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Più che mai, ritiro di qualunque Autonomia differenziata: NO alla Legge quadro!

Una Legge quadro che apre la porta alla disarticolazione della Repubblica

Più che mai, ritiro di qualunque Autonomia differenziata

NO alla Legge quadro!

L’8 novembre il ministro Boccia ha presentato una bozza di Legge Quadro “per l’attribuzione alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia”, ai sensi dell’articolo 116 terzo comma della Costituzione.

Siamo dunque di fronte ad un primo passo concreto verso il riconoscimento dell’Autonomia differenziata alle Regioni che ne hanno fatto o ne potranno fare richiesta.

Per noi che ci situiamo in modo netto nel campo del rifiuto di qualunque Autonomia differenziata si tratta indubbiamente di una direzione inaccettabile.

Vogliamo tuttavia analizzare la Legge quadro partendo dalle argomentazioni di chi sostiene che un’Autonomia differenziata “equa”, “solidale”, “cooperativa” sia possibile.

 

1) La Legge quadro, se approvata, costringerebbe le Regioni che chiedono più Autonomia ad agire entro un quadro definito e chiaro?

La risposta è No. Gli atti legislativi della nostra Repubblica sono ordinati secondo una scala gerarchica, il più elevato dei quali – la Costituzione – vincola tutti gli altri. La Legge quadro è una legge ordinaria o di grado “inferiore” rispetto alla Legge prevista dall’art. 116 Cost. che è di natura speciale e rinforzata dalla previsione delle intese con le Regioni interessate e della maggioranza assoluta del voto parlamentare. Come scrive il Massimo Villone “essa rimane in principio modificabile da una legge successiva recante intesa con una Regione, ex art. 116. Quindi la Legge quadro non è idonea a vincolare alcunché, nel metodo e nel merito”. Per resistere all’abrogazione da parte di una legge successiva, la legge attuativa del terzo comma dell’art. 116 dovrebbe pertanto essere di rango costituzionale.

2) La Legge-quadro sancisce tuttavia, almeno, che l’Autonomia differenziata possa applicarsi solo dopo la definizione dei LEP, omogenei per tutto il Paese?

Anche in questo caso la risposta è no. Infatti, dopo aver stabilito il principio dell’obiettivo della perequazione infrastrutturale e stabilito che i futuri riparti delle risorse debbano tenere in conto detti obiettivi, la legge quadro vanifica l’originario intento perequativo, stabilendo che se “entro 12 mesi dall’approvazione dell’intesa non siano determinati i LEP, gli obiettivi di servizio e i fabbisogni standard e sino alla loro determinazione, le nuove funzioni sono COMUNQUE attribuite alle Regioni dal 1° gennaio dell’esercizio successivo” e le risorse continueranno a essere attribuite con il criterio della spesa storica, ossia senza interventi di perequazione. Con la conseguenza che i fabbisogni standard dei diritti sociali fondamentali delle aree “con minore capacità fiscale per abitante”, e i relativi costi, continueranno a essere ignorati, in palese violazione dell’art. 119, comma 3, della Costituzione.

3) La Legge quadro prevede però che questi LEP uniformi su tutto il Paese possano essere definiti, se non entro un anno, almeno successivamente…

Apparentemente può sembrare così, ma in realtà la stessa Legge definisce condizioni impossibili affinché questo avvenga. In essa si legge infatti che “la determinazione dei LEP, nonché i successivi riparti, avvengono nei limiti delle risorse a carattere permanente iscritte nel bilancio dello Stato a legislazione vigente”. Analizziamo bene. Questo limite di bilancio pone per la realizzazione dei LEP una sola alternativa: o si taglieranno i fondi per le Regioni del Nord, abbassando drasticamente i servizi e aprendo la strada alla loro privatizzazione; oppure si lascerà il Sud sostanzialmente nella condizione attuale, spostando al massimo fondi del tutto insufficienti alla perequazione. Non solo: poiché i “limiti di bilancio” sono ogni anno più stretti, tutte le Regioni verranno penalizzate. In conclusione: o i LEP non vedranno mai la luce oppure saranno di livello bassissimo.

 

4) La Legge quadro preserva qualche materia dalla regionalizzazione, per esempio l’istruzione, come era stato “garantito” dal ministro Fioramonti?

No, nessuna materia viene esclusa dalla possibile Autonomia differenziata.

5) La Legge quadro mette al riparo dalla distruzione dei contratti nazionali, dalla concorrenza al ribasso delle legislazioni del lavoro, dal dumping sociale?

No. Al contrario, è evidente che l’attribuzione di maggiori competenze alle Regioni aprirà la strada a legislazioni concorrenti al ribasso per attrarre manodopera.

6) La Legge quadro mette al riparo dall’aumento delle tasse per i cittadini?

Assolutamente No. Al contrario, in essa si legge chiaramente che “ai fini del coordinamento della finanza pubblica, previsione della facoltà dello Stato di stabilire (…) misure a carico della Regione, a garanzia dell’equità nel concorso al risanamento della finanza pubblica”. Tutte le Regioni dovranno dunque scegliere tra il tagliare servizi e prestazioni pubbliche o istituire nuove tasse, che comunque potranno essere varate per pagare il cosiddetto “debito” e rispettare il Patto di stabilità e i vincoli dell’UE.

7) La Legge quadro mette al riparo dalle privatizzazioni o almeno le limita?

No, anzi le promuove attraverso la cosiddetta “sussidiarietà”, principio piegato negli ultimi 20 anni fino a prevedere che un servizio possa essere gestito indifferentemente da un privato o da un ente pubblico. E’ evidente che la possibile difesa dei servizi pubblici risulterà molto più difficile quando i cittadini saranno divisi tra le Regioni.

Questi sono i fatti. Chi può pensare, sulla base di essi, che l’Autonomia differenziata che si prefigura con questa legge “salvaguardi il principio di coesione nazionale e di solidarietà”, come era scritto nel programma di governo?

Al contrario, questa Legge apre la porta alla disarticolazione completa dello Stato, alla non esigibilità dei diritti universali, sociali e politici, su tutto il territorio nazionale e rappresenta un pericolo per tutti i cittadini, per tutti i lavoratori.

Se infatti è vero, come abbiamo sempre affermato, che l’Autonomia differenziata colpirebbe in modo particolare il sud del Paese, è altrettanto evidente che essa porterebbe un colpo a tutti i cittadini, poiché i tagli alla spesa pubblica, le privatizzazioni, la disarticolazione dell’istruzione, della sanità, delle politiche ambientali, delle infrastrutture, l’attacco ai contratti nazionali troverebbero un’accelerazione. Uno dei motivi principali dell’Autonomia differenziata risiede proprio in questo: far esplodere la legislazione nazionale, le condizioni di lavoro, l’accesso ai servizi per poter frantumare la resistenza unita della maggioranza della popolazione e mettere gli uni contro gli altri per far passare i peggiori attacchi, configurando – peraltro – una vera e propria riforma istituzionale sotto mentite spoglie: un’autonomia eversiva, dunque.

I cittadini hanno diritto prima di tutto ad avere indietro ciò che è stato sottratto attraverso i tagli e il meccanismo della spesa storica. Non è possibile che si spendano almeno 80 milioni al giorno per spese militari, quando le persone a rischio povertà o esclusione sociale crescono in tutto il Paese e in particolare nel sud Italia, dove, nel 2018, sono il 43% mentre la differenza tra il fabbisogno totale e la capacità fiscale di tutti i comuni italiani, nel 2016, era di 8 mld di euro circa.

Non è accettabile che per ben il 55% dei comuni italiani il fabbisogno di asili nido sia 0.

Se il fondo perequativo non è sufficiente, si ricorra ad altri finanziamenti, trovandoli dove ci sono.

