese. Quando dico questo, non ignoro i momenti di tensione e lotta anche acuta che si sono manifestati all’interno del gruppo dirigente cinese sulle linee da seguire; ciò fa parte della storia e della vita, che si sviluppa attraverso contraddizioni. Ma il gruppo dirigente cinese ha avuto la saggezza e la capacità di superare positivamente le contraddizioni, di mantenere saldamente l’unità del partito, di allargare la base degli iscritti, di estendere la sua influenza nella società. E ha fatto ciò tenendo ben ferme le radici della propria storia e i propri fondamenti, combinandoli con i caratteri più avanzati e progressivi della ricca e articolata cultura nazionale cinese: è stata la sinizzazione del marxismo.

Il PCC ha studiato molto attentamente l’esperienza del socialismo sovietico e ha tratto le lezioni dalla dissoluzione dell’URSS e delle democrazie popolari nell’Europa centro-orientale e balcanica tra il 1989 e il 1991. (Tra i tanti studi, vorrei ricordare il convegno internazionale promosso dalla CASS nel 2011, i cui atti sono stati pubblicati a cura di Li Shenming[2]). Tra le diverse e complesse concause che portano al disastro del 1989-91, un ruolo determinante è svolto dal cedimento politico, ideologico, organizzativo del PCUS, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo dirigente nel processo di transizione socialista.

Il Pensiero di Xi dedica particolare cura e attenzione al partito comunista, da ogni punto di vista: ricorda ad ogni membro del partito, e in particolare ai dirigenti, che vanno strettamente osservate regole e disciplina di partito[3], che in un partito comunista non deve esserci nessuno spazio per la corruzione, che va combattuta con estremo vigore[4]; invita a lavorare quotidianamente per un legame sempre più stretto tra partito comunista e masse[5]. Inoltre, Xi riconferma la fondamentalità del marxismo: “Non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini e dobbiamo rimanere impegnati nella nostra missione. Il comunismo cinese ha le sue origini nell’adesione al marxismo, al comunismo e socialismo cinesi e nella fedeltà al Partito e al popolo”[6]. Xi Jinping opera per lo studio e lo sviluppo del marxismo, dando impulso alle scuole di marxismo che si diffondono presso gli istituti e le università di tutta la Cina.

La straordinaria avanzata, in campo economico, sociale, politico, della Cina negli ultimi decenni, ha consentito di raggiungere un determinato stadio nello sviluppo delle forze produttive. Il percorso di questa straordinaria avanzata è stato segnato – come accade sempre in ogni complesso processo storico – da contraddizioni: tra classi sociali, tra città e campagna, tra zone della costa e dell’interno, tra regioni più e meno avanzate. Nel rapporto di Xi Jinping al XIX Congresso del PCC (ottobre 2017) esse sono state condensate nella formula di “sviluppo sbilanciato e inadeguato”. La qualità e l’efficacia dello sviluppo non sono come dovrebbero essere, la difesa dell’ambiente è inadeguata, vi sono ancora grandi disparità nella distribuzione del reddito, nello sviluppo di aree urbane e rurali e tra le diverse regioni del grande paese; il livello di welfare è ancora inadeguato. Il PCC, che si è formato sullo studio e l’analisi concreta delle contraddizioni (ricordo i noti scritti di Mao Sulla contraddizione, 1937, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo, 1957), ha colto col XIX congresso il carattere delle contraddizioni e il mutamento della contraddizione principale:

Il problema principale è che il nostro sviluppo è squilibrato e inadeguato. Questo è diventato il più grave fattore limitante nel soddisfare i crescenti bisogni del popolo per una vita migliore. Dobbiamo riconoscere che l’evoluzione della contraddizione principale che affligge la società cinese rappresenta un cambiamento storico che riguarda l’intero panorama e pone molte nuove richieste per il lavoro del Partito e del Paese. Basandoci su sforzi continui per sostenere lo sviluppo, dobbiamo dedicare grande energia per affrontare gli squilibri e le inadeguatezze dello sviluppo e spingere al massimo per migliorare la qualità e gli effetti dello sviluppo. Con ciò, saremo in una posizione migliore per soddisfare le sempre crescenti esigenze economiche, politiche, culturali, sociali ed ecologiche del nostro popolo e per promuovere uno sviluppo umano completo e un progresso sociale a tutto tondo.

La nuova era per la Cina è quindi costituita dal superamento dello sviluppo squilibrato e inadeguato e dal passaggio a uno sviluppo armonico, rispettoso dell’uomo e dell’ambiente, ecocompatibile, che pone al primo posto la crescita qualitativa piuttosto che quantitativa. La costruzione moderna del socialismo con caratteristiche cinesi si articola in tre fasi: entro il 2020 punta a completare la creazione di una società con un livello di benessere diffuso; dal 2020 al 2035 punta a realizzare le basi della modernizzazione socialista, mentre dal 2035 alla metà del secolo intende trasformare la Cina in un paese socialista moderna basato su armonia, bellezza e civiltà democratica.

Nel suo rapporto al XIX Congresso Xi ha elencato 14 punti:

  1.     direzione del partito su tutti gli aspetti della società;
  2.     la politica deve essere centrata sulle persone;
  3.     approfondire la riforma nel suo complesso;
  4.     un nuovo concetto di sviluppo (innovazione, coordinamento, green economy, apertura e condivisione);
  5.     il popolo è il padrone del paese;
  6.     aderire allo stato di diritto, governare il paese nella sua globalità secondo la legge;
  7.     sviluppare un sistema di valori socialisti e la fiducia nella propria cultura;
  8.     sostenere e migliorare i mezzi di sussistenza del popolo;
  9.     coesistenza armoniosa di uomo e natura (civiltà ecologica);
  10.     sicurezza nazionale;
  11.     piena direzione del Partito sull’esercito;
  12.     “un paese, due sistemi”: promuovere la riunificazione con Taiwan;
  13.     battersi per una comunità internazionale di un futuro condiviso per tutta l’umanità (ciò è stato inserito nel nuovo statuto del PCC);
  14.     governare il partito in modo completo e rigoroso.

 

  1. La nuova era per il mondo

La nuova era non riguarda solo la Cina, ma il mondo intero. Quale era volge al termine e quale si tratta di avviare? Qual è il carattere della nuova era?

Circa 30 anni fa, dopo il 1989-91 che portò alla fine dell’Urss e delle democrazie popolari in Europa, prese slancio nel mondo la globalizzazione imperialista, guidata dagli USA, che si presentavano come vincitori assoluti della guerra fredda.

Quella globalizzazione, attuata con guerre guerreggiate, ha sconvolto regioni importanti del pianeta, l’area dei paesi del MENA (Middle East e Nord Africa); ha portato all’assorbimento nella NATO e nella UE, sotto controllo del capitale occidentale, dei paesi ex socialisti dell’Europa orientale e balcanica e alcune repubbliche ex sovietiche; ha sconvolto le economie dei paesi dell’Africa.

Ma l’avanzata della globalizzazione imperialista si è fermata davanti alla resistenza della Russia, che dal 1999 ha licenziato El’cin ed è stata governata sotto la direzione di Putin; né è riuscita a far fronte alle crescenti contraddizioni interne al sistema capitalista. La crisi iniziata negli USA nel 2007-2008 (bolla finanziaria conseguente ad un’espansione indiscriminata del credito – i mutui subprime – per drogare una domanda insufficiente) è stata scaricata sulle economie della Ue, il cui ordinamento interno ispirato all’“ordoliberismo” tedesco ha consentito ad alcuni paesi più forti – Germania in primis – di scaricare a loro volta la crisi sui paesi più fragili, i cosiddetti PIIGS, costretti ad adottare politiche di austerità, di riduzione o cancellazione del welfare, di abbassamento dei salari. Ciò ha aggravato in questi paesi la crisi, con una caduta della domanda interna e del Pil in una spirale recessiva. Il che ha prodotto a sua volta una caduta verticale dei consensi ai partiti politici che hanno governato durante la crisi, con una crescita esponenziale di movimenti populisti e “sovranisti”, che proclamano nella rottura della Ue l’unica soluzione possibile.

La globalizzazione liberista ha inciso anche sulla struttura economica degli USA, che si è sempre più finanziarizzata, puntando sull’emissione di dollari, il cui peso mondiale come valuta di riserva e di denominazione dei prezzi internazionali delle materie prime, a partire dal petrolio, viene sostenuto dalla forza militare (gli USA spendono da soli in armi quasi quanto tutto il resto del mondo messo insieme). Nonostante l’enorme forza militare, però, gli USA hanno dovuto fare i conti con le resistenze dei paesi occupati, che gli USA e i loro alleati più fedeli, il Regno Unito, non sono riusciti a normalizzare. Per cui essi hanno sostituito all’obiettivo della normalizzazione e pacificazione di questi paesi sotto controllo diretto o indiretto degli USA la “strategia del caos” (adottata da Obama e Hillary Clinton), che mirava non più a normalizzare, ma a rendere ingovernabile un’area cruciale del mondo allo scopo di impedire che altri paesi potessero trarne vantaggio. È una strategia disperata, che ha inciso sul consenso interno all’establishment USA. La vittoria elettorale di Trump è stata la risposta al malessere interno americano[7]. Trump tenta ora un’altra strada, tra cui la guerra commerciale per recuperare il primato USA (“America first”).

Sia l’ascesa di Trump alla presidenza USA che l’avanzata di forze populiste in Europa e non solo sono una risposta alla crisi di egemonia delle classi dirigenti dell’Occidente, che avevano puntato tutto sulla globalizzazione imperialista e sull’unipolarismo degli USA e del suo braccio armato della NATO. Questa risposta non ha un carattere progressivo, ma regressivo: rispetto a un mondo sempre più interconnesso e alla possibile costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità, Trump e i populisti-sovranisti propongono una chiusura protezionistica nel proprio cortile interno, la priorità assoluta del proprio stato in contrapposizione con gli altri (Donald Trump: “America first”; Matteo Salvini: “prima gli italiani”). Di fronte alla crisi delle democrazie liberali si propone un ritorno alla demagogia populista, che caratterizzò i fascismi negli anni 20 e 30 del XX secolo. Anche nel XX secolo, con la I guerra mondiale, si chiuse un primo ciclo della globalizzazione, di ciò che Marx definiva la tendenza insita nello sviluppo borghese alla realizzazione di un mercato mondiale. Alla prima globalizzazione di fine 800 e primi 900 vi furono due risposte: una progressiva, socialista e internazionalista, rappresentata dall’URSS; una reazionaria, rappresentata dal fascismo e dal nazismo. A un secolo di distanza, ci troviamo – fatte tutte le debite differenze – in una situazione analoga: da un lato, la crisi della globalizzazione imperialista, del suo falso internazionalismo, che in nome dei diritti umani ha bombardato Serbia e Iraq, Afghanistan e Libia, e ha promosso rivoluzioni colorate dalla Georgia all’Ucraina, tentando anche di attaccare Hong Kong; dall’altro le risposte reazionarie della chiusura protezionistica, della riaffermazione dell’unipolarismo che non pone limiti all’esercizio assoluto di sovranità, col conseguente disconoscimento dell’esistenza di una comunità mondiale (Trump rinnega i trattati internazionali su clima e ambiente, non riconosce altro diritto se non quello del proprio superstato). Entrambe queste posizioni – la globalizzazione imperialista e il sovranismo populista – sono reazionarie e sbagliate per i popoli e lo sviluppo del pianeta.

