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Documento presentato da No Guerra No NATO al convegno sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

Scarica la documentazione presentata dal Comitato Nazionale No Guerra No NATO - CNGNN al convegno internazionale sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

I 70 ANNI DELLA NATO: DI GUERRA IN GUERRA

GRUPPO DI LAVORO
Francesco Cappello, Giulietto Chiesa, Franco Dinelli, Manlio Dinucci, Berenice Galli, Germana Leoni von Dohnanyi, Jeff Hoffman, Giuseppe Padovano, Marie-Ange Patrizio, Jean Toschi M. Visconti, Luisa Vasconcelos, Fernando Zolli

INDICE

1. La NATO nasce dalla Bomba

2. Nel dopo-guerra fredda la NATO si rinnova

3. La NATO demolisce lo Stato Jugoslavo

4. La NATO si espande ad Est verso la Russia

5. USA e NATO attaccano l’Afghanistan e l’Iraq

6. La NATO demolisce lo Stato libico

7. La guerra USA/NATO per demolire la Siria

8. Israele ed emiri nella NATO

9. La regia USA/NATO nel colpo di stato in Ucraina

10. L’escalation USA/NATO in Europa

11. La portaerei Italia sul fronte di guerra

12. USA E NATO bocciano il Trattato ONU e schierano in Europa nuove armi nucleari

13. USA e NATO affossano il Trattato INF

14. L’Impero Americano d’Occidente gioca la carta dellla guerra

15. Il sistema bellico planetario USA/NATO

16. Per uscire dal sistema di guerra uscire dalla NATO

 

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Documento finale Convegno di Firenze 7 aprile 2019

DICHIARAZIONE DI FIRENZE
PER UN FRONTE INTERNAZIONALE NATO EXIT

 

Il rischio di una grande guerra che, con l’uso delle armi nucleari potrebbe segnare la fine dell’Umanità, è reale e sta aumentando, anche se non è percepito dall’opinione pubblica tenuta all’oscuro dell’incombente pericolo.

È di vitale importanza il massimo impegno per uscire dal sistema di guerra. Ciò pone la questione dell’appartenenza dell’Italia e di altri paesi europei alla NATO.

La NATO non è una Alleanza. È una organizzazione sotto comando del Pentagono, il cui scopo è il controllo militare dell’Europa Occidentale e Orientale.

Le basi USA nei paesi membri della NATO servono a occupare tali paesi, mantenendovi una presenza militare permanente che permette a Washington di influenzare e controllare la loro politica e impedire reali scelte democratiche.

La NATO è una macchina da guerra che opera per gli interessi degli Stati Uniti, con la complicità dei maggiori gruppi europei di potere, macchiandosi di crimini contro l’umanità.

La guerra di aggressione condotta dalla NATO nel 1999 contro la Jugoslavia ha aperto la via alla globalizzazione degli interventi militari, con le guerre contro l’Afghanistan, la Libia, la Siria e altri paesi, in completa violazione del diritto internazionale.

Tali guerre vengono finanziate dai paesi membri, i cui bilanci militari sono in continua crescita a scapito delle spese sociali, per sostenere colossali programmi militari come quello nucleare statunitense da 1.200 miliardi di dollari.

Gli USA, violando il Trattato di non-proliferazione, schierano armi nucleari in 5 Stati non-nucleari della NATO, con la falsa motivazione della «minaccia russa». Mettono in tal modo in gioco la sicurezza dell’Europa.

Per uscire dal sistema di guerra che ci danneggia sempre più e ci espone al pericolo imminente di una grande guerra, si deve uscire dalla NATO, affermando il diritto di essere Stati sovrani e neutrali.

È possibile in tal modo contribuire allo smantellamento della NATO e di ogni altra alleanza militare, alla riconfigurazione degli assetti dell’intera regione europea, alla formazione di un mondo multipolare in cui si realizzino le aspirazioni dei popoli alla libertà e alla giustizia sociale.

Proponiamo la creazione di un fronte internazionale NATO EXIT in tutti i paesi europei della NATO, costruendo una rete organizzativa a livello di base capace di sostenere la durissima lotta per conseguire tale obiettivo vitale per il nostro futuro.

COMITATO NO GUERRA NO NATO / GLOBAL RESEARCH

Firenze, 7 Aprile 2019

https://www.globalresearch.ca/nato-exit-dismantle-nato-close-down-800-us-military-bases-prosecute-the-war-criminals/5670610

 

Scarica la documentazione presentata dal Comitato Nazionale No Guerra No NATO - CNGNN al convegno internazionale sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

Presentazione libro libreria Prinz Zaum Bari

Presentazioni degli scritti di Ho Chi Minh (Foto e video)

Presentazioni di Ho Chi Minh - Patriottismo e internazionalismo

BARI | 10 aprile 2019

Abbiamo parlato di Ho Chi Minh e di Lenin, di colonialismo e imperialismo, della guerra in Vietnam, di internazionalismo, di solidarietà tra i popoli oppressi e i lavoratori sfruttati di tutti i Paesi.
Con Andrea Catone, Mariano Leone e Alessia Franco da Prinz Zaum a Bari.