Sono dunque i fatti che confermano la giustezza della nostra posizione, riaffermata il 29 settembre:

“Qualunque progetto che apra la porta alla sostituzione delle normative nazionali con generici “principi”, LEP, intese e quindi leggi regionali, mina alle fondamenta l’unità del Paese e apre la porta ad ulteriori “scivolamenti”, prima di tutto e in modo drammatico al Sud, ma in ultima analisi dappertutto, tanto più nel contesto di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni che viviamo.

In questi mesi diverse voci si sono levate in modo critico sul tema dell’Autonomia differenziata. L’unità di queste voci sulla rivendicazione precisa del “ritiro di qualunque Autonomia differenziata” può costringere il governo a fermare il processo pericolosissimo che si cela dietro gli slogan.

È questo l’appello che dunque rilanciamo a tutti, gruppi, associazioni, partiti, sindacati: uniamoci sulla parola d’ordine precisa del “ritiro”, prima di tutto di questa Legge quadro micidiale e quindi di tutto il processo in corso. Questa è l’unica strada che non lascia spazio alle conseguenze gravissime che una qualunque Autonomia differenziata porterebbe con sé (non ultima, l’apertura di un contenzioso infinito Stato-Regioni che potrebbe portare velocemente su un piano politico inquietante, oltre che su quello giuridico).

Da parte nostra, rilanciamo l’azione decisa nella riunione nazionale del 9 novembre a Roma:

- “Staffetta per l’unità della Repubblica e per l’uguaglianza dei diritti” nella settimana dal 9 al 14 dicembre, con volantinaggi, incontri pubblici, sit-in, lezioni in piazza organizzati dai Comitati di scopo

- Presidi contemporanei a inizio gennaio

- Delegazione al Presidente del Consiglio e al ministro Boccia

Ripartiamo dalla “Staffetta per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti”, costruiamola in tutte le città!

 

Il Comitato Nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, 18 novembre 2019

[Cineforum] Ricomincio da Marx. Resistenze e lotte operaie oggi

Ricomincio da Marx

Resistenze e lotte operaie oggi

L'associazione MarxVentuno organizza a Bari un cineforum con la proiezione di quattro film sul tema del lavoro e delle lotte operaie.
Il film scelto per dare inizio a questa rassegna è "Il giovane Karl Marx" di Raoul Peck, uscito nel 2017 e che racconta gli anni della formazione giovanile di Marx ed Engels, il loro incontro e l'inizio del loro sodalizio intellettuale.

La proiezione è in programma a partire dalle 20:00 di lunedì 25 novembre 2019 presso la sede delle edizioni MarxVentuno in Via privata Borrelli 32 (di fronte a Storie del Vecchio Sud. Per aprire il cancello, citofonare al n° 51)

La partecipazione è riservata ai soci. È possibile avere la tessera associativa con un contributo minimo di €1. Si può richiederla prima dell'inizio della proiezione.

- Lunedì 25 novembre, ore 20:00 | Il giovane Karl Marx (2017)
di Raoul Peck - con August Diehl

- Lunedì 2 dicembre, ore 20:00 | 7 minuti (2016)
di Michele Placido
con Ottavia Piccolo, Cristiana Capotondi, Violante Placido

- Lunedì 9 dicembre, ore 20:00 | La legge del mercato (2015)
di Stéphane Brizé - con Vincent Lindon

- Lunedì 16 dicembre, ore 20:00 | Il posto dell'anima (2003)
di Riccardo Milani
con Silvio Orlando, Michele Placido, Paola Cortellesi

 

 

 

[BARI – 22 novembre] Incontro con il giornale operaio “Mezzocaffè”

MezzoCaffè: la sveglia dei lavoratori, UNA STORICA ED INSOLITA ESPERIENZA DI GIORNALE, SCRITTO E PRODOTTO DAGLI OPERAI DELLA ZONA INDUSTRIALE DI BARI

Il giornale nasce nel 1998 per volontà di un gruppo di operai della zona industriale di Bari per reagire all’appiattimento dei sindacati tradizionali (CGIL,CISL,UIL) e ricominciare a parlare, a discutere, a scambiare le idee e – perché no? – ad agire in fabbrica.
Nasce con l’obiettivo di spiegare e divulgare tutto quanto possa servire a rendere meno ciechi e sordi i lavoratori, ma anche di essere una piazza, una tribuna, dove ognuno possa essere parte attiva, dicendo la sua.
Il nome è stato dato per rendere l’idea di qualcosa che si possa condividere (come appunto un caffè preso alla macchinetta di fabbrica), che serve un po’ a svegliare durante il turno di lavoro.
Col tempo, il giornale si è diffuso in molte fabbriche del Barese e come un virus ha cominciato a contagiare le coscienze ormai assopite della classe lavoratrice. È diventato un vero giornale, coinvolgendo sempre più persone e toccando anche altri temi non prettamente “di fabbrica”.
Oggi, con internet, può essere letto in tutto il mondo.
In un Paese come il nostro, dove la vera informazione è morta, Mezzocaffè vuole essere un giornale libero, che dica la verità sulle cose e che, soprattutto, dia voce a chi voce ormai non ha più: i lavoratori.

II strada privata Borrelli, 32 – Bari
(di fronte a Storie del Vecchio Sud. Per aprire il cancello, citofonare al n. 51)

 

LA CELEBRAZIONE DEL 1° OTTOBRE 2019 A PECHINO

70° della Rpc: la cancellazione della storia

di Manlio Dinucci

LA CELEBRAZIONE DEL 1° OTTOBRE 2019 A PECHINO

Settanta anni fa, il 1° ottobre 1949, Mao Zedong proclamava, dalla porta di Tien An Men, la nascita della Repubblica popolare cinese. L’anniversario viene celebrato oggi con una parata militare, di fronte alla storica porta a Pechino.

Dall’Europa al Giappone e agli Stati uniti, i grandi media la presentano come una ostentazione di forza di una potenza minacciosa. Praticamente nessuno ricorda le drammatiche vicende storiche che portarono alla nascita della Nuova Cina.

Scompare così la Cina ridotta allo stato coloniale e semicoloniale, sottomessa, sfruttata e smembrata, fin dalla metà dell’Ottocento, dalle potenze europee (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Austria e Italia), dalla Russia zarista, dal Giappone e dagli Stati uniti.

Si cancella il sanguinoso colpo di stato effettuato nel 1927 da Chiang Kai-shek – sostenuto sia dagli anglo-americani che da Hitler e Mussolini, alleati del Giappone – che stermina gran parte del Partito comunista (nato nel 1921) e massacra centinaia di migliaia di operai e contadini.

Non si fa parola della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso che, iniziata nel 1934 quale disastrosa ritirata, viene trasformata da Mao Zedong in una delle più grandi imprese politico-militari della storia.

Si dimentica la guerra di aggressione alla Cina scatenata dal Giappone nel 1937: le truppe nipponiche occupano Pechino, Shanghai e Nanchino, massacrando in quest’ultima oltre 300 mila civili, mentre oltre dieci città vengono attaccate con armi biologiche.

Si ignora la storia del Fronte unito antigiapponese, che il Partito comunista costituisce con il Kuomintang: l’esercito del Kuomintang, armato dagli Usa, da un lato combatte gli invasori giapponesi, dall’altro sottopone a embargo le zone liberate dall’Esercito rosso e fa sì che si concentri contro di esse l’offensiva giapponese; il Partito comunista, cresciuto da 40 mila a 1,2 milioni di membri, guida dal 1937 al 1945 le forze popolari in una guerra che logora sempre più l’esercito nipponico.

Non si riconosce il fatto che, con la sua Resistenza costata oltre 35 milioni di morti, la Cina contribuisce in modo determinante alla sconfitta del Giappone il quale, battuto nel Pacifico dagli Usa e in Manciuria dall’Urss, si arrende nel 1945 dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki.

Si nasconde cosa avviene subito dopo la sconfitta del Giappone: secondo un piano deciso a Washington, Chiang Kai-shek tenta di ripetere quanto aveva fatto nel 1927, ma le sue forze, armate e sostenute dagli Usa, si trovano di fronte l’Esercito popolare di liberazione di circa un milione di uomini e una milizia di 2,5 milioni, forti di un vasto appoggio popolare. Circa 8 milioni di soldati del Kuomintang vengono uccisi o catturati e Chiang Kai-shek fugge a Taiwan sotto protezione Usa.