 

  1. La Cina e il mondo nella nuova era

Di fronte alla crisi strutturale – economica, politica e culturale – della globalizzazione imperialista abbiamo visto negli ultimi decenni la straordinaria crescita della Cina – e di altri paesi in cui ha vinto la rivoluzione guidata da partiti comunisti, come il Vietnam.

La riforma e apertura avviate da Deng Xiaoping nel 1978 hanno significato apertura della Cina al mercato mondiale; ma questa apertura non è stata indiscriminata, essa invece è stata diretta e controllata dal PCC, che aveva un suo chiaro progetto strategico di sviluppo delle forze produttive. Mentre la globalizzazione a guida USA è stata caratterizzata dall’imperialismo, e quindi è stata, come scriveva l’economista Chossudovski, la “globalizzazione della povertà”[8], l’apertura della Cina al mercato globale può definirsi una “globalizzazione antimperialista”, nel senso che la Cina ha adottato strategie e metodi che, aprendo regioni e settori della propria economia al capitale mondiale, lo ha indirizzato allo sviluppo interno del paese.

Nei tre decenni successivi al 1978, fino alle soglie del XVIII congresso del PCC (2012) la Cina ha cercato di mantenere un basso profilo a livello internazionale, ha accuratamente evitato di porsi come protagonista, pur tessendo – il forum di Shangai, i BRICS – una importante rete di legami con altri paesi. Ciò è stata una scelta saggia, che ha consentito alla Cina di concentrarsi sui problemi dello sviluppo interno, e di dotarsi di una base economica per un ulteriore successivo balzo in avanti. Lo sviluppo delle forze produttive cinesi è stata la preoccupazione principale e ad essa – come ai tempi del fronte unito antigiapponese – bisognava subordinare ogni cosa. Ma come dopo la sconfitta dei giapponesi il PCC ha ripreso i suoi obiettivi strategici della rivoluzione cinese, così, una volta raggiunto un adeguato livello di sviluppo, la Cina si appresta ad una nuova fase che richiede di sviluppare una nuova politica.

È qui che interviene il programma cinese di una “nuova globalizzazione” non imperialista, contrapposta a quella fallimentare degli USA. L’idea fondante di questa “nuova globalizzazione” si innerva e articola in una grandiosa iniziativa, la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta. Essa è un’iniziativa concreta di sviluppo per la Cina e per il mondo, e al tempo stesso anche una proposta culturale, strettamente connessa al nuovo internazionalismo della Cina, alla lotta per costruire una comunità di destino condiviso per tutta l’umanità.

La Cina è oggi nel mondo l’unico paese che propone all’intero mondo, a tutta l’umanità, un progetto di sviluppo umano straordinario, che può divenire egemone, idea chiave accettata e condivisa dai popoli del mondo.

Siamo di fronte a un bivio. La vecchia strada – che nonostante il fumo di novità è anche quella della “America first” di Trump – è preclusa, è fallimentare. Fallimentari sono sia la globalizzazione imperialista che il protezionismo sovranista ed escludente: sono due forme reazionarie speculari.

Xi propone una “nuova globalizzazione”. È un progetto non solo economico, ma culturale, di universalismo concreto nel riconoscimento delle diversità e nella proposta di lottare per la costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità. È la visione strategica del futuro dell’intero mondo come un mondo sempre più interconnesso, che richiede un nuovo tipo di globalizzazione, del tutto diversa da quella guidata dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali, che è stata in atto dal 1991. Le relazioni tra i paesi di tutto il mondo devono basarsi su una reciprocità win-win. In questo senso il pensiero di Xi Jinping è l’opposto del pensiero di Trump di “America first”: Xi pensa alla comunità di destino comune dell’umanità, non solo al destino della sua nazione. Il pensiero di Xi è universalistico, non particolaristico. Questo universalismo non è però un universalismo astratto, ma un universalismo concreto, che considera le concrete condizioni economiche e sociali, le contraddizioni tra classi sociali e stati.

Nel suo discorso all’ONU per il 70°, il 28 settembre 2015 Xi Jinping ha affermato:

Dobbiamo aumentare gli scambi tra le civiltà per promuovere l’armonia, l’inclusione e il rispetto delle differenze. Il mondo è più colorato a causa della sua diversità culturale. La diversità genera scambi, gli scambi creano integrazione e l’integrazione rende possibile il progresso.

Nelle loro interazioni, le civiltà devono accettare le loro differenze. Solo attraverso il rispetto reciproco, l’apprendimento reciproco e la coesistenza armoniosa il mondo può mantenere la sua diversità e prosperare. Ogni civiltà rappresenta la visione e il contributo unico del suo popolo, e nessuna civiltà è superiore alle altre. Civiltà diverse dovrebbero avere dialogo e scambi invece di cercare di escludersi o sostituirsi a vicenda. La storia dell’umanità è un processo di scambi attivi, interazioni e integrazione tra civiltà diverse. Dovremmo rispettare tutte le civiltà e trattarci a vicenda come uguali. Dovremmo trarre ispirazione l’uno dall’altro per stimolare lo sviluppo creativo della civiltà umana[9].

Per la Cina, il pensiero di Xi è un’innovazione e allo stesso tempo è in continuità con il pensiero di Mao Zedong, Deng Xiaoping e gli altri dirigenti e teorici del socialismo con caratteri cinesi. La continuità è in una visione della Cina come Paese in via di sviluppo che ha bisogno di un periodo relativamente lungo per sviluppare le forze produttive e deve concentrarsi in questo enorme obiettivo: qui la Cina ha ottenuto molti successi in pochi decenni ed è oggi la seconda economia più importante del mondo e si sviluppa sempre di più. Ma il cambiamento che Xi ha apportato non è meno importante, perché, considerando il livello di sviluppo delle forze produttive cinesi, Xi indica che la Cina è entrata in una nuova fase, che ha bisogno di una nuova globalizzazione. La Belt and Road Initiative non è solo una proposta concreta per i Paesi dell’Asia, Europa, Africa; è anche la metafora dell’idea di proiezione della Cina nel mondo. È l’idea della nuova globalizzazione che Xi ha esposto in molti discorsi contro la politica protezionistica dell’amministrazione Trump.

In sintesi, possiamo dire che oggi nel mondo ci sono due concezioni opposte sul futuro, e di conseguenza due politiche opposte: la nuova globalizzazione proposta dalla Cina e un nazionalismo esclusivista, che è una vera e propria regressione per l’umanità.

La concezione internazionalista di Xi non è la cancellazione degli interessi nazionali della Cina e del socialismo con caratteristiche cinesi; al contrario, è il riconoscimento che questi interessi possono svilupparsi meglio in un mondo interconnesso. È la dialettica di universale e particolare, nazionale e internazionale.

Nella “nuova era” si incontrano la nuova fase dello sviluppo della Cina, volta al superamento della sua attuale contraddizione principale, come indicato dal XIX Congresso del PCC, e la proposta ai popoli del mondo, al movimento operaio e a tutte le forze autenticamente democratiche e progressiste di un’uscita in avanti (e non reazionaria e regressiva) alla crisi della globalizzazione imperialista.

Ai partiti comunisti e operai del mondo, alle forze autenticamente democratiche e progressiste sta il compito di raccogliere la sfida strategica che il pensiero di Xi propone.


[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

[2] Cfr. Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [È di questo che tratta la storia. Note per il ventesimo anniversario del crollo dell'URSS], Social Sciences Academy Press, Pechino, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, e diversi altri scritti e discorsi.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] Mi permetto di rinviare al mio “Mutamenti nel quadro mondiale. La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia”, in MarxVentuno n. 1-2/2018, reperibile anche https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ o http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] Cfr. “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.

Locandina forum europeo

V Forum Europeo. La via cinese e le prospettive mondiali

Per il quinto anno consecutivo, l'Accademica Cinese delle Scienze Sociali, assieme all'Associazione Marx21 e alla casa editrice MarxVentuno Edizioni, organizza un Forum internazionale sullo studio della Cina contemporanea che vede la partecipazione di decine di accademici delle migliori università cinesi.
Quest'anno, per la prima volta, il Forum si svolgerà a Bologna e vede tra gli organizzatori l'Istituto Confucio di Bologna.

L'incontro si svolgerà domenica 14 Ottobre 2018, presso le sale dell'Hotel Zanhotel Europa, in via Cesare Boldrini, 11, dalle ore 9,00 alle 17,30. È previsto coffee break e lunch.

Per partecipare è necessario iscriversi utilizzando il modulo presente all'indirizzo https://bit.ly/2I77mxs
Maggiori informazioni ed il programma del Forum verranno comunicati a tutti gli iscritti.

Per ogni richiesta di informazione, scrivere all'organizzazione dell'evento. La mail è: conferenzacina2018@gmail.com

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Locandina forum europeo

Conferenza stampa a Pechino del Congresso Mondiale sul Marxismo

Pechino | Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo

Il 5 e 6 maggio 2018 si terrà presso la Peking University di Pechino il Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo
Conferenza stampa a Pechino

Il 5 e 6 maggio 2018 si terrà presso la Peking University di Pechino il Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo.

La data del convegno coincide la nascita di Karl Marx, di cui ricorre il duecentesimo anniversario, e intende celebrare i quarant’anni della politica di riforma e apertura lanciata da Deng Xiaoping.

Il fittissimo programma del convegno è articolato in panel e tavoli di discussione che intendono celebrare le due ricorrenze, ripercorrere il cammino degli studi marxisti in Occidente e in Cina, discutere delle prospettive per l’umanità e i Paesi in via di sviluppo, analizzare il pensiero di Xi Jinping e il socialismo con caratteristiche cinesi, parlare dell’esperienza cinese nel quadro globale contemporaneo e del rapporto tra marxismo, cultura cinese tradizionale e cultura occidentale.

All’importante convegno, organizzato da Peking University Council, School of Marxism, Center of Social Economy and Culture, Coordination and Innovation Center for Chinese Development and Marxism Studies, parteciperanno oltre trecento studiosi e ricercatori marxisti da tutto il mondo.

Tra loro, tre italiani: Massimo d’Alema, Giuseppe Vacca (ex direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma) e Andrea Catone (direttore della Rivista MarxVentuno).

La rivista cinese World Socialism Studies è al terzo anno

Consulta i principali contenuti e abstract della rivista World Socialism Studies

di Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno.

ENGLISH VERSION

 

Da diversi anni i comunisti cinesi hanno intensificato un’attività volta a far conoscere meglio ai comunisti, ai marxisti, agli antimperialisti del mondo le loro posizioni e le loro elaborazioni, tanto sui processi in corso in Cina lungo la via del “socialismo con caratteri cinesi”, quanto sui mutamenti del quadro mondiale e sulle strategie di lotta del movimento operaio internazionale e delle lotte e resistenze antimperialiste.