ROMA | 12 aprile 2019

Presentazione degli scritti e dei discorsi di Ho Chi Minh – Patriottismo e internazionalismo a cura di Andrea Catone e Alessia Franco

Saluti di Vincenzo Vita (Presidente AAMOD)

Interventi di:

Andrea Catone (curatore del volume)

Alexander Höbel (storico del movimento operaio)

Francesco della Croce (Rete Italia – Vietnam)

Con la presenza e l’intervento di Nguyen Thi Bich Hue (Ambasciatrice della Repubblica Socialista del Vietnam in Italia)

Presiede: Marco Carmeliti (Rete Italia – Vietnam)

ROMA | AAMOD Sala “Zavattini” – Via Ostiense 106

(Di seguito i video degli interventi realizzati da Labaro Tv)

Intervento dell'ambasciatrice del Vietnam in Italia Nguyen Thi Bich Hue

Intervento di Andrea Catone

Intervento di Alexander Höbel

Intervento di Francesco Valerio Della Croce

La cooperazione italo-cinese e l’alternativa del diavolo

di Francesco Maringiò

da marx21.it

Il complesso negoziato sino-americano sul commercio vive un momento non turbolento ma tuttavia segnato da oggettive difficoltà: troppa è la distanza che separa i moniti americani dalle concessioni che la Cina è disposta a fare senza penalizzare il suo sviluppo e troppo difficile diventa contenere l’impatto della guerra sul 5G (che è parte del negoziato ma che attiene, anche, ad altri aspetti strategici) negli Stati Uniti ed in Europa. Tuttavia, per quanto difficile, non è da escludere che un accordo sia ancora possibile. Ma sono tanti gli economisti che osservano come il “great deal” metterebbe sotto scacco l’Europa, stretta in un’alleanza tra le due superpotenze ed incapace di ritagliarsi un ruolo nel commercio internazionale.

È con questa premessa che va giudicata la firma di un memorandum d’intesa tra l’Italia e la Cina durante la visita di Stato del Presidente cinese, che inizierà ufficialmente il 22 p.v. con l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché di fronte al rischio concreto di fallimento del negoziato c’è l’assoluta necessità di costruire una politica estera sovrana per il Paese e capace di tutelarne gli interessi economici e geo strategici. Per fare ciò diventa imprescindibile un accordo quadro con la Cina popolare e le economie emergenti, pena il cedere ad una condizione ricattatoria che aggraverebbe ulteriormente la già precaria condizione dell’economia dell’Italia e della stessa eurozona. Infatti, di fronte alla possibilità di adesione da parte dell’Italia al club dei Paesi del Belt and Road Initiative (BRI), gli Stati Uniti hanno impostato una strategia di ricatto molto forte. Se l’Italia dovesse firmare, si esporrebbe –dicono fonti americane – a ritorsioni commerciali, economiche e nel campo della cooperazione militare e dell’intelligence; se invece dovessero decidere di stralciare l’accordo con Pechino l’alternativa sarebbe comunque il mantenimento di un quadro di subalternità con Washington da pagare a caro prezzo. L’esempio della guerra sul 5G è, da questo punto di vista, paradigmatico: si spinge l’Italia a rinunciare all’ammodernamento tecnologico attraverso le infrastrutture cinesi oggi fruibili sul mercato, in attesa di una tecnologia americana che ancora non esiste e che un domani sarà sicuramente più cara di quella cinese. La scelta è chiara: se si fa l’accordo ci si espone a ritorsioni, se si stralcia l’accordo non si ottiene nulla in cambio, se non il mantenimento dello status quo basato su accordi iniqui ed un rapporto di assoluta subalternità. Tertium non datur.

Per queste ragioni la decisione del governo di confermare la sottoscrizione del Memorandum, non rappresenta certo una strategia di uscita dal quadro di condizionamento atlantico e Nato ma traccia almeno una via per poter creare le condizioni per attrarre il surplus cinese in termini di investimenti diretti nel breve periodo e porre le basi per una politica estera che rompa col ricatto che Washington e, per ragioni diverse, Bruxelles stanno cercando di imporre al nostro Paese.

È interessante notare come il “partito contro il memorandum”, che ha goduto di una grande eco mediatica e della sponda politica della Lega al governo e del Pd e Forza Italia all’opposizione, abbia usato quasi esclusivamente l’argomento della necessità di non cooperare con Pechino perché promotore di un progetto egemonico. Gli stessi hanno poi argomentato che in ogni caso non potevamo firmare il memorandum, senza prima chiedere permesso al nostro “padrone di casa”, cioè gli Usa (a proposito di egemonismo …).