Questo, in estrema sintesi, è il percorso che porta alla nascita della Repubblica popolare cinese 70 anni fa.

Una storia scarsamente o per niente trattata nei nostri testi scolastici, improntati a una ristretta visione eurocentrica del mondo, sempre più anacronistica.

Una storia volutamente cancellata da politici e opinion makers perché porta alla luce i crimini dall’imperialismo, mettendo sul banco degli imputati le potenze europee, il Giappone e gli Stati uniti: le «grandi democrazie» dell’Occidente che si autoproclamano giudici supremi col diritto di stabilire, in base ai loro canoni, quali paesi siano e quali non siano democratici.

Non siamo però più all’epoca delle «concessioni» (aree urbane sotto amministrazione straniera) che queste potenze avevano imposto alla Cina, quando al parco Huangpu a Shanghai veniva «vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi».

(il manifesto, 1° ottobre 2019)

[APPELLO] La Repubblica parlamentare disegnata dai padri costituenti è in grave pericolo!

A difesa della Costituzione e del governo parlamentare

Il 7 ottobre la Camera dei Deputati è convocata per la definitiva approvazione della legge costituzionale che riduce di un terzo il numero dei Parlamentari.
Al tempo stesso, con manovra oggettivamente convergente, tutte le Regioni governate dalla Lega depositano la richiesta di Referendum popolare, da tenere nel 2020, per una legge elettorale integralmente maggioritaria, cosi che “dopo le elezioni si sappia chi deve governare”…
Se non bastasse, Fratelli d'Italia rilancia la proposta delle destre di elezione diretta del Presidente della Repubblica, che sancirebbe la fine della repubblica parlamentare disegnata dalla Costituzione.
Siamo di fronte ad una manovra a tenaglia di trasformazione dell'assetto istituzionale e costituzionale del nostro Paese, la cui enormità non può sfuggire neanche ad un osservatore distratto.
La campagna politico-culturale contro “la casta” disvela finalmente i suoi veri obbiettivi: non ridurre i privilegi di quanti sono investiti del compito di rappresentare la collettività, ma attaccare la democrazia rappresentativa, la Repubblica Parlamentare, il governo parlamentare così come disegnati in Costituzione, presentando la democrazia come un costo inutile, uno spreco, da sostituire con l'esaltazione della governabilità, ancorché esercitata da chi rappresenta una minoranza di cittadini.
La richiesta di ridurre il numero dei Parlamentari, per nulla originale, un tempo parte integrante del programma della Loggia P2 di Gelli ed oggi posta dal pentastellato Di Maio come vincolante e indifferibile nell’accordo di programma della nuova coalizione di governo PD-M5S (come se fosse questa la fondamentale priorità per il nostro Paese!), mentre di fatto ridimensiona il peso istituzionale del Parlamento, da tempo già soffocato da una ipertrofia dell'attività legislativa esercitata dal Governo, contemporaneamente riduce la rappresentanza politica, poiché sarà necessario un numero più alto di elettori per eleggere un proprio rappresentante in Parlamento.
Sulla nuova legge elettorale, che necessariamente il Parlamento dovrà elaborare, per garantire, soprattutto al Senato, che le Regioni più piccole possano avere un numero adeguato di propri rappresentanti, si stanno appuntando le pressioni politiche della destra, che promuove, grazie al voto di 5 consigli regionali in cui essa è maggioranza, un referendum abrogativo della quota di eletti con sistema proporzionale. Ciò produrrebbe un sistema elettorale totalmente maggioritario uninominale: così che si potrebbe conquistare la maggioranza assoluta del parlamento anche solo con 1/3 dei voti validi.
Si spinge da destra per ottenere una trasformazione della Repubblica parlamentare in Repubblica presidenziale o premierato, dove il Governo ed il suo Capo non riceveranno più la fiducia dal Parlamento, ma direttamente dal popolo, attraverso elezioni-plebiscito, nelle quali la rappresentanza politico-sociale verrà ulteriormente compressa dalla necessità di garantire un Governo, che sarà necessariamente minoritario.
La demagogia di bassa lega del M5S sulla riduzione del numero dei parlamentari spiana la strada al disegno organico reazionario, da anni coltivato dalle destre tradizionali e dalle grandi oligarchie finanziarie, di abbattimento della Costituzione antifascista e del governo parlamentare.
Si prospetta, così, un esito inequivocabilmente reazionario ed anticostituzionale alla crisi politica apertasi dopo la sconfitta referendaria della proposta di modifica costituzionale Renzi-Boschi, che di per sé era già reazionaria, a cui va ad aggiungersi la spaccatura di fatto del Paese se il progetto leghista delle autonomie regionali differenziate dovesse trovare un qualche accoglimento.
Nonostante queste modifiche istituzionali e costituzionali siano di gran lunga più pericolose e reazionarie di quelle presentate da Renzi, non sembra attivarsi lo stesso fervore democratico che allora portò a sviluppare quel movimento dal basso, fondamentale per la vittoria referendaria del 4 dicembre 2016.
Occorre reagire! Occorre una mobilitazione democratica a difesa della Repubblica parlamentare!
Di fronte alla prevedibile approvazione della legge costituzionale di riduzione dei Parlamentari diamo vita in tutto il Paese a Comitati unitari per organizzare la raccolta di firme (ne occorrono almeno 500mila) per sottoporre questa legge costituzionale a referendum. Sarà una battaglia estremamente dura e difficile. Sarà una battaglia per la democrazia, che richiede di allargare e non ridurre la rappresentanza, contro la demagogia, che presenta tutta l’attività politica come una spesa inutile e parassitaria, spianando la strada a regimi autoritari.
Battiamoci per una legge elettorale integralmente proporzionale e senza sbarramenti, che faccia del Parlamento lo specchio fedele, la “carta geografica” del Paese, così come era nell’impianto originario della nostra Costituzione, estremamente attenta, dopo l’amara esperienza del fascismo, a valorizzare il pluralismo – ideologico, politico, economico, sociale – del Paese!
Riappropriamoci della cultura democratica della Costituzione antifascista! Nelle scuole e università, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nei luoghi di aggregazione, nei mass media e nei social network, avviamo un’intensa campagna culturale sui valori fondamentali della nostra Costituzione!
Per il governo parlamentare!
Contro il sistema elettorale maggioritario!
Contro il presidenzialismo!

 

Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la costituzione

La proposta strategica della Cina nel mondo attuale. Per i 70 anni dalla nascita della RPC

di Andrea Catone

Caratteri della rivoluzione cinese

Il 1° ottobre 1949 Mao Zedong proclama a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. È l’annuncio della prima grande vittoria nella lunga lotta di emancipazione del popolo cinese, sorta dal “secolo delle umiliazioni”, quando le potenze imperialiste lo avevano ridotto allo status di paese semicoloniale.
La nascita della RPC segna una svolta nella storia mondiale. Dopo la Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione russa del 1917, la Rivoluzione cinese è la terza grande rivoluzione della storia contemporanea.
La Rivoluzione cinese è importante non solo perché si è svolta nel paese più popoloso del mondo, ma anche perché, come la Rivoluzione vietnamita, è la rivoluzione dei popoli oppressi dal colonialismo e dall’imperialismo, che apre la strada all’emancipazione e al superamento dell’arretratezza e del divario con i paesi capitalistici avanzati.
La nascita della RPC nel 1949 è il culmine della grande intuizione di Lenin e della Terza Internazionale (di cui celebriamo quest’anno il centenario) che, ampliando lo slogan di Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, unifica la lotta dei lavoratori del mondo capitalista con quella dei popoli oppressi e sfruttati dall’imperialismo: Proletari e popoli oppressi del mondo intero, unitevi!
Nella lotta vittoriosa condotta dal PCC si fondono due rivoluzioni: quella anticoloniale e antimperialista e quella socialista. Sono rivoluzioni che, da un lato, hanno tempi e tappe distinte, ma che, dall’altro lato, si intrecciano e sono intimamente connesse.