I compagni e gli studiosi italiani che ci seguono sul sito www.marx21.it e sulla rivista MarxVentuno (con il sito www.marx21books.com) hanno avuto modo di conoscere e approfondire le tematiche relative alla via cinese al socialismo – il “socialismo con caratteri cinesi” – e alla “sinizzazione del marxismo” grazie all’iniziativa assunta dall’Istituto di Marxismo della CASS (Chinese Academy of Social Sciences), diretta dal professor Deng Chundong, che, a partire dal 2014, ha promosso annualmente, in collaborazione con “Marx XXI” e altri organismi, dei “forum europei” su questi temi, svoltisi in Francia, Germania, Spagna, Italia. Il sito marx21.it ha pubblicato diverse relazioni e interventi, e presso le “edizioni MarxVentuno” è uscito il volume La “Via Cinese”: realizzazioni, cause, problemi, soluzioni (Atti del convegno del 2015, ISBN 978-88-909183-1-5). Risulta ugualmente utile e interessante il volumetto a cura di Francesco Maringiò di interviste ai marxisti cinesi Cheng Enfu, Deng Chundong, Lv Weizou (ISBN 978-88-909183-3-9).

Il Centro studi del socialismo mondiale (World Socialism Research Center: WSRC) presso la CASS, guidato da Li Shenming (che i lettori della rivista MarxVentuno conoscono per alcuni articoli apparsi su numeri precedenti[1]), non risparmia sforzi per promuovere e sviluppare occasioni di scambio internazionale a 360 gradi, con esponenti di partiti comunisti e operai, rappresentanti di movimenti di liberazione ed emancipazione, intellettuali e organizzatori di centri studi e riviste marxiste, comuniste, antimperialiste di tutto il mondo, per approfondire le tematiche più interessanti e scottanti.

Negli ultimi anni, con cadenza annuale, il Centro studi del socialismo mondiale, in collaborazione con altri organismi, tra cui anche il dipartimento esteri del PCC, ha organizzato a Pechino dei forum mondiali – di solito in ottobre, dopo il periodo di festa nazionale per la fondazione della Repubblica popolare cinese – che hanno coinvolto centinaia di comunisti, marxisti, esponenti di sinistra di tutto il mondo e hanno consentito di approfondire questioni fondamentali quali: analisi e implicazioni della grande crisi finanziaria internazionale; mutamenti del quadro mondiale; caratteri dell’imperialismo contemporaneo; la strategia imperialista delle “rivoluzioni colorate”; impegno, compiti e azione dei partiti comunisti e del movimento operaio nella fase attuale; significato e sviluppi della Rivoluzione d’Ottobre; sviluppi del socialismo con caratteristiche cinesi. A tali forum si sono affiancati forum di approfondimento su Mao Zedong e la linea di massa (2014) o, a Ningbo, sulla riforma e apertura e la pratica del socialismo cinese (2017).

Come osservano Lv Weizhou (già vice responsabile del Dipartimento sul Movimento Comunista Internazionale della CASS) e Qin Zhenyan (Istituto di marxismo, CASS) il Forum del Socialismo Mondiale è diventato una piattaforma importante per il dialogo tra marxisti e progressisti di tutto il mondo, nonché per un solido legame tra i partiti e le organizzazioni politiche socialiste mondiali; è una risposta positiva al nuovo ordine mondiale e alle nuove opportunità e sfide internazionali e nazionali e favorisce l’ulteriore innovazione e lo sviluppo del marxismo. Esso è diventato il principale centro di analisi della situazione attuale e del futuro sviluppo del socialismo mondiale (World Socialism Studies n. 1/2017). Dei forum svolti sono usciti, a cura di Li Shenming, due volumi in inglese, col titolo Frontiers of World Socialism Studies, editi da Canut International Publishers.

Inoltre, grazie all’iniziativa di altri dirigenti della CASS, si sono svolti due Forum della cultura mondiale (2015 e 2017), in cui si è posto con chiarezza il tema della lotta per la diffusione e lo sviluppo di una cultura marxista e socialista a livello mondiale, assumendo il campo della cultura come uno dei terreni fondamentali in cui si pratica la lotta di classe per il socialismo.

Un ruolo importante nella diffusione dell’elaborazione dei marxisti cinesi è svolto dalla rivista Studi sul Marxismo (in cinese), di cui la rivista Marxist Studies in China (Consulenti: Wang Weiguang, Li Shenming, Zhu Jiamu, Zhang Yingwei; caporedattori: Deng Chundong e Cheng Enfu) pubblica una preziosa selezione in inglese.

La CASS sponsorizza anche la rivista International Critical Thought, edita da Routledge e diretta da Cheng Enfu (Istituto del Socialismo Mondiale, CASS; Dipartimento di Studi Marxisti, CASS), David Schweickart (della Loyola University di Chicago) e Tony Andreani (dell’università Paris 8). In essa si pubblicano alcuni testi di marxisti cinesi.

Dalla metà del 2016, su iniziativa del Centro studi sul socialismo mondiale, viene edita una nuova rivista, in cinese, con abstract in inglese, di cui abbiamo dato notizia tempo fa sui siti di marx21.it e marx21books.com, pubblicando la traduzione in italiano degli abstract del primo numero. Ad esso è seguito un altro numero nel 2016, 9 numeri nel 2017 e un altro nel 2018.

Nei 13 numeri sinora usciti della rivista – 1400 pagine di grandi dimensioni, circa 200 articoli – emerge con chiarezza l’orientamento ideologico, politico e culturale del Centro studi sul socialismo mondiale.

La rivista si avvale anche dell’apporto di diversi autori stranieri. Ricordiamo qui in particolare Samir Amin (direttore del Forum del Terzo Mondo e presidente del Forum mondiale delle alternative, nonché studioso dell’imperialismo contemporaneo, di cui sito e rivista hanno spesso pubblicato i puntuali interventi)[2], con i suoi articoli sull’imperialismo dei monopoli finanziari e la necessità della costruzione di un vasto fronte unito antimperialista; Egon Krenz, ultimo segretario generale del Partito di Unità Socialista di Germania (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands - SED) nella DDR, di cui si riporta l’intervento all’8° Forum mondiale del socialismo: “Passare al socialismo o ritornare alla barbarie” (n. 8/2017); Martin Jacques (università di Cambridge, già direttore di Marxism Today dal 1977 al 1991 e autore del diffuso libro When China Rules The World, 2009) con una cruda analisi sul futuro degli USA dopo l’elezione di Trump (n. 1/2017); o Carl Ratner (Institute for Cultural Research and Education, Trinidad, California) il quale propone un’interessante analisi del multiculturalismo negli Stati Uniti, che – scrive l’autore – non è una vera diversità, perché non pone alcuna sfida all’egemonia politica ed economica statunitense (n. 1/2016).

Significativa è la presenza di comunisti e accademici russi che intervengono tanto sulla storia dell’URSS e sulla catastrofe del collasso del 1989-91 (Vladislav Šveide, “Il ruolo storico di Michail Gorbačev”, n. 2/2016), quanto sull’imperialismo contemporaneo (Michail Kostrikov, del CC del PCFR, “La natura dell’imperialismo rimane immutata”, n. 1/2016; Oleg Aleksandrovič Zimarin, di Russia Worldwide Press, “La visione di Lenin sull’imperialismo e la globalizzazione moderna”, n. 1/2017), ma anche sull’interpretazione del socialismo con caratteri cinesi e la sinizzazione del marxismo (Aleksander Vladimirovič Lomanov, dell’Istituto dell’Estremo Oriente dell’Accademia russa delle Scienze, con i suoi saggi: “Il piano cinese: un nuovo atteggiamento nei confronti della governance globale e dello sviluppo economico”, n. 2/2016; “L’ideale cinese tradizionale del Da Tong – Grande Armonia – e il mondo contemporaneo”, n. 8/2017).

 

Situazione e compiti del movimento operaio a livello mondiale

 

Un buon numero di articoli è dedicato a conoscere e analizzare la situazione del movimento operaio nelle diverse realtà. “Il mondo di oggi è testimone di una ripresa di movimenti di massa e socialisti; il costante sviluppo della Cina ha dimostrato il valore del socialismo e creato condizioni favorevoli per la crescita del movimento socialista mondiale” – scrivono Li Qiang e Li Shuqing, del comitato redazionale della rivista, in “Opportunità, problemi e sfide nella diffusione del Movimento socialista mondiale” (n. 1/2018). “Tuttavia, al socialismo mondiale manca ancora una buona piattaforma per la sua propagazione, mentre i media occidentali continuano a dare informazioni distorte sul socialismo e sulla società cinese. Di conseguenza, tra la gente comune in Occidente il socialismo è considerato distante e irrealistico, con una conoscenza limitata e una miriade di incomprensioni del socialismo con caratteristiche cinesi”. Per questo i due autori propongono di creare una piattaforma di comunicazione efficace, come forum e riviste, invitando a partecipare studiosi e attivisti politici di sinistra dell’Occidente.

Dall’osservatorio di Pechino si guarda strategicamente ai caratteri complessivi che può assumere il socialismo mondiale. Essi, secondo Jiang Hui, segretario di partito dell’Istituto di studi sull’informazione della CASS e vicedirettore del WSRC, sono dati dai seguenti elementi: 1) i vantaggi sistemici più ampi del socialismo rispetto al capitalismo costituiscono il segno della rivitalizzazione del socialismo mondiale; 2) la Cina diventa la spina dorsale e la nave ammiraglia per lo sviluppo del socialismo mondiale; 3) l’equilibrio di potere tra i due campi del mondo avrà una svolta storica dopo un lungo periodo di rivalità; 4) il numero dei paesi socialisti e il livello di realizzazione dell’ideale socialista diventano i criteri per valutare lo stato di sviluppo del socialismo. Il futuro del socialismo mondiale nel ventunesimo secolo sarà determinato dall’unità organica di nazionale e internazionale, movimento operaio e un ampio movimento di massa, sviluppo sociale e costruzione della civiltà ecologica nel socialismo mondiale (n. 1/2016)[3].

Tuttavia, bisogna riconoscere che lo stato di organizzazione e coordinamento del movimento operaio mondiale non è adeguato alle sfide e ai compiti che la nuova situazione richiede e che occorre un grande sforzo e lavoro unitari per invertire l’attuale tendenza. Come scrive Li Caiyan (Rivista cinese di scienze sociali), mentre sta gradualmente prendendo forma una classe capitalistica globale, la classe operaia globale non si è però ancora formata: l’unità del proletariato è ancora a un livello relativamente basso e il processo della sua formazione è piuttosto lento. L’antagonismo tra lavoratori e capitalisti si intensifica, ma l’unità della classe operaia incontra molte difficoltà, per cui è necessario e urgente rafforzare l’unità del proletariato. Tale necessaria unità è una possibilità concreta, a condizione di saper affrontare correttamente i numerosi problemi e gestire bene le relazioni tra i diversi soggetti (“Necessità e possibilità dell’unità del proletariato nel contesto della globalizzazione”, n. 9/2017).

LLa medesima esigenza internazionalista pone l’analisi di Samir Amin (“È imperativo ricostruire l’Internazionale dei lavoratori e dei popoli”, n. 9/2017). La globalizzazione degli ultimi 30 anni ha portato ai seguenti problemi: le grandi sfide ecologiche non possono essere risolte; il progresso scientifico e le innovazioni tecnologiche sono limitate; la governance globale è fortemente colpita; vi è un’estrema centralizzazione del potere; le potenze imperialiste storiche saccheggiano le risorse del Sud Globale in modo organizzato e pianificato; il lavoro del Sud Globale è sfruttato in modo eccessivo; a tutti gli altri paesi è impedito di sottrarsi allo status di periferia dominata. Tuttavia, in tutto il mondo, la lotta dei lavoratori e dei popoli che ne sono vittime è stata estremamente frammentata e non ha compiuto progressi sostanziali. È perciò necessario costruire un fronte internazionale dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo per rafforzare l’unità internazionale contro l’imperialismo e affrontare insieme le questioni globali.