Chissà come commenteranno oggi, dopo aver letto la lettera che Xi Jinping ha affidato alle pagine del Corriere e che fornisce la chiave di interpretazione della diplomazia cinese e delle regioni per il suo forte investimento nel nostro paese. Si tratta di un testo scritto a partire da una prospettiva molto chiara: Italia e Cina non sono chiamate a trovare un’intesa su una serie di dossier economici e commerciali. Non solo questo, almeno. I due paesi sono chiamati a rispettare la loro lunga storia millenaria che li pone, nelle parole di Xi Jinping, come «emblema della civiltà orientale ed occidentale», dato che «hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana». Il loro rapporto, anche la stessa vicenda della Via delle Seta, non nasce pertanto oggi, ma affonda le radici sin dai tempi dell’Impero Romano, per poi vivere occasioni speciali che hanno fatto la storia delle relazioni tra i due Paesi. Marco Polo è arrivato alla corte del Khan prima che Cristoforo Colombo scoprisse le Americhe, Matteo Ricci si fece mandarino per conquistare la fiducia dei Ming e Prospero Intorcetta tradusse Confucio in latino ed aprì un'importante finestra di conoscenza sulla filosofia orientale in tutto l’Occidente. È a questa storia che rimanda il presidente cinese quando parla delle relazioni tra il suo Paese e l’Italia, attingendo a piene mani alla grande storia dell’Italia e citando, tra gli altri, Dante, Virgilio, Moravia e la sinologia italiana.

Ma il passaggio chiave dell’intervento del presidente cinese è probabilmente il seguente: «Di fronte alle evoluzioni e alle sfide del mondo contemporaneo, i due Paesi fanno appello alla loro preziosa e lunga esperienza e immaginano insieme gli interessanti scenari capaci di creare un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità». Il racconto del “nuovo ordine mondiale con caratteristiche cinesi”, come è stato sprezzantemente definito dagli oppositori dell’accordo italo-cinese, o la retorica dell’egemonismo di Pechino si infrange sugli scogli del patto strategico che la Cina offre all’Italia, di costruzione di un nuovo modello di rapporti internazionali che archivi definitivamente l’unilateralismo andato in voga dopo il crollo dell’Urss e ponga le basi per una cooperazione tra pari tra le nazioni del mondo. Uguaglianza, giustizia e cooperazione sono valori universali che affondano le proprie radici negli ideali della Rivoluzione francese e che certo non possiamo ignorare.

Con buona pace di quanti continuano a vedere nella Cina il principale nemico e lo scrivono nei propri documenti strategici (Usa e Ue) e con buona pace dei loro rappresentanti italiani che vorrebbero che il paese adottasse una politica aggressiva verso Pechino o in una relazione privilegiata intereuropea (che non esiste, visti gli interessi divergenti che albergano nell’eurozona), oppure in una quadro di cooperazione euro-atlantica il cui obiettivo è la rottura dell’asse russo-cinese e la cooptazione di Mosca in una nuova cortina di ferro ostile a Pechino.

La politica italiana ha davanti a sé un bivio: o accetta “l’alternativa del diavolo” e si lega al declino di questa visione strategica, oppure rovescia il tavolo ed afferma la necessità di una politica basata sulla cooperazione e la pari dignità tra le nazioni. La firma del Memorandum è il primo passo per imboccare la seconda strada, ma siamo ancora alle schermaglie iniziali di un braccio di ferro che segnerà di sé il prossimo futuro.

Facebook ha cancellato la pagina dell’Associazione Marx XXI legata al sito www.marx21.it

Dopo la liquidazione (pilotata) della pagina "Con l'Ucraina antifascista", continuano gli attacchi contro l'attività del sito marx21.it, che è tra le principali voci che hanno denunciato il golpe di marca USA-NATO-UE in Ucraina e la repressione contro comunisti e antifascisti del regime di Poroshenko e dei governi reazionari al potere nei repubbliche dell’ex URSS e dei paesi che furono democrazie popolari fino al 1989.

È stato inviato un ricorso a Facebook, anche per poter conoscere le ragioni di questa censura, ma non c’è stata risposta alcuna, ed intanto i gestori della pagina non riescono più ad accedervi.

Tutti i comunisti, gli antifascisti, gli autentici democratici sono invitati a denunciare l’opera censoria di Facebook nei confronti del sito marx21.it e impedire che questa voce venga soffocata.

Ecco alcuni articoli del sito, collegato con la pagina Facebook che è stata oggi soppressa senza una giustificazione:

Fermiamo la repressione anticomunista nell'Unione Europea! Libero subito il compagno Paleckis!

Al Partito Comunista di Ucraina viene impedito di partecipare alle elezioni presidenziali

I Partiti Comunisti e Operai dell'Unione Europea contro l'aggressione alla Rivoluzione Bolivariana

La Pravda intervista il Segretario del Partito Comunista della Repubblica di Donetsk

 

Bari 3 aprile 2019 | Bombe su Belgrado: 20 anni dopo

Bombe su Belgrado: 20 anni dopo all'origine delle“guerre umanitarie”

Mercoledì 3 aprile - ore 17.30

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada priv. Borrelli 32

Intervengono

Ugo Villani
Professore emerito di Diritto internazionale, Università di Bari “A. Moro”

Rajka Veljović
Coordinatrice dei progetti di solidarietà della Zastava di Kragujevac

Augusto Ponzio
Professore emerito di Filosofia del linguaggio, Università di Bari “A. Moro”

RajkoBlagojević, Sindacato JSO-Zastava di Kragujevac

 

Coordina

Mariella Cataldo, Associazione “Most za Beograd - un Ponte per Belgrado in Terra di Bari”
e coautrice di Quel braccio di mare… e Kosovo buco nero d’Europa

Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno, presenta il numero speciale sul tema edito in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia (CNJ-Onlus)

 

Bari, II strada priv. Borrelli 32

info@marx21books.com marxventuno.rivista@gmail.com +39080972 7593

Firenze 7 aprile 2019 | I 70 anni della Nato: quale bilancio storico?