La rivoluzione cinese anticoloniale e antimperialista di liberazione nazionale è stata possibile in Cina solo grazie al fatto che è stata guidata dal Partito Comunista, come esplicitamente affermato e ribadito in molti scritti di Mao e dei principali leader cinesi. Le altre forze politiche e culturali presenti in Cina non avevano la forza politica o l’apparato teorico adeguato per analizzare correttamente la situazione e indicare la via della salvezza della Cina dal secolo delle umiliazioni. Solo i comunisti e il marxismo-leninismo sono in grado di indicare la via della salvezza, della liberazione. Perché il marxismo-leninismo e il Partito comunista hanno rappresentato il risultato più avanzato della cultura e della politica di emancipazione dell’umanità a livello mondiale, perché il marxismo, come ha chiarito Lenin in un famoso testo (Tre fonti e tre parti integrali del marxismo, 1913), è stato l’erede della cultura più avanzata - economica, politica, filosofica - del tempo, sviluppatasi nei Paesi europei, dove le forze produttive erano le più sviluppate. Possiamo dire con una metafora che la RPC, nata nel 1949, ha come madre la grande lotta eroica del popolo cinese sfruttato e oppresso dalle “tre grandi montagne” dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico, e come padre il marxismo internazionale e il comunismo, che, con la vittoriosa rivoluzione russa, che rompe l’anello più debole della catena imperialista, e la creazione della Terza Internazionale, si pongono come il partito mondiale dell’emancipazione dei popoli.

La rivoluzione cinese, che ha superato la sua prima tappa con la fondazione della RPC, ha quindi, ancor più della rivoluzione russa del 1917, un carattere sia nazionale che internazionalista: nazionale, perché libera il popolo cinese dall’oppressione delle potenze coloniali e imperialiste e crea una repubblica indipendente e sovrana; internazionalista, per il ruolo fondamentale svolto in essa dal marxismo e dal comunismo. La Repubblica Popolare Cinese è parte integrante del movimento operaio e comunista internazionale. I leader cinesi lo hanno ribadito in diverse occasioni. Uno dei testi più chiari e completi del rapporto tra la rivoluzione cinese e il movimento comunista internazionale è certamente La nuova democrazia (1940) di Mao Zedong. In essa, il paragrafo IV è significativamente intitolato “la rivoluzione cinese è parte della rivoluzione mondiale”:

Per il suo carattere sociale, nella sua prima fase o primo passo, la rivoluzione in una colonia o semicolonia resta fondamentalmente una rivoluzione democratica borghese e oggettivamente il suo obiettivo è quello di sgombrare il terreno per lo sviluppo del capitalismo; tuttavia questa rivoluzione non è più una rivoluzione del vecchio tipo, diretta dalla borghesia e mirante all’edificazione di una società capitalista e di uno Stato di dittatura borghese. Essa fa parte del nuovo tipo di rivoluzione, diretta dal proletariato e mirante all’edificazione, nella prima fase, di una società di nuova democrazia e di uno Stato di dittatura congiunta delle varie classi rivoluzionarie. Perciò questa rivoluzione ha il compito effettivo di aprire una strada ancora più larga per lo sviluppo del socialismo. Nel corso del suo sviluppo, essa può percorrere altre fasi minori, in relazione ai mutamenti nel campo nemico e nelle file dei suoi alleati; ma il suo carattere fondamentale resterà immutato. Questa rivoluzione attacca l’imperialismo nelle sue radici, perciò non è tollerata, ma combattuta dall’imperialismo. Essa ha invece l’approvazione e l’appoggio del socialismo ed è aiutata dallo Stato socialista e dal proletariato socialista internazionale. Ecco perché una tale rivoluzione non può non diventare parte della rivoluzione mondiale socialista proletaria.

Il Preambolo della Costituzione cinese afferma chiaramente che la Rivoluzione cinese e la sua prima conquista fondamentale, la nascita della RPC, sono parte integrante della rivoluzione socialista mondiale, del movimento operaio internazionale e dei popoli che lottano contro l’imperialismo:

Le conquiste della Cina nella rivoluzione e nella costruzione sono inseparabili dal sostegno dei popoli del mondo. Il futuro della Cina è strettamente legato a quello del mondo intero.

Si tratta di un’affermazione molto importante, che non troviamo nemmeno nella Costituzione sovietica. Per certi versi, anticipa l’obiettivo, iscritto dal 19° Congresso (2017) nello statuto del PCC, di lottare per costruire una comunità di futuro condiviso dell’umanità.
Dunque:
1) grazie alla vittoria della rivoluzione cinese il movimento comunista diventa di fatto e non solo in teoria un movimento mondiale;
2) la vittoria della rivoluzione cinese suggella l’unità tra il proletariato dei paesi capitalisti avanzati e le lotte di liberazione dei popoli oppressi dall’imperialismo;
3) la vittoria della Rivoluzione cinese indica ai popoli oppressi dall’imperialismo che è possibile - ciascuno secondo le specifiche condizioni nazionali - intraprendere la strada della liberazione nazionale e sociale;
4) la Rivoluzione cinese e la formazione della RPC sono parte integrante del movimento comunista internazionale.

 

Lo straordinario sviluppo della Cina

Oggi la Cina è un paese straordinario nel mondo. Storicamente siamo di fronte alla più grande trasformazione economica, sociale, culturale (per oltre un miliardo e 300 milioni di persone, quasi 1/5 della popolazione del pianeta) che si è verificata nella storia del mondo in un periodo storicamente breve (la storia della “lunga durata” si misura in secoli e non in anni o decenni). Non un numero limitato di persone, ma il paese più popoloso del mondo è uscito dalla povertà e nel corso del suo sviluppo riduce sempre più le sacche di povertà ancora presenti.
Questo straordinario sviluppo - anche se è stato segnato da quelle contraddizioni che il rapporto di Xi Jinping al XIX congresso del CPC ha sottolineato - è stato tuttavia caratterizzato da minori contrasti di classe, minori disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, rispetto allo sviluppo storico del capitalismo occidentale.
Inoltre - e questo va sottolineato - contrariamente allo sviluppo del capitalismo occidentale, che si è avvalso della conquista e dello sfruttamento delle colonie e del dominio imperialista, che hanno contribuito alla accumulazione primitiva del capitale (si veda il capitolo 24 del I Libro del Capitale e i numerosi saggi di Samir Amin in proposito) - è intervenuto in un sistema di relazioni internazionali basato su quanto scritto nel preambolo della Costituzione della RPC:

La Cina attua costantemente una politica estera indipendente e aderisce ai cinque principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non interferenza negli affari interni degli altri paesi, dell’uguaglianza e del vantaggio reciproco e della coesistenza pacifica nello sviluppo delle relazioni diplomatiche e degli scambi economici e culturali con gli altri paesi. La Cina si oppone costantemente all’imperialismo, all’egemonismo e al colonialismo, lavora per rafforzare l’unità con i popoli di altri paesi, sostiene le nazioni oppresse e i paesi in via di sviluppo nella loro giusta lotta per conquistare e preservare l’indipendenza nazionale e sviluppare le loro economie nazionali, e si sforza di salvaguardare la pace nel mondo e promuovere la causa del progresso umano.

Pertanto, nonostante le contraddizioni interne che l’impetuoso processo di riforma e apertura ha provocato, il modello di sviluppo cinese rappresenta uno degli esempi più avanzati della storia universale del mondo: dalla fondazione della RPC nell’ottobre 1949, di cui celebriamo quest’anno il 70° anniversario, la ricchezza attuale della Cina è stata costruita con il duro lavoro dei suoi lavoratori, non sulla pelle o con lo sfruttamento di altri popoli.
Lo sviluppo che la Repubblica Popolare Cinese ha realizzato nei 70 anni della sua esistenza è stato ancora maggiore di quello del primo paese socialista del mondo, l’Unione Sovietica, che, grazie alla sua rapida industrializzazione, è riuscita a sconfiggere gli eserciti nazisti nella seconda guerra mondiale, ad impedire agli Stati Uniti di avere il monopolio dell’arma atomica, a mandare il primo uomo nello spazio.
Lo sviluppo non deve essere inteso solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Ci può essere anche crescita economica, ma essa rimane subordinata alle grandi potenze se non si appropria delle tecnologie e delle scienze più avanzate. Il modello di sviluppo cinese, aperto alle conquiste universali della scienza e della tecnologia e che investe massicciamente nell’istruzione e nella ricerca, è riuscito a stabilire una propria base indipendente.
Questa straordinaria rivoluzione economico-sociale, culturale e politica della RPC è ancora più importante perché guidata dal più grande partito comunista del mondo, perché fa parte della grande storia del socialismo e dell’emancipazione dell’umanità dalle catene della miseria, dello sfruttamento, dell’oppressione, e fa esplicito riferimento al pensiero e all’azione dei fondatori del marxismo (lo scorso anno la Cina ha dedicato più di ogni altro paese conferenze e celebrazioni per i 200 anni della nascita di Marx).

 

Una periodizzazione del mondo post 1991

È indubbio che il crollo dell’URSS e dei paesi socialisti dell’Europa centro-orientale segni una svolta radicale nel movimento comunista internazionale, non solo perché è accaduto, ma anche per il modo in cui è accaduto. Nel 1871 il primo tentativo di “assalto al cielo” del movimento operaio, la Comune di Parigi, fu stroncato dalla repressione dell’esercito borghese. Migliaia di comunardi resistettero con le armi in pugno, fino alla morte. Fu una sconfitta. Ma essa apriva la strada a futuri “assalti al cielo” del proletariato organizzato, che aveva studiato e appreso la lezione della Comune: la rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Il crollo dell’URSS nel 1991 non ebbe queste caratteristiche, l’URSS fu presa dall’interno e gli autentici comunisti non riuscirono ad organizzare un’efficace resistenza di massa all’ondata controrivoluzionaria.
Il crollo dell’URSS nel 1991, a meno di 20 anni dalla disfatta dell’imperialismo yankee in Vietnam (1975), rivela anche la capacità dei maggiori paesi capitalistici guidati dagli USA di rinnovarsi, portare avanti una nuova rivoluzione tecnologica, sviluppare ancora le forze produttive e sapersi dotare di una strategia a tutto campo che si è rivelata vincente nei confronti dell’URSS e nei paesi dell’Europa centro-orientale, in cui possiamo vedere già alla fine degli anni 80 i primi modelli di “rivoluzioni colorate”, caratterizzate da una sapiente combinazione di soft e hard power (ad esempio la cosiddetta Velvet Revolution di Praga, 1989).
La disfatta dell’URSS pose i vincitori della guerra fredda in una posizione dominante non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche ideologico-culturale. Gli ideologi borghesi potevano proclamare che l’unico regime sociale e politico per tutta l’umanità era quello capitalistico-borghese nella sua versione più dura e antioperaia, il neoliberismo, e che con la fine dell’URSS finiva il comunismo, era la “fine della storia”.
La disfatta del 1991 pose i partiti comunisti e operai del mondo in una situazione di grandissima difficoltà, sia dal punto di vista ideologico-culturale che economico-politico. La propaganda borghese martellava sul “fallimento del comunismo”, mentre le forze capitalistiche e imperialiste scatenavano una offensiva pesantissima contro i lavoratori e le conquiste economiche, sociali, politiche da essi ottenute in un secolo e mezzo di lotte. Finita l’URSS, dopo il 1991 si può dispiegare pienamente la globalizzazione imperialista portata avanti dall’imperialismo USA, che proclama apertamente, nei documenti ufficiali della Casa Bianca, l’unipolarismo. Essi programmano di impiegare qualsiasi mezzo per evitare che, scomparsa la potenza sovietica, qualsiasi altra potenza possa emergere e fare ombra al dominio assoluto degli USA, che battezzano il secolo futuro come il “secolo americano”.
Tuttavia, la storia non era alla fine e il comunismo non era stato spazzato via. Continuavano ad esistere e svilupparsi alcuni paesi socialisti, diretti da partiti comunisti: in primo luogo il più popoloso paese del mondo, la RPC, in cui il PCC aveva saputo fronteggiare il pericoloso tentativo di stravolgimento del suo assetto politico e sociale nel maggio 1989; e poi Cuba, che aveva resistito anch’essa a tentativi di esportare in essa la “perestrojka”, la Repubblica socialista del Vietnam, la Repubblica Popolare Democratica di Corea, la Repubblica Popolare Democratica del Laos.
La resistenza di questi paesi all’ondata controrivoluzionaria del 1989-91 è stata un importantissimo supporto alla resistenza e riorganizzazione degli altri partiti operai comunisti del mondo.
Possiamo schematicamente periodizzare (sapendo che nella storia non vi sono quasi mai delle cesure nette, ma elementi di una fase si ritrovano anche nell’altra) gli anni post 1991 in due fasi:
La prima è caratterizzata dall’offensiva della globalizzazione imperialista, dagli sforzi degli USA per affermare l’unipolarismo con ogni mezzo, dispiegando un enorme apparato militare, oltre che economico-finanziario, e ricorrendo alla guerra diretta contro paesi sovrani colpevoli di non volersi piegare ai diktat dell’Occidente: Iraq (1991; 2003); Serbia (1999); Afghanistan (2001); Libia (2011), Siria (2011). Per il movimento operaio e comunista è la fase della resistenza all’offensiva ideologica e politica dell’imperialismo, e della riorganizzazione delle forze. Tutti i partiti comunisti in lotta contro le rispettive borghesie del proprio paese hanno subito il contraccolpo del crollo dell’URSS, ma ciò non è avvenuto – e non poteva accadere - in modo uniforme, dipendendo dalle basi ideologiche, politiche, organizzative dei diversi partiti, dalla loro storia. In alcuni paesi il movimento comunista si è ripreso in tempi brevi, in altri vive ancora situazioni di difficoltà.
I comunisti hanno cercato di risollevare la bandiera rossa su cui i capitalisti gettavano palate di fango; hanno cercato di riappropriarsi dell’orgoglio di essere comunisti, portatori del più grande ideale di liberazione dell’umanità. Hanno cercato anche di analizzare e studiare la nuova situazione mondiale che si era creata con la caduta dell’URSS. Hanno cercato di rilanciare un movimento sociale e politico di lotta e opposizione all’imperialismo neoliberista, promuovendo e organizzando movimenti contro la guerra e contro le politiche neoliberiste imposte dai governi occidentali. Hanno dovuto fare ciò in condizioni sempre più difficili, poiché la classe dominante conquistava una dopo l’altra le roccaforti ideologiche e politiche dei comunisti, la campagna anticomunista era sempre più forte (ricordiamo ad esempio il documento votato dal parlamento della UE che equipara vergognosamente fascismo e comunismo, Germania nazista e URSS come parimenti responsabili della II guerra mondiale) e mirava all’annientamento definitivo di essi, senza cessare di ricorrere alle vecchie tattiche di corrompere i capi del movimento comunista, di lavorare per la loro divisione. Inoltre, l’attacco ai lavoratori procedeva velocemente sul terreno economico-sociale: le grandi imprese che radunavano migliaia di lavoratori venivano smantellate, i lavoratori venivano divisi anche fisicamente, sempre più sottoposti al ricatto del licenziamento. In queste difficili condizioni oggettive i comunisti hanno dato vita a conferenze annuali dei partiti comunisti e operai del mondo, che giungono ora al loro ventesimo appuntamento.

Possiamo periodizzare gli inizi della seconda fase, o meglio ancora di una “nuova era” intorno al 2007-2009. Sono gli anni in cui scoppia la grande bolla finanziaria americana dei mutui subprime, che gli USA scaricano su tutti i paesi capitalistici e che si rovescia pesantemente sui paesi UE, in cui le scelte di politica finanziaria ed economica dei paesi più forti (in primis la Germania) producono effetti catastrofici sui paesi meno forti (in primis la Grecia), col risultato di aprire all’interno della UE, che fino ad allora era stata capace di esercitare una forte attrazione sugli altri paesi, un periodo di crisi non solo economica, ma anche politica e culturale, con una crescente divaricazione tra le masse e i tradizionali gruppi dirigenti, che si è espressa nella grande avanzata di forze populiste, prevalentemente di destra.
In quegli stessi anni la RPC superava il Pil del Giappone e si collocava come seconda economia mondiale dopo gli USA. Mentre le economie occidentali dovevano fare i conti con la crisi, la RPC, utilizzando le leve della politica economica e finanziaria disponibili grazie al suo sistema economico-sociale , allargava ampiamente il suo mercato interno, aumentava più volte il salario minimo, estendeva il welfare per sanità e pensioni, e continuava a crescere a ritmi molto sostenuti. Era una brillante dimostrazione della forza del socialismo con caratteristiche cinesi.
Ma non solo. L’unipolarismo USA, nonostante le diverse guerre scatenate contro i paesi riluttanti a piegarsi ai suoi diktat, doveva riconoscere il suo fallimento di fronte alla straordinaria crescita della Cina, la formazione di nuovi poli, quali i BRICS, l’accordo di Shanghai, la consistenza della Federazione russa sotto la guida di Putin, che, resiste ai tentativi di disgregazione da parte dell’Occidente attraverso le diverse “rivoluzioni colorate” e la minacciosa avanzata della NATO fino ai suoi confini. L’elezione di Donald Trump e la sua politica protezionistica dell’America first e di guerra commerciale contro la Cina (ma anche contro i paesi capitalistici europei) rappresentano il riconoscimento della fallimentare politica perseguita dagli USA dopo il 1991 di affermare il loro primato assoluto e, ad un tempo, il tentativo di rilanciare il primato degli USA attraverso politiche diverse da quelle dei suoi predecessori. Ma, diversamente dal precedente “sogno americano”, che si proponeva come modello espansivo e di sviluppo all’intero mondo (ad esempio il piano Marshall dopo la II guerra mondiale, o la “nuova frontiera” di J.F. Kennedy negli anni 60), gli USA di Trump sono chiusi in se stessi, non hanno una nuova frontiera da proporre al mondo, gli interessi degli USA si contrappongono a quelli dell’intero pianeta, a cominciare dagli accordi sul clima, che Trump straccia.

 

La proposta strategica della RPC nel mondo attuale

Al contrario, la RPC, che in passato, concentrata nello sviluppo interno delle forze produttive, ha tenuto a livello internazionale un profilo piuttosto basso (seguendo allora l’indicazione di Deng Xiaoping), si propone oggi sulla scena mondiale come un soggetto, l’unico a ben guardare, portatore di un grandioso progetto di sviluppo economico, sociale, culturale win-win per l’intero pianeta, che si articola e concretizza sempre più con la Belt and Road Initiative. Esso procede di pari passo con una delle più importanti decisioni del XIX Congresso del PCC nel 2017: l’iscrizione nello statuto del partito dell’attività volta a costruire una comunità di futuro condiviso per tutta l’umanità.
Questo tema è stato sviluppato più volte e in più occasioni - in particolare dal 2013 - dal Presidente Xi Jinping e in numerosi articoli e saggi di studiosi cinesi su molte riviste. La proposta di una Comunità di destino condiviso ha un ampio spettro, è una strategia di trasformazione del mondo nel suo complesso che guarda al mondo intero nei suoi molteplici aspetti, anche culturali e spirituali. È una bussola che può orientare l’azione dei partiti comunisti, del movimento operaio, delle forze socialiste e progressiste. È il fronte unito dei popoli del mondo per rovesciare l’oppressione, lo sfruttamento, la fame, la miseria e l’arretratezza.
La Belt and Road Initiative non è solo una proposta concreta per i paesi dell’Asia, Europa, Africa, America Latina; è anche una metafora dell’idea della nuova globalizzazione che Xi ha esposto in molti discorsi critici contro la politica protezionista. Xi propone una “nuova globalizzazione”. Non è solo un progetto economico ma anche culturale di universalismo concreto nel riconoscimento della diversità e nella proposta di agire per la costruzione di una comunità di futuro condiviso per l’umanità. È la visione strategica del futuro del mondo intero come mondo sempre più interconnesso, che richiede un nuovo tipo di globalizzazione, completamente diversa da quella, in atto dal 1991, guidata dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali,.

In definitiva, possiamo dire che oggi nel mondo ci sono due concezioni opposte sul futuro, e di conseguenza due politiche opposte: la nuova globalizzazione proposta dalla Cina e un nazionalismo esclusivista, che è una vera e propria regressione per l’umanità. Siamo ad un bivio. La vecchia strada - che, nonostante il fumo della novità è anche quella della “America first” di Trump - è chiusa, è in bancarotta. In questo senso, il pensiero di Xi Jinping è l’opposto di quello di Trump di “America first”: Xi pensa alla comunità del futuro condiviso dell’umanità, non solo al destino della sua nazione. Il pensiero di Xi è universalistico, non particolaristico.
Nella “nuova era” incontriamo la nuova fase di sviluppo della Cina e la proposta ai popoli del mondo, al movimento operaio e a tutte le forze autenticamente democratiche e progressiste di una progressiva uscita in avanti (e non reazionaria e regressiva) dalla crisi della globalizzazione imperialista.
È dovere dei partiti comunisti e dei lavoratori del mondo, delle forze autenticamente democratiche e progressiste, raccogliere la sfida strategica che il pensiero di Xi Jinping propone. La proposta cinese dell’Iniziativa Belt and Road e la costruzione di una comunità di un futuro condiviso per l’umanità può contribuire enormemente allo sviluppo del movimento comunista internazionale: essa fornisce ad ogni partito comunista e operaio, così come alle forze autenticamente progressiste, una prospettiva concreta di costruzione di un fronte unito nella lotta per uno sviluppo sostenibile. Contribuisce a far rivivere il grande ideale dell’internazionalismo comunista dandogli una base concreta. È una proposta con grandi potenzialità e sviluppi per l’intero movimento internazionale dei lavoratori.

[BARI – 20 settembre] La grande truffa dell’autonomia differenziata

Venerdì 20 settembre 2019

ore 17:00

presso la sede di

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada privata Borrelli 32

 

Per anni al Sud sono stati sottratti fondi da destinare ai servizi per i cittadini.

Tutti i dati in una relazione di Andrea Del Monaco (esperto di Fondi Europei).

A seguire riunione del Comitato per l'unità delle Repubblica di Terra di Bari. Si discuterà di:

  • partecipazione all'assemblea nazionale del 29 seetembre;
  • prossime iniziative a Bari e provincia;
  • elezione delle cariche sociali.

INIZIO ALLE ORE 17

Una battaglia per la democrazia

di Vincenzo De Robertis

Ridurre il numero dei Parlamentari” è la parola d'ordine attuale e principale del Movimento 5 stelle, ed in particolare del suo leader (o capo politico, come preferisce farsi chiamare), Luigi Di Maio, che la utilizza per magnificare il proprio partito, primo ed unico artefice, a suo dire, di una riforma originale, e per attaccare gli avversari di turno, prima il PD, ora la Lega, quali “difensori della casta”.

Si tratta, invero, di pura propaganda, perché di originale e di unico non vi è nulla.

La questione del numero di Deputati e Senatori è regolata dagli articoli 56 e 57 della Carta Costituzionale e, quindi, la loro riduzione deve seguire la procedura complessa che segue ogni riforma costituzionale.

Con molta chiarezza il travagliato e pluridecennale iter legislativo di una riduzione del numero dei Parlamentari viene ricordato in un articolo a firma di Marta Paris, apparso sul Sole 24 ORE già il 7 febbraio 2014, quando Renzi, cavalcando prima dei grillini i temi dell'antipolitica e della riduzione dei costi della politica, presentò la sua riforma costituzionale che prevedeva l'abolizione del Senato, come assemblea elettiva, e la sua sostituzione con un consesso di poco più di 100 componenti, scelti prevalentemente dalle Regioni e da esse pagati.

Spiega l'articolo che di riduzione del numero dei Parlamentari si cominciò a parlare più di 30 anni fa, negli anni '80: “A partire, nella IX legislatura, dalla "Commissione Bozzi" (30 novembre 1983-29 gennaio 1985) che non formalizzò però su questo tema una propria proposta, così come non lo fece nella XI legislatura la "Commissione De Mita-Iotti" (1992-1994). La Bicamerale presieduta nel 1997 da Massimo D'Alema, aveva esaminato invece un progetto che indicava da 400 a 500 deputati e 200 senatori. Il primo testo di riforma che arrivò fino al referendum del giugno 2006, per essere bocciato, fu quello varato dal Parlamento nella XIV legislatura [Governo Berlusconi N.d.R.] cui era prevista una Camera composta da 518 deputati e 252 senatori. Nella legislatura successiva la bozza Violante (il testo unificato approvato alla Commissione affari costituzionali di Montecitorio) prevedeva invece 512 deputati e un Senato con composizione «di secondo grado» (salvo i sei senatori eletti nella circoscrizione Estero) ad elezione indiretta di 186 componenti. Nella scorsa legislatura infine l'aula del Senato arrivò ad approvare una proposta che prevedeva 508 deputati e 250 senatori.

Come si può ben vedere niente di originale e di unico sotto il cielo a 5 stelle!

Una delle argomentazioni a sostegno della riforma sostenuta dal Movimento di Di Maio è quella che il numero dei parlamentari italiani in rapporto alla popolazione sarebbe il più alto d'Europa.

Niente di più falso, secondo il citato articolo, pubblicato nel 2014 dal Sole 24 ORE: “La classifica del numero di parlamentari in relazione alla popolazione vede le prime tre posizioni occupate da Malta con 16,4 "onorevoli" ogni 100mila abitanti, Lussemburgo (11,2) ed Estonia (7,6). Utilizzando questo criterio per arrivare alla posizione dell'Italia - che di parlamentari ne ha solamente 1,6 - bisogna scendere fino al ventiduesimo posto, dietro Danimarca (tredicesima con 3,2 parlamentari ogni centomila abitanti), Regno Unito (al diciannovesimo posto con 2,2 parlamentari). Meglio fanno la Francia, ventiquattresima (1,4), Spagna e Olanda (con 1,3) e la Germania, "ultima" con meno di un parlamentare (0,9) sullo stesso campione. Se si passa invece ad analizzare la graduatoria in termini assoluti, l'Italia con 950 tra deputati e senatori è al secondo posto, dopo i 1.431 del Regno Unito. Seguita da Francia (925), Germania (700) e Spagna (616).

In realtà, ferma restando la storia diversa con cui le varie nazioni europee sono pervenute alla democrazia parlamentare, il numero dei Parlamentari è direttamente collegato alla funzionalità dell'Assemblea di appartenenza, Senato o Camera, in relazione al processo legislativo di competenza ed al rapporto con l'Esecutivo.

Come ho già scritto: “[Il numero dei Parlamentari] attiene alla funzionalità delle massime Assemblee elettive del Paese, che articolano la loro attività in Commissioni, a cui i Parlamentari eletti partecipano e dove vengono presentate le proposte di legge che nelle stesse commissioni vengono poi discusse, prima di essere presentate all'aula per l'approvazione. Purtroppo, una pratica nefasta degli ultimi anni ha fatto del Governo il principale protagonista dell'attività legislativa, sia per l'abuso della decretazione di urgenza, anche quando quell'urgenza non c'è, sia per la presentazione sempre più frequente di proposte di legge governativa, sia per l'uso eccessivo di legislazione delegata al Governo. Questa pratica ha finito per sminuire di fatto il ruolo del Parlamento rispetto al Governo ed una riduzione del numero dei Parlamentari finirebbe per accentuare questo fenomeno.

Ridurre il numero dei Parlamentari è, quindi, un modo come un altro per ridurre la funzionalità del Parlamento, trasformandolo più facilmente in un'appendice dell'Esecutivo, secondo una linea d'azione seguita negli ultimi decenni da forze politiche di orientamento diverso, talvolta apparentemente opposto.

Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il cielo a 5 stelle!

La questione della riduzione del numero dei Parlamentari è connessa altresì al sistema elettorale vigente per l'elezione delle Assemblee parlamentari.

Infatti, già di per sé “la riduzione del numero dei Parlamentari incide sulla rappresentatività dell'elettorato ed in particolare delle forze politiche minori, perché al netto di qualsiasi sistema elettorale venga praticato, riducendone il numero, occorrerà una quantità maggiore di voti per eleggere un Parlamentare. Privata, così, della possibilità di esprimere propri rappresentanti, “per concorrere democraticamente alla vita politica del Paese”, come dice la Costituzione, una parte sempre più crescente dell'elettorato rinuncerà al diritto di voto, come sta avvenendo già da tempo. Ed oggi non meraviglia più che i dati elettorali vengano espressi in percentuale e non in valori assoluti, che chiaramente evidenzierebbero la perdita di consenso dei grossi partiti o delle grosse coalizioni, veri ed unici beneficiari di quel fenomeno antidemocratico, che è l'astensionismo.”

Siamo all'epilogo di una stagione politica e culturale, iniziata più di venticinque anni fa e che ha considerato prioritaria la governabilità del sistema rispetto alla rappresentatività delle varie sue componenti.

Una governabilità che nei primi quarant'anni della Repubblica, nell'ambito di un sistema elettorale proporzionale senza soglie di sbarramento, era stata garantita dalla Democrazia Cristiana coinvolgendo nel Governo forze politiche minori, come ad esempio il Partito Repubblicano o il Partito Liberale, ma che successivamente si è voluto ottenere con la coercizione e l'inganno, sia attraverso l'eliminazione di ogni possibilità di rappresentanza per forze politiche più piccole con le soglie di sbarramento, sia con la polarizzazione della vita politica su due poli, in apparente contrapposizione fra loro, il più votato dei quali avrebbe governato, grazie ad un sistema premiale maggioritario.

La fine oggettiva del bipolarismo con la comparsa sulla scena politica del Movimento 5 stelle, che in un tempo relativamente breve ha raggiunto percentuali di consenso elettorale da sparigliare la dialettica politica previgente, lasciava sperare in una stagione politica diversa, nella quale anche un quarto polo, di sinistra, poteva trovare uno proprio spazio politico autonomo dal PD.

Ma ben presto la speranza è svanita, sia per l'incapacità dei soggetti interessati di coalizzarsi in un quarto polo di sinistra, sia per il riposizionamento del M5s che a dispetto di quanto detto in campagna elettorale ha abbandonato, fra le tante cose, anche ogni proposito di revisione della legge elettorale, il cd Rosatellum, che con il suo 37% di maggioritario uninominale aveva consentito proprio al Partito di Grillo di fare man bassa di poltrone nei collegi meridionali, mentre ora rappresenta lo spauracchio di un successo elettorale autonomo della Lega di Salvini o di una coalizione di centro-destra.

L'ostinazione nel perseguire la riduzione del numero dei Parlamentari, nel contesto di una legge elettorale che non è completamente proporzionale e che contiene soglie di sbarramento, rende ancora più pericoloso il rischio che si attui un sistema di potere autoritario, dove lo spazio politico che ricaverebbe il M5s, oggi in caduta di consensi rispetto al 2018, sarebbe sicuramente inferiore e non determinante nello scenario politico futuro. Un capolavoro di idiozia!

La nostra democrazia, che la Costituzione ha disegnato come democrazia rappresentativa, ha nel Parlamento l'espressione più alta della sovranità popolare e presuppone quei corpi intermedi (Partiti, Sindacati, Associazioni), dove in passato veniva filtrata la volontà popolare, prima che divenisse delega di rappresentatività ai candidati proposti per l'elezione. Oggi, una volta che i vecchi partiti di massa si sono autodistrutti, ad essi sono stati sostituiti organismi verticistici, poco o per nulla democratici, più permeabili alle volontà dei singoli e delle lobbies e/o alla criminalità organizzata.

Sono questi organismi, i nuovi partiti, i padroni delle “candidature”, della possibilità, cioè, di proporre all'elettorato “la rosa dei papabili”, con l'obbligo anche di rinunciare a scegliere i più graditi, quando il sistema elettorale non consente all'elettore di esprimere preferenze. Nel contrasto sulla maggiore importanza che dovrebbe avere il diritto dell'apparato di partito di proporre i candidati ed il diritto dell'elettorato di scegliere i propri preferiti, quello vincente sembra oggi il primo, se guardiamo i sistemi elettorali.

Ma diventa sicuramente vincente il primo, se un'altra proposta del M5s dovesse trovare attuazione.

Parlo della proposta di modifica costituzionale della libertà di mandato, di cui oggi godono i Parlamentari, i quali possono votare secondo coscienza, senza il vincolo di seguire le direttive del Partito che li ha candidati. Una volta che fosse imposto il vincolo di mandato, con la conseguente sanzione della decadenza, il Parlamentare dovrebbe solo rispondere all'apparato di partito che lo ha candidato ed il voto degli elettori, che hanno consentito la sua elezione, varrebbe zero!

Infine, l'argomento principe per convincere il popolo italiano della bontà di una riduzione del numero dei Parlamentari è costituito dal risparmio per l'Erario (500 milioni di euro annui) che si determinerebbe con quella riduzione.

Invero, un risultato ben più consistente si otterrebbe riducendo gli emolumenti ed i privilegi accordati ancora oggi ai Parlamentari, che potrebbero vivere con uno stipendio netto di 7-8 mila euro, senza gli aumenti oggi accordati alle varie cariche come quelle dei capi-gruppo, o capi-commissione ecc. Le loro retribuzioni sono il parametro di riferimento per tutto l'apparato pubblico, politico (Regioni, grossi Comuni, ecc.), amministrativo (alti militari e magistrati, funzionari di grado elevato) ed economico (manager) per cui una riduzione dello stipendio avrebbe inevitabilmente un effetto a cascata con un risparmio ben più consistente dei tanto sbandierati 500 milioni annui.

Per non parlare dei privilegi ancora accordati, come il vitalizio, che si somma alle varie pensioni che il Parlamentare percepirà all'età prevista, mentre i comuni mortali hanno diritto ad un'unica pensione, in cui confluiscono i vari contributi versati. Questa dovrebbe essere la vera riforma dei vitalizi: versare i vari contributi in un unico calderone per veder garantita alla fine della propria attività un'unica pensione che equiparerebbe i Parlamentari ai comuni mortali e che avrebbe anche un effetto sulla dialettica politica, perché attenuerebbe la sconcezza che oggi spinge i Parlamentari a mantenere in vita una Legislatura esaurita, pur di raggiungere la fatidica soglia dei 4 anni e 6 mesi, che garantiscono il vitalizio.

In conclusione, se la riforma costituzionale della riduzione del numero dei Parlamentari, che tanto sta a cuore a Di Maio, dovesse andare in porto, dovremo da subito prepararci alla raccolta delle 500mila firme necessarie per la indizione del referendum abrogativo, dato che la riforma non ha avuto in Parlamento il quorum di consensi per impedire la consultazione popolare.

Sarà una bella battaglia dove i sostenitori della democrazia rappresentativa e parlamentare, della supremazia del potere Legislativo sugli altri poteri, del Parlamento sul Governo, dovranno fare i conti con la demagogia e l'imbroglio che tanto caratterizzano le attuali forze politiche.

Sarà una battaglia sicuramente difficile.

Ma le difficoltà si parano sempre di fronte a noi per il piacere di essere superate.

Vincenzo De Robertis

 

 
Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la costituzione

[TORINO] Presentazione degli scritti di Ho Chi Minh – 10 agosto 2019

Presentazione del volume "Ho Chi Minh. Patriottismo e internazionalismo. Scritti e discorsi 1919-1969" a cura di Andrea Catone e Alessia Franco.

Sabato 10 agosto alle ore 17.30

Circolo Arci Viet Caffe

Via Federico Campana, 24 - Torino

Nel volume della casa editrice MarxVentuno sono raccolti alcuni testi che ripercorrono la vita di Ho Chi Minh, dalla militanza nel Partito Socialista Francese fino alla fine degli anni Sessanta.
Articoli di giornale, interviste e discorsi che permettono al lettore di approfondire, attraverso i suoi scritti, le varie fasi della vita di Ho Chi Minh.
Una vita dedicata al Vietnam e al suo popolo con la consapevolezza “della dimensione internazionale della lotta dei popoli per la propria autodeterminazione”. Una vita di lotta, prima contro il colonialismo francese poi contro l’imperialismo statunitense.

Saranno presenti:

  • Guglielmo Pellerino (dottore magistrale) storico del Centro Studi Vietnamiti a Torino
  • Alessia Franco (dottoranda dell’Università di Bari) curatrice, insieme ad Andrea Catone, del volume

Presentazione organizzata dall'Associazione Italia Vietnam Giovani

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/377130739541862/

L’ingresso è aperto a tutti i soci Arci. Per chi non avesse ancora sottoscritto la tessera, sarà possibile farla all'ingresso.

Seminario di formazione sull’Autonomia Differenziata a Bari

Bari - Martedì 30 luglio – ore 17.30

Introduzioni di
- Marina Calamo Specchia, docente di Diritto Costituzionale Comparato (Università di Bari)
- Michele Capriati, docente di Politica Economica (Università di Bari)

La minacciata approvazione dell’autonomia differenziata dissesterebbe buona parte dell'impianto costituzionale; per di più, tramite una legge ordinaria. Una volta approvata sarebbe estremamente difficile tornare indietro.
L’autonomia differenziata ha una portata eversiva e reazionaria, la sua attuazione segnerebbe la cesura più decisiva nella storia d’Italia, è quanto di più pericoloso si presenta oggi.
È fondamentale la mobilitazione più ampia per contrastarla. Occorre per questo la maggiore conoscenza e preparazione possibile su tutti i suoi aspetti, le sue implicazioni, gli inganni che essa cela.
A questo scopo il comitato di Terra di Bari per l’unità della Repubblica organizza un Seminario di formazione aperto a tutti i cittadini interessati e in particolare agli attivisti del Comitato.
Dopo brevi introduzioni dei due principali relatori, che si avvarranno anche di supporti audiovisivi, il seminario si svolgerà in forma dialogica, presentando i principali argomenti pro e contro l’autonomia differenziata.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/490912028368359/

Invitiamo gli interessati ad iscriversi compilando la seguente scheda, da inviare a:
no.autonomia.diff@gmail.com

Cognome e nome
Luogo e data di nascita
Indirizzo
e-mail
Telefono
Attività professionale
(Per chi voglia indicarlo) partito, associazione, sindacato di riferimento

Per info:
Vincenzo De Robertis: 345 034 0430
Tonia Guerra: 338 506 5661
Andrea Catone: 345 411 4728

Bari - Martedì 30 luglio – ore 17.30
Sala della biblioteca delle edizioni MarxVentuno
II strada privata Borrelli 32, 70124 Bari
[per richiedere l’apertura dei cancelli da via Borrelli o da via Gargasole citofonare al n. 51]