Sui mutamenti della situazione mondiale da un prospettiva storica e sui compiti del movimento socialista mondiale nella fase attuale è senz’altro interessante il lungo saggio in tre numeri (1-2-3 del 2017) di Zhang Wenmu del Centro di ricerca strategica all’Università di Aeronautica e Astronautica di Pechino. Egli sostiene che, nonostante i grandi cambiamenti storici nel mondo dopo la Rivoluzione d’Ottobre, le caratteristiche fondamentali dell’imperialismo sono rimaste le stesse. L’imperialismo nel XXI secolo si è sviluppato da uno stadio in cui il capitale finanziario influenzava tutte le altre forme di capitale a uno in cui il capitale finanziario è completamente dominante. Sulla base dell’esperienza storica, l’equilibrio attuale tra capitalismo e socialismo potrebbe continuare per venti o trent’anni, il che dà alla Cina – se rimarrà socialista – un considerevole spazio di crescita: ci sarà un ambiente internazionale abbastanza favorevole per la “grande rinascita della nazione cinese”. Ma la parte più interessante per i militanti comunisti e gli studiosi italiani ed europei è nella previsione che il declino degli Stati Uniti e l’ascesa della Cina porteranno alla riorganizzazione del capitale finanziario internazionale, il quale, “se la Cina non collasserà come l’Unione Sovietica”, si trasferirà in Europa, con notevoli implicazioni per il processo di unificazione in corso. Dall’analisi del carattere assolutamente dominante del capitale finanziario l’autore deduce anche la strategia del movimento operaio nel XXI secolo, che in una prima fase dovrebbe creare un ampio fronte di tutte le classi lavoratrici e dirigenti dell’economia reale per concentrare la lotta contro il capitalismo finanziario e la sua classe compra dora, con l’obiettivo di assoggettarlo all’economia reale, trasformandolo in un utile complemento del capitale industriale. In questa prima fase, l’obiettivo del movimento operaio nei Paesi non socialisti non è quello di dar vita ad una società compiutamente socialista, ma quello di creare condizioni favorevoli per l’economia reale, “ossia una società socialista con certe caratteristiche capitalistiche”. Solo in una seconda fase l’obiettivo diventa quello di istituire un vero sistema socialista. Un fronte unito internazionale che includa il capitale industriale può preparare una nuova ondata di avanzate del socialismo.

È ben presente nelle pagine di World Socialism Studies una grande attenzione – non settaria – verso le strategie e l’attività dei partiti e organizzazioni politiche del movimento operaio e comunista nel mondo. A partire da quelli che, oltre che in Cina, sono al potere: Cuba, Vietnam, Laos, Corea del Nord. Riferendosi ai loro congressi di partito svoltisi nel 2016 Zhang Fujun (Istituto di marxismo, CASS) osserva che tutti hanno deciso di applicare il marxismo-leninismo alle condizioni nazionali, aderire all’idea di sviluppo che ponga al centro il popolo, pianificare scientificamente il loro percorso di costruzione socialista e perseguire una linea di diplomazia indipendente. Questi quattro paesi stanno esplorando percorsi di sviluppo adeguati alle proprie condizioni nazionali (n. 9/2017).

A Cuba e alla figura di Fidel Castro, scomparso il 25 novembre 2016, è dedicato più di un articolo. Mao Xianglin, dell’Istituto per l’America Latina della CASS, nel n.1/2017 osserva che Fidel ha forgiato un modello rivoluzionario a Cuba, guidando il popolo cubano in una rivoluzione vittoriosa, che dalla rivoluzione democratica ha proceduto alla rivoluzione socialista. Ha riorganizzato il Partito comunista cubano e avviato la costruzione di un sistema socialista. Sotto la sua guida Cuba è divenuta un esempio rivoluzionario per altri Paesi latinoamericani, nella lotta senza quartiere contro l’imperialismo. Fidel Castro ha contribuito allo sviluppo del pensiero socialista mondiale: aderendo al socialismo scientifico, ha colto la questione della costruzione del socialismo sulla base dei caratteri nazionali del proprio paese (“indigenizzazione” del socialismo).

Pan Jin-e, dell’Istituto marxista della CASS, sottolinea alcune analogie tra Cina e Vietnam (“Teorie e pratiche della costruzione del partito comunista vietnamita”, n. 8/2017). A partire dagli anni ‘80, il partito comunista vietnamita ha attribuito grande importanza alla costruzione del partito e il XII Congresso ne ha accentuato il ruolo, sottolineando l’importanza di uno stretto rapporto tra partito e popolo, nonché il nuovo spirito di governo del partito contro la corruzione e il lusso. “Poiché i problemi e le sfide che il partito comunista vietnamita sta affrontando nel nuovo periodo presentano alcune analogie con quelli del partito comunista cinese, dovremmo, come fa il partito comunista vietnamita, prestare maggiore attenzione e compiere maggiori sforzi nell’auto-miglioramento di tutti i membri del partito, nonché valorizzare le varie iniziative di costruzione del partito”. Si veda anche Njuyen Wenqin: “La direzione del Partito come fattore decisivo per garantire la democrazia in Vietnam” (n. 2/2016).

Pan Xihua (Accademia del Marxismo, CASS) scrive che è molto importante studiare il socialismo nei paesi e nelle regioni in via di sviluppo. Si veda la sua rassegna sulla Conferenza “Il socialismo nei paesi in via di sviluppo: passato, presente e futuro” (n. 2/2018).

La rivista pubblica diversi articoli che focalizzano situazione e compiti dei partiti comunisti e del movimento socialista nelle diverse aree del mondo, dalle Filippine (Wang Jing, dell’Istituto di marxismo della CASS: “Il Partito comunista delle Filippine e il Movimento socialista di sinistra nelle Filippine”, n. 8/2017) all’Australia (Wang Yonggang su tempi e pratica socialista del partito comunista dell’Australia, n. 8/2017), al partito comunista giapponese, la cui posizione sulla costruzione del socialismo in Cina viene esposta da Tan Xiaojun, dell’Istituto di marxismo della CASS. Egli annota il giudizio positivo dei comunisti giapponesi sullo sradicamento della povertà in Cina e la particolare attenzione che esso presta alla correttezza della direzione della Cina nella costruzione del socialismo. Quanto ai problemi che la Cina si trova ad affrontare ora e in futuro, il partito comunista giapponese sostiene che socializzare i mezzi di produzione e guidare il popolo a comprendere correttamente le carenze e i danni del capitalismo sia la chiave per realizzare il socialismo in Cina (n. 7/2017).

I paesi europei costituiscono un altro importante campo di indagine, anche se è inevitabile constatare purtroppo quanti passi indietro abbia fatto e quanto sia inadeguato rispetto alle esigenze del presente quel movimento operaio, che in Europa ebbe il suo atto di nascita e il suo sviluppo in termini tanto di elaborazione e diffusione del socialismo scientifico, quanto di organizzazione politica e sindacale. Nonostante la prolungata e durissima crisi capitalistica esplosa nel 2007-2008, i partiti comunisti e operai d’Europa, salvo poche eccezioni, sono ridotti ai minimi termini e spettatori-commentatori piuttosto che attori attivi della lotta politica.

La rivista ospita report e analisi sulle elezioni presidenziali francesi (Samir Amin, n. 4/2017); sul Nuovo Partito Comunista Britannico (Andy Brooks, n. 5/2017); sul 5° Congresso del Partito della Sinistra Europea (Liu Chunyuan e Shi Fangfang, n. 5/2017); sul 17° Congresso della Federazione sindacale mondiale (Liu Chunyuan e Hou Zewen, n. 6/2017); sul partito Comunista di Boemia e Moravia (Yang Chengguo e Zhang Huizhong, n. 6/2017); sul partito comunista portoghese, “fermamente convinto della correttezza, della vitalità e del brillante futuro dell’ideale e della causa del comunismo” (Tong Jin, n. 8/2017); sul 20° Congresso nazionale del Partito comunista greco. Nel suo report Liu Chunyuan scrive che al fine di rafforzare l’organizzazione e l’unità della classe operaia, il KKE ha attivamente partecipato e guidato il movimento operaio, lavorando duramente per riorganizzarlo e rafforzare il fronte di lotta di tutti i lavoratori con l’obiettivo di rovesciare il capitalismo e istituire un governo operaio rivoluzionario (n. 9/2017).

 

 

Gli USA di Trump

 

Particolare attenzione la rivista dedica all’analisi degli USA dopo l’elezione di Trump. La ricercatrice Song Lidan (Istituto di marxismo della CASS) scrive che Trump è stato eletto con il sostegno dell’oligarchia finanziaria, del complesso militare-industriale e della classe media conservatrice, facendo leva sulle tre ideologie principali degli Stati Uniti: razzismo, individualismo liberale e anticomunismo. L’elezione di Trump è la scelta del male minore per il capitale. La sua posizione di membro della classe super ricca fa sì che le sue politiche debbano essere in linea con gli interessi del capitale monopolistico americano. Per quanto riguarda il rapporto con la Cina, la politica di Trump di “rendere di nuovo forte l’America” non sarà possibile senza il pieno contenimento della Cina (“Questioni da chiarire sull’elezione di Trump”, n. 1/2017).

Secondo Ma Zhongcheng (Istituto per la sicurezza e la cooperazione marittima) la tradizione razzista degli Stati Uniti, strumento importante per indurre la classe operaia bianca a sostenere il capitale monopolistico, ha portato sia i gruppi finanziari monopolistici che un gran numero di elettori delle classi subalterne a sostenere Trump (“Perché Trump è in grado di salire sul palco della storia. Riflessioni su Trump, il conservatorismo americano e il fascismo”, n. 4/2017).

Zhou Miao (Istituto di marxismo della CASS) invita ad affrontare l’elezione di Trump in termini marxisti e di analisi di classe, come prodotto della crisi del sistema di accumulazione del neoliberismo americano, sfociato nella crisi finanziaria internazionale del 2008, segno di un ulteriore declino dell’egemonia USA, che richiede importanti aggiustamenti e trasformazioni della struttura politica ed economica internazionale (“La politica di classe negli Stati Uniti e la situazione internazionale durante l’amministrazione Trump”, n. 4/2017).

Fang Guangshun e Su Li (università del Liaoning) ritengono che gli USA non cambieranno la loro strategia egemonica. Rimane inalterata la natura degli Stati Uniti quale paese imperialista, così come la natura di classe del monopolio borghese. E rimane invariata la natura di classe di Trump come principale rappresentante dei capitalisti monopolistici (n. 5/2017).

Cheng Enfu e Duan Xuehui (Università Normale di Huaibei) presentano una serrata critica alla “democrazia in stile americano”, che, presentandosi come democrazia elettorale e procedurale, è nella sostanza una democrazia monetaria e familistica e una democrazia dell’oligarchia. Essa danneggia la produzione e lo scambio e porta a crisi economiche periodiche; danneggia l’ordine finanziario e provoca crisi finanziarie; danneggia la finanza pubblica e porta alla crisi del debito; danneggia la civiltà ecologica e l’ambiente e si traduce in crisi ecologica globale; arreca danni materiali alla vita e al benessere e accresce notevolmente il divario tra ricchi e poveri (n. 5/2017).

Yu Li (Università di Zhengzhou) ritiene necessario formulare in modo tempestivo una strategia globale e multi-livello per lo sviluppo pacifico della Cina come risposta al declino dell’egemonia statunitense (n. 6/2017).

Luan Wenlian, dell’Istituto di marxismo della CASS, osserva che crisi e stagnazione a lungo termine si sono risolte in maggiori contraddizioni e conflitti tra le principali potenze capitaliste in Occidente. La Cina dovrebbe rimanere vigile sull’egemonia americana e sulle contraddizioni capitalistiche, perché nel potenziale confronto tra Cina e Stati Uniti, la maggior parte dei Paesi occidentali prenderebbe le parti di questi ultimi (“Crisi e contraddizioni profonde in Europa e in America. Note sulla visita in Gran Bretagna del gruppo di ricerca sulla situazione attuale del capitalismo dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008”, n. 3/2017).

 

 

I 100 anni della rivoluzione d’Ottobre e le cause della dissoluzione dell’URSS

 

Nel 2017 si è celebrato il centenario della Rivoluzione d’Ottobre e il PCFR ha organizzato in Russia l’incontro internazionale dei partiti comunisti (Liu Shuchun, n. 2/2017).

Tong Jin (Scuola di marxismo, Università di Economia e Commercio Internazionale), dopo aver rilevato che la Rivoluzione d’Ottobre ha mostrato il potenziale e l’energia della classe operaia per

adempiere alla sua missione storica e portare avanti nuove lotte per il socialismo nei diversi Paesi, sostiene che la preziosa esperienza dell’Ottobre vada oggi integrata con la realtà concreta (n. 2/2016).

Questo anniversario è stata l’occasione per un’analisi complessiva, da una prospettiva storica, del ruolo della Rivoluzione d’Ottobre, nonché delle cause del collasso del 1989-91, su cui – soprattutto nel WSRC e negli istituti di marxismo della CASS – non si smette di indagare, guardando anche a ciò che potrebbe accadere al potere politico comunista in Cina, se non si evitano gli errori del PCUS. Interessante, dal punto di vista ideologico, quanto scrive Mei Rongzheng, dell’Università di Wuhan, in difesa del marxismo sovietico, considerato in Cina, specialmente nelle scienze sociali, come non marxista. Tale posizione – sostiene l’autore – è errata, è un’invenzione soggettiva dell’idealismo contro il marxismo-leninismo e mira a rigettare i Quattro Principi Cardinali introdotti da Deng Xiaoping nel marzo 1979: 1) attenersi alla strada socialista; 2) sostenere la dittatura del proletariato; 3) sostenere la leadership del Partito comunista; 4) sostenere il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong (n. 3/2017).

Viene fortemente stigmatizzato il ruolo di Gorbačëv. Scrive Zhang Shuhua, vicedirettore della rivista, direttore dell’Istituto di informazione scientifica presso la CASS: “la storia mostra che il crollo dell’Unione Sovietica è il risultato della degenerazione del PCUS nella fase successiva del suo regime. Nel riformare la sua via di sviluppo politico il PCUS non aderì al marxismo-leninismo, ma al capitalismo” (“Lezioni dalla riforma politica e dalla democratizzazione dell’Unione Sovietica”, n. 1/2016).

Vladislav Šveide è ancora più duro nel suo bilancio sul ruolo storico di Gorbačëv: la “consegna” dell’Unione Sovietica attraverso accordi politici con le potenze occidentali non fu una prova di stupidità da parte di Gorbačëv, ma un vero e proprio crimine da sottoporre a procedimenti giudiziari e sanzioni legali (n. 2/2016).

Ma Han (Comitato Centrale del PCC, Scuola di partito di Insegnamento e Ricerca sul Socialismo) vede nella perestrojka una seria deviazione dal marxismo che determinò la trasformazione della coscienza sociale (n. 5/2017).

Secondo Li Ruiqin (Accademia del Marxismo, CASS) il crollo dell’Unione Sovietica non ha solo causato enormi perdite economiche ai Paesi della CSI, ma ha anche trasformato la Russia in uno speciale donatore di sangue per prolungare la vita del capitalismo occidentale in declino (“Nuove riflessioni in Russia sulla dissoluzione dell’Unione Sovietica”, n. 6/2017).

Li Shuqing (redattrice della rivista, Università Agraria cinese) sottolinea il ruolo nefasto svolto dalla teorie dell’Università di Harvard nel crollo dell’economia russa dopo la dissoluzione dell’URSS, consentendo, attraverso le privatizzazioni, agli oligarchi russi in combutta con l’Occidente di derubare senza pietà il popolo; conclude che occorre vigilare con attenzione in Cina su situazioni simili (n. 3/2017).

Una riflessione sul crollo dell’URSS era stata già ampiamente elaborata nel convegno di Pechino del 2011, i cui atti sono pubblicati nel libro a cura di Li Shenming Su questo riflette la Storia.

 

Contro il “nichilismo storico”: la battaglia culturale sulla storia delle rivoluzioni socialiste

 

La storia del movimento operaio e comunista in Cina e nel mondo è un terreno di lotta in cui muoversi con cura e attenzione, sapendo padroneggiare la cassetta degli attrezzi del marxismo. Su questo interviene già nel primo numero del 2016 Wang Weiguang, Presidente della CASS, segretario di partito, direttore onorario di World Socialism Studies, con l’articolo “Accelerare lo sviluppo delle teorie storiografiche marxiste con caratteristiche cinesi e la costruzione di un sistema di innovazione disciplinare di storiografia orientato dal materialismo storico”, in cui afferma che negli ultimi anni il materialismo storico è stato gravemente sfidato dal nichilismo storico, espressione con cui si intende l’opera di deformazione, falsificazione, denigrazione della storia del movimento comunista in ogni parte del mondo. Occorre rispondere a ciò sviluppando la ricerca storiografica cinese su basi marxiste.

Dalla fine degli anni ‘70 – scrivono Zhang Jiansong e Zhang Weiying – il nichilismo storico ha conosciuto tre fasi di sviluppo nel mercato culturale e ha aggiunto carburante alla liberalizzazione borghese. L’essenza del nichilismo storico è negare la direzione del Partito Comunista Cinese e il sistema socialista cinese e costituisce perciò un grande pericolo per la nostra società. (“Tre stadi nell’evoluzione del nichilismo storico nel mercato culturale”, n. 5/2017).

La storia dell’URSS e delle rivoluzioni del 900 è uno dei terreni fondamentali su cui va ingaggiata una strenua battaglia culturale e politica. È una battaglia particolarmente vivace nella Cina di oggi[4]. È in gioco il giudizio storico sui principali protagonisti delle rivoluzioni socialiste del 900, da Lenin, a Stalin a Mao. A proposito del primo – sulla cui opera sull’imperialismo la CASS ha organizzato nel 2016 un importante convegno[5] con ampia partecipazione di studiosi russi – Wang Tingyou (Scuola di marxismo della Renmin University) denuncia la tendenza, gradualmente sviluppatasi in Cina dopo il collasso dell’URSS, a negare Lenin e il leninismo, con lo scopo di rimuovere gli ostacoli ideologici e teorici alla promozione del socialismo democratico e all’eversione della leadership del PCC e del sistema socialista. La negazione del leninismo apre la strada all’attacco al pensiero di Mao Zedong e alla teoria del socialismo con caratteristiche cinesi (n. 8/2017).

Sul ruolo di Stalin nella storia della Russia e del movimento comunista internazionale la rivista presenta diversi articoli tesi a smontare e respingere denigrazioni e demonizzazioni. Si vedano in proposito: Li Rui e Liu Fan «Fallacia ed essenza del “paradigma antistaliniano” nel mondo accademico occidentale: smascherate di nuovo da Grover Furr le menzogne del libro Blood Land» (n. 2/2016); Wu Enyuan (CASS, Istituto di Russia, Europa orientale, Asia Centrale), “La demonizzazione di Stalin come attacco alla Russia e all’Unione Sovietica” (n. 7/2017).

Bo Yang sostiene che il XX Congresso del PCUS, in cui fu rinnegato Stalin, costituisce il punto di partenza del declino dell’URSS. E invita a trarne le dovute lezioni per la Cina, “in cui sta emergendo ora la negazione di Mao Zedong e di altre figure eroiche della rivoluzione cinese” (“La negazione di Stalin come punto di svolta del declino dell’Unione Sovietica”, n. 7/2017).

 

Centralità di Mao Zedong nella rivoluzione cinese

 

Non è certo un caso che la figura di Mao Zedong occupi una parte importante nella rivista, in saggi che ne approfondiscono il ruolo storico tanto nella lunga fase rivoluzionaria che precede la conquista del potere politico, quanto in quella successiva, in cui si pongono le basi essenziali per la trasformazione socialista del paese. Diversi articoli sono dedicati a respingere gli attacchi del nichilismo storico in Cina. Del resto, i lettori di MarxVentuno hanno già potuto conoscere la posizione del direttore del WSRC Li Shenming a proposito della direzione maoista della prima fase della Repubblica popolare cinese (1949-1978)[6].

Zhang Quanjing, assiduo collaboratore della rivista, dedica alla storia della rivoluzione cinese tre articoli: “Il Movimento del Terzo Fronte: una grande decisione strategica”, n. 1/2016; “I fermenti rivoluzionari nella provincia centrale di Hebei. Note sulla prima sezione rurale del Partito Comunista Cinese”, n. 2/2017; “Studiare il Pensiero di Mao Zedong e lottare per adempiere i nuovi compiti storici”, n. 7/2017.

Chen Yuan (Conferenza politica consultiva del popolo cinese: CPPCC), ripropone lo studio di cinque saggi di Mao quali Problemi di strategia nella guerra rivoluzionaria cinese; Sulla pratica; Sulla contraddizione; Sulla guerra di lunga durata e Sui problemi di guerra e strategia. Il pensiero di Mao è un valido riferimento sia per l’economia e la filosofia occidentali che per l’economia e filosofia cinesi, anche se non dovrebbe mai essere copiato e ripetuto meccanicamente (n. 2/2016).

He Xin, anch’egli della CPPCC, sottolinea che uno dei maggiori successi di Mao fu la rapida industrializzazione e il conseguimento dell’autosufficienza alimentare, trasformando così la Cina in circa 20 anni da Paese economicamente povero e culturalmente arretrato a Paese con una vasta base industriale. E continua: «L’attuale sistema “socialista” non è il sistema ideale di eguaglianza ed equità senza distinzioni di classe che Mao Zedong cercò di creare, ma in esso vi sono ancora contraddizioni, conflitti, scontri e lotte estremamente profondi e complessi. A questo proposito, Mao Zedong ha lasciato un patrimonio politico eccezionalmente ricco. È di grande importanza che il suo spirito rivoluzionario e il suo pensiero siano profondamente integrati nella cultura politica della nazione cinese» (n. 2/2017).

Ge Yuanren esprime un giudizio largamente positivo sull’invio di giovani cittadini istruiti nelle aree rurali e montane dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Tale movimento, prima e durante la Rivoluzione Culturale, condivideva l’obiettivo comune di unire operai e contadini, e questo non fu un errore della Rivoluzione Culturale. Basandosi sul proprio duro lavoro e sulle proprie conoscenze, la maggior parte dei giovani istruiti coltivava terre abbandonate, praticava l’agricoltura scientifica, migliorava significativamente la produzione agricola locale, favoriva lo sviluppo dell’istruzione nella Cina rurale e migliorava le condizioni culturali e sanitarie nei luoghi di lavoro. Sebbene ci fossero alcuni problemi, è stato questo un passaggio nella storia del movimento giovanile cinese che vale la pena ricordare, in quanto i giovani istruiti andavano a lavorare nelle campagne per unirsi agli operai e ai contadini, si integravano nel processo di sviluppo nazionale e intraprendevano un percorso per lo sviluppo della loro patria e per il benessere della maggioranza della popolazione (n. 2/2017).

Li Xia, del corso di laurea della CASS, elogia l’esperienza degli studenti universitari nei villaggi di economia collettiva rurale quale base importante per l’educazione ideologica e politica comunista tra gli studenti universitari; essa costruisce un’opinione pubblica favorevole allo sviluppo dell’economia collettiva, contribuisce a chiarire la direzione dell’approfondimento della Riforma per le nuove campagne socialiste della Cina e continua ad attrarre talenti per costruire una campagna ricca da tutti i punti di vista (n. 6/2017).

E ancora: Zhang Yunsheng, “Contributi di Mao Zedong alla via socialista e alla rinascita della nazione cinese” (n. 4/2017); Zhang Yanzhong, “Riconoscere correttamente il rapporto tra la Lunga Marcia e Mao Zedong” (n. 9/2017); Li Ya, “La critica di Mao Zedong al nichilismo nazionale e culturale nel campo della medicina tradizionale cinese” (n. 2/2018).

Interessante, nella lotta per l’affermazione della teoria economica marxista, l’articolo di Zhou Xincheng (Renmin University) contro un’impostazione economicistica. Egli prende spunto dalle importanti annotazioni di Mao al primo manuale sovietico di economia politica, scienza che studia fondamentalmente i rapporti di produzione, piuttosto che lo sviluppo delle forze produttive (“Occorre valutare i commenti di Mao Zedong sull’economia politica del socialismo”, n. 4/2017).

 

 

Il socialismo con caratteri cinesi è prima di tutto socialismo

 

Questa impostazione antieconomicistica non si limita alla rivalutazione storica e teorica del ruolo di Mao, ma è tutt’uno – nella impetuosa e complessa transizione cinese – con la battaglia per l’affermazione della proprietà pubblica, tanto nelle imprese strategiche industriali che nelle campagne, in cui si esalta l’economia collettiva e il modello delle cooperative.

La rivista non manca di puntualizzare che il socialismo con caratteristiche cinesi è innanzitutto e soprattutto socialismo, come scrive Zhou Xincheng (Renmin University), che osserva come dall’inizio della Riforma e Apertura siano emerse molteplici concezioni del socialismo con caratteristiche cinesi sia in patria che all’estero. I principi di base del socialismo scientifico non possono essere messi da parte, se si intende rimanere socialisti. Basato sul socialismo scientifico, il socialismo con caratteristiche cinesi aderisce ai principi di base di questo, mentre assume caratteristiche distintive cinesi in accordo con le specifiche condizioni cinesi e le caratteristiche dei tempi: il socialismo con caratteristiche cinesi non può essere visto come una “forma indipendente di socialismo” o come un “socialismo completamente nuovo”, né essere incluso nella sfera del capitalismo (“Come intendere il socialismo con caratteristiche cinesi”, n. 2/2016).

Sulla stessa linea di difesa del socialismo scientifico possiamo collocare anche l’articolo di Yuan Xiuli (Istituto di marxismo, CASS), che denuncia come attualmente in Cina la visione di Marx del socialismo venga talvolta distorta o addirittura negata e invita a difenderne la scientificità, opponendosi all’”utopismo”, al “pragmatismo volgare” e alla tendenza a separare marxismo e socialismo con caratteristiche cinesi (“Comprendere correttamente e sostenere la visione di Marx del socialismo”, n. 4/2017).

Anche per Gong Yun (Centro di ricerca del socialismo con caratteristiche cinesi, CASS) il socialismo con caratteristiche cinesi è la pratica di successo del socialismo scientifico in Cina, è l’unità dialettica della logica teorica del socialismo scientifico con la logica storica dello sviluppo sociale in Cina. È il socialismo scientifico radicato nel suolo cinese, che riflette le aspirazioni del popolo cinese e si adatta allo sviluppo della Cina e dei tempi, si attiene ai principi di base del socialismo scientifico, mentre nel frattempo gli conferisce caratteristiche distintive cinesi a seconda delle condizioni dell’epoca e pone come suo fine ultimo la realizzazione del comunismo (“Il socialismo con caratteristiche cinesi in una nuova era”, n. 8/2017).

He Ganqiang, professore all’Università di Economia e Finanza di Nanchino e ricercatore dell’Istituto di Marxismo della CASS, scrive che “dobbiamo attenerci al principio fondamentale del materialismo storico, secondo cui la produzione sociale determina la circolazione nel mercato ed evitare di confondere i rapporti dialettici tra produzione sociale e circolazione nel mercato con quelli tra governo e mercato. Dobbiamo ottenere una comprensione scientifica della natura di classe del funzionamento del governo e sostenere il controllo macroeconomico. Dobbiamo garantire il ruolo dominante dell’economia di Stato e integrare il commercio estero e l’uso degli investimenti stranieri nel controllo macroeconomico. Inoltre, dobbiamo riconoscere la natura antisocialista delle moderne teorie occidentali sull’economia di mercato e gli svantaggi delle teorie occidentali sulla regolamentazione macroeconomica, e correggere la preoccupante tendenza di copiare ciecamente le teorie economiche occidentali. Dovremmo applicare consapevolmente il principio e la metodologia del Capitale per indirizzare il nostro controllo macroeconomico e difendere con fermezza il diritto al discorso dell’economia politica marxista” (“Questioni teoriche che richiedono un’attenzione speciale nel controllo macroeconomico”, nn. 1-2/2018).

Han Rusheng si esprime contro l’economicismo volgare che non riconosce l’importanza dell’ideologia. Nell’economia statale cinese vi è contrasto tra ideologia socialista e ideologia capitalista. La lotta ideologica è essenziale per promuovere lo sviluppo e la crescita dell’economia del settore statale (“Una forte ideologia socialista come prerequisito per le grandi imprese statali”, n. 1/2018).

Yu Hongjun, del comitato di Partito dell’Università di Pechino, insiste sul valore fondante per il socialismo della proprietà pubblica, sociale: poiché la Cina è attualmente nella fase primaria del socialismo, la proprietà privata e il meccanismo di mercato sono ancora in una certa misura necessari allo sviluppo delle forze produttive socialiste, ma gli effetti negativi della proprietà privata e dell’economia di mercato devono essere evitati e dovrebbero essere compiuti particolari sforzi per rafforzare la proprietà pubblica e l’economia statale in modo da garantire la realizzazione graduale della giustizia sociale (“Rafforzare la proprietà pubblica come prerequisito della giustizia sociale”, n. 3/2017).

Pan Wei, dell’Università di Pechino, sostiene con forza il ruolo della proprietà collettiva della terra nelle zone rurali della Cina quale base economica fondamentale per il consolidamento del potere politico del PCC. È l’unico mezzo che garantisce un’equa ripartizione dei terreni agricoli e residenziali, l’ultima difesa contro la privazione da parte del capitale del diritto alla sopravvivenza degli agricoltori, un legame economico e sociale tra gli abitanti del villaggio e un ponte tra le aree rurali e urbane (n. 4/2017).

Xie Xiaoqing (Università di Pechino), riferendosi all’ultima “comune popolare” di Zhoujiazhuang, difende il ruolo dell’economia agricola collettiva, basata sul principio secondo cui “nessuna famiglia deve essere lasciata povera o sofferente e nessuno deve essere lasciato indietro”. Per mezzo secolo, Zhoujiazhuang ha sempre contribuito alla prosperità comune sulla base dell’economia collettiva. L’esempio di Zhoujiazhuang indica la correttezza della scelta strategica del “secondo balzo” in agricoltura, vale a dire “adattarsi alle esigenze di un’agricoltura scientifica e di una produzione socializzata e sviluppare imprese su scala moderata a fianco dell’economia collettiva” (“La via Zhoujiazhuang: realizzare con dignità l’urbanizzazione della città natale del popolo”, n. 9/2017).

Zheng Yougui (Istituto della Cina contemporanea presso la CASS) sostiene il ruolo dominante della proprietà pubblica per promuovere la prosperità comune (“Risposta ai nuovi cambiamenti nella struttura della ricchezza con l’esperienza unica di promuovere la prosperità comune”, n. 4/2017).

Zhong Nanshan (Accademia cinese di ingegneria) invita a mantenere la natura pubblica degli ospedali come fattore chiave della riforma sanitaria: gli ospedali, insieme alle scuole, sono il servizio pubblico più importante e assolutamente necessario, che dovrebbe essere gestito principalmente dallo Stato e dal governo. Consegnarli a capitali nazionali o esteri svuoterebbe presto gli ospedali pubblici e le scuole dei migliori membri dei loro staff, con offerte di alti stipendi da parte di quelli gestiti privatamente. In questo modo, le persone affette da malattie gravi e complicate sarebbero costrette ad andare negli ospedali privati (n. 4/2017).

 

 

Il ruolo dirigente del partito comunista

 

La questione della direzione politica e del carattere del partito comunista nel processo di transizione in Cina è al centro delle riflessioni della rivista con diversi articoli.

La linea emersa dalla direzione di Xi Jinping punta con decisione al rafforzamento del ruolo dirigente del partito comunista cinese e una corretta impostazione della ricerca sulla storia del partito è parte integrante di tale linea. Wu Degang ne espone i criteri principali (“Effettuare ricerche sulla storia del partito con posizione, prospettive e metodologia marxiste: imparare dai commenti di Xi Jinping sulla storia del partito”, n. 1/2018).

Zhu Jiamu, Presidente dell’Associazione di storia nazionale della RPC, ex vice presidente della CASS, consulente di Marxist Studies in China e di World Socialism Studies, interviene in merito con diversi articoli. In “Perché è necessario mantenere e rafforzare la direzione del PCC? Sul 95° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese” (n. 1/2016) sostiene che, poiché il PCC ha ancora molta strada da fare per compiere le sue missioni storiche, la sua leadership non dovrebbe essere indebolita, ma rafforzata. È un requisito necessario della base economica socialista, una forma per realizzare la democrazia popolare e una garanzia fondamentale della grande rinascita della nazione cinese. In un successivo articolo (“Se il Partito al governo sia rivoluzionario o meno e la natura dell’epoca presente”, n. 1/2017) egli afferma che il PCC è sia un partito al governo che un partito rivoluzionario. L’idea di dire addio alla rivoluzione e la richiesta che il PCC si trasformi da partito rivoluzionario in partito al governo sono insostenibili nella teoria e dannose nella pratica. Sulla stessa linea sono altri suoi testi quali: “Modalità della vita politica all’interno del Partito costantemente promosse da Chen Yun” (n. 6/2017).

Jiang Hui e Wang Guang insistono, sulla base dei discorsi e delle indicazioni del Segretario Generale Xi Jinping, sull’applicazione rigorosa della disciplina di Partito, che richiede regole chiare e una forte educazione all’ideale e ai principi del comunismo. I “pochi individui chiave”, la minoranza dei funzionari del Partito, sono di grande importanza per una disciplina sistematica, severa e completa (“Connotazione scientifica dell’applicazione integrale di una rigorosa disciplina di partito”, n. 2/2016).

Wang Zhigang (Kunlun policy Institute) sottolinea che la politica di “Riforma e Apertura” si basa sul rispetto dei Quattro Principi Cardinali esposti nel 1979 da Deng Xiaoping – attenerci alla via socialista; sostenere la dittatura del proletariato; sostenere la direzione del Partito comunista; sostenere il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong – che sono la garanzia politica contro la liberalizzazione borghese, la quale “si presenta spesso con una veste ragionevole e legittima in nome della Riforma e Apertura”, mentre promuove l’”occidentalizzazione” e la “polarizzazione” tra ricchezza e povertà in Cina (“Aderire alla linea di base per garantire la sicurezza nazionale. Riflessioni sullo studio della serie di importanti discorsi pronunciati dal Segretario Generale Xi Jinping”, n. 2/2017).

Gao Changwu (Document Research Center del Comitato Centrale del PCC) scrive del significato teorico e pratico dell’idea di Xi Jinping sulla “grande rivoluzione sociale”, che è un breve riassunto teorico dell’esplorazione e della pratica del PCC a partire dalla sua formazione 97 anni fa. L’auto-rivoluzione del PCC è il mezzo per portare avanti la rivoluzione sociale da parte del popolo sotto la sua guida (n. 2/2018).

È certamente interessante, anche per i “marxisti occidentali” la riflessione di Li Shenming sull’importanza decisiva della formazione dell’uomo nella vita del partito: rispetto alle istituzioni, ai sistemi e ai meccanismi, l’uomo è la chiave che alla fine determina il sistema e il meccanismo nella struttura economica e nella sovrastruttura. “Pertanto, sotto la corretta direzione del CC del PCC, con al centro il compagno Xi Jinping, dobbiamo unire la costruzione ideologica con la costruzione del sistema e intraprendere un nuovo viaggio per salvaguardare il Partito e il governo dalla degenerazione, mantenendo alta la vigilanza, con acuta intuizione e straordinaria tenacia. Se si farà così, il futuro che seguirà sarà radioso” (“Quale dovrebbe essere il fattore chiave: l’uomo o il sistema e il meccanismo? Riflessioni basate sullo studio dei discorsi del Segretario Generale Xi Jinping sulla costruzione ideologica e sulla disciplina istituzionale del Partito”, n. 3/2017).

Tang Shuangning (China Everbright Group) sottolinea il ruolo dirigente del partito – animato dallo spirito della Lunga Marcia e della guerra di lunga durata – nel governo delle imprese statali (“Aderire alla direzione del Partito e rafforzare la costruzione del Partito sono la radice e l’anima delle imprese statali cinesi”, n. 2/2017).

 

 

La segreteria di Xi Jinping e il 19° Congresso del PCC

 

Li Shenming sintetizza le ultime elaborazioni teoriche del CC del PCC, guidato dal segretario generale Xi Jinping in cinque importanti idee che costituiscono cinque cerchi concentrici diversi: sistema economico; sviluppo orientato verso i bisogni della popolazione; sistema teorico, che si riflette principalmente nel campo culturale, agendo come guida per il socialismo con caratteristiche cinesi; sistema politico; adesione alla leadership del PCC (“Sostenere e sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi: l’essenza degli importanti discorsi di Xi Jinping”, n. 1/2016). Un successivo articolo dello stesso autore (“Studiare seriamente e attuare risolutamente i nuovi concetti, le nuove idee e le nuove strategie del governo cinese proposte dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e principalmente dal compagno Xi Jinping”, n. 5/2017) si muove lungo questa direttrice. In un altro articolo, pubblicato dopo il 19° Congresso, l’autore si sofferma sul ruolo che la nuova Cina – che sta passando da nazione indipendente a nazione prospera e forte – può svolgere nel mondo, col quale si rapporta con un modo cinese di instaurare fiducia. La via cinese al socialismo, come riferimento completamente nuovo, ha contribuito allo sviluppo umano con i concetti cinesi di

valore, sviluppo e relazioni esterne. Nel contesto generale dei cambiamenti strutturali nel mondo, la Cina sta costruendo una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, partecipando attivamente alla costruzione del sistema di governo globale, cercando di contribuirvi con la saggezza cinese (“Il significato globale del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, n. 1/2018). Nell’ultimo saggio (n. 2/2018) l’autore sottolinea l’importanza della tesi del XIX Congresso sulla contraddizione principale nell’attuale fase della transizione cinese: tra crescenti bisogni materiali e culturali del popolo e uno sviluppo inadeguato e sbilanciato. Per un corretto percorso lungo la via cinese al socialismo è fondamentale una corretta comprensione e analisi delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, base e sovrastruttura, uomo e natura, e tra esseri umani. Lo studio dell’esperienza storica della rivoluzione cinese e della transizione al socialismo contribuisce alla corretta comprensione delle contraddizioni nella fase attuale, inquadrata dal pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era.

Xi Jinping ha proposto l’idea di rafforzare il “potere cinese”, scrive Xu Guangchun (Comitato consultivo per la ricerca teorica marxista), partendo dal principio secondo cui viene prima di tutto il popolo, ogni cosa va fatta per il popolo e bisogna fare affidamento sul popolo, realizzando pienamente la creatività popolare. Il potere popolare cinese si rafforza applicando rigorosamente e completamente la disciplina di Partito, assicurando la posizione guida del marxismo, proseguendo nella sviluppo dell’economia con l’innovazione scientifica e tecnologica come sua forza trainante, in una nazione culturalmente coesa, dotata di forti apparati di difesa militare. Ciò va attuato attraverso il “governo della legge” (stato di diritto), ponendo limiti istituzionali al potere e migliorando la capacità di governare il paese (“Riunire le grandi e invincibili forze per affrontare la grande lotta con nuove caratteristiche storiche. Breve discussione sull’idea del potere cinese del CC del PCC e principalmente del compagno Xi Jinping”, n. 2/2016).

Wang Weiguang, sulla scorta dei discorsi di Xi Jinping, sottolinea l’importanza della costruzione di un sistema di filosofia e scienze sociali per lo sviluppo del socialismo cinese e propone di adeguare ai nuovi compiti che si pongono il livello di studi di tali discipline fondamentali in ambito universitario e accademico (“Ulteriore studio e realizzazione dello spirito degli importanti discorsi del Segretario Generale Xi Jinping e promozione completa della costruzione del sistema discorsivo di filosofia e scienze sociali in Cina”, n. 1/2017). Questo discorso viene ripreso e ampliato nel successivo testo “Accelerare lo sviluppo della filosofia e delle scienze sociali con caratteristiche cinesi sotto la guida del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” (n. 1/2018).

Dopo il 19° Congresso del PCC (ottobre 2017) con il lungo rapporto letto dal segretario[7], si possono precisare ulteriormente i tratti del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era. Zhu Jiamu ne individua i seguenti caratteri distintivi: esso sottolinea che lo sviluppo dovrebbe essere centrato sul popolo e la riforma dovrebbe dare a quest’ultimo un senso di conquista, in modo da riflettere un più stretto legame con il popolo; sottolinea l’alto ideale del comunismo e della militanza rivoluzionaria; sostiene con maggiore forza la coerente posizione di principio del Partito comunista cinese, lo stile di lotta e lo spirito combattivo (“Caratteristiche distintive del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era. Note sullo studio del rapporto al 19° Congresso nazionale del PCC”, n. 8/2017). Su questo si può vedere anche Jin Minqing, dell’Istituto di Marxismo della CASS: “La grande innovazione del marxismo sinizzato nelle teorie sulla costruzione del partito”, n. 9/2017.

Wang Lisheng (Istituto di Economia, CASS) sottolinea il grande significato teorico e pratico della nuova tesi assunta dal 19° Congresso secondo cui “la contraddizione principale nella società cinese si è spostata su quella tra il bisogno crescente di una vita migliore e uno sviluppo squilibrato e insufficiente” (“Una nuova tesi sulla contraddizione principale nella fase primaria del socialismo”, n. 9/2017).

Yin Yungong (Comitato direttivo accademico di World Socialism Studies) sottolinea l’importanza senza precedenti che, a partire dal 18° Congresso e accentuata dal 19°, è stata attribuita dal partito al ruolo dell’ideologia, dei media e di Internet, e propone di migliorare ulteriormente la capacità nella comunicazione interna e internazionale nella nuova era (“Guidare la pratica dei nuovi mezzi di informazione e dell’opinione pubblica con il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, n. 9/2017).

Per realizzare lo spirito del 19° Congresso Nazionale del PCC – secondo He Bingmeng, ex segretario generale del Presidio delle Divisioni Accademiche e ricercatore presso la CASS – è necessario incentrare con fermezza il lavoro sul miglioramento della qualità della vita del popolo come indicatore chiave delle performance dell’economia cinese, della modernizzazione sociale e dello sviluppo sostenibile. Questo per soddisfare le esigenze di una nuova era e cogliere il vero significato di “modernizzazione”, “sviluppo scientifico” e “sviluppo sostenibile” (“Portare avanti lo spirito del 19° Congresso Nazionale del PCC e innalzare la qualità della vita delle persone come indicatore chiave delle performance della riforma e dello sviluppo sostenibile”, n. 2/2018).

 

La lotta ideologica contro il soft power dell’Occidente

 

In linea con le riflessioni che il WSRC fa da alcuni anni e con i forum internazionali che ha promosso (ricordiamo in particolare il VI Forum del socialismo mondiale del 2015, dedicato alle “rivoluzioni colorate”, con un nutrito apporto di attivisti politici e studiosi dell’area ex sovietica e dei paesi dell’Europa centro-orientale), la rivista dedica un certo numero di articoli alla lotta contro la penetrazione ideologica dell’Occidente, che, con l’ausilio di tutti gli strumenti a sua disposizione, da Internet alle ONG, tende ad imporre il suo discorso, la sua narrazione.

Di qui deriva la grande importanza della battaglia per il “diritto al discorso”, che – scrive Bian Qin – non si forma automaticamente: il flusso del discorso non è un semplice “scambio” di informazioni, ma il risultato di un sofisticato sistema di controllo operato dal potere nazionale e dall’egemonia (“Importanza vitale della direzione del flusso del discorso per la sopravvivenza della nazione e della civiltà”, n. 2/2016).

Li Yanhong, in un interessante saggio, studia il modo in cui gli USA hanno imposto la loro narrazione all’Unione Sovietica. Dall’inizio della Guerra Fredda essi hanno adottato strategie linguistiche differenti nei diversi periodi. La “Ricerca sull’Europa orientale e l’ex Unione Sovietica e il programma di formazione linguistica” attuato dagli anni ‘80 ad oggi è un importante strumento di strategia linguistica contro la Russia ed incarna l’intenzione strategica degli Stati Uniti di raggiungere i propri obiettivi politici attraverso lo strumento del linguaggio. Infatti, l’ascesa degli Stati Uniti come potenza globale non è solo dovuta ai suoi punti di forza economici e militari, ma anche alla sua profonda conoscenza della situazione interna di altri Paesi. La strategia linguistica degli Stati Uniti mostra anche che le competenze linguistiche nazionali sono sia hard power che soft power, e la piena integrazione delle competenze linguistiche e delle conoscenze regionali è la chiave per la formazione del personale nelle lingue straniere e negli affari regionali (n. 2/2016).

Tang Qing (Chongqing Normal University) e Feng Yanli (Istituto marxista, CASS) analizzano le tre principali misure adottate dagli USA per controllare la crescita del soft power cinese: 1) isolando la Cina attraverso la diplomazia dei valori; 2) rafforzando il potere di formazione istituzionale degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico attraverso meccanismi multilaterali come gli accordi commerciali per indebolire l’influenza regionale della Cina; 3) lanciando attacchi culturali attraverso organizzazioni non governative e programmi di scambio culturale con avanzate tecnologie di rete («Tre “armi leggere” degli Stati Uniti per contenere la Cina», n. 2/2016).

Da alcuni anni i marxisti cinesi studiano il ruolo di Internet, ponendo particolare attenzione ai poteri che lo controllano effettivamente. Tale discorso ha attraversato alcuni dei forum mondiali del socialismo a Pechino, nonché il forum europeo tenutosi a Roma nel 2016[8].

Zhang Jie (CITIC Reform and Development Research Institute) osserva (n. 4/2017) che il governo USA, pur avendo formalmente consegnato l’amministrazione di Internet all’ICANN (istituito nel 1998 e divenuto ente di gestione internazionale dal 2 ottobre 2016), rimane di fatto l’effettivo controllore della rete: non ha rinunciato al diritto di amministrare Internet, ma ha piuttosto rafforzato tale diritto del capitale americano, per cui la RPC non deve abbassare la guardia. Bisogna anzi, come scrive Mou Chengjin (China Mobile Communications International Strategic Research Center), accelerare la costruzione del sistema di sicurezza della rete indipendente e controllabile della Cina, poiché “senza sicurezza della rete, non c’è sicurezza nazionale”. Il principio guida per garantire la sicurezza del cyberspazio cinese è: reti a direzione statale, pianificate sistematicamente, indipendenti, controllabili e in via di rapido sviluppo (n. 4/2017).

Di notevole interesse si presenta la critica all’universalismo astratto, ai “valori universali” dell’Occidente. Il presidente della CASS Wang Weiguang, sulla scia della critica di Marx e Lenin, denuncia il falso universalismo dell’Occidente, che intende proporre come universale ciò che è invece il prodotto e l’elaborazione sviluppatisi nel corso di una lunga storia della cultura euro-occidentale. Sotto la bandiera dei valori universali si nascondono il colonialismo e l’imperialismo eurocentrici. E qui l’Occidente intende imporre il monopolio del discorso politico («La natura antiscientifica, ipocrita e ingannevole dei “valori universali”», n. 5/2017). L’universalismo concreto che i marxisti cinesi propongono passa attraverso l’assunzione della cultura occidentale (non la sua eliminazione, o cancellazione, come vuole l’estremismo etnocentrico di culture agli antipodi con il marxismo) e il suo superamento (l’Aufhebung hegeliana) in una nuova più vasta cultura: si vedano i discorsi di Xi Jinping sulla comunità di destino. Anche la sinizzazione del marxismo, lungi dall’essere l’affermazione di un particolarismo, è il momento di passaggio verso l’universalismo concreto (del concrescere delle diverse culture che la storia mondiale ha prodotto e alimentato).

Xue Xinguo (Tianjin Normal University) puntualizza la differenza strategica tra i valori socialdemocratici, che egli iscrive sostanzialmente nella categoria dei valori capitalisti e i valori fondamentali del socialismo con caratteristiche cinesi, radicato nel socialismo scientifico e distanti dall’idea astratta di “natura umana” e dal “socialismo etico” (“Una comparazione tra i fondamentali valori socialisti e i principi di base della socialdemocrazia”, n. 7/2017).

Zhang Shuhua pone il compito strategico di infrangere il monopolio del discorso politico occidentale, disincantare il popolo dal mito della democrazia occidentale, per superarla (aufheben) in una democrazia reale più avanzata (“Valori politici come la democrazia sono di cruciale importanza nella lotta mondiale per il diritto al discorso. Come sostituire la democrazia occidentale e rafforzare la nostra voce a livello globale”, n. 7/2017).

L’esportazione dell’ideologia e dei valori dell’Occidente (cfr. Xiao Li, n. 2/2016) si articola anche attraverso istituzioni che si presentano come neutre e super partes, quali il Premio Nobel per la Pace, che è invece uno strumento politico dell’Occidente (Wang Xiaoshi, n. 2/2017). Ma in generale è tutto il sistema del Premio Nobel che si è involuto, divenendo – scrive Qi Guifeng – in un importante strumento dell’egemonia statunitense per monopolizzare gli orientamenti, la costruzione di regole e il giudizio finale in merito ai premi per la ricerca scientifica mondiale. Ha giocato un ruolo importante come soft power ideologico nel migliorare l’immagine dell’egemonia americana, reclutare i talenti di tutto il mondo, appropriarsi della ricchezza di altri Paesi, abbattere l’Unione Sovietica e soffocare la Cina e i Paesi del Terzo Mondo. Occorre perciò comprendere scientificamente il Premio Nobel e i discorsi ad esso correlati e costruire un sistema indipendente di incentivi per la ricerca scientifica adeguato al processo storico di rinascita della nazione cinese (n. 2/2016).

Dalla linea editoriale della rivista emerge una crescente consapevolezza dell’importanza strategica della battaglia culturale e ideologica, e della necessità di preparare e attrezzare adeguatamente tutte le istituzioni culturali, e tra queste l’università e la ricerca accademica. Per questo è opportuno individuare correttamente i problemi esistenti, le tendenze errate e intervenire per correggerle. Zhang Hongi denuncia le tendenze spiccatamente errate della ricerca degli studiosi cinesi sulla storia del mondo moderno: in termini di ricerca accademica, il ruolo guida fondamentale del marxismo è stato minato e negato, mentre i “valori universali” borghesi sono difesi e si nasconde la natura dell’invasione coloniale dell’Occidente. In termini politici, vengono respinte la direzione del partito e la dittatura democratica del popolo, si rifiuta il ruolo guida delle imprese statali e si nega il controllo macroeconomico dello Stato. Inoltre, nella ricerca sulla storia europea e americana vi è scarsa attenzione alla ricerca sulla storia russo-sovietica. (“È necessario porre un forte accento sui problemi ideologici nella ricerca accademica”, n. 2/2018).

Il rafforzamento e lo sviluppo della filosofia e delle scienze sociali, come raccomandato dal XIX Congresso, è anche il tema dell’articolo di Liu Dezhong, Wu Bo e Zhong Hui, che propongono di basarsi sulla guida del marxismo e sul pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era (n. 2/2018).

Hou Huiqin (Centro studi sul socialismo mondiale, CASS), in occasione del 170° anniversario della pubblicazione del Manifesto del Partito comunista, sottolinea che una vera e propria rivoluzione sociale è necessariamente una rivoluzione ideologica. Oggi dobbiamo leggere questo lavoro classico in termini di rivoluzione della visione del mondo (Weltanschauung), «attenerci a una visione del mondo basata sul materialismo dialettico e sul materialismo storico, criticare risolutamente le varie tendenze a mettere da parte la concezione materialistica, a “de-ideologizzare” il discorso, a ridurre il “popolo” a individui; e dobbiamo portare avanti il grande corso del socialismo con caratteristiche cinesi. Al centro dell’attuale lotta intorno alla concezione del mondo vi è l’attacco al materialismo dialettico. Attenersi alla teoria della storia centrata sul popolo o alla teoria della storia centrata sull’individuo è la pietra di paragone per un autentico materialismo storico. Per intraprendere la grande lotta dobbiamo concentrarci sulla lotta tra due diverse concezioni del mondo (n. 2/2018).

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Come accade normalmente rispetto ad ogni rivista di studio e dibattito, gli articoli presenti in World Socialism Studies possono essere pienamente condivisibili o esserlo solo in parte – una rivista è fatta per alimentare riflessioni e discussioni aperte sulle tematiche proposte –, ma una cosa possiamo osservare e una lezione dovremmo apprendere: i marxisti cinesi sono abituati a pensare strategicamente, non solo per la contingenza immediata, non solo per risposte reattive ad un’agenda politico-culturale dettata da altri. E dotarsi di un pensiero strategico – che da molti anni manca ai comunisti e al movimento operaio in Italia e in Occidente – è un compito ineludibile, se si vuole invertire la rotta rovinosa lungo la quale, nell’ultimo decennio in particolare, il movimento operaio e i comunisti si sono incamminati in Italia.

Riteniamo di fare cosa utile presentare qui in appendice tutti gli abstract in inglese e in italiano dei principali articoli pubblicati nei 13 numeri della rivista sinora usciti, augurandoci di poterci attrezzare per tradurre in italiano alcuni saggi presenti solo in lingua cinese che rivestono un particolare interesse per noi in Italia.

10 aprile 2018

 Consulta i principali contenuti e abstract della rivista World Socialism Studies

 

[1] Cfr. Li Shenming, “Valutare correttamente i due periodi storici prima e dopo la riforma e apertura”, in MarxVentuno n.1/2015, pp. 49-54; consultabile anche in https://www.marx21books.com/wp-content/uploads/2018/03/Valutare-correttamente-i-due-periodi-storici-di-Li-Shenming.pdf.; ID., Rivoluzioni colorate ed egemonia culturale”, MarxVentuno n. 1-2/2016.

[2] Si veda anche il recente Ottobre 17. Ieri e domani, ISBN 978-88-909-183-4-6.

[3] Si veda anche dello stesso autore l’intervista rilasciata a Marxist Studies in China, 2016 (pp. 264-282) “The 21st Century will see revitalization of socialism”.

[4] Si veda in proposito Fan Jianxin, “10 Ideological Topics in 2014”, in Marxism Studies in China (2015), pp. 85-115, in particolare, il paragrafo 10: “New Characteristics of the Trend of Historical Nihilism”. Ampie parti sono pubblicate in Marx in Cina (ed. MarxVentuno, 2015), pp. 71-93.

[5] Cfr. Shan Chao, Jia Jia, “Report sulla Conferenza sino-russa in occasione del 100° anniversario del testo di Lenin Imperialismo, fase suprema del capitalismo”, in World Socialism Studies n. 1/2017.

[6] Cfr. Li Shenming, “Valutare correttamente i due periodi storici prima e dopo la riforma e apertura”, op. cit.

[7] Una traduzione italiana degli atti del 19° congresso è in corso di pubblicazione presso le Edizioni MarxVentuno.

[8] Cfr. le relazioni al convegno La “Via Cinese” e il contesto internazionale (Roma, 15 ottobre 2016) di Tana, Istituto degli Studi sulle Informazioni presso la CASS: La sovranità di rete e la nuova configurazione della governance internazionale; Yang Jinwei, direttore dell’ufficio di studi sulle politiche, CASS dello Shandong: Comunità di destino comune del Cyberspazio e governance internazionale di internet; Liang Junlan, direttrice dell’Istituto di Studi sulle Informazioni, CASS: Il percorso internazionale di difesa della sovranità di rete.

IV FORUM EUROPEO con l’Accademia cinese di marxismo

 

I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”

Sala convegni Eurostars Roma Aeterna

Piazza Pigneto n. 9 – Roma

Venerdì 13 ottobre – h. 8:30- 16:30

 

Accademia di marxismo presso l’accademia cinese di scienze sociali (cass)

Associazione politico-culturale Marx XXI

Fondazione Gramsci

MarxVentuno Edizioni

marx21.it

 

Presentazione del IV Forum Europeo

Programma dei lavori