Convegno internazionale

Firenze, Domenica 7 Aprile 2019
ORE 10:15 – 18:00
CINEMA TEATRO ODEON / Piazza Strozzi

I 70 ANNI DELLA NATO: QUALE BILANCIO STORICO?
USCIRE DAL SISTEMA DI GUERRA, ORA!

Consapevoli della crescente pericolosità della situazione mondiale, della drammaticità dei conflitti in atto, della accelerazione della crisi, riteniamo che sia necessario far comprendere all'opinione pubblica e ai parlamenti il rischio esistente di una grande guerra. Essa non sarebbe in alcun modo simile alle guerre mondiali che l'hanno preceduta e, con l’uso delle armi nucleari e altre armi di distruzione di massa, metterebbe a repentaglio l’esistenza stessa dell’Umanità e del Pianeta Terra, la Casa Comune in cui viviamo. Il pericolo non è mai stato così grande e così vicino. Non si può rischiare, bisogna moltiplicare gli sforzi per uscire dal sistema di guerra.

 

RELAZIONI INTRODUTTIVE

I 70 anni della NATO: di guerra in guerra. Verso uno scenario di Terza guerra mondiale

TAVOLE ROTONDE

Jugoslavia: 20 anni fa la guerra fondante della nuova NATO
I due fronti della NATO ad Est e a Sud
L’Europa in prima linea nel confronto nucleare
Cultura di pace o cultura di guerra?

Intervengono:

Michel Chossudovsky, professore di economia, direttore del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (Global Research, Canada).
Vladimir Kozin, principale esperto del Centro di Studi Politico-Militari del Ministero degli Esteri russo, professore dell’Accademia di Scienze Militari (Russia).
Živadin Jovanović, presidente del Forum di Belgrado (Serbia).
Jean Bricmont, scrittore, professore emerito dell’Università di Lovanio (Belgio).
Diana Johnstone, saggista (Stati Uniti).
Paul Craig Roberts, economista, editorialista (Stati Uniti).
Ilona Zaharieva, presidente dell’Associazione Il Ponte di Pietra (Macedonia).

* * * * *

Alex Zanotelli, missionario comboniano.
Gino Strada, medico, fondatore di Emergency.
Franco Cardini, storico, saggista.
Fabio Mini, militare e scrittore.
Giulietto Chiesa, scrittore e giornalista, direttore di Pandora TV.
Alberto Negri, giornalista, corrispondente di guerra de “Il Sole 24 Ore”.
Tommaso Di Francesco, giornalista, condirettore de il manifesto.

* * * * *

Jean Toschi Marazzani Visconti, scrittrice e giornalista.
Germana Leoni von Dohnanyi, scrittrice e giornalista.
Fernando Zolli, missionario comboniano.
Franco Dinelli, ricercatore CNR.
Francesco Cappello, educatore e saggista.
Manlio Dinucci, scrittore e giornalista.

 

PROIEZIONE DI DOCUMENTAZIONI VIDEO E VIDEOMESSAGGI

MICROFONO APERTO AL PUBBLICO PER LE CONCLUSIONI

Promotori:
ASSOCIAZIONE PER UN MONDO SENZA GUERRE
COMITATO NO GUERRA NO NATO / GLOBAL RESEARCH

in collaborazione con

Pax Christi Italia, Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani, Comitato Pace e Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio (Napoli), Rivista/Sito Marx21, Sezione Italiana della WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà), Associazione Macedone Il Ponte di Pietra di Canelli (AT), Rete Radié Resch di Quarrata (PT), Tavolo per la Pace della Val di Cecina, Medicina Democratica Livorno e Val di Cecina, Associazione di Amicizia Italia-Cuba di Firenze e altre associazioni la cui adesione è in corso.

PER PARTECIPARE AL CONVEGNO (A INGRESSO LIBERO) OCCORRE PRENOTARSI

COMUNICATE VIA EMAIL O TELEFONO IL VOSTRO NOME E LUOGO DI RESIDENZA A:

Giuseppe Padovano, Coordinatore Nazionale CNGNN
Email: giuseppepadovano.gp@gmail.com
Cell. 393 998 3462

Bologna 6 aprile 2019 | Bombe su Belgrado: vent’anni dopo all’origine delle guerre umanitarie

Bologna 6 aprile 2019

Bombe su Belgrado:

vent'anni dopo

all'origine delle guerre umanitarie

presso il Centro Katia Bertasi

via A. Fioravanti 22 - Bologna

Iniziativa-dibattito nel

XX Anniversario della

aggressione NATO contro

la Repubblica Federale di Jugoslavia

 

Promuovono:

Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia ONLUS

Rivista MarxVentuno e sito Marx21

Rivista e sito Contropiano

 

MATTINO:

Introduzione e saluti:

Andrea Catone (rivista MarxVentuno)

Rappresentanza della Ambasciata di Serbia

 

Sessione IL LAVORO:

Rajko Blagojević e Rajka Veljović (sindacalisti JSO-Zastava e associazione UMRS, Kragujevac)

Sergio Bellavita (sindacalista, USB)

Stefano Verzegnassi (presidente di “Non Bombe Ma Solo Caramelle – ONLUS”)

 

Sessione IL PRESENTE:

Andrea Martocchia (segretario Jugocoord Onlus)

Jean Toschi Marazzani Visconti (saggista, membro giuria premio "Torre")

Živadin Jovanović (Forum di Belgrado per un Mondo di Eguali)

 

SESSIONE VIDEO

sui temi: caso Miloševic e "Tribunale" dell'Aia, bombardamenti 1999 e conseguenze, distruzioni del patrimonio artistico e ricolonizzazione in Kosovo; documentario "Tutto sarà dimenticato?"

 

POMERIGGIO:

Sessione I CRIMINI:

Rosa D'Amico (storica dell'arte, Com. scientifico-artistico Jugocoord)

Carlo Pona (fisico, Com. scientifico-artistico Jugocoord e "Tribunale Clark")

 

Sessione CONTRO LE GUERRE:

Marinella Correggia (giornalista, Rete No War)

Sergio Cararo (rivista e sito Contropiano)

 

 

Si raccolgono libere adesioni di gruppi, associazioni, partiti, fino al 25 marzo 2019

Cartina del Vietnam

Estratto dell’introduzione di “Patriottismo e internazionalismo” – Ho Chi Minh

 

[Prime pagine dell'introduzione del volume Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh pubblicato da MarxVentuno Edizioni]

 

Il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario sono inestricabilmente legati tra loro
Hồ Chí Minh (1960)

Noi, una piccola nazione, avremo così guadagnato l’onore di aver sconfitto, attraverso lotte eroiche, due grandi imperialismi – quello francese e quello americano – e di aver dato un degno contributo al movimento di liberazione nazionale mondiale
Hồ Chí Minh (1969)

È la grande vittoria dell’invincibile unità e della lotta dei lavoratori e dell’intera nazione nella battaglia per l’indipendenza e la libertà, per il socialismo
Lê Duẩn

Cento anni fa, il 2-6 marzo 1919, si riuniva a Mosca il I congresso dell’Internazionale comunista, la Terza Internazionale (il Comintern).
Cinquanta anni fa, il 2 settembre 1969, moriva ad Hanoi Hồ Chí Minh.
Al suo nome è legata un’intera epoca storica, quella delle lotte anticoloniali e antimperialiste di liberazione nazionale promosse e dirette dai partiti comunisti e di ispirazione socialista nati in Asia, Africa, America Latina su impulso della Rivoluzione d’Ottobre e della III Internazionale. Essa, con Lenin e la sua analisi dell’imperialismo, aveva ampliato l’appello conclusivo del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels – “Proletari di tutti i paesi unitevi!” – nella proposta di unità tra i proletari e i popoli oppressi di tutto il mondo.
La soluzione della “questione coloniale”, per cui “i sette decimi della popolazione mondiale si trovano in una condizione di asservimento [...] esposti alle torture inflitte loro da un pugno di paesi” capitalistici [Lenin, vol. XXXI, p. 313], diventa parte integrante e imprescindibile della strategia dei comunisti. Se tracciamo, a un secolo di distanza, un bilancio storico della rivoluzione d’Ottobre e del leninismo, osserviamo che uno dei suoi effetti più dirompenti e duraturi, che maggiormente hanno inciso sul corso della storia del mondo, è stato il risveglio alla lotta anticoloniale e antimperialista dei “popoli d’Oriente”, con le due grandi, simili e diverse a un tempo, rivoluzioni cinese e vietnamita.
Il secondo congresso della III Internazionale, svoltosi tra Pietrogrado e Mosca dal 19 luglio al 7 agosto 1920, pone le 21 condizioni per l’adesione ad essa. Il punto 8 affronta di petto la questione coloniale:

Un atteggiamento particolarmente esplicito e chiaro sulla questione delle colonie e dei popoli oppressi s’impone a quei partiti nelle cui nazioni la borghesia possiede delle colonie ed opprime altre nazioni. Ogni partito che desideri far parte dell’Internazionale comunista è tenuto a denunciare i trucchi e gli artifici dei “suoi” imperialisti nelle colonie nell’intento di aiutare ogni movimento di liberazione coloniale non solo a parole ma coi fatti, ad esigere l’espulsione dei suoi imperialisti da queste colonie, ad inculcare nei lavoratori del loro paese un atteggiamento sinceramente fraterno verso i lavoratori delle colonie e delle nazioni oppresse e a condurre agitazioni sistematiche tra le truppe del loro paese contro ogni oppressione dei popoli delle colonie.

Ma ancor più esplicitamente, il II congresso dedica una sezione specifica dei suoi lavori alla questione nazionale e coloniale. Il primo abbozzo di tesi redatto da Lenin affermava tra l’altro:

la pietra angolare di tutta la politica dell’Internazionale comunista nelle questioni nazionale e coloniale deve essere l’avvicinamento dei proletari e delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e di tutti i paesi ai fini della lotta rivoluzionaria comune per rovesciare i grandi proprietari terrieri e la borghesia. Solo questo avvicinamento potrà infatti garantire la vittoria sul capitalismo, senza la quale è impossibile abolire l’oppressione e la disuguaglianza nazionale. […] oggi non ci si può più limitare a riconoscere o a proclamare il ravvicinamento dei lavoratori delle diverse nazioni, ma è necessario condurre una politica che realizzi la più stretta alleanza fra tutti i movimenti di liberazione nazionale e coloniale e la Russia sovietica […] Riguardo alle nazioni e agli Stati più arretrati, dove predominano i rapporti feudali o patriarcali e patriarcali-contadini, è particolarmente necessario tener presente la necessità per tutti i partiti comunisti di aiutare il movimento democratico borghese di liberazione in questi paesi; l’obbligo di aiutare nel modo più attivo un movimento di questo genere spetta anzitutto agli operai del paese dal quale dipende, dal punto di vista coloniale o finanziario, la nazione arretrata [Lenin, vol. XXXI, pp. 161-164].

Le tesi di Lenin, pubblicate su l’Humanité del 16 e 17 luglio 1920, furono lette e studiate da Nguyễn Ái Quốc (Nguyễn il patriota, che, a partire dal 1944 sarà noto come Hồ Chí Minh: Portatore di luce). Quaranta anni dopo, il patriota comunista vietnamita spiega perché abbia abbracciato il leninismo:

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam. A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’Ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. [...] Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale” di Lenin, pubblicate da l’Humanité. [...] Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. […] sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro [T83: Il cammino che mi ha portato al leninismo].

Un passato coloniale

Il Viet Nam si estende come un’immensa S sulle rive del Pacifico: comprende il Bắc Bộ al Nord, che forma col delta del Fiume Rosso una regione ricca di possibilità agricole e industriali, il Nam Bộ al Sud, vasta pianura alluvionale bagnata dal Mekong ed essenzialmente agricola, e il Trung Bộ al centro, lunga e stretta striscia di terra che collega i due delta. Per descrivere la configurazione del loro paese, i vietnamiti amano evocare un’immagine che è loro familiare: quella del bastone che porta una cesta di paddy [riso greggio] su ciascuno dei suoi estremi” [Giáp, 1968, p. 17].

Attorno alla metà del XIX secolo inizia l’avventura coloniale francese in Indocina, con la conquista di Laos, Cambogia e Vietnam e la formazione della Federazione dell’Indocina francese. Nel Nam Bộ, la porzione meridionale di terra vietnamita che i colonizzatori francesi chiameranno Cocincina, gli europei incontrano una monarchia locale inetta, retta da un sistema burocratico mandarinale corrotto e da una struttura economica di tipo feudale. Dopo una serie di operazioni di conquista nel delta del Mekong e i bombardamenti sulla capitale, si giunge all’atto finale: nel 1884 la monarchia accetta di firmare con gli aggressori un trattato di protettorato, che viene riconosciuto dal confinante cinese. Iniziano qui venticinque anni di insediamento coloniale, che viola con la forza tutti i trattati e finisce con l’estendersi dalla Cocincina all’intero paese.

Gli annamiti sono in generale soffocati dalle molte cure della protezione francese. I contadini annamiti lo sono ancora di più e in modo più odioso: come annamiti vengono oppressi, come contadini vengono derubati, saccheggiati, espropriati e condotti alla rovina. Ad essi tocca tutto il lavoro pesante; ad essi toccano tutte le opere di prestazione. Sono i contadini che producono per tutta l’orda di parassiti, oziosi, rappresentanti della civiltà e altri. E sono i contadini che vivono in povertà mentre i loro oppressori vivono nella ricchezza, e che muoiono di fame se il raccolto non è buono. Questo succede perché sono derubati da tutte le parti e in tutti i modi dall’amministrazione, dal feudalesimo moderno e dalla Chiesa [T15: Condizioni di vita dei contadini annamiti].

La questione coloniale in Vietnam si configura come una questione agraria. La popolazione del paese, essenzialmente agricolo, è composta da masse popolari di estrazione contadina, quasi del tutto analfabete, vessate dal peso della società mandarinale tradizionale a cui va a sommarsi, e non a sostituirsi, il giogo francese. Le classi dominanti, la piccola borghesia tradizionale e i proprietari terrieri vietnamiti, specie in Cocincina, sono collusi con i colonizzatori, con i quali condividono alcuni interessi in chiave antirivoluzionaria, mentre le masse popolari tentano di ostacolare l’azione di conquista fin dal 1860 dando luogo a continui disordini e tentativi insurrezionali. Tuttavia, la resistenza non gode di una direzione centrale e ha il suo principale tratto di debolezza nella profonda disorganizzazione. Le forze partigiane sono arruolate per lo più su base locale e danno vita a bande autonome, spesso isolate le une dalle altre; i loro capi coltivano un rapporto personale con i propri uomini, mirano a conseguire successi locali e sono restii a organizzare un movimento unificato in tutto il paese. Profonde divisioni attraversano sia il nascente movimento nazionale che la popolazione: la componente cattolica collabora con i francesi e fornisce aiuto materiale e logistico alle truppe, mentre associazioni e gruppi borghesi, che auspicano l’indipendenza e la repubblica ma non prevedono riforme progressiste o agrarie, si alienano le masse lavoratrici. Tra gli agitatori della resistenza anticoloniale i più popolari sono i confuciani, conservatori e tradizionalisti, che auspicano la restaurazione della monarchia tradizionale in nome del thiên mện, l’“ordine del mondo” confuciano.
Gli aggressori hanno ragione della frammentata resistenza vietnamita e procedono a consolidare la conquista con l’installazione di un apparato amministrativo costoso ma indispensabile a mantenere il controllo della regione. Il successo coloniale non porta buon umore tra gli abitanti della metropoli, che si rendono immediatamente conto di quanto siano gravosi i costi dell’amministrazione del nuovo regime d’oltremare, auspicano che il Vietnam riesca a mantenersi con le proprie forze economiche e si riveli anzi una fonte di profitto per la “madrepatria” francese. I costi di gestione della colonia vengono trasferiti dunque ai suoi abitanti, gli annamiti si ritrovano vessati da un sistema fiscale gravosissimo che serve a mantenere una gestione brutale della sicurezza, l’esercizio di una giustizia sommaria, l’istituzione delle tristemente note carceri di Poulo Condore nell’omonimo isolotto dell’Oceano Indiano, noto anche col nome vietnamita di Côn Sơn. La maturazione dell’amministrazione da un livello più “artigianale” ad uno di organizzazione sistematica, con l’arrivo del nuovo governatore generale Paul Doumer, passa anche attraverso un grande piano infrastrutturale, che dota il paese di ferrovie e di un grande porto sul Fiume Rosso. Doumer si rivela molto abile nel conquistare alla causa coloniale il favore dei cittadini metropolitani: durante la sua amministrazione gli investitori francesi iniziano a riporre fiducia nella possibilità che l’Annam si riveli una fonte di profitto; l’anticolonialismo in Francia si riduce a pochi circoli intellettuali e al movimento operaio. La maggioranza dell’opinione pubblica francese viene conquistata alla causa colonialista e persuasa di una triplice «illusione» [Chesneaux, p. 221], la cui natura fallace sarà rivelata dall’incrinarsi del sistema economico coloniale: secondo la propaganda, il Vietnam era e sarebbe ancora stato fonte di prosperità economica per la Francia; era garantita la “riconoscenza” e l’adesione politica del popolo colonizzato a quello colonizzatore; la sicurezza internazionale della Francia risultava rafforzata e tutelata dal rapporto tra i due paesi.
A Doumer è da attribuirsi anche la suddivisione del Vietnam in tre tronconi, estranei alla tradizione vietnamita, dotati di istituzioni proprie e autonome tra loro: il Tonchino, un vero e proprio regime coloniale, nel nord; il protettorato dell’Annam, che conserva l’amministrazione mandarinale, nel centro; la Cocincina, che gode di istituzioni rappresentative e invia un deputato a Parigi, sebbene eletto solo da francesi e naturalizzati, nel sud. Questa distinzione formale e istituzionale, che va a sovrapporsi alla suddivisione geografica tra Bắc Bộ al nord, Trung Bộ al centro e Nam Bộ al sud, è il primo di una serie di tentativi di balcanizzazione del territorio vietnamita, in vista di un’ulteriore frammentazione della resistenza, mai del tutto sopita, e di una più facile gestione del potere da parte dell’amministrazione francese. Parallelamente alle nuove istituzioni sopravvive il potere imperiale tradizionale, ridotto a stampella del potere coloniale. I rappresentanti della monarchia sono soggetti all’arbitrio dell’amministrazione francese, che ne manovra la politica e influisce sulle successioni dinastiche fino a detronizzare e imporre sovrani secondo convenienza.
Gli anni Venti vedono lo sviluppo di una rete stradale che, tuttavia, non risponde alle esigenze produttive ed economiche del paese ma esclusivamente alle necessità amministrative dei colonizzatori, mentre i costi dei mezzi di trasporto gravano sui piccoli contribuenti che non possono permettersi di usufruirne. Il vantaggio che il popolo vietnamita trae dallo sviluppo delle infrastrutture e delle vie di comunicazione è ancor più ridotto dall’obbligo, sancito dal sistema di controllo rigido e capillare allestito dall’autorità francese, di munirsi di un’apposita licenza per potersi spostare tra province. I pochi spostamenti sono spesso correlati al trasporto delle materie prime per il mercato francese e allo spostamento della manodopera.
Nei primi decenni del Novecento nasce una vera e propria classe operaia vietnamita: di origine contadina, essa rappresenta appena il 2-3% della popolazione ed è composta dagli operai delle poche fabbriche, dai portuali, dai braccianti delle piantagioni chiamati spregiativamente coolie, dai minatori.
Questi anni sono caratterizzati da sollevazioni sporadiche e disorganizzate, tutte represse sul nascere. I malumori coinvolgono gruppi sociali diversi e arrivano a contagiare la rachitica borghesia indigena, cui il pesante giogo francese impedisce di crescere ed espandere i propri interessi. Il maggior antagonismo economico, in questa fase, intercorre tra i colonizzatori e il complesso della popolazione indigena, soffocata dalla pesante fiscalità e dal severo autoritarismo del regime coloniale francese. Le sue pratiche e istituzioni, che particolarmente nell’Annam si sommano ai retaggi dell’aristocrazia e dell’apparato mandarinale e feudale, sono impopolari e penalizzanti per gli indigeni: questi ultimi sono soggetti a perquisizioni arbitrarie presso il loro domicilio, che non è considerato inviolabile, sono giudicati da tribunali le cui giurie sono composte esclusivamente da francesi, hanno bisogno di una speciale autorizzazione per le riunioni; la stampa è soggetta a pesanti restrizioni e ad autorizzazioni preventive; il governatore generale e il suo apparato possono disporre della libertà e dei beni degli indigeni con grande arbitrio; le condizioni schiavili di alcuni lavoratori indigeni possono sconfinare impunemente nella tortura.

 

[Introduzione completa nel volume Patriottismo e internazionalismo.]

 

 

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Il cammino che mi ha portato al leninismo – Ho Chi Minh

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh

 

Articolo scritto per la rivista sovietica Problemy Vostokovedenija (Problemi di studi orientali) n° 2, 1960, in occasione  del novantesimo anniversario della nascita di Lenin.

22 aprile 1960

 

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam.

A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. Non avevo ancora compreso tutta la sua importanza storica. Amavo e rispettavo Lenin, semplicemente perché era un grande patriota che aveva liberato i suoi compatrioti; fino ad allora non avevo letto nessuno dei suoi libri.

Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi. Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo.

A quell'epoca, nelle sezioni del Partito Socialista si tenevano discussioni accalorate: restare nella Seconda Internazionale, fondare una Internazionale “Due e mezzo”[1] o unirsi alla Terza Internazionale di Lenin? Io partecipavo regolarmente agli incontri, due o tre volte alla settimana, e ascoltavo con attenzione chi parlava. All'inizio, non capivo. Perché quelle discussioni li accaloravano tanto? Forse che non si poteva fare la rivoluzione con la II Internazionale, o con quella “Due e mezzo” o con la Terza? Perché accanirsi a discutere? E la Prima Internazionale? Cosa ne era stato?

Quello che volevo sapere soprattutto — e che non veniva dibattuto alle riunioni — era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?

Sollevai la questione — la più importante per me — durante una riunione. Qualche compagno rispose: è la Terza, non la Seconda Internazionale. Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”[2] di Lenin, pubblicate da l’Humanité.

In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: “Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!“.

Da allora, ho riposto la mia intera fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale.

Prima di quel momento, durante le riunioni della sezione, avevo solo ascoltato gli altri discutere. Avevo un vago sentimento che ciò che ogni oratore diceva avesse un che di logico, e non ero capace di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Ma da quel momento in poi, anch'io presi a tuffarmi nei dibattiti e a partecipare con fervore alle discussioni. Nonostante l’insufficiente conoscenza della lingua francese non mi consentisse di esprimere in modo completo le mie idee, mi opponevo vigorosamente a tutti quelli che erano contrari a Lenin, alla Terza Internazionale. La mia unica argomentazione consisteva nel dire: “Come potete ritenervi rivoluzionari se non condannate il colonialismo, se non difendete i popoli oppressi e sfruttati?”.

Non solo presi parte alle riunioni della mia sezione, ma andai anche nelle altre sezioni del partito per difendere la “mia” posizione. Qui devo dire ancora che i compagni Marcel Cachin, Vaillant-Couturier, Monmousseau e molti altri mi aiutarono ad ampliare le mie conoscenze. In effetti, al Congresso di Tours, votai con loro perché ci unissimo alla Terza Internazionale.

All'inizio fu il patriottismo, non ancora il comunismo, a portarmi ad avere fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale. Solo gradualmente, nel corso della lotta, studiando la teoria marxista-leninista e partecipando al lavoro pratico, sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro.

C’è una leggenda, nel nostro Paese come in Cina, su una magica “borsa di broccato”. Quando si trova di fronte a grandi difficoltà, uno la apre e ci trova dentro una via d’uscita. Per noi rivoluzionari vietnamiti e per il nostro popolo, il leninismo non è solo una miracolosa “borsa di broccato”, una bussola, ma anche un sole raggiante che illumina il nostro cammino verso la vittoria finale, il socialismo e il comunismo.


[1] Dopo il fallimento della II Internazionale, decretato, ai primi di agosto 1914, dal voto della maggior parte dei partiti socialisti europei (francese, tedesco, austriaco, inglese) per i crediti di guerra dei rispettivi Paesi l’un contro l’altro armati, e la fondazione dell’Internazionale comunista (2 marzo 1919), alcuni esponenti socialisti — tra cui Friedrich Adler, Karl Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm — lanciarono il progetto, che non ebbe però grande seguito, di un’altra Internazionale che si collocasse a metà tra la II e la III (e perciò chiamata “Due e mezzo”) per  riunificare tutte le correnti del movimento operaio internazionale.

[2] Le Tesi furono approvate dal II Congresso della III Internazionale (19 luglio-l 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca). Lenin vi apportò un contributo fondamentale: cfr. il “Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale”, in V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 159-165.

Copertina Patriottismo e internazionalismo Ho Chi Minh
 

 

 

 

 

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh