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Cartina del Vietnam

Estratto dell’introduzione di “Patriottismo e internazionalismo” – Ho Chi Minh

 

[Prime pagine dell'introduzione del volume Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh pubblicato da MarxVentuno Edizioni]

 

Il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario sono inestricabilmente legati tra loro
Hồ Chí Minh (1960)

Noi, una piccola nazione, avremo così guadagnato l’onore di aver sconfitto, attraverso lotte eroiche, due grandi imperialismi – quello francese e quello americano – e di aver dato un degno contributo al movimento di liberazione nazionale mondiale
Hồ Chí Minh (1969)

È la grande vittoria dell’invincibile unità e della lotta dei lavoratori e dell’intera nazione nella battaglia per l’indipendenza e la libertà, per il socialismo
Lê Duẩn

Cento anni fa, il 2-6 marzo 1919, si riuniva a Mosca il I congresso dell’Internazionale comunista, la Terza Internazionale (il Comintern).
Cinquanta anni fa, il 2 settembre 1969, moriva ad Hanoi Hồ Chí Minh.
Al suo nome è legata un’intera epoca storica, quella delle lotte anticoloniali e antimperialiste di liberazione nazionale promosse e dirette dai partiti comunisti e di ispirazione socialista nati in Asia, Africa, America Latina su impulso della Rivoluzione d’Ottobre e della III Internazionale. Essa, con Lenin e la sua analisi dell’imperialismo, aveva ampliato l’appello conclusivo del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels – “Proletari di tutti i paesi unitevi!” – nella proposta di unità tra i proletari e i popoli oppressi di tutto il mondo.
La soluzione della “questione coloniale”, per cui “i sette decimi della popolazione mondiale si trovano in una condizione di asservimento [...] esposti alle torture inflitte loro da un pugno di paesi” capitalistici [Lenin, vol. XXXI, p. 313], diventa parte integrante e imprescindibile della strategia dei comunisti. Se tracciamo, a un secolo di distanza, un bilancio storico della rivoluzione d’Ottobre e del leninismo, osserviamo che uno dei suoi effetti più dirompenti e duraturi, che maggiormente hanno inciso sul corso della storia del mondo, è stato il risveglio alla lotta anticoloniale e antimperialista dei “popoli d’Oriente”, con le due grandi, simili e diverse a un tempo, rivoluzioni cinese e vietnamita.
Il secondo congresso della III Internazionale, svoltosi tra Pietrogrado e Mosca dal 19 luglio al 7 agosto 1920, pone le 21 condizioni per l’adesione ad essa. Il punto 8 affronta di petto la questione coloniale:

Un atteggiamento particolarmente esplicito e chiaro sulla questione delle colonie e dei popoli oppressi s’impone a quei partiti nelle cui nazioni la borghesia possiede delle colonie ed opprime altre nazioni. Ogni partito che desideri far parte dell’Internazionale comunista è tenuto a denunciare i trucchi e gli artifici dei “suoi” imperialisti nelle colonie nell’intento di aiutare ogni movimento di liberazione coloniale non solo a parole ma coi fatti, ad esigere l’espulsione dei suoi imperialisti da queste colonie, ad inculcare nei lavoratori del loro paese un atteggiamento sinceramente fraterno verso i lavoratori delle colonie e delle nazioni oppresse e a condurre agitazioni sistematiche tra le truppe del loro paese contro ogni oppressione dei popoli delle colonie.

Ma ancor più esplicitamente, il II congresso dedica una sezione specifica dei suoi lavori alla questione nazionale e coloniale. Il primo abbozzo di tesi redatto da Lenin affermava tra l’altro:

la pietra angolare di tutta la politica dell’Internazionale comunista nelle questioni nazionale e coloniale deve essere l’avvicinamento dei proletari e delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e di tutti i paesi ai fini della lotta rivoluzionaria comune per rovesciare i grandi proprietari terrieri e la borghesia. Solo questo avvicinamento potrà infatti garantire la vittoria sul capitalismo, senza la quale è impossibile abolire l’oppressione e la disuguaglianza nazionale. […] oggi non ci si può più limitare a riconoscere o a proclamare il ravvicinamento dei lavoratori delle diverse nazioni, ma è necessario condurre una politica che realizzi la più stretta alleanza fra tutti i movimenti di liberazione nazionale e coloniale e la Russia sovietica […] Riguardo alle nazioni e agli Stati più arretrati, dove predominano i rapporti feudali o patriarcali e patriarcali-contadini, è particolarmente necessario tener presente la necessità per tutti i partiti comunisti di aiutare il movimento democratico borghese di liberazione in questi paesi; l’obbligo di aiutare nel modo più attivo un movimento di questo genere spetta anzitutto agli operai del paese dal quale dipende, dal punto di vista coloniale o finanziario, la nazione arretrata [Lenin, vol. XXXI, pp. 161-164].

Le tesi di Lenin, pubblicate su l’Humanité del 16 e 17 luglio 1920, furono lette e studiate da Nguyễn Ái Quốc (Nguyễn il patriota, che, a partire dal 1944 sarà noto come Hồ Chí Minh: Portatore di luce). Quaranta anni dopo, il patriota comunista vietnamita spiega perché abbia abbracciato il leninismo:

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam. A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’Ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. [...] Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale” di Lenin, pubblicate da l’Humanité. [...] Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. […] sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro [T83: Il cammino che mi ha portato al leninismo].

Un passato coloniale

Il Viet Nam si estende come un’immensa S sulle rive del Pacifico: comprende il Bắc Bộ al Nord, che forma col delta del Fiume Rosso una regione ricca di possibilità agricole e industriali, il Nam Bộ al Sud, vasta pianura alluvionale bagnata dal Mekong ed essenzialmente agricola, e il Trung Bộ al centro, lunga e stretta striscia di terra che collega i due delta. Per descrivere la configurazione del loro paese, i vietnamiti amano evocare un’immagine che è loro familiare: quella del bastone che porta una cesta di paddy [riso greggio] su ciascuno dei suoi estremi” [Giáp, 1968, p. 17].

Attorno alla metà del XIX secolo inizia l’avventura coloniale francese in Indocina, con la conquista di Laos, Cambogia e Vietnam e la formazione della Federazione dell’Indocina francese. Nel Nam Bộ, la porzione meridionale di terra vietnamita che i colonizzatori francesi chiameranno Cocincina, gli europei incontrano una monarchia locale inetta, retta da un sistema burocratico mandarinale corrotto e da una struttura economica di tipo feudale. Dopo una serie di operazioni di conquista nel delta del Mekong e i bombardamenti sulla capitale, si giunge all’atto finale: nel 1884 la monarchia accetta di firmare con gli aggressori un trattato di protettorato, che viene riconosciuto dal confinante cinese. Iniziano qui venticinque anni di insediamento coloniale, che viola con la forza tutti i trattati e finisce con l’estendersi dalla Cocincina all’intero paese.

Gli annamiti sono in generale soffocati dalle molte cure della protezione francese. I contadini annamiti lo sono ancora di più e in modo più odioso: come annamiti vengono oppressi, come contadini vengono derubati, saccheggiati, espropriati e condotti alla rovina. Ad essi tocca tutto il lavoro pesante; ad essi toccano tutte le opere di prestazione. Sono i contadini che producono per tutta l’orda di parassiti, oziosi, rappresentanti della civiltà e altri. E sono i contadini che vivono in povertà mentre i loro oppressori vivono nella ricchezza, e che muoiono di fame se il raccolto non è buono. Questo succede perché sono derubati da tutte le parti e in tutti i modi dall’amministrazione, dal feudalesimo moderno e dalla Chiesa [T15: Condizioni di vita dei contadini annamiti].

La questione coloniale in Vietnam si configura come una questione agraria. La popolazione del paese, essenzialmente agricolo, è composta da masse popolari di estrazione contadina, quasi del tutto analfabete, vessate dal peso della società mandarinale tradizionale a cui va a sommarsi, e non a sostituirsi, il giogo francese. Le classi dominanti, la piccola borghesia tradizionale e i proprietari terrieri vietnamiti, specie in Cocincina, sono collusi con i colonizzatori, con i quali condividono alcuni interessi in chiave antirivoluzionaria, mentre le masse popolari tentano di ostacolare l’azione di conquista fin dal 1860 dando luogo a continui disordini e tentativi insurrezionali. Tuttavia, la resistenza non gode di una direzione centrale e ha il suo principale tratto di debolezza nella profonda disorganizzazione. Le forze partigiane sono arruolate per lo più su base locale e danno vita a bande autonome, spesso isolate le une dalle altre; i loro capi coltivano un rapporto personale con i propri uomini, mirano a conseguire successi locali e sono restii a organizzare un movimento unificato in tutto il paese. Profonde divisioni attraversano sia il nascente movimento nazionale che la popolazione: la componente cattolica collabora con i francesi e fornisce aiuto materiale e logistico alle truppe, mentre associazioni e gruppi borghesi, che auspicano l’indipendenza e la repubblica ma non prevedono riforme progressiste o agrarie, si alienano le masse lavoratrici. Tra gli agitatori della resistenza anticoloniale i più popolari sono i confuciani, conservatori e tradizionalisti, che auspicano la restaurazione della monarchia tradizionale in nome del thiên mện, l’“ordine del mondo” confuciano.
Gli aggressori hanno ragione della frammentata resistenza vietnamita e procedono a consolidare la conquista con l’installazione di un apparato amministrativo costoso ma indispensabile a mantenere il controllo della regione. Il successo coloniale non porta buon umore tra gli abitanti della metropoli, che si rendono immediatamente conto di quanto siano gravosi i costi dell’amministrazione del nuovo regime d’oltremare, auspicano che il Vietnam riesca a mantenersi con le proprie forze economiche e si riveli anzi una fonte di profitto per la “madrepatria” francese. I costi di gestione della colonia vengono trasferiti dunque ai suoi abitanti, gli annamiti si ritrovano vessati da un sistema fiscale gravosissimo che serve a mantenere una gestione brutale della sicurezza, l’esercizio di una giustizia sommaria, l’istituzione delle tristemente note carceri di Poulo Condore nell’omonimo isolotto dell’Oceano Indiano, noto anche col nome vietnamita di Côn Sơn. La maturazione dell’amministrazione da un livello più “artigianale” ad uno di organizzazione sistematica, con l’arrivo del nuovo governatore generale Paul Doumer, passa anche attraverso un grande piano infrastrutturale, che dota il paese di ferrovie e di un grande porto sul Fiume Rosso. Doumer si rivela molto abile nel conquistare alla causa coloniale il favore dei cittadini metropolitani: durante la sua amministrazione gli investitori francesi iniziano a riporre fiducia nella possibilità che l’Annam si riveli una fonte di profitto; l’anticolonialismo in Francia si riduce a pochi circoli intellettuali e al movimento operaio. La maggioranza dell’opinione pubblica francese viene conquistata alla causa colonialista e persuasa di una triplice «illusione» [Chesneaux, p. 221], la cui natura fallace sarà rivelata dall’incrinarsi del sistema economico coloniale: secondo la propaganda, il Vietnam era e sarebbe ancora stato fonte di prosperità economica per la Francia; era garantita la “riconoscenza” e l’adesione politica del popolo colonizzato a quello colonizzatore; la sicurezza internazionale della Francia risultava rafforzata e tutelata dal rapporto tra i due paesi.
A Doumer è da attribuirsi anche la suddivisione del Vietnam in tre tronconi, estranei alla tradizione vietnamita, dotati di istituzioni proprie e autonome tra loro: il Tonchino, un vero e proprio regime coloniale, nel nord; il protettorato dell’Annam, che conserva l’amministrazione mandarinale, nel centro; la Cocincina, che gode di istituzioni rappresentative e invia un deputato a Parigi, sebbene eletto solo da francesi e naturalizzati, nel sud. Questa distinzione formale e istituzionale, che va a sovrapporsi alla suddivisione geografica tra Bắc Bộ al nord, Trung Bộ al centro e Nam Bộ al sud, è il primo di una serie di tentativi di balcanizzazione del territorio vietnamita, in vista di un’ulteriore frammentazione della resistenza, mai del tutto sopita, e di una più facile gestione del potere da parte dell’amministrazione francese. Parallelamente alle nuove istituzioni sopravvive il potere imperiale tradizionale, ridotto a stampella del potere coloniale. I rappresentanti della monarchia sono soggetti all’arbitrio dell’amministrazione francese, che ne manovra la politica e influisce sulle successioni dinastiche fino a detronizzare e imporre sovrani secondo convenienza.
Gli anni Venti vedono lo sviluppo di una rete stradale che, tuttavia, non risponde alle esigenze produttive ed economiche del paese ma esclusivamente alle necessità amministrative dei colonizzatori, mentre i costi dei mezzi di trasporto gravano sui piccoli contribuenti che non possono permettersi di usufruirne. Il vantaggio che il popolo vietnamita trae dallo sviluppo delle infrastrutture e delle vie di comunicazione è ancor più ridotto dall’obbligo, sancito dal sistema di controllo rigido e capillare allestito dall’autorità francese, di munirsi di un’apposita licenza per potersi spostare tra province. I pochi spostamenti sono spesso correlati al trasporto delle materie prime per il mercato francese e allo spostamento della manodopera.
Nei primi decenni del Novecento nasce una vera e propria classe operaia vietnamita: di origine contadina, essa rappresenta appena il 2-3% della popolazione ed è composta dagli operai delle poche fabbriche, dai portuali, dai braccianti delle piantagioni chiamati spregiativamente coolie, dai minatori.
Questi anni sono caratterizzati da sollevazioni sporadiche e disorganizzate, tutte represse sul nascere. I malumori coinvolgono gruppi sociali diversi e arrivano a contagiare la rachitica borghesia indigena, cui il pesante giogo francese impedisce di crescere ed espandere i propri interessi. Il maggior antagonismo economico, in questa fase, intercorre tra i colonizzatori e il complesso della popolazione indigena, soffocata dalla pesante fiscalità e dal severo autoritarismo del regime coloniale francese. Le sue pratiche e istituzioni, che particolarmente nell’Annam si sommano ai retaggi dell’aristocrazia e dell’apparato mandarinale e feudale, sono impopolari e penalizzanti per gli indigeni: questi ultimi sono soggetti a perquisizioni arbitrarie presso il loro domicilio, che non è considerato inviolabile, sono giudicati da tribunali le cui giurie sono composte esclusivamente da francesi, hanno bisogno di una speciale autorizzazione per le riunioni; la stampa è soggetta a pesanti restrizioni e ad autorizzazioni preventive; il governatore generale e il suo apparato possono disporre della libertà e dei beni degli indigeni con grande arbitrio; le condizioni schiavili di alcuni lavoratori indigeni possono sconfinare impunemente nella tortura.

 

[Introduzione completa nel volume Patriottismo e internazionalismo.]

Foto di Ho Chi Minh

Il cammino che mi ha portato al leninismo – Ho Chi Minh

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh

 

Articolo scritto per la rivista sovietica Problemy Vostokovedenija (Problemi di studi orientali) n° 2, 1960, in occasione  del novantesimo anniversario della nascita di Lenin.

22 aprile 1960

 

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam.

A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. Non avevo ancora compreso tutta la sua importanza storica. Amavo e rispettavo Lenin, semplicemente perché era un grande patriota che aveva liberato i suoi compatrioti; fino ad allora non avevo letto nessuno dei suoi libri.

Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi. Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo.

A quell'epoca, nelle sezioni del Partito Socialista si tenevano discussioni accalorate: restare nella Seconda Internazionale, fondare una Internazionale “Due e mezzo”[1] o unirsi alla Terza Internazionale di Lenin? Io partecipavo regolarmente agli incontri, due o tre volte alla settimana, e ascoltavo con attenzione chi parlava. All'inizio, non capivo. Perché quelle discussioni li accaloravano tanto? Forse che non si poteva fare la rivoluzione con la II Internazionale, o con quella “Due e mezzo” o con la Terza? Perché accanirsi a discutere? E la Prima Internazionale? Cosa ne era stato?

Quello che volevo sapere soprattutto — e che non veniva dibattuto alle riunioni — era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?

Sollevai la questione — la più importante per me — durante una riunione. Qualche compagno rispose: è la Terza, non la Seconda Internazionale. Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”[2] di Lenin, pubblicate da l’Humanité.

In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: “Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!“.

Da allora, ho riposto la mia intera fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale.

Prima di quel momento, durante le riunioni della sezione, avevo solo ascoltato gli altri discutere. Avevo un vago sentimento che ciò che ogni oratore diceva avesse un che di logico, e non ero capace di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Ma da quel momento in poi, anch'io presi a tuffarmi nei dibattiti e a partecipare con fervore alle discussioni. Nonostante l’insufficiente conoscenza della lingua francese non mi consentisse di esprimere in modo completo le mie idee, mi opponevo vigorosamente a tutti quelli che erano contrari a Lenin, alla Terza Internazionale. La mia unica argomentazione consisteva nel dire: “Come potete ritenervi rivoluzionari se non condannate il colonialismo, se non difendete i popoli oppressi e sfruttati?”.

Non solo presi parte alle riunioni della mia sezione, ma andai anche nelle altre sezioni del partito per difendere la “mia” posizione. Qui devo dire ancora che i compagni Marcel Cachin, Vaillant-Couturier, Monmousseau e molti altri mi aiutarono ad ampliare le mie conoscenze. In effetti, al Congresso di Tours, votai con loro perché ci unissimo alla Terza Internazionale.

All'inizio fu il patriottismo, non ancora il comunismo, a portarmi ad avere fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale. Solo gradualmente, nel corso della lotta, studiando la teoria marxista-leninista e partecipando al lavoro pratico, sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro.

C’è una leggenda, nel nostro Paese come in Cina, su una magica “borsa di broccato”. Quando si trova di fronte a grandi difficoltà, uno la apre e ci trova dentro una via d’uscita. Per noi rivoluzionari vietnamiti e per il nostro popolo, il leninismo non è solo una miracolosa “borsa di broccato”, una bussola, ma anche un sole raggiante che illumina il nostro cammino verso la vittoria finale, il socialismo e il comunismo.


[1] Dopo il fallimento della II Internazionale, decretato, ai primi di agosto 1914, dal voto della maggior parte dei partiti socialisti europei (francese, tedesco, austriaco, inglese) per i crediti di guerra dei rispettivi Paesi l’un contro l’altro armati, e la fondazione dell’Internazionale comunista (2 marzo 1919), alcuni esponenti socialisti — tra cui Friedrich Adler, Karl Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm — lanciarono il progetto, che non ebbe però grande seguito, di un’altra Internazionale che si collocasse a metà tra la II e la III (e perciò chiamata “Due e mezzo”) per  riunificare tutte le correnti del movimento operaio internazionale.

[2] Le Tesi furono approvate dal II Congresso della III Internazionale (19 luglio-l 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca). Lenin vi apportò un contributo fondamentale: cfr. il “Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale”, in V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 159-165.

Copertina Patriottismo e internazionalismo Ho Chi Minh
 

 

 

 

 

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh

Foto del presidente Xi Jinping

L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

Di fronte alla crisi della globalizzazione imperialista.

L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

 

di Andrea Catone, Direttore della rivista MarxVentuno


ENGLISH VERSION

 


VERSION FRANÇAISE


Sollecitato da una serie di domande postemi in un’intervista nel corso del IX Forum del Socialismo Mondiale – appuntamento ormai annuale organizzato in autunno a Pechino dal World Socialism Research Justify presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali (CASS) e da altre organizzazioni politiche e culturali della RPC – propongo le seguenti riflessioni sul pensiero di Xi Jinping in merito all’ingresso del socialismo cinese in una nuova era.

Foto del presidente Xi Jinping

Il pensiero del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese ha un valore strategico non solo per la Cina – e questo già di per sé, date le dimensioni del territorio, della popolazione e dell’economia cinesi, impatta sul resto del mondo – ma anche per i partiti comunisti e operai, per i movimenti di lotta anti-imperialisti e contro il neocolonialismo, per tutte le autentiche forze democratiche e progressiste del mondo.

“Nuova era” implica che ci lasciamo alle spalle una “vecchia era”, che entriamo in una fase nuova della storia della Cina e del mondo: non solo della Cina, ma dell’intera umanità. E questo non solo perché la storia della Cina non può non influire sui destini del mondo, ma anche perché, come scrive Xi, i destini di Cina e mondo sono interconnessi: “Noi in Cina crediamo che la Cina farà bene solo quando il mondo farà bene, e viceversa”[1].

L’era in cui entriamo è nuova sia per la Cina che per il mondo.

 

  1.   La nuova era per la Cina

Che cosa è nuovo e cambia per la Cina?

Quaranta anni dopo l’avvio della politica di riforme e apertura il volto della Cina è profondamente cambiato. La RPC ha compiuto uno straordinario balzo in avanti nello sviluppo delle forze produttive. Dal punto di vista economico-sociale è stata la più grande trasformazione che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, avvenuta in tempi estremamente ristretti dal punto di vista della storia, che misura le grandi trasformazioni in termini di secoli e non di anni o decenni. Una trasformazione che ha coinvolto un miliardo e 300 milioni di persone, cha ha fatto uscire la stragrande maggioranza della popolazione cinese dalla povertà e ha portato centinaia e centinaia di milioni di contadini ad urbanizzarsi rapidamente. Guardata con gli occhi dello storico, si è trattato di un’impresa straordinaria, di cui forse non ci rendiamo ancora pienamente conto. Come tutte le grandi trasformazioni, essa non abbraccia soltanto i dati economici e una straordinaria ininterrotta crescita del Pil intorno al 10% in media all’anno. La grande trasformazione cinese abbraccia tutti i campi: sociale, culturale, politico, della mentalità collettiva…

Possiamo osservare un’altra straordinaria caratteristica di questa grande trasformazione: la compattezza, la saggezza, la capacità di correggere gli errori, della “classe dirigente” cinese, cioè del Partito comunista cinese. Quando dico questo, non ignoro i momenti di tensione e lotta anche acuta che si sono manifestati all’interno del gruppo dirigente cinese sulle linee da seguire; ciò fa parte della storia e della vita, che si sviluppa attraverso contraddizioni. Ma il gruppo dirigente cinese ha avuto la saggezza e la capacità di superare positivamente le contraddizioni, di mantenere saldamente l’unità del partito, di allargare la base degli iscritti, di estendere la sua influenza nella società. E ha fatto ciò tenendo ben ferme le radici della propria storia e i propri fondamenti, combinandoli con i caratteri più avanzati e progressivi della ricca e articolata cultura nazionale cinese: è stata la sinizzazione del marxismo.

Il PCC ha studiato molto attentamente l’esperienza del socialismo sovietico e ha tratto le lezioni dalla dissoluzione dell’URSS e delle democrazie popolari nell’Europa centro-orientale e balcanica tra il 1989 e il 1991. (Tra i tanti studi, vorrei ricordare il convegno internazionale promosso dalla CASS nel 2011, i cui atti sono stati pubblicati a cura di Li Shenming[2]). Tra le diverse e complesse concause che portano al disastro del 1989-91, un ruolo determinante è svolto dal cedimento politico, ideologico, organizzativo del PCUS, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo dirigente nel processo di transizione socialista.

Il Pensiero di Xi dedica particolare cura e attenzione al partito comunista, da ogni punto di vista: ricorda ad ogni membro del partito, e in particolare ai dirigenti, che vanno strettamente osservate regole e disciplina di partito[3], che in un partito comunista non deve esserci nessuno spazio per la corruzione, che va combattuta con estremo vigore[4]; invita a lavorare quotidianamente per un legame sempre più stretto tra partito comunista e masse[5]. Inoltre, Xi riconferma la fondamentalità del marxismo: “Non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini e dobbiamo rimanere impegnati nella nostra missione. Il comunismo cinese ha le sue origini nell’adesione al marxismo, al comunismo e socialismo cinesi e nella fedeltà al Partito e al popolo”[6]. Xi Jinping opera per lo studio e lo sviluppo del marxismo, dando impulso alle scuole di marxismo che si diffondono presso gli istituti e le università di tutta la Cina.

La straordinaria avanzata, in campo economico, sociale, politico, della Cina negli ultimi decenni, ha consentito di raggiungere un determinato stadio nello sviluppo delle forze produttive. Il percorso di questa straordinaria avanzata è stato segnato – come accade sempre in ogni complesso processo storico – da contraddizioni: tra classi sociali, tra città e campagna, tra zone della costa e dell’interno, tra regioni più e meno avanzate. Nel rapporto di Xi Jinping al XIX Congresso del PCC (ottobre 2017) esse sono state condensate nella formula di “sviluppo sbilanciato e inadeguato”. La qualità e l’efficacia dello sviluppo non sono come dovrebbero essere, la difesa dell’ambiente è inadeguata, vi sono ancora grandi disparità nella distribuzione del reddito, nello sviluppo di aree urbane e rurali e tra le diverse regioni del grande paese; il livello di welfare è ancora inadeguato. Il PCC, che si è formato sullo studio e l’analisi concreta delle contraddizioni (ricordo i noti scritti di Mao Sulla contraddizione, 1937, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo, 1957), ha colto col XIX congresso il carattere delle contraddizioni e il mutamento della contraddizione principale:

Il problema principale è che il nostro sviluppo è squilibrato e inadeguato. Questo è diventato il più grave fattore limitante nel soddisfare i crescenti bisogni del popolo per una vita migliore. Dobbiamo riconoscere che l’evoluzione della contraddizione principale che affligge la società cinese rappresenta un cambiamento storico che riguarda l’intero panorama e pone molte nuove richieste per il lavoro del Partito e del Paese. Basandoci su sforzi continui per sostenere lo sviluppo, dobbiamo dedicare grande energia per affrontare gli squilibri e le inadeguatezze dello sviluppo e spingere al massimo per migliorare la qualità e gli effetti dello sviluppo. Con ciò, saremo in una posizione migliore per soddisfare le sempre crescenti esigenze economiche, politiche, culturali, sociali ed ecologiche del nostro popolo e per promuovere uno sviluppo umano completo e un progresso sociale a tutto tondo.

La nuova era per la Cina è quindi costituita dal superamento dello sviluppo squilibrato e inadeguato e dal passaggio a uno sviluppo armonico, rispettoso dell’uomo e dell’ambiente, ecocompatibile, che pone al primo posto la crescita qualitativa piuttosto che quantitativa. La costruzione moderna del socialismo con caratteristiche cinesi si articola in tre fasi: entro il 2020 punta a completare la creazione di una società con un livello di benessere diffuso; dal 2020 al 2035 punta a realizzare le basi della modernizzazione socialista, mentre dal 2035 alla metà del secolo intende trasformare la Cina in un paese socialista moderna basato su armonia, bellezza e civiltà democratica.

Nel suo rapporto al XIX Congresso Xi ha elencato 14 punti:

  1.     direzione del partito su tutti gli aspetti della società;
  2.     la politica deve essere centrata sulle persone;
  3.     approfondire la riforma nel suo complesso;
  4.     un nuovo concetto di sviluppo (innovazione, coordinamento, green economy, apertura e condivisione);
  5.     il popolo è il padrone del paese;
  6.     aderire allo stato di diritto, governare il paese nella sua globalità secondo la legge;
  7.     sviluppare un sistema di valori socialisti e la fiducia nella propria cultura;
  8.     sostenere e migliorare i mezzi di sussistenza del popolo;
  9.     coesistenza armoniosa di uomo e natura (civiltà ecologica);
  10.     sicurezza nazionale;
  11.     piena direzione del Partito sull’esercito;
  12.     “un paese, due sistemi”: promuovere la riunificazione con Taiwan;
  13.     battersi per una comunità internazionale di un futuro condiviso per tutta l’umanità (ciò è stato inserito nel nuovo statuto del PCC);
  14.     governare il partito in modo completo e rigoroso.

 

  1. La nuova era per il mondo

La nuova era non riguarda solo la Cina, ma il mondo intero. Quale era volge al termine e quale si tratta di avviare? Qual è il carattere della nuova era?

Circa 30 anni fa, dopo il 1989-91 che portò alla fine dell’Urss e delle democrazie popolari in Europa, prese slancio nel mondo la globalizzazione imperialista, guidata dagli USA, che si presentavano come vincitori assoluti della guerra fredda.

Quella globalizzazione, attuata con guerre guerreggiate, ha sconvolto regioni importanti del pianeta, l’area dei paesi del MENA (Middle East e Nord Africa); ha portato all’assorbimento nella NATO e nella UE, sotto controllo del capitale occidentale, dei paesi ex socialisti dell’Europa orientale e balcanica e alcune repubbliche ex sovietiche; ha sconvolto le economie dei paesi dell’Africa.

Ma l’avanzata della globalizzazione imperialista si è fermata davanti alla resistenza della Russia, che dal 1999 ha licenziato El’cin ed è stata governata sotto la direzione di Putin; né è riuscita a far fronte alle crescenti contraddizioni interne al sistema capitalista. La crisi iniziata negli USA nel 2007-2008 (bolla finanziaria conseguente ad un’espansione indiscriminata del credito – i mutui subprime – per drogare una domanda insufficiente) è stata scaricata sulle economie della Ue, il cui ordinamento interno ispirato all’“ordoliberismo” tedesco ha consentito ad alcuni paesi più forti – Germania in primis – di scaricare a loro volta la crisi sui paesi più fragili, i cosiddetti PIIGS, costretti ad adottare politiche di austerità, di riduzione o cancellazione del welfare, di abbassamento dei salari. Ciò ha aggravato in questi paesi la crisi, con una caduta della domanda interna e del Pil in una spirale recessiva. Il che ha prodotto a sua volta una caduta verticale dei consensi ai partiti politici che hanno governato durante la crisi, con una crescita esponenziale di movimenti populisti e “sovranisti”, che proclamano nella rottura della Ue l’unica soluzione possibile.

La globalizzazione liberista ha inciso anche sulla struttura economica degli USA, che si è sempre più finanziarizzata, puntando sull’emissione di dollari, il cui peso mondiale come valuta di riserva e di denominazione dei prezzi internazionali delle materie prime, a partire dal petrolio, viene sostenuto dalla forza militare (gli USA spendono da soli in armi quasi quanto tutto il resto del mondo messo insieme). Nonostante l’enorme forza militare, però, gli USA hanno dovuto fare i conti con le resistenze dei paesi occupati, che gli USA e i loro alleati più fedeli, il Regno Unito, non sono riusciti a normalizzare. Per cui essi hanno sostituito all’obiettivo della normalizzazione e pacificazione di questi paesi sotto controllo diretto o indiretto degli USA la “strategia del caos” (adottata da Obama e Hillary Clinton), che mirava non più a normalizzare, ma a rendere ingovernabile un’area cruciale del mondo allo scopo di impedire che altri paesi potessero trarne vantaggio. È una strategia disperata, che ha inciso sul consenso interno all’establishment USA. La vittoria elettorale di Trump è stata la risposta al malessere interno americano[7]. Trump tenta ora un’altra strada, tra cui la guerra commerciale per recuperare il primato USA (“America first”).

Sia l’ascesa di Trump alla presidenza USA che l’avanzata di forze populiste in Europa e non solo sono una risposta alla crisi di egemonia delle classi dirigenti dell’Occidente, che avevano puntato tutto sulla globalizzazione imperialista e sull’unipolarismo degli USA e del suo braccio armato della NATO. Questa risposta non ha un carattere progressivo, ma regressivo: rispetto a un mondo sempre più interconnesso e alla possibile costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità, Trump e i populisti-sovranisti propongono una chiusura protezionistica nel proprio cortile interno, la priorità assoluta del proprio stato in contrapposizione con gli altri (Donald Trump: “America first”; Matteo Salvini: “prima gli italiani”). Di fronte alla crisi delle democrazie liberali si propone un ritorno alla demagogia populista, che caratterizzò i fascismi negli anni 20 e 30 del XX secolo. Anche nel XX secolo, con la I guerra mondiale, si chiuse un primo ciclo della globalizzazione, di ciò che Marx definiva la tendenza insita nello sviluppo borghese alla realizzazione di un mercato mondiale. Alla prima globalizzazione di fine 800 e primi 900 vi furono due risposte: una progressiva, socialista e internazionalista, rappresentata dall’URSS; una reazionaria, rappresentata dal fascismo e dal nazismo. A un secolo di distanza, ci troviamo – fatte tutte le debite differenze – in una situazione analoga: da un lato, la crisi della globalizzazione imperialista, del suo falso internazionalismo, che in nome dei diritti umani ha bombardato Serbia e Iraq, Afghanistan e Libia, e ha promosso rivoluzioni colorate dalla Georgia all’Ucraina, tentando anche di attaccare Hong Kong; dall’altro le risposte reazionarie della chiusura protezionistica, della riaffermazione dell’unipolarismo che non pone limiti all’esercizio assoluto di sovranità, col conseguente disconoscimento dell’esistenza di una comunità mondiale (Trump rinnega i trattati internazionali su clima e ambiente, non riconosce altro diritto se non quello del proprio superstato). Entrambe queste posizioni – la globalizzazione imperialista e il sovranismo populista – sono reazionarie e sbagliate per i popoli e lo sviluppo del pianeta.

 

  1. La Cina e il mondo nella nuova era

Di fronte alla crisi strutturale – economica, politica e culturale – della globalizzazione imperialista abbiamo visto negli ultimi decenni la straordinaria crescita della Cina – e di altri paesi in cui ha vinto la rivoluzione guidata da partiti comunisti, come il Vietnam.

La riforma e apertura avviate da Deng Xiaoping nel 1978 hanno significato apertura della Cina al mercato mondiale; ma questa apertura non è stata indiscriminata, essa invece è stata diretta e controllata dal PCC, che aveva un suo chiaro progetto strategico di sviluppo delle forze produttive. Mentre la globalizzazione a guida USA è stata caratterizzata dall’imperialismo, e quindi è stata, come scriveva l’economista Chossudovski, la “globalizzazione della povertà”[8], l’apertura della Cina al mercato globale può definirsi una “globalizzazione antimperialista”, nel senso che la Cina ha adottato strategie e metodi che, aprendo regioni e settori della propria economia al capitale mondiale, lo ha indirizzato allo sviluppo interno del paese.

Nei tre decenni successivi al 1978, fino alle soglie del XVIII congresso del PCC (2012) la Cina ha cercato di mantenere un basso profilo a livello internazionale, ha accuratamente evitato di porsi come protagonista, pur tessendo – il forum di Shangai, i BRICS – una importante rete di legami con altri paesi. Ciò è stata una scelta saggia, che ha consentito alla Cina di concentrarsi sui problemi dello sviluppo interno, e di dotarsi di una base economica per un ulteriore successivo balzo in avanti. Lo sviluppo delle forze produttive cinesi è stata la preoccupazione principale e ad essa – come ai tempi del fronte unito antigiapponese – bisognava subordinare ogni cosa. Ma come dopo la sconfitta dei giapponesi il PCC ha ripreso i suoi obiettivi strategici della rivoluzione cinese, così, una volta raggiunto un adeguato livello di sviluppo, la Cina si appresta ad una nuova fase che richiede di sviluppare una nuova politica.

È qui che interviene il programma cinese di una “nuova globalizzazione” non imperialista, contrapposta a quella fallimentare degli USA. L’idea fondante di questa “nuova globalizzazione” si innerva e articola in una grandiosa iniziativa, la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta. Essa è un’iniziativa concreta di sviluppo per la Cina e per il mondo, e al tempo stesso anche una proposta culturale, strettamente connessa al nuovo internazionalismo della Cina, alla lotta per costruire una comunità di destino condiviso per tutta l’umanità.

La Cina è oggi nel mondo l’unico paese che propone all’intero mondo, a tutta l’umanità, un progetto di sviluppo umano straordinario, che può divenire egemone, idea chiave accettata e condivisa dai popoli del mondo.

Siamo di fronte a un bivio. La vecchia strada – che nonostante il fumo di novità è anche quella della “America first” di Trump – è preclusa, è fallimentare. Fallimentari sono sia la globalizzazione imperialista che il protezionismo sovranista ed escludente: sono due forme reazionarie speculari.

Xi propone una “nuova globalizzazione”. È un progetto non solo economico, ma culturale, di universalismo concreto nel riconoscimento delle diversità e nella proposta di lottare per la costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità. È la visione strategica del futuro dell’intero mondo come un mondo sempre più interconnesso, che richiede un nuovo tipo di globalizzazione, del tutto diversa da quella guidata dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali, che è stata in atto dal 1991. Le relazioni tra i paesi di tutto il mondo devono basarsi su una reciprocità win-win. In questo senso il pensiero di Xi Jinping è l’opposto del pensiero di Trump di “America first”: Xi pensa alla comunità di destino comune dell’umanità, non solo al destino della sua nazione. Il pensiero di Xi è universalistico, non particolaristico. Questo universalismo non è però un universalismo astratto, ma un universalismo concreto, che considera le concrete condizioni economiche e sociali, le contraddizioni tra classi sociali e stati.

Nel suo discorso all’ONU per il 70°, il 28 settembre 2015 Xi Jinping ha affermato:

Dobbiamo aumentare gli scambi tra le civiltà per promuovere l’armonia, l’inclusione e il rispetto delle differenze. Il mondo è più colorato a causa della sua diversità culturale. La diversità genera scambi, gli scambi creano integrazione e l’integrazione rende possibile il progresso.

Nelle loro interazioni, le civiltà devono accettare le loro differenze. Solo attraverso il rispetto reciproco, l’apprendimento reciproco e la coesistenza armoniosa il mondo può mantenere la sua diversità e prosperare. Ogni civiltà rappresenta la visione e il contributo unico del suo popolo, e nessuna civiltà è superiore alle altre. Civiltà diverse dovrebbero avere dialogo e scambi invece di cercare di escludersi o sostituirsi a vicenda. La storia dell’umanità è un processo di scambi attivi, interazioni e integrazione tra civiltà diverse. Dovremmo rispettare tutte le civiltà e trattarci a vicenda come uguali. Dovremmo trarre ispirazione l’uno dall’altro per stimolare lo sviluppo creativo della civiltà umana[9].

Per la Cina, il pensiero di Xi è un’innovazione e allo stesso tempo è in continuità con il pensiero di Mao Zedong, Deng Xiaoping e gli altri dirigenti e teorici del socialismo con caratteri cinesi. La continuità è in una visione della Cina come Paese in via di sviluppo che ha bisogno di un periodo relativamente lungo per sviluppare le forze produttive e deve concentrarsi in questo enorme obiettivo: qui la Cina ha ottenuto molti successi in pochi decenni ed è oggi la seconda economia più importante del mondo e si sviluppa sempre di più. Ma il cambiamento che Xi ha apportato non è meno importante, perché, considerando il livello di sviluppo delle forze produttive cinesi, Xi indica che la Cina è entrata in una nuova fase, che ha bisogno di una nuova globalizzazione. La Belt and Road Initiative non è solo una proposta concreta per i Paesi dell’Asia, Europa, Africa; è anche la metafora dell’idea di proiezione della Cina nel mondo. È l’idea della nuova globalizzazione che Xi ha esposto in molti discorsi contro la politica protezionistica dell’amministrazione Trump.

In sintesi, possiamo dire che oggi nel mondo ci sono due concezioni opposte sul futuro, e di conseguenza due politiche opposte: la nuova globalizzazione proposta dalla Cina e un nazionalismo esclusivista, che è una vera e propria regressione per l’umanità.

La concezione internazionalista di Xi non è la cancellazione degli interessi nazionali della Cina e del socialismo con caratteristiche cinesi; al contrario, è il riconoscimento che questi interessi possono svilupparsi meglio in un mondo interconnesso. È la dialettica di universale e particolare, nazionale e internazionale.

Nella “nuova era” si incontrano la nuova fase dello sviluppo della Cina, volta al superamento della sua attuale contraddizione principale, come indicato dal XIX Congresso del PCC, e la proposta ai popoli del mondo, al movimento operaio e a tutte le forze autenticamente democratiche e progressiste di un’uscita in avanti (e non reazionaria e regressiva) alla crisi della globalizzazione imperialista.

Ai partiti comunisti e operai del mondo, alle forze autenticamente democratiche e progressiste sta il compito di raccogliere la sfida strategica che il pensiero di Xi propone.


[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

[2] Cfr. Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [È di questo che tratta la storia. Note per il ventesimo anniversario del crollo dell'URSS], Social Sciences Academy Press, Pechino, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, e diversi altri scritti e discorsi.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] Mi permetto di rinviare al mio “Mutamenti nel quadro mondiale. La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia”, in MarxVentuno n. 1-2/2018, reperibile anche https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ o http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] Cfr. “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.

Locandina forum europeo

V Forum Europeo. La via cinese e le prospettive mondiali

Per il quinto anno consecutivo, l'Accademica Cinese delle Scienze Sociali, assieme all'Associazione Marx21 e alla casa editrice MarxVentuno Edizioni, organizza un Forum internazionale sullo studio della Cina contemporanea che vede la partecipazione di decine di accademici delle migliori università cinesi.
Quest'anno, per la prima volta, il Forum si svolgerà a Bologna e vede tra gli organizzatori l'Istituto Confucio di Bologna.

L'incontro si svolgerà domenica 14 Ottobre 2018, presso le sale dell'Hotel Zanhotel Europa, in via Cesare Boldrini, 11, dalle ore 9,00 alle 17,30. È previsto coffee break e lunch.

Per partecipare è necessario iscriversi utilizzando il modulo presente all'indirizzo https://bit.ly/2I77mxs
Maggiori informazioni ed il programma del Forum verranno comunicati a tutti gli iscritti.

Per ogni richiesta di informazione, scrivere all'organizzazione dell'evento. La mail è: conferenzacina2018@gmail.com

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Locandina forum europeo

Foto con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Mobilitarsi contro l’attacco alla Costituzione del governo Lega-5Stelle

di Vincenzo De Robertis*

Il 19 settembre le agenzie hanno battuto la notizia della presentazione da parte del Ministro per i rapporti con il Parlamento, Fraccaro, Deputato del Movimento 5 stelle, di due disegni di legge costituzionale contenenti, l'uno una riduzione del numero di Parlamentari per 345 unità, 230 Deputati, che passerebbero da 630 a 400, e 100 Senatori, che da 315 passerebbero a 200, l'altro per l'inserimento in Costituzione dell'istituto del Referendum propositivo.

Si tratta di due disegni di legge di carattere costituzionale perché il numero dei Parlamentari componenti la Camera ed il Senato sono fissati dalla Costituzione, mentre anche il Referendum propositivo, attualmente non previsto nel testo della Carta, comporta una modifica Costituzionale.

La presentazione di questi due disegni di legge segue di qualche mese la presentazione in Cassazione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, avanzata dal Prof. Guzzetta, che vuole trasformare la Repubblica parlamentare in presidenziale, prevedendo, fra l'altro, il monocameralismo, un Presidente eletto dal popolo, che forma il Governo e decide dello scioglimento del Parlamento, ridotto alla sola Camera dei Deputati. Questa proposta ha già incassato l'appoggio di Salvini, Fratelli d'Italia e Forza Italia, oltre che il sostegno del renziano Giachetti del PD, di Parisi e Segni.

Foto con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini

L'accoppiata dei due provvedimenti di modifica costituzionale, quello presidenzialista e quello per la riduzione dei Parlamentari, getta una luce sinistra sui contenuti di questa Legislatura che anche nelle dichiarazioni dei rappresentati dei due partiti al governo vuole accreditarsi come Legislatura di cambiamenti costituzionali, per aprire la strada alla cd. Terza Repubblica.

 

Va notato, intanto, che, com'era già successo per il Referendum sull'acqua pubblica, al di là delle dichiarazioni di facciata, a distanza di poco tempo si ripropongono modifiche tendenti a ridimensionare la funzione centrale del Parlamento, stracciando i risultati di una consultazione popolare che il 4 dicembre 2016 aveva pesantemente bocciato la riforma costituzionale renziana, tendente anch'essa a modificare l'assetto istituzionale del nostro Paese, così come descritto in Costituzione.

La riduzione del numero dei parlamentari, infatti, che viene presentata come una misura mirata ad ottenere una maggiore efficienza del Parlamento, sia sotto il profilo della spesa che sotto quello del suo lavoro, in realtà si risolve solo in una riduzione della rappresentatività del Paese nell'istituzione, poiché occorrerà un numero maggiore di voti per essere eletti, ed un numero maggiore di elettori non avrà rappresentanza in Parlamento, al netto di qualunque sistema elettorale si scelga.

Una riduzione della spesa la si poteva ottenere, invece, riducendo gli emolumenti ed i privilegi di cui ancora godono i Parlamentari, aprendo in tal modo la strada ad una riduzione analoga in altri consessi elettivi (Consigli Regionali) e nei percorsi amministrativo-istituzionali (alti Funzionari, Dirigenti pubblici, ecc.), che nello stipendio del Parlamentare hanno il loro punto di riferimento retributivo.

I risultati ottenibili, sotto il profilo economico, sarebbero di gran lunga maggiori!

Invece, con la strada intrapresa anche l'auto-riduzione dei propri emolumenti, operata in passato da alcuni Parlamentari ed eletti del M5s e di cui ora non si sente più parlare, finisce per essere declassata ad iniziativa demagogica, finalizzata al consenso politico immediato.

Il nostro ordinamento istituzionale mette al centro il Parlamento, che esprime in maniera più alta la sovranità popolare. Esso è il luogo ove trova la propria rappresentanza il Paese, in maniera tanto più articolata, quanto più la legge elettorale lo consente. Esso è il luogo principe del confronto politico fra interessi sociali differenti ed in taluni casi contrapposti, per raggiungere quelle mediazioni, quei compromessi che sono il frutto dell'arte politica.

I partiti politici, un tempo organizzatori della partecipazione popolare, insieme con sindacati e altre associazioni, sono oggi ridotti nei fatti ad espressione di interessi lobbistici, divenendo così i perpetuatori di un ceto politico interessato al mantenimento dei privilegi acquisiti, mentre si perde ogni giorno di più la pratica di assumere decisioni collegiali, su cui rendere conto ai propri sostenitori, ed un gruppo sempre più ristretto di “capi” assume le decisioni politiche.

In questo contesto, ogni cambiamento che, riducendo la partecipazione popolare, persegua a parole l'obbiettivo di accelerare il processo decisionale, nei fatti non farà altro che ridurre gli spazi di democrazia, favorendo verticismo ed autoritarismo.

20 settembre 2018

*Comitato difesa della Costituzione - Bari


Mettiamo a disposizione un articolo della costituzionalista Alessandra Algostino pubblicato sul n. 1/2013 della rivista MarxVentuno. Consultabile qui.

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Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la Costituzione edito da MarxVentuno Edizioni nel 2017.

La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia

di Andrea Catone

Questo articolo è contenuto nel nuovo numero della rivista MarxVentuno n.1-2/2018

 

Copertina n. 1-2/2018
Mutamenti del quadro mondiale. Trump, l'UE, l'Italia

Abstract

Prima e dopo l’elezione di Trump assistiamo ad un duro scontro interno alla classe dominante Usa. È fallito, a quasi 30 anni dalla fine dell’Urss, il “progetto americano per il nuovo secolo” di essere la superpotenza incontrastata nel mondo (unipolarismo). La straordinaria ascesa della Cina, la riorganizzazione della Russia sotto la direzione di Putin, l’emergere di nuovi soggetti sulla scena mondiale ne determinano il fallimento. Trump cambia linea, non per accettare però un mondo veramente multipolare, ma nel tentativo di affermare su una base più solida il primato americano. Non smantella, ma rafforza il complesso militar-industriale (aumenta la spesa per il 2019), né il sistema di basi e di alleanze militari sotto stretto controllo USA, in primis la NATO. E, insieme, punta al rilancio della base industriale, indebolitasi negli ultimi decenni, con una politica protezionistica e la dura guerra commerciale non solo contro la Cina, ma anche contro i paesi capitalistici – dalla Ue al Canada al Giappone – che hanno costituito dopo il 1945 il “blocco occidentale”. Trump vuole rompere ogni organismo di cooperazione internazionale, in modo da trattare da maggiori posizioni di forza con ogni singolo paese. La Ue vive oggi una crisi profonda politica, morale, di progetto. In questa crisi si inserisce ora l’azione di Trump apertamente contro la Ue. L’implosione della Ue avrebbe oggi un forte segno di destra – come mostra in Italia la forte ascesa della Lega – e porrebbe ogni singolo paese europeo ancor più sotto il controllo USA.

 

L’irrompere sulla scena politica interna e internazionale di Donald Trump, insediatosi (nonostante abbia ricevuto 2.800.000 voti in meno della candidata del partito democratico Hillary Clinton[1]), il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca quale 45° presidente della potenza con il più alto Pil, il più forte arsenale e la più grande presenza militare del mondo, con basi istallate in oltre 150 paesi, muta il quadro dei rapporti internazionali a livello mondiale. Nessuna analisi del quadro mondiale e dei rapporti internazionali può prescindere dal ruolo degli Usa.

Donald Trump

Un duro scontro tra frazioni della classe capitalistica americana

 A quasi due anni dal suo insediamento, Trump continua ad essere oggetto di contestazioni e attacchi dei media, tra cui i ben noti The Washington Post e New York Times. Ad agosto 2018 il Boston Globe ha lanciato una campagna per la libertà di stampa negli Usa, in sostanza contro Trump, alla quale hanno aderito 350 giornali[2]. Sono numerosi ormai i libri e pamphlet contro di lui, lanciati con grande battage pubblicitario[3]. E insieme con ciò, azioni legali e iniziative per procedere all’impeachment[4]. Uno scontro di tal fatta non si presentava da molti anni nella storia americana, che pure è costellata da risoluzioni violente dei conflitti interni, compresi l’omicidio di quattro presidenti[5]: quando la classe capitalistica americana non riesce a comporre le contraddizioni interne alle sue frazioni di classe con metodi legali, ricorre al “Far West”, alla risoluzione violenta ed extralegale.
L’attuale scontro in atto negli Usa non è tra lavoro e capitale, o tra masse popolari e borghesia: la classe lavoratrice è, nella fase attuale, oggetto e strumento di manovre nello scontro interborghese, non è soggetto attivo di rivendicazioni sociali né tantomeno portatore di un progetto politico quale classe per sé. È uno scontro interno alla classe dominante e dirigente negli Usa, tra frazioni della classe capitalistica.
Il capitale non è un blocco unico, ma procede attraverso la contraddizione tra capitali: uniti contro i lavoratori, “fratelli nemici”, divisi e in competizione per la spartizione dei profitti. Non esiste il capitale, ma i capitali. La concorrenza tra imprese capitalistiche non è un accessorio del modo di produzione capitalistico, ne è parte costitutiva, fondante. Tra concorrenza e monopolio vi è una dialettica, che porta la concorrenza a generare il monopolio e il monopolio a sua volta a generare la concorrenza, come Marx scriveva già nel 1846: “Nella vita economica di oggigiorno voi trovate non soltanto la concorrenza e il monopolio, ma anche la loro sintesi, che non è una formula, ma un movimento. Il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio”[6]. Nell’analisi matura del Capitale Marx chiarisce filosoficamente la questione della concorrenza – della contraddizione intercapitalistica – come inestricabilmente connessa alla vita stessa del capitale: “Il capitale esiste e può esistere soltanto come molteplicità di capitali, e perciò la sua autodeterminazione si presenta come la loro azione e reazione reciproca”. Poiché esso è per sua natura “autorepulsione, pluralità di capitali in completa indifferenza reciproca”, deve necessariamente “respingersi da se stesso”. “Poiché il valore costituisce la base del capitale, e questo esiste necessariamente solo in quanto si scambia contro un equivalente, esso si respinge necessariamente da se stesso. Un capitale universale che non abbia di fronte a sé altri capitali con cui scambiare [...] è perciò un assurdo. La reciproca repulsione di capitali è già implicita in esso in quanto valore di scambio realizzato”[7].
Occorre sgomberare il campo da un equivoco, alimentato anche dalla narrazione dei “trumpiani”: dell’outsider che sfida il cosiddetto establishment. Con l’uso di questi termini la retorica populista tende a rimuovere la connotazione di classe: se Trump è contro l’élite e l’élite è separata e contro il “popolo”, l’immobiliarista ultramiliardario diventa miracolosamente vicino al popolo o uomo del popolo. D’altra parte, la rimozione dell’analisi di classe caratterizza anche l’approccio di una parte consistente degli acerrimi nemici di Trump, che lo dipingono come “squilibrato”, “pazzo” (come nel libro Fear del giornalista Bob Woodward), nascondendo una fortissima contraddizione politica dietro il paravento dei limiti caratteriali del personaggio.
Trump sembra aver ottenuto notevoli successi in campo economico, anche se il dato statistico generale nasconde il crescere delle disuguaglianze sociali e delle contraddizioni nella società americana, come osserva nella sua analisi Ni Feng dell’American Institute of Chinese Academy of Social Sciences[8]. I dati del II trimestre 2018 segnano un aumento del PIL del 4,1%. Anche se – come segnalano alcuni analisti – parte di esso è dovuto all’eccezionale e non ripetibile incremento delle esportazioni (+9,3%) dovute all’acquisto di scorte prima che scattassero le contromisure ai dazi imposti da Trump (ad esempio, lo straordinario incremento di vendita di soia), il dato è indubbiamente significativo. “Con gli accordi commerciali che stanno arrivando cresceremo anche di più”, sostiene Trump, prevedendo una crescita annuale ben superiore al 3% rispetto a una media dell’1,8%” delle due precedenti amministrazioni. E ogni punto percentuale significa 3.000 miliardi di dollari e 10 milioni di posti di lavoro[9]. A spingere la crescita anche i consumi, balzati del 4,3%, in parte grazie al taglio delle tasse da 1.500 miliardi di dollari[10]. La disoccupazione è ai minimi storici: ad agosto 2018 6.200.000 persone, il 3,9%[11].
La guerra che a diversi livelli continua ad essere scatenata contro Trump negli Usa nonostante i buoni risultati dell’economia suggerisce che lo scontro in atto tra frazioni del capitalismo Usa non è dovuto essenzialmente a questioni di politica interna. Non è l’attacco all’Obamacare, né la riforma fiscale ultraliberista che riduce ancor più le tasse ai ricchi a scatenare una guerra al presidente quale non si vedeva dai tempi dell’impeachement di Nixon. E non sono neppure i motivi ideologici sbandierati da alcuni democratici, che, in nome dell’esportazione della democrazia occidentale, della libertà e dei diritti umani, hanno appoggiato i pesantissimi bombardamenti dal Medio Oriente ai Balcani all’Afghanistan nelle guerre americane dal 1991 ad oggi. E del resto Trump non è e non si è mai presentato nella veste di un paladino dei popoli, né ha mai speso una parola di biasimo per i milioni di vittime causati dalle guerre americane nel mondo.
Le cause di uno scontro che va ben al di là della ‘normale’ lotta politica per accaparrarsi posizioni di potere negli States (che si è presentata non di rado come scontro tra predoni per spartirsi il bottino) vanno cercate nell’impostazione della politica estera Usa.

 

Lo specifico imperialismo Usa

Donald Trump non rappresenta se stesso, né avrebbe mai potuto ascendere alla presidenza Usa senza il sostegno di una frazione della classe dominante americana; egli è fino in fondo agente attivo ed esponente della classe capitalistica degli Usa e del suo imperialismo, che, formulato ideologicamente con la “dottrina Monroe” nel 1823[12], ha assunto, con la vittoria nella II guerra mondiale nel 1945, e ancor più dopo la dissoluzione dell’Urss (1991), il carattere specifico di una superpotenza fondata sulla narrazione della sua una missione speciale nel mondo quale Manifest Destiny[13] per esercitare primato e leadership su scala mondiale, come esplicitamente affermano i documenti strategici dal 1991 in poi e il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC) [14]. Con primato – scrive nel sito del “Discussion Club Valdai” Dmitrij Suslov, Vicedirettore presso il Centro di studi europei e internazionali globali – “si intende la nota superiorità degli Stati Uniti su tutti gli altri e l’assenza di rivali in grado, individualmente o persino in gruppo, di mettere in discussione questa superiorità. Per leadership si intende l’impostazione secondo cui proprio gli Stati Uniti devono stare al centro dell’adozione delle principali decisioni di politica ed economia mondiali, e alla base dell’ordine mondiale globale devono stare le regole, le norme e le istituzioni fondate dagli Stati Uniti e che sono sotto il loro effettivo controllo, così come i valori americani, assunti come universali”[15].
Gli Usa assurgono nel corso del XX secolo a massima potenza imperialista. La forza dell’imperialismo Usa consentirà di distribuire le briciole della rapina imperialistica alla classe operaia interna, che, dopo l’eliminazione degli Industrial Workers of the World (IWW) alle soglie degli anni 1920, è organizzata in sindacati corporativi, “gialli”, piegati ai voleri della classe capitalista. Dalla grande crisi del 1929, che devastò il proletariato americano, gli Usa escono effettivamente con la II guerra mondiale e il piano Marshall, grazie alle ingenti commesse belliche e civili per le sue industrie, e divengono, dopo il 1945, la superpotenza guida del mondo capitalistico.
Democratici e repubblicani condividono le scelte di fondo dell’imperialismo Usa: la guerra contro il Vietnam la iniziano i democratici e la concludono i repubblicani; l’assalto alla Baia dei Porci nel tentativo fallito di rovesciare Fidel Castro (Cuba, aprile 1961) lo fa il democratico J. F. Kennedy, la contrapposizione esasperata all’URSS e al comunismo è un tratto comune a tutti, e il repubblicano George H. W. Bush, 41° presidente Usa, avvia il nuovo secolo americano del primato e della leadership Usa con la guerra del Golfo del 1991 contro l’Iraq. I documenti sulla sicurezza strategica elaborati a partire dal 1991 sono chiari in proposito. All’apice del “momento unipolare”, poco dopo la caduta dell’URSS e la guerra contro l’Iraq, la cosiddetta strategia del primato viene articolata in seno al Pentagono nel 1992 in un rapporto riservato intitolato Defense Policy Guidance 1992-1994 (DPG), scritto da Paul Wolfowitz e I. Lewis Libby, in cui si propone di “impedire a qualsiasi potere ostile di dominare regioni le cui risorse gli consentirebbero di raggiungere un grande status di potere”, “scoraggiare i paesi industrializzati avanzati dal tentare di sfidare la nostra leadership o rovesciare l’ordine politico ed economico stabilito”, e “impedire la futura comparsa di qualsiasi concorrente globale”[16]. “Siamo al centro e al centro dobbiamo restare [...] Gli Stati uniti devono guidare il mondo, tenendo alta la fiaccola morale, politica e militare del diritto e della forza, e proporsi come esempio a tutti i popoli della terra”[17]. “Il XVIII secolo è stato francese, il XIX inglese ed il XX americano. Il prossimo sarà un altro secolo americano”[18]. “L’America scavalca il mondo come un gigante [...] Da quando Roma distrusse Cartagine, nessun’altra grande potenza si è innalzata al culmine cui siamo giunti noi”[19].
La politica imperialistica Usa ha goduto di un notevole consenso interno. L’unico momento in cui l’intervento militare Usa fu oggetto di contestazioni di rilievo fu tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70 per la guerra del Vietnam, ma fu in gran parte dovuto alla straordinaria resistenza dei vietcong che seppero infliggere perdite pesanti all’esercito invasore. Anche per questo gli Usa aboliscono la leva obbligatoria (1972) e costruiscono un esercito di professionisti. Dopo il 1991, salvo qualche voce di dissenso illuminata, il consenso alle guerre imperialiste – o l’indifferenza rispetto ad esse – è stato il tratto dominante.

 

Tre decenni dopo il 1991: un bilancio negativo per il “nuovo secolo americano”

A quasi 30 anni dalla fine dell’URSS e dall’avvio della strategia dell’unipolarismo Usa, il più potente paese del mondo deve registrare il fallimento di questa strategia, che ha costellato l’ultimo quarto di secolo di guerre, manovre di sovversione e smembramento – attraverso azioni militari dirette o per interposta persona, sostegno a movimenti separatisti, “rivoluzioni colorate” – di paesi colpevoli di resistere alla pressione Usa, fino a promuovere e alimentare – strategia del caos – una guerra infinita in Medio Oriente favorendo la creazione dello stato terrorista di Daesh nel 2014[20].
Il bilancio di questa linea strategica – condivisa nelle linee di fondo da repubblicani e democratici, con differenze nella tattica – è fondamentalmente negativo, pur potendo annoverare alcuni successi parziali, quali:
- aver inglobato nella NATO i paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale e balcanica e alcune repubbliche ex sovietiche (dopo l’adesione delle repubbliche baltiche candidate alla NATO sono Ucraina e Georgia);
- aver esteso le basi americane in parti del globo che fino al 1991 erano precluse: dall’Europa centro-orientale e balcanica, lì dove erano fino al 1989 degli stati socialisti, arrivando ai confini della Federazione russa, fino all’Afghanistan e all’Asia centrale;
- aver ridimensionato l’aspirazione dell’euro a divenire moneta di riserva internazionale: il dollaro continua ad essere di gran lunga la valuta principale detenuta dalle banche centrali del mondo (oltre il 62%), mentre l’euro, dopo aver raggiunto il picco del 27% nel 2009, è sceso oggi intorno al 20%[21]. Contro l’euro gli Usa promossero nel 2003 la guerra all’Iraq[22] (sostenuti dal Regno Unito e avversati fortemente da Francia e Germania) e anche quella del 2011 contro Gheddafi, che minacciava di sostituire il dollaro con il dinaro d’oro africano per la vendita dell’ottimo petrolio libico. Pure l’attacco speculativo partito nel 2009-2010 contro il debito sovrano di paesi dell’eurozona quali Cipro, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia, può iscriversi all’interno della guerra valutaria tra dollaro ed euro[23], anche se bisogna osservare che tale attacco ha potuto provocare effetti ancor più devastanti sulle economie e le società di questi paesi (dalla Grecia all’Italia), grazie alla rovinosa conduzione della crisi del debito da parte del nucleo dirigente dell’eurozona guidato dalla Germania.
Ma per la strategia Usa delineata dal 1991 in poi il bilancio complessivo è negativo:
- Non fermano la travolgente ascesa economica della Cina, che si sta trasformando da “fabbrica del mondo” anche in cervello altamente tecnologico del mondo. Questa è la più pesante sconfitta strategica degli Usa. Consapevoli del nuovo ruolo e della nuova responsabilità nel mondo, i dirigenti cinesi, dopo aver adottato correttamente nei decenni precedenti la massima di Deng Xiaoping di procedere cautamente in politica estera, senza assumere un ruolo protagonista di primo piano, propongono oggi al mondo una strategia globale, contrapposta a quella statunitense, di relazioni internazionali economiche e politiche basate su rapporti paritari tra Stati, con un interscambio reciprocamente vantaggioso. Si veda il grande progetto di “Nuova via della Seta”. La “via cinese” oggi non riguarda solo lo straordinario sviluppo del più popoloso paese del mondo, ma l’intero globo, un modello che, rispettando le diverse culture e civiltà, propone un’alternativa concreta di relazioni internazionali.
- Non riescono a disgregare la Russia, né a distruggere il suo apparato militare nucleare. Dalla presidenza El’cin avevano ottenuto molto, la Russia poteva anche essere inglobata nel sistema del capitalismo occidentale, tanto da essere ammessa nel 1997 nel suo club, che cambiò nome in G8 (per ritornare poi a G7, nel 2014, escludendo la Russia, colpevole di aver difeso i propri interessi nazionali contro il golpe banderista in Ucraina). Ma dopo il 1999 si afferma in Russia con Vladimir Putin un’altra direzione politica che ferma i tentativi di balcanizzazione e smembramento della Federazione (Cecenia, Daghestan, repubbliche autonome sul Caspio), ricostruisce la forza militare del paese, restituisce autostima al popolo russo, umiliato e offeso dal decennio el’ciniano di rapina e svendita degli interessi nazionali, rintuzza le provocazioni (Georgia, agosto 2008), reagisce al golpe ucraino del 2014 e impedisce la distruzione della Siria assumendo un ruolo sempre più importante nello scacchiere internazionale. La contrapposizione alla Russia, indicata dai democratici americani come il nemico e perciò oggetto di dure sanzioni economiche, rinsalda per converso i buoni rapporti tra Russia e Cina.
- Non riescono ad ottenere nel Medio Oriente-Nord Africa (MENA) un’area sottomessa al loro controllo, per cui, dopo due guerre all’Iraq nel 1991 e nel 2003, alla Libia e alla Siria nel 2011, non resta loro che la “strategia del caos”, perseguendo non la stabilità, ma l’instabilità permanente della grande area di vitale importanza economica e strategica, cercando di evitare che si stabilizzi sotto il controllo e a vantaggio di potenze rivali.
- Anche il “cortile di casa”, l’America Latina, pur se attraverso un percorso a zig-zag, di avanzate e ritirate, tende a sottrarsi al controllo del Grande Fratello Usa.
Un articolo dell’“Economist” del gennaio 2018 lamenta la perdita di potere Usa negli ultimi 20 anni a vantaggio di Cina e Russia: “Quasi 20 anni di deriva strategica hanno fatto il gioco della Russia e della Cina. Le guerre fallimentari di George W. Bush si sono rivelate un diversivo e hanno ridotto il sostegno in patria per il ruolo globale dell’America. Barack Obama ha perseguito una politica estera di ridimensionamento ed era apertamente scettico sul valore dell’hard power”[24].
Il mondo è già multipolare, che l’imperialismo Usa lo riconosca o meno.
L’azione di politica estera dei quasi due anni della presidenza Trump va esaminata tenendo conto anche del fatto che tale azione – dati i rapporti di forza e lo scontro in atto ai vertici del potere Usa – non è solo e soltanto il frutto della pura volontà di Trump, ma è anche il risultato delle pressioni e dei condizionamenti che egli ha dovuto subire dal Pentagono o dal Deep State. È, insomma, una sorta di compromesso implicito o di una mediazione di fatto tra Pentagono e presidente. Questo potrebbe spiegare gli zig-zag, le tortuosità, le incoerenze e le irrazionalità della politica Usa negli ultimi due anni. Trump non gode di un potere assoluto e indiscriminato e la politica Usa – al di là dei presidenti – dovrà sempre fare i conti con il complesso militar-industriale che ha caratterizzato l’ascesa a prima potenza mondiale degli Usa almeno dagli anni 1940 in poi: la seconda guerra mondiale è stata la grande levatrice dell’assurgere degli Usa a prima potenza mondiale e ha tenuto a battesimo il complesso militar-industriale.

 

Trump come alternativa alla guerra mondiale imperialista dei democratici Usa?

Alcuni analisti ritengono che l’essenza dello scontro ai vertici del potere Usa sia dovuto alla contrapposizione di opzioni strategiche sui destini del mondo. Da una parte ci sarebbero i fautori del ricorso alla guerra – fintantoché gli Usa possono godere della superiorità militare – per distruggere gli stati che rappresentano l’ostacolo all’affermazione della superiorità indiscussa degli Usa nel mondo, e quindi, abbattere la Russia e la Cina. Si può in proposito ricordare l’ultimo capitolo del celebre libro di Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, che delinea l’ipotesi di una guerra mondiale nel 2010 tra Usa e Cina[25]. Questa opzione di guerra totale è presente tra gli scenari possibili degli strateghi politici e militari di Washington e sarebbe, come ognuno può ben immaginare, la catastrofe dell’umanità. Questa opzione si basa sul rifiuto di accettare un mondo che a quasi 30 anni dal 1989-91 è profondamente diverso da quello dell’unipolarismo americano che i vincitori della guerra fredda avevano delineato e messo nero su bianco nei documenti strategici dal 1991 in poi. Il ricorso alla guerra mondiale dovrebbe riaffermare il primato mondiale americano con la distruzione dei suoi nemici. Trump e i suoi consiglieri, invece, sarebbero in proposito più realisti, riconoscerebbero il mutamento intervenuto nei rapporti mondiali, la fine dell’unipolarismo e punterebbero, in un mondo multipolare, a mantenere il primato rafforzando la base economica degli Usa, frenando il trend del continuo aumento del deficit commerciale, senza ridurre, anzi aumentando la spesa militare[26], mantenendo l’enorme apparato militare in funzione non solo di deterrenza, ma di dimostrazione muscolare di forza. La strategia di Trump sarebbe in questo caso più equilibrata e razionale rispetto a quella dei fanatici del nuovo secolo americano. Secondo Jean-Claude Paye


la battaglia tra Democratici e la maggioranza Repubblicana può essere letta come conflitto tra due tendenze del capitalismo statunitense, quella portatrice dei valori della mondializzazione del capitale e quella che sprona per rilanciare lo sviluppo industriale di un Paese economicamente in declino. Gli Stati Uniti erano la forza motrice dell’internazionalizzazione del capitale e ne traevano il massimo beneficio politico. Grazie al crollo dell’URSS e al sottosviluppo della Cina, per vent’anni gli Stati Uniti sono stati l’unica superpotenza, un super-imperialismo che organizzava il mondo a proprio profitto. L’emergere della Cina e la ricostruzione politica della Russia hanno frantumato l’onnipotenza economica e politica americana. La presa d’atto di questa nuova situazione ha indotto un contrasto interno sulla strada da imboccare: fuga in avanti nella liberalizzazione degli scambi e conflittualità militare sempre più palese (opzione che il Partito Democratico sembra preferire) o rinnovamento economico su base protezionistica, come auspicato da una parte dei Repubblicani.

Paye ritiene che la questione militare si ponga per Trump come momento tattico della strategia di sviluppo economico.


Questa tattica consiste nell’incrementare conflitti locali, destinati a frenare lo sviluppo di nazioni concorrenti e a sabotare progetti globali che si contrappongono alla struttura imperiale degli Stati Uniti, come, per esempio, la Nuova Via della Seta […] I livelli economico e militare sono strettamente collegati, ma, contrariamente alla posizione dei Democratici, permangono distinti. La finalità economica non viene confusa con i mezzi militari messi in atto. La riorganizzazione dell’economia nazionale è condizione che permette di evitare o, perlomeno, di posporre un conflitto globale. La possibilità di una guerra totale diviene mezzo di pressione per imporre nuove condizioni nei termini di scambio con i partner economici. L’alternativa offerta ai concorrenti è la scelta tra il consentire agli Stati Uniti la ricostituzione delle proprie capacità offensive, a livello di forze produttive, oppure l’essere rapidamente coinvolti in una guerra totale[27].

Anche Dmitrij Suslov, che sottolinea vieppiù gli aspetti della crisi americana di cui l’elezione di Donald Trump sarebbe il risultato e non l’inizio, legge la zigzagante politica estera del neopresidente Usa come un complicato e contraddittorio processo di adattamento alla nuova situazione mondiale sviluppatasi, in una direzione “chiaramente sfavorevole per gli Stati Uniti e non in linea con i loro atteggiamenti ideologici. […] I principali beneficiari della globalizzazione e delle attuali regole del commercio internazionale sono la Cina e altri importanti centri di potere non occidentali. Il monopolio ideologico degli Stati Uniti è crollato. Gli Stati Uniti si sono dimostrati incapaci non solo di trasformare il mondo intero secondo i propri interessi e valori e di rendere universale l’ordine internazionale basato su di essi, ma anche di promuovere la propria agenda e mantenere le posizioni già prese. […] Con Obama (e di fatto anche nel secondo mandato presidenziale di J. Bush) l’America ha iniziato un difficile e doloroso adattamento a questo mondo”. Di qui deriva il tentativo di ridurre il coinvolgimento americano nelle aree che non sono considerate tra le più importanti, “di non essere trascinati in nuove guerre, di abbandonare la politica di occupazione a lungo termine e di costruzione degli Stati, e di concentrarsi sulla regione Asia-Pacifico quale principale centro di gravità dell’economia e della politica mondiali”. È interessante nell’analisi dello studioso russo il legame dialettico che egli istituisce tra situazione internazionale e situazione interna:

I fattori fondamentali della politica estera degli Stati Uniti si suddividono in esterni (di sistema) e interni. I primi includono l’allineamento di forze nel mondo e lo scenario generale geopolitico globale, economico e ideologico, le relazioni degli Stati Uniti con altri centri chiave del potere, l’accettazione o il rifiuto da parte di essi della leadership americana, la capacità o l’incapacità degli Stati Uniti di esercitare questa leadership, lo stato del sistema americano di alleanze militari e dell’ordine economico liberista basato su di esse. I secondi includono la presenza o meno del consenso interno sulla politica estera, l’agenda di politica estera dei partiti democratico e repubblicano e dei gruppi di interesse, lo stato dell’economia nonché le preferenze di politica estera della popolazione e la misura in cui le élite di entrambe le parti le riflettono. […] Recentemente, tutti i fattori esterni ed interni della politica estera degli Stati Uniti sono entrati in azione, rendendo impossibile condurre con successo e in modo sostenibile la politica estera tradizionale basata sul primato e sulla leadership.

La vittoria di Donald Trump secondo Suslov, è stata il risultato di questi problemi, e non il loro inizio. Ha mostrato la presenza negli Stati Uniti di un sempre maggiore divario negli ultimi decenni tra l’élite politica e imprenditoriale che ha ottenuto enormi benefici grazie alla globalizzazione e la gran parte della popolazione, i cui redditi sono in costante calo e sente minacciata la propria sicurezza e identità. E non crede più che l’espansione e l’impegno globale degli Stati Uniti portino benefici sia ad essi che al resto del mondo.

Per la prima volta dal 1945, Donald Trump ha scollegato e persino giustapposto leadership globale (coinvolgimento) e grandezza (prosperità economica, rispetto politico e superiorità militare), concetti che sono stati considerati inseparabili negli ultimi 70 anni. Egli ha dichiarato apertamente che gli impegni globali degli Stati Uniti e i suoi interessi nazionali non sono sempre gli stessi e che questi ultimi dovrebbero essere considerati prioritari, anche se ciò significa danneggiare il cosiddetto “bene globale” [28].

Da questi approcci analitici si potrebbe dedurre che la politica di Trump è il meno peggio: tra il rischio di guerra assoluta che i democratici scatenerebbero pur di mantenere il primato, da un lato, e, dall’altro una politica che, potenziando il già mastodontico arsenale militare si proporrebbe però di impiegarlo solo a scopo dimostrativo e di deterrenza per ottenere vantaggi economici e politici, la politica di Trump sembrerebbe il male minore.
Tuttavia, non va mai dimenticato che lo scontro in atto è tra frazioni del capitalismo imperialistico Usa e che occorre in primis guardare alla struttura economico-sociale, al carattere specifico dell’imperialismo americano così come si è costruito e sviluppato negli ultimi 80 anni, dalla seconda guerra mondiale in poi, col ruolo ineliminabile del complesso militar-industriale. Trump non è l’espressione di un mutamento della struttura economico-sociale dell’imperialismo americano. L’imperialismo Usa si è costruito sulla potenza militare e sul complesso militar-industriale. Ciò lo distingue da altre attuali potenze imperialiste basate sul capitale finanziario e sull’espansione economica attraverso esso, quali Germania o Giappone. La politica di Trump, indipendentemente dalle sue dichiarazioni, non potrà fare a meno del supporto del complesso militare-industriale e delle strategie del Pentagono. Ciò diviene sempre più chiaro a proposito della NATO. Ad onta di alcune sue dichiarazioni[29] in campagna elettorale e dopo, l’attuale amministrazione Usa non scioglierà la NATO, ma chiede un maggiore impegno di spesa militare agli alleati subalterni, il che significa tra l’altro commesse e affari per il complesso militare industriale Usa.

 

Trump e la rottura degli organismi multilaterali

Se c’è una direttrice chiara e mai smentita della politica estera di Trump è la tendenza ad opporsi agli organismi e accordi multilaterali e a smantellarli. Dalla plateale delegittimazione e ridicolizzazione del G7 di giugno 2018 in Canada[30] al ritiro (settembre 2017) dall’accordo di Parigi sul clima, dall’annullamento nel gennaio 2017 del trattato transpacifico (TPP), al congelamento delle trattative sul trattato transatlantico (TTIP), allo scavalcamento del North American Free Trade Agreement (NAFTA). La linea dell’amministrazione è chiarissima: niente accordi in e con organismi multilaterali (e quindi anche con la Ue, platealmente disconosciuta come soggetto), e accordi con i singoli paesi, come è accaduto con il Messico[31], importantissimo partner economico degli Usa. L’America first si traduce in un primato degli Usa: trattare con singoli paesi piuttosto che con organismi multilaterali o cooperazione di Stati fa pesare tutta la forza economica, politica e militare del maggior contraente. In Europa Trump gioisce del Brexit e promette alla May buoni contratti quanto più sarà dura nelle trattative di uscita dalla Ue; e propone a Macron di lasciare la Ue per avere un rapporto privilegiato con gli Usa.
Assistiamo qui a un apparente paradosso della politica trumpiana: da un lato, alcuni autorevoli analisti politici gli attribuiscono il riconoscimento di un mondo multipolare, il che rovescia la strategia Usa dal post guerra fredda ad oggi; ma, dall’altro, Trump si muove per eliminare forme e organismi di collaborazione anche parziale tra paesi (e tra questi la Ue). Anche l’Onu e le sue articolazioni non godono del favore di Trump, in continuità in ciò con le politiche dei repubblicani che tagliano fondi all’Unesco e altri organismi ONU.
La linea Trump, opponendosi ad organismi e accordi multilaterali, non delinea un mondo multipolare di convivenza e sviluppo pacifico reciprocamente vantaggioso. In ciò essa è radicalmente opposta a quella della Repubblica Popolare Cinese e del presidente Xi Jinping, che mirano a sviluppare incontri e accordi multilaterali, ad aprire la strada ad un nuovo modo di concepire e intrattenere le relazioni internazionali. Nella visione internazionale di Trump vi è l’obbligato riconoscimento dell’esistenza di un soggetto economico ormai forte e in ascesa, quale la Cina, e di un soggetto in grado di contrastare gli Usa sul piano militare nucleare, quale la Russia, con i quali si vede costretto a trattare, ma a trattare possibilmente da posizioni di relativa forza. Di qui il mantenimento e l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia – nonostante il dialogo con Putin a Helsinki (16 luglio 2018) – e la guerra dei dazi contro la Cina, che, dopo i primi colpi di assaggio, è passata ai grandi numeri.
Come osserva dal sito del Club Valdai Andrei Tsygankov, professore presso i dipartimenti di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali della San Francisco State University, Trump è

un convinto sostenitore dell’egemonia globale degli Stati Uniti. La sua critica ai liberali del libero scambio e ai democratici dimostra che non è un isolazionista, ma un nazionalista da superpotenza. Il ‘rispetto’ di Trump per Putin (e viceversa) è dovuto alla parentela ideologica, non ad interessi. Entrambi i leader sanno che trovare un linguaggio comune non significa consenso. Nazionalismo significa dura rivalità per la promozione dei propri interessi. Questa è la ‘normalizzazione’ di cui parla Trump, collegandola alla conquista di nuovi mercati e all’indebolimento spudorato dei rivali. Per questo, egli usa una vasta gamma di strumenti, tra cui pressioni politiche, minacce di invasione militare, sanzioni varie, limitazioni commerciali. In un mondo in cui il dollaro statunitense e le società americane sono ancora dominanti, queste misure economico-finanziarie sono destinate a ripristinare la vacillante egemonia degli Stati Uniti. Il Presidente degli Stati Uniti non è contrario alle sanzioni anti-russe, anche se alcuni sperano che possa superare la crisi delle relazioni bilaterali. Ideologicamente e psicologicamente, è pronto a imporre attivamente limitazioni economiche non solo contro la Cina, la Corea del Nord, l’Iran e la Turchia, ma anche contro i suoi ‘alleati’ europei, che non condividono la sua ideologia. Trump potrebbe ‘concordare’ con Putin solo alle sue condizioni, così nel suo gioco la Russia dovrebbe fare la parte di un paese che aiuta gli Stati Uniti a calpestare i suoi rivali e accetta totalmente l’egemonia globale degli Stati Uniti[32].

 

Nello schema di Trump i rapporti mondiali si potrebbero configurare in un condominio forzoso a tre, con Cina e Russia. Tale impostazione ci viene indirettamente rivelata dal professor Michael T. Klare, dichiaratamente antitrumpiano, corrispondente dello storico quotidiano “The Nation”, membro della direzione della “Arms Control Association”, frequentemente ospitato da “Le monde diplomatique”. Egli avanza la singolare tesi secondo cui il tycoon americano starebbe attuando il progetto politico di Russia e Cina tendente “a stabilire un ordine mondiale tripolare, concepito dai leader russi e cinesi nel 1997 e perseguito inesorabilmente da allora. Un tale ordine tripolare […] rompe radicalmente con il paradigma della fine della guerra fredda. Durante quegli anni inebrianti, gli Stati Uniti furono la potenza mondiale dominante e dominarono su gran parte del resto del pianeta con l’aiuto dei loro fedeli alleati della NATO. Per i leader russi e cinesi, tale sistema ‘unipolare’ era considerato un anatema […] Come suggeriscono i suoi recenti attacchi alla NATO e il suo abbraccio al presidente russo, Trump sta visibilmente cercando di creare il mondo tripolare che Boris El’cin e Jiang Zemin avevano immaginato una volta e che Vladimir Putin aveva promosso con zelo fin dall’inizio del suo mandato”[33].
Sembra che la bussola dei democratici e dei “pacifisti” americani continui ad essere la demonizzazione di Russia e Cina, cui si attribuiscono oscuri disegni egemonici e qualificante come sistemi illiberali e dittatoriali: per attaccare Trump, si afferma la sua vicinanza al progetto strategico di questi due Stati, deformando senza alcun ritegno la concezione di mondo multipolare elaborata da cinesi e russi contro l’unipolarismo Usa. In tutti i documenti ufficiali, in tutte le dichiarazioni congiunte, dal 1997 ad oggi, il mondo multipolare di cui parlano i leader russi e cinesi non è affatto tripolare, circoscritto ai tre poli di Usa, Russia e Cina, come pretende il professor Klare, ma si concepisce una varietà e diversificazione di rapporti tra i paesi, rigettando ogni politica di egemonismo e di grande potenza. Ecco cosa dice la Dichiarazione congiunta del 1997:

Un numero crescente di paesi comincia a riconoscere la necessità di rispetto reciproco, uguaglianza e vantaggio reciproco – ma non per l’egemonia e la politica di potere – e per il dialogo e la cooperazione – ma non per lo scontro e il conflitto. […] Le Parti sono favorevoli a fare del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni dell’altra parte, dell’uguaglianza e del vantaggio reciproco, della coesistenza pacifica e di altri principi di diritto internazionale universalmente riconosciuti, la norma fondamentale per la conduzione dei rapporti tra gli Stati e la base di un nuovo ordine internazionale. Ogni Paese ha il diritto di scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo alla luce delle proprie condizioni specifiche e senza interferenze da parte di altri Stati. Le differenze nei loro sistemi sociali, ideologie e sistemi di valori non devono diventare un ostacolo allo sviluppo delle normali relazioni tra gli Stati. Tutti i paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, sono membri uguali della comunità internazionale. Nessun paese deve cercare l’egemonia, impegnarsi in politiche di potere o monopolizzare gli affari internazionali[34].

 

E quella del 2005:

I problemi dell’umanità possono essere risolti solo sulla base di principi e norme di diritto internazionale universalmente riconosciuti e in un ordine mondiale equo e razionale. I Paesi del mondo dovrebbero osservare rigorosamente i principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni dell’altro, dell’uguaglianza, del beneficio reciproco e della coesistenza pacifica. Deve essere pienamente garantito il diritto dei paesi a scegliere le proprie vie di sviluppo alla luce delle proprie condizioni, a partecipare equamente agli affari internazionali e a cercare lo sviluppo su un piano di parità. Le differenze e le controversie devono essere risolte pacificamente senza l’adozione di un’azione unilaterale e di una politica coercitiva e senza ricorrere alla minaccia della forza o all’uso della forza. I popoli di tutti i paesi dovrebbero avere la possibilità di decidere gli affari del proprio paese e le questioni mondiali dovrebbero essere decise attraverso il dialogo e la consultazione su base multilaterale e collettiva. La comunità internazionale dovrebbe rinunciare completamente alla mentalità del confronto e dello scontro, non dovrebbe perseguire il diritto di monopolizzare o dominare gli affari mondiali, e non dovrebbe dividere i paesi in un campo principale e in un campo subordinato[35].

 

Siamo, come si vede, ben lontani dal tripolarismo che Klare imputa ai dirigenti russi e cinesi. Se però sgomberiamo il campo da questa grossolana e strumentale deformazione, l’articolo di Klare, uscito anche in “Huffington Post” del 25 luglio 2018 con un titolo più conforme – Trump’s Grand Strategy To Create A Tripolar World – individua nel tripolarismo un asse portante della politica internazionale di Trump e risolve l’apparente paradosso di un Trump che da un lato sarebbe impegnato a superare l’unipolarismo Usa e dall’altro attacca tutti gli organismi, i luoghi e i trattati di cooperazione internazionale.
La politica di Trump non è volta a realizzare un mondo multipolare, con la conseguente rinuncia al primato americano, ma è il riconoscimento obtorto collo della presenza ineliminabile di Cina e Russia sul piano economico e politico-militare, con cui fare i conti possibilmente da una posizione di forza. Per questo Trump aumenta la spesa militare.

 

Trump e la messa in riga dell’Occidente capitalistico

Letta in questa luce, diviene chiara la politica di Trump verso ciò che si chiama politicamente ed economicamente “Occidente”, rappresentato nel G7: oltre gli Usa, i paesi europei capitalisticamente più forti, Giappone, Canada. Trump si propone di intessere relazioni esclusivamente bilaterali, nelle quali punta ad imporre la forza politica, economica e militare dell’imperialismo Usa.
Il soggetto da mettere in riga con maggior decisione, quello cui Trump si è rivolto persino con la parola di “nemico”[36] è l’Unione europea.
Gli Usa battezzano la nascita della CEE (1957) e la sua evoluzione, con il trattato neoliberista di Maastricht (1992), in Ue. La Ue è un soggetto erede sì della CEE, ma relativamente diverso, perché nato in un contesto mondiale radicalmente mutato rispetto a quello in cui erano sorte le prime comunità europee: la fine dell’URSS, la vittoria Usa nella guerra fredda, l’unificazione tedesca (o meglio, l’Anschluss[37] della Repubblica Democratica Tedesca da parte della RFT). La UE di Maastricht servì ad inglobare nel sistema capitalistico occidentale i paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale e balcanica (con le buone o con le cattive: guerra della NATO contro la Jugoslavia,1999): era il polo di attrazione economico e politico per i paesi ex socialisti messisi in fila per essere ammessi nel club “privilegiato” della Ue, per entrare nel quale dovevano però passare prima attraverso la NATO. Questa Ue, dove la Germania era divenuta il paese economicamente e politicamente più importante e più popoloso, è stata utile alla politica Usa per stabilizzare e consolidare la vittoria nella guerra fredda ed evitare che l’Europa dell’Est si riavvicinasse a Mosca.
Ma la Ue si proponeva anche come un grande mercato solvibile di 500 milioni di abitanti, con l’ambizione di costruire un’area valutaria di tutto rispetto che avrebbe potuto far concorrenza al dominio incontrastato del dollaro, alimentando anche tentazioni e ambizioni di paesi grandi produttori di petrolio e gas – dall’Iraq di Saddam Hussein alla Libia di Gheddafi – di sostituire l’euro al dollaro nella denominazione del prezzo del petrolio. Gli Usa reagirono sempre violentemente a simili tentativi, ricorrendo all’arma più congeniale al loro imperialismo: la guerra (cfr. quanto scritto supra in proposito). La UE ha un notevole surplus commerciale con gli Usa, oltre metà del quale è della Germania[38] (ma anche l’Italia seconda potenza manifatturiera d’Europa vi contribuisce[39]). Ciò ben prima dell’era Trump, rappresenta uno dei maggiori motivi di contrasto con gli Usa.
La Ue nasce con ambizioni generali, la sua costituzione è accelerata dalla Tavola rotonda degli industriali europei che di fronte al mutato scenario mondiale (caduta dei paesi socialisti, prima guerra del Golfo 1991) si propongono di unirsi per avere voce in capitolo nella politica internazionale[40]. Il percorso della sua storia è accidentato e contraddittorio, si acuiscono le contraddizioni, da un lato tra i 28 stati aderenti, dall’altro tra popoli – che hanno visto peggiorare le proprie condizioni con la grande crisi iniziata nel 2007-2008 e le pesanti politiche di austerità – e classi dirigenti che hanno sostenuto tali politiche. La disastrosa gestione della crisi e dell’attacco speculativo al debito sovrano ha alimentato il risentimento popolare verso l’Unione europea, che si è tradotto in una crescente avanzata di movimenti e partiti sempre più radicalmente critici verso la Ue e decisi a lavorare per la sua fine. La vittoria dei sostenitori dell’uscita del Regno Unito dalla Ue (la “Brexit”) nel referendum del 23 giugno 2016 ha alimentato ulteriormente i movimenti euroscettici e avversi all’euro, cosiddetti “sovranisti” e “populisti”. La dissoluzione della Ue non è più una remota ipotesi di scuola, ma una possibilità concreta. Qualche leader, come il ministro degli interni italiano Salvini, evoca per il 2019, quando si svolgeranno le elezioni per il Parlamento europeo, lo spettro di un nuovo 1989, con la caduta – invece che del muro di Berlino – della UE[41].
Le precedenti amministrazioni Usa che hanno fustigato le ambizioni valutarie dell’euro (vincendo sinora la battaglia: l’euro è solo un 20% delle riserve valutarie delle banche centrali, mentre il dollaro è oltre il 60%) e si sono duramente contrapposte ai due paesi leader della UE, Francia e Germania, ai tempi della guerra contro l’Iraq del 2003, quando Bush lanciò l’appello per una “coalizione dei volenterosi” (cui aderì anche l’Italia del governo Berlusconi). Espressioni non proprio cordiali verso la Ue (“fuck the EU!”[42]) furono usate durante la “rivoluzione colorata” di Euromaidan da Victoria Nuland inviata da Washington, quando nella gestione della crisi ucraina si manifestarono divergenze tra europei e americani. Il 21 febbraio 2014 tra rappresentanti della Ue, l’opposizione ucraina e il governo Janukovič fu siglato un accordo che prevedeva un percorso senza rotture costituzionali plateali verso nuove elezioni entro il dicembre, accordo da cui gli Usa si tennero fuori, per sostenere il giorno dopo l’assalto violento alla Rada ucraina e l’istallazione di un governo parafascista di banderisti[43]. Nel 2013 – presidenza Obama – scoppia lo scandalo dei telefoni di Angela Merkel e del governo tedesco spiati dai servizi americani. E nello stesso anno un rapporto del Tesoro americano afferma che l’avanzo delle partite correnti della Germania intorno al 7% del PIL provoca “una distorsione deflazionistica per la zona euro e per l’economia mondiale”.
Ma la differenza fra l’atteggiamento delle amministrazioni Usa del passato rispetto alla Ue e quello di Trump è dato da un mutamento di prospettiva strategica. Pur in presenza di contraddizioni economiche e politiche, la politica Usa verso la Ue non era di guerra verso un nemico, ma di moral (e immoral) suasion, di pressioni, ma sempre all’interno di un rapporto che considerava la Ue un alleato e un pilastro stabile e utile nelle relazioni internazionali a guida Usa. Con la stragrande maggioranza dei suoi membri aderenti alla NATO – alleanza militare e politica sotto stretto controllo e comando americano – la sua esistenza non faceva ombra agli Usa. Oltretutto, con la presenza al suo interno di quinte colonne come il Regno Unito o i paesi baltici e la Polonia, l’Unione poteva ben essere eterodiretta. Gli Usa mantenevano attraverso di essa la leadership mondiale sui paesi capitalistici, potevano giocare la carta di un fronte unico dell’“Occidente” evitando di presentarsi come grande potenza autosufficiente nel suo splendido isolamento. Questa impostazione dei rapporti Usa-Ue è ben esemplificata dal viaggio di commiato di Obama, che, alla fine del suo secondo mandato, si reca in Europa per incontrare i principali leader europei[44].
Trump invece, sin dal suo esordio in campagna elettorale, si muove sulla linea non solo del “Fuck the EU!” della Nuland, ma dell’attacco frontale alla Ue. Una linea che sembra non avere tentennamenti o battute d’arresto. L’attacco è su tutti i fronti: ideologico, politico, commerciale e mira a delegittimare del tutto il già pallido ruolo della Ue nel mondo, a togliere ai paesi europei credibilità e supporti. Emblematico è il caso del ritiro (8 maggio 2018) dall’accordo sul nucleare iraniano, con dure sanzioni verso le imprese e i paesi che intrattengano rapporti commerciali con l’Iran. Scrive Andrea Bonanni: “In teoria, le sanzioni americane scattate ieri sono mirate contro l'Iran. In pratica, puntano a colpire e affondare ciò che resta di un mondo multipolare e, in particolare, a umiliare l'Europa. La sfida è globale. La sua portata va al di là del pur importante accordo per la denuclearizzazione di Teheran. In gioco c'è la sovranità del resto del mondo nel decidere la propria politica estera e le proprie strategie commerciali”[45].

 

Usa, UE e Italia nell’attuale situazione internazionale

La crisi della Ue è in fase avanzata. È crisi dell’euro, una moneta senza Stato in un’area valutaria non ottimale, con scompensi crescenti tra le diverse aree che hanno differenti livelli di sviluppo delle forze produttive. È crisi della struttura della BCE e dei suoi regolamenti vincolanti. Le regole stabilite a Maastricht e l’intera architettura dell’Unione europea determinano disuguaglianze e una gerarchizzazione crescente tra i paesi membri. L’architettura della Ue e dell’euro favorisce alcuni stati a detrimento di altri. Sicché, più che una casa comune dei popoli europei, la Ue è percepita da un numero crescente di persone come una gabbia. La crisi è, non meno che economica, morale, ideale, di egemonia.
La politica di Trump entra a gamba tesa in questa crisi per volgerla a suo vantaggio, per arrivare all’implosione della Ue. Sostiene apertamente le forze politiche e i leader che da posizioni di destra – la campagna anti immigrazione e la mobilitazione reazionaria delle masse – attaccano la Ue e ne propongono la rottura.
Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 – con l’affermazione di due forze “populiste” ed “euroscettiche”, il M5S e la Lega di Matteo Salvini, che, dopo una lunga gestazione, danno vita al governo Conte (2 giugno) – rappresentano una svolta significativa non solo nel panorama politico italiano, ma in quello della Ue e nel quadro mondiale, anch’esso in rapido mutamento.
Nonostante negli ultimi 30 anni – e in particolare negli ultimi 10, a partire dalla grande crisi, l’Italia abbia perso ruolo e posizioni nell’economia mondiale (negli anni 80 è la quinta potenza del G7, con un PIL che supera quello inglese), essa rimane tuttavia un paese di importanza non trascurabile sia dal punto di vista economico (è il secondo paese manifatturiero della Ue, dopo la Germania), che da quello geopolitico (penisola che si allunga al centro del Mediterraneo, di fronte al Nord Africa) ed è uno dei paesi fondatori della CEE, e poi della Ue. Ciò che accade in Italia ha un riflesso non irrilevante nel mondo e non a caso in tutto il periodo della guerra fredda il bel Paese è stato oggetto di trame costellate di stragi per evitare l’ascesa di un governo di sinistra e mantenere il controllo Usa sulla penisola assicurandone la sua appartenenza al campo occidentale e alla NATO. L’Italia è presente in molte missioni militari nel mondo con circa 10.000 soldati.
Nell’attuale contesto culturale e politico una implosione della Ue non sarebbe opera di una rivoluzione democratica e popolare per la riconquista di una sovranità nazionale scippata dall’architettura sovranazionale della Ue, ma di forze di destra che crescono sulla base della mobilitazione reazionaria delle masse, come è evidente nell’esperienza italiana, in cui la Lega di Salvini, che ha ottenuto il 17% di consensi alle elezioni del 4 marzo, ha, secondo tutti i sondaggi, raddoppiato i suoi consensi grazie alla politica sull’immigrazione, e non sulla base di una politica economico-sociale avanzata, né su un’azione di difesa e attuazione della Costituzione antifascista. Quest’ultima, anzi, continua ad essere pesantemente attaccata: la Lega di Salvini, Fratelli d'Italia, Forza Italia sostengono l’iniziativa di passaggio ad una repubblica presidenziale[46]; il M5S, dal canto suo, in aperto contrasto con la proclamata centralità del parlamento, ritorna sulla proposta di taglio del numero dei parlamentari[47], che riduce la rappresentanza e la possibilità di lavoro effettivo del parlamento, il cui compito nella nostra Costituzione non si limita affatto al solo dire sì o no alle proposte di legge.
L’attuale contesto italiano ed europeo vede l’avanzare di forze reazionarie, del nazionalismo antidemocratico, dei disegni autoritari, sostenuti dalla politica Usa che punta alla rottura della Ue per trattare da migliori posizioni di forza con i singoli stati. Che si tratti, come scrive bene Manlio Dinucci, di un sovranismo senza sovranità[48] è chiaramente messo in luce dal fatto che mentre è ben presente nel discorso dei sovranisti lo smantellamento della Ue (che Salvini paragona al Muro di Berlino), è assolutamente latitante qualsiasi accenno alla Nato o alle basi Usa che occupano il territorio Italiano. Anzi, serpeggia in diversi settori del sovranismo italiano la convinzione o l’illusione che gli Usa di Trump possano venire in soccorso dell’Italia sia nel suo contenzioso con la Francia (per il controllo della Libia e delle sue grandi risorse petrolifere e idriche), che nello scontro con la Germania e la sua politica mercantilista. Anche in settori della “sinistra radicale” sembra avanzare l’idea che il nemico principale non siano gli Usa, ma la Germania, la Francia, la Ue. Per cui la lotta contro la NATO passa in secondo piano rispetto ad una rottura dei vincoli della Ue[49].
La riconquista di un’autentica sovranità nazionale non può essere oggi opera di forze reazionarie: avremmo una sovranità subalterna all’imperialismo Usa. La riconquista e l’esercizio di un’autentica sovranità popolare può essere opera solo di un ampio movimento democratico-popolare, che non combatta la “gabbia” della Ue per sottomettersi ancor più agli Usa.
Le forze di ispirazione socialista e comunista vivono oggi in Europa una situazione estremamente difficile, drammatica. Da un lato, non possono e non devono sostenere l’attuale assetto della Ue che avvantaggia il capitale finanziario tedesco; non possono e non devono sostenere questa Ue, con la sua architettura squilibrata e generatrice di disuguaglianze e ingiustizie sociali stabilita a Maastricht e confermata e ampliata nel Trattato di Lisbona e nella complessa struttura dei trattati e delle norme europee; non possono e non devono essere al carro della socialdemocrazia liberista e dei democristiani europei che, con le loro politiche di austerità e di mancato rispetto per i popoli, hanno aperto la strada all’ascesa delle forze di destra. Dall’altro lato, non possono e non devono in questo contesto mettersi a rimorchio del populismo e sovranismo filoUsa, né favorirlo in un’azione di rottura della Ue che avrebbe un inequivocabile marchio di destra e non porterebbe affatto alla realizzazione di un’autentica sovranità popolare, la quale richiede mobilitazione e partecipazione attiva e consapevole delle masse sulla base di un progetto condiviso di democrazia progressiva e avanzata.
Se nella crisi europea avanzano le forze di destra attraverso una mobilitazione reazionaria delle masse – elemento che Togliatti indicava come uno dei tratti specifici del fascismo – vi sono precise responsabilità delle forze di ispirazione socialista e comunista in Europa: dalla fondazione della Ue di Maastricht nel 1992 non siamo stati in grado di costruire sulla base dell’internazionalismo proletario un coordinamento internazionalista effettivo e attivo, con un programma comune su base continentale rivolto a combattere l’architettura della Ue generatrice di disuguaglianze e squilibri. In oltre 25 anni non si sono ingaggiate lotte internazionaliste su scala europea, e sono rari i casi in cui vi è stata qualche manifestazione comune. Questo grande deficit di internazionalismo ha favorito le derive nazionalistiche di destra.
Il movimento operaio e comunista nei suoi momenti più alti si è sviluppato su due gambe, quella nazionale e quella internazionalista, strettamente e intimamente connesse: se se ne taglia una avremo da un lato il “socialismo nazionale”, lontanissimo dall’ispirazione di Marx ed Engels, e che slitta facilmente a destra (il nazional-socialismo) e, dall’altro, la cancellazione dell’identità nazionale soffocata e rimossa in organismi sovranazionali, che è l’ideologia del cosiddetto “globalismo”.
L’internazionalismo proletario, la concezione e la pratica internazionalista, sono la marcia in più dei comunisti e del movimento operaio, che ne ha fatto la forza e la grandezza nei suoi momenti più alti.
La strada da imboccare – che è oggi un sentiero stretto e difficile – è quella della costruzione di un movimento organizzato a livello europeo, che ponga con chiarezza progetto e obiettivi di trasformazione della Ue attraverso la mobilitazione delle masse. Se questo non sarà, la fine della Ue avrà un segno reazionario, a tutto vantaggio dell’imperialismo Usa, e non avremo nessuna autentica sovranità popolare.

 

Bari, 20 settembre 2018

 

[1] Nel conteggio definitivo dei voti popolari, arrivato domenica 18 dicembre 2016, Hillary Clinton aveva 65.844.594 voti, ovvero il 48,2%, Trump 62.979.616 voti, il 46,1%. “Mai nessuno nella storia degli Stati Uniti aveva perso raccogliendo così tanti voti in più del vincitore, ma Trump ha comunque raggiunto la Casa Bianca grazie al collegio elettorale degli Stati Uniti, il meccanismo istituito dall’articolo 2 della costituzione americana che sancisce di fatto l’elezione indiretta del presidente”. Cfr. https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/12/15/trump-ha-preso-meno-voti-vinto-come-funzionano-grandi-elettori-perche-potrebbero-essere-aboliti-814232d4-c2ee-11e6-a6a9-813fa40c3688.shtml?refresh_ce-cp.

[2] Cfr. http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2018/8/16/350-giornali-Usa-vs-Trump-no-nemici-popolo-Guerra-su-liberta-di-stampa-NYT-abbonatevi-a-news-locali-/834879/

[3] L’ultimo è Fear, del giornalista Bob Woodward, ben noto per l’inchiesta condotta insieme con Carl Bernstein pubblicata sul “Washington Post” sullo scandalo Watergate, che portò alla richiesta di impeachment e alle dimissioni dell’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon (1972). Fear dipinge la Casa Bianca come “una gabbia di matti”, “sempre sull’orlo di una crisi di nervi”, guidata da “uno squilibrato” e anche “un idiota”.

[4] Azioni formali per avviare il processo di impeachment sono state avviate dai deputati Al Green e Brad Sherman, entrambi democratici. Si è parlato di impeachment già prima dell’insediamento di Trump. Una risoluzione del dicembre 2017 è fallita in Aula.

[5] Quattro sono stati i presidenti uccisi: Abraham Lincoln il 15 aprile 1865, James Garfield il 2 luglio 1881, William McKinley il 6 settembre 1901 e John F. Kennedy a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963. Molti di più quelli scampati ad attentati: Andrew Jackson, 30 gennaio 1835; Theodore Roosevelt, il 14 ottobre 1912, Franklin Delano Roosevelt, nel febbraio del 1933, Harry Truman, primo novembre 1950, Richard Nixon il 14 aprile 1972 a Ottawa, in Canada e il 22 febbraio 1974, Gerald Ford il 5 settembre 1975 a Sacramento, in California e il 22 settembre 1975, a San Francisco, in California, Jimmy Carter il 5 maggio 1979, Ronald Reagan il 30 marzo 1981, George H.W. Bush 13 aprile 1993, Bill Clinton il 29 ottobre 1994, George W. Bush il 7 febbraio 2001 e il 10 maggio 2005 a Tbilisi, in Georgia.

[6] K. Marx, Lettera a Annenkov, in Miseria della Filosofia, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 158.

[7] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” vol. II, La Nuova Italia, Firenze, 1970, pp. 17-28, nota [Evidenziazioni mie, A. C.].

[8] Ni Feng (倪峰), “Perdita di equilibrio e divisione: la politica americana sotto l'amministrazione Trump”, in 世界社会主义研究 (World Socialism Studies), N. 4, 2018, pp. 58-64.

[9] Carlos Barria, in “Reuters”, 27-7-2018, L’economia americana vola e Trump esulta: “In corsa per la crescita maggiore degli ultimi 13 anni”. Ma gli esperti avvertono: “I dati del secondo trimestre sono ‘drogati’. Le esportazioni sono aumentate per timore di dazi futuri”, in https://www.huffingtonpost.it/2018/07/27/leconomia-americana-vola-e-trump-esulta-in-corsa-per-la-crescita-maggiore-degli-ultimi-13-anni_a_23491120/.

[10] L’ultima riforma fiscale americana, promulgata il 22 dicembre 2017, si colloca nel solco delle precedenti: una redistribuzione della ricchezza a favore dei redditi più elevati. I contribuenti più ricchi, l’1% del totale, quelli che dichiarano un reddito superiore a 500.000 dollari, beneficeranno di una riduzione delle imposte di 60 miliardi di dollari l’anno, quanto il 54% degli statunitensi, quelli che guadagnano tra 20.000 e 100.000 dollari. Coloro che hanno un reddito tra 100.000 e 500.000 dollari beneficeranno di una riduzione di 136 miliardi. Questi contribuenti rappresentano il 22,5% della popolazione soggetta a tassazione, la stessa percentuale di quelli che guadagnano meno di 20.000 dollari e che si spartiranno solo 2,2 miliardi, ossia lo 0,15% delle entrate fiscali. Arnaud Leparmentier, Les gagnants et les perdants de la réforme fiscale de Donald Trump, « Le Monde », 20-12-2017.

[11] Cfr. United States Departement of Labor - Bureau of Labor Statistics, 7-9-2018, https://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm.

[12] Cfr. in proposito il libro di Nico Perrone, Progetto di un impero. 1823. L’annuncio dell’egemonia americana infiamma la borsa, Napoli, La Città del Sole, 2013.

[13] La narrazione del Manifest destiny racconta che gli Usa hanno la missione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia, non solo perché ciò sarebbe bene, ma anche ovvio (“manifesto”) e inevitabile (“destino”).

[14] Il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), think tank neoconservatore fu fondato nel 1997 da William Kristol e Robert Kagan con l’obiettivo dichiarato di “promuovere la leadership globale americana”, definita “buona sia per l’America che per il mondo”. Tra i suoi sostenitori vi era anche il “falco” John R. Bolton, nominato da Trump dal 9 aprile 2018 consigliere per la Sicurezza nazionale Usa.

[15] Cfr. Dmitrij Suslov, Kuda idet vnešnaja politika SŠA: dolgosročnye faktory i perspektivy [Dove va la politica estera degli Usa: fattori di lungo periodo e prospettive], http://ru.valdaiclub.com/a/highlights/kuda-idyet-vneshnyaya-politika-ssha/

[16] Cfr. “The New York Times”, 8-3-1992, Excerpts From Pentagon’s Plan: “Prevent the Re-Emergence of a New Rival”, https://www.nytimes.com/1992/03/08/world/excerpts-from-pentagon-s-plan-prevent-the-re-emergence-of-a-new-rival.html. Cfr. anche: Philip S. Golub, Rêves d’Empire de l’administration américaine, in « Le monde diplomatique », luglio 2001, pp. 4-5.

[17] Cfr. Jesse Helms, Entering the Pacific Century, Heritage Foundation, Washington, DC, 1996.

[18] Cfr. Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, “Foreign Affairs”, vol. 70, n. 1, New York, 1990-1991.

[19] Mortimer Zuckerman, The Second American Century, “Time Magazine”, New York, 27-12-1999, in Philip S. Golub, op. cit.

[20] Cfr. Stephen Lendman, Dirty Open Secret: US Created and Supports ISIS, “Global Research”, 13-6-2017, https://www.globalresearch.ca/dirty-open-secret-us-created-and-supports-isis/5594486. Cfr. anche La grande bugia: i 26 punti che svelano l’alleanza tra Usa e Isis, in https://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=9497

[21] Dati riferiti al 2017. Fonte: World Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves International Monetary Fund.

[22] “La stampa dice che l’esercito Usa non ha trovato armi di distruzione di massa in Irak [...] Menzogne! Maledette menzogne! Non ha forse trovato forzieri pieni di euro? E il nostro esercito non ha forse rovesciato un regime che minacciava di usare l’euro? Quale arma potrebbe arrecare maggiori distruzioni dell’euro? L’Irak ha esibito sfrontatamente il proprio comportamento oltraggioso nei confronti del dollaro insistendo per avere pagata in euro la propria produzione petrolifera. Quello stato canaglia ha quindi accumulato queste armi monetarie di distruzione di massa. Per fortuna, siamo intervenuti appena in tempo per porre fine a questa pericolosa proliferazione [...] In mano alle persone sbagliate, l’euro potrebbe minacciare l’importanza del dollaro e far saltare in aria le fondamenta finanziarie della nostra nazione. L’egemonia dell’euro provocherebbe distruzioni finanziarie di massa negli Stati Uniti”, in The Daily Reckoning (newsletter finanziaria Usa), 21 aprile 2003, citata da V. Giacché in Guerra tra capitali, dollaro contro euro: ultime notizie dal fronte, in “La Contraddizione”, Roma, maggio-giugno 2003.

[23] Cfr. tra gli altri: Domenico Moro, Lo scontro euro-dollaro dietro la crisi del debito sovrano UE, in www.resistenze.org - osservatorio - economia - 30-04-2010 - n. 317; Raffaele Sciortino, Trade War: requiem per l’ordine neoliberale? (intervista di Giuseppe Molinari) http://www.commonware.org/index.php/cartografia/835-trade-war-requiem-per-l-ordine-neoliberale, 5-4-2018.

[24] The next war. The growing danger of great-power conflict, https://www.economist.com/leaders/2018/01/25/the-growing-danger-of-great-power-conflict.

[25] Samuel P Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000, cap. XII, § Guerre di civiltà e ordine delle civiltà, pp. 466-471. Ed. originale, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, 1966, Chapter 12, The West, Civilizations, and Civilization, § Civilizational War and Order, pp. 312-318.

[26] Il 14 agosto 2018 Trump ha firmato il testo della legge che approva un budget di 716 miliardi di dollari. Il provvedimento metterà in servizio attivo migliaia di nuovi militari, riserve e unità della guardia nazionale. https://www.repubblica.it/esteri/2018/08/14/news/stati_uniti_aumenta_budget_per_la_difesa-204080685/

[27] Jean-Claude Paye, USA: Imperialismo contro ultra-imperialismo, http://www.voltairenet.org/article199884.html.

[28] Jean-Claude Paye, Guerra economica o “guerra assoluta”?, http://www.voltairenet.org/article201431.html.

[29] Cfr. l’intervista al “The New York Times” Donald Trump Says NATO is “Obsolete”, 2-4-2016 (https://www.nytimes.com/politics/first-draft/2016/04/02/donald-trump-tells-crowd-hed-be-fine-if-nato-broke-up/), seguita da numerose altre dichiarazioni analoghe, alternate però da richieste di aumento della spesa militare dei paesi aderenti alla NATO al 2% del PIL immediatamente, e non entro il 2024, come da accordi precedenti, e in prospettiva al 4% (nell’ultimo vertice NATO dell’11-12 luglio 2018). Potenziare e non indebolire la NATO sotto controllo Usa è il vero obiettivo della politica di Trump che usa la “minaccia” di scioglierla solo a questo scopo.

[30] Charlevoix (Canada) - Colpo di scena a G7 ormai concluso: Donald Trump, in una rabbiosa risposta al premier canadese Justin Trudeau che durante la sua conferenza stampa conclusiva del summit aveva criticato i dazi unilaterali americani, ha ritirato nella notte con una decisione-shock la firma degli Stati Uniti dal comunicato congiunto che solo poche ore prima era stato a fatica composto dai sette grandi. Una scelta che ha fatto saltare anche solo un compromesso di facciata sul delicato e cruciale capitolo del commercio: https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-06-10/g7-colpo-scena-finale-trump-non-firma-minaccia-dazi-e-attacca-trudeau-e-disonesto-074933.shtml?uuid=AEzFUk3E&refresh_ce=1

[31] Cfr. Marco Valsania, Trump annuncia l’accordo Usa-Messico: «Il Nafta va in pensione», “Il Sole24ore”, 27-8-2018: “Il nome Nafta, ha detto Trump, “ha molte cattive connotazioni per tante persone” e quindi sarà sostituito da “Accordo commerciale Stati Uniti-Messico”. Trump ha denunciato il Nafta, in vigore da 24 anni, come un ‘disastro’ per gli Stati Uniti e i lavoratori americani, accusando Messico e Canada di averne tratto troppo vantaggio. In mancanza di una nuova intesa ha minacciato di uscirne. https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-08-27/usa-e-messico-lavoro-revisione-nafta-accordo-sempre-piu-vicino-075921.shtml?uuid=AEQk3ifFhttps://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-08-27/usa-e-messico-lavoro-revisione-nafta-accordo-sempre-piu-vicino-075921.shtml?uuid=AEQk3ifF.

[32] Andrei Tsygankov, Sanctions Serve to Maintain US Global Hegemony, 16-8-2018, http://valdaiclub.com/a/highlights/sanctions-serve-to-maintain-the-us-global-hegemony/. Sulla stessa lunghezza d’onda si trova anche Aleksej Plotnikov, della Scuola Superiore di Economia di Mosca, che in un’intervista pubblicata sul sito del Partito comunista della Federazione russa (PCFR) afferma seccamente che “non c'è da aspettarsi il miglioramento o persino la stabilizzazione delle relazioni russo-americane con Trump. Non ci sono i prerequisiti oggettivi e soggettivi per questo”: “Ožidanija ne opravdalis’”. Mnenie eksperta sammite v Chel’sinki, https://kprf.ru/international/capitalist/178318.html, 24-8-2018, trad. it. “Le aspettative russe su Trump si sono dimostrate infondate”, traduzione dal russo di Mauro Gemma, in http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/29279-qle-aspettative-russe-su-trump-si-sono-dimostrate-infondate.

[33] Michael T. Klare It’s a Mistake to Assume Trump Doesn’t Have a Foreign-Policy Strategy, 24-7-2018, https://www.thenation.com/article/mistake-assume-trump-doesnt-foreign-policy-strategy/.

[34] Russian-Chinese Joint Declaration on a Multipolar World and the Establishment of a New International Order, adopted in Moscow on 23 April 1997, pubblicata nei documenti dell’ONU, A/52/153 - S/1997/384, in http://www.un.org/documents/ga/docs/52/plenary/a52-153.htm.

[35] Cfr. Il punto 2 di China-Russia Joint Statement on 21st Century World Order, firmata da Hu Jintao e Vladimir Putin il 1-7-2005 a Mosca, http://shodhganga.inflibnet.ac.in/bitstream/10603/118079/21/21_annexure%205.pdf. Sulla stessa linea il Joint Statement of The People’s Republic of China and the Russian Federation On Major International Issues, Beijing, 23 May 2008, che richiama esplicitamente le due precedent dichiarazioni, in https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/wjdt_665385/2649_665393/t465821.shtml

[36] Trump calls European Union a 'foe' of the US In un’intervista alla CBS News del 15 luglio 2018, https://edition.cnn.com/2018/07/15/politics/donald-trump-european-union-foe/

[37] Cfr. il documentato libro di V. Giacché, Imprimatur, Reggio Emilia. 2013.

[38] Nel 2016, la UE ha chiuso con un avanzo commerciale verso gli Usa di quasi 140 miliardi di dollari. Rispetto al 2009, il disavanzo commerciale americano verso la Ue risulta praticamente raddoppiato.

[39] Gli Stati Uniti rappresentano il terzo mercato per le esportazioni italiane. Il valore dell’export di beni e servizi italiani negli Usa nel 2017 ha toccato i 49 miliardi di euro, di cui 40 in beni. La bilancia commerciale è nettamente a favore dell’Italia: gli Usa hanno importato per solo 15 mrd di euro. Dati dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Lucia Tajoli, I rapporti commerciali tra Italia e Usa al tempo dei dazi, 27-7-2017, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-rapporti-commerciali-tra-italia-e-usa-al-tempo-dei-dazi-21060.

[40] Cfr. Henri Houben, in L’Europe de tous les dangers, Études Marxistes, gennaio-marzo 2002, n.57, pp. 28-41.

[41] “Far cadere il muro di Berlino un tempo sarebbe stato impensabile. Il prossimo muro che faremo cadere è quello di Bruxelles. Non dico a colpi di ruspa se no dicono che sono cattivo...”. Serve una “Lega delle Leghe” che metta insieme “tutti i movimenti liberi e sovrani che vogliono difendere la propria gente e i propri confini”. Salvini rinnova il giuramento di Pontida, ma lo traduce in chiave continentale. Se prima c’era da difendere il Nord, e poi l’Italia tutta, ora la battaglia si sposta in Europa. “Non è la Lega che è cambiata, è il mondo che cambiato. Abbiamo capito che da soli non andavamo da nessuna parte. Per vincere occorreva unire l’Italia, come occorrerà unire l’Europa […] “zero virgola di Bruxelles per me valgono zero”,  http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/salvini-dopo-muro-berlino-faremo-cadere-quello-di-bruxelles-aecfaf29-a8d7-4018-ba54-f22f9dacf066.html

[42] Cfr. “The Guardian”, 6 Feb 2014: «Victoria Nuland reportedly said ‘Fuck the EU’ speaking of Ukraine crisis […] The frustration of the Obama administration at Europe’s hesitant policy over the pro-democracy protests in Ukraine has been laid bare in a leaked phone conversation between two senior US officials, one of whom declares: “Fuck the EU”», in https://www.theguardian.com/world/2014/feb/06/us-ukraine-russia-eu-victoria-nuland.

[43] Janukovyč e i principali membri dell’opposizione – Vitalij Kličko, leader di UDAR, Oleh Tyahnibok, leader di Svoboda, Arsenij Jacenjuk di Bat’kivščyna – alla presenza in qualità di testimoni e organizzatori dei ministri degli esteri di Germania (Frank-Walter Steinmeier), Francia (Laurent Fabius), Polonia (Radoslaw Sikorski) per l’Unione europea e di Vladimir Lukin, inviato speciale della Federazione Russa, firmano un accordo per tornare alla Costituzione del 2004, ridurre i poteri del presidente, formare un governo di unità nazionale e organizzare delle elezioni presidenziali entro dicembre. Cfr. “MarxVentuno”, n. 1-2/2014, p. 68.

[44] “Barack Obama saluta l’Europa. È a Berlino la tappa conclusiva del viaggio nel Vecchio Continente del presidente uscente degli Stati Uniti che ha provato a tranquillizzare gli alleati. Nella cancelleria tedesca si è svolto l’incontro a sei, con Angela Merkel, il presidente francese François Hollande, la premier britannica Theresa May, il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi e il premier spagnolo Mariano Rajoy. In agenda, come è facile immaginare, il futuro delle relazioni transatlantiche dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca”, https://it.euronews.com/2016/11/18/germania-il-commiato-di-barack-obama-dall-europa.

[45] A. Bonanni, Sanzioni all’Iran, così Trump umilia la Ue, “La Repubblica”, 7 agosto 2018.

[46] La proposta di legge di iniziativa popolare, presentata in Cassazione prima dell'estate, dall'Associazione Nuova Repubblica, con a capo il prof. Guzzetta, intende trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale.

[47] Il leader del M5S Di Maio annuncia la proposta di legge costituzionale per tagliare 345 parlamentari, http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/09/18/maio-pronto-ddl-per-tagliare-parlamentari_1Uobgs6ANRvwFwW1wXB3iO.html

[48] Un’Italia sovranista senza sovranità, “il manifesto” 4-9-2018. Si può leggere in rete in http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/29245-unitalia-sovranista-senza-sovranita,

[49] Sulla questione del nemico principale era con fermezza intervenuto Manlio Dinucci, giornalista ed esponente del comitato Noguerra NoNato, su “MarxVentuno” n. 1-2/2016: Usa/Nato: il nemico principale contro cui fare fronte comune. Cfr. sullo stesso tema Emiliano Alessandroni, Economicismo o dialettica? Un approccio marxista alla questione europea, in, http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/275-economicismo-o-dialettica-un-approccio-marxista-alla-questione-europea.

Conferenza stampa a Pechino del Congresso Mondiale sul Marxismo

Pechino | Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo

Il 5 e 6 maggio 2018 si terrà presso la Peking University di Pechino il Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo
Conferenza stampa a Pechino

Il 5 e 6 maggio 2018 si terrà presso la Peking University di Pechino il Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo.

La data del convegno coincide la nascita di Karl Marx, di cui ricorre il duecentesimo anniversario, e intende celebrare i quarant’anni della politica di riforma e apertura lanciata da Deng Xiaoping.

Il fittissimo programma del convegno è articolato in panel e tavoli di discussione che intendono celebrare le due ricorrenze, ripercorrere il cammino degli studi marxisti in Occidente e in Cina, discutere delle prospettive per l’umanità e i Paesi in via di sviluppo, analizzare il pensiero di Xi Jinping e il socialismo con caratteristiche cinesi, parlare dell’esperienza cinese nel quadro globale contemporaneo e del rapporto tra marxismo, cultura cinese tradizionale e cultura occidentale.

All’importante convegno, organizzato da Peking University Council, School of Marxism, Center of Social Economy and Culture, Coordination and Innovation Center for Chinese Development and Marxism Studies, parteciperanno oltre trecento studiosi e ricercatori marxisti da tutto il mondo.

Tra loro, tre italiani: Massimo d’Alema, Giuseppe Vacca (ex direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma) e Andrea Catone (direttore della Rivista MarxVentuno).

No Guerra No NATO: Portare l’Italia fuori dal sistema di guerra finché siamo in tempo

 

COMUNICATO DEL COMITATO NO GUERRA NO NATO.

L’attacco missilistico condotto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia contro la Repubblica Araba Siriana, Stato sovrano membro delle Nazioni Unite, viola ogni più elementare norma del diritto internazionale.

È un crimine di guerra compiuto dagli aggressori in base a un’accusa, rivolta al Governo siriano, rivelatasi falsa. Vi sono prove inconfutabili che l’attacco chimico a Duma è stato una messa in scena organizzata dai servizi segreti occidentali. Non a caso Stati uniti, Gran Bretagna a Francia hanno lanciato i missili contro la Siria nel momento in cui stavano arrivando gli ispettori Onu.

L’Italia, anche se non ha direttamente partecipato all’aggressione come invece ha fatto nel 2011 contro la Libia, ne condivide la responsabilità. L’operazione bellica è stata diretta e supportata dai comandi e dalle basi Usa/Nato in Italia.

La Nato, di cui l’Italia è paese membro, ha ufficialmente dichiarato il proprio appoggio a questa azione bellica effettuata dalle tre maggiori potenze dell’Alleanza.

Non si sa ancora quali saranno le conseguenze di questo atto di guerra, compiuto volutamente contro la Russia intervenuta a sostegno della Repubblica Araba Siriana, Stato che Usa e Nato vogliono demolire come hanno già fatto sette anni fa con quello libico.

È comunque certo che, proseguendo lungo questa via, si va alla catastrofe.

Che fare? In Italia non c’è che un modo per contribuire a disinnescare questa disastrosa escalation: rifiutare che il nostro territorio nazionale sia usato quale una sorta di portaerei per le guerre Usa/Nato nel Mediterraneo.

Occorre per questo battersi perché il nostro territorio nazionale sia liberato dalla presenza di comandi e basi anche nucleari Usa/Nato; perché l’Italia, in base all’Articolo 11 della propria Costituzione, esca da questo sistema di guerra.

Per fare questo non c’è che un modo: uscire dalla Nato assumendo lo status di Paese sovrano e neutrale.

 

COMITATO NO GUERRA NO NATO

Copertina del primo numero di World Socialism Studies

La rivista cinese World Socialism Studies è al terzo anno

Consulta i principali contenuti e abstract della rivista World Socialism Studies

di Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno.

ENGLISH VERSION

 

Da diversi anni i comunisti cinesi hanno intensificato un’attività volta a far conoscere meglio ai comunisti, ai marxisti, agli antimperialisti del mondo le loro posizioni e le loro elaborazioni, tanto sui processi in corso in Cina lungo la via del “socialismo con caratteri cinesi”, quanto sui mutamenti del quadro mondiale e sulle strategie di lotta del movimento operaio internazionale e delle lotte e resistenze antimperialiste.

I compagni e gli studiosi italiani che ci seguono sul sito www.marx21.it e sulla rivista MarxVentuno (con il sito www.marx21books.com) hanno avuto modo di conoscere e approfondire le tematiche relative alla via cinese al socialismo – il “socialismo con caratteri cinesi” – e alla “sinizzazione del marxismo” grazie all’iniziativa assunta dall’Istituto di Marxismo della CASS (Chinese Academy of Social Sciences), diretta dal professor Deng Chundong, che, a partire dal 2014, ha promosso annualmente, in collaborazione con “Marx XXI” e altri organismi, dei “forum europei” su questi temi, svoltisi in Francia, Germania, Spagna, Italia. Il sito marx21.it ha pubblicato diverse relazioni e interventi, e presso le “edizioni MarxVentuno” è uscito il volume La “Via Cinese”: realizzazioni, cause, problemi, soluzioni (Atti del convegno del 2015, ISBN 978-88-909183-1-5). Risulta ugualmente utile e interessante il volumetto a cura di Francesco Maringiò di interviste ai marxisti cinesi Cheng Enfu, Deng Chundong, Lv Weizou (ISBN 978-88-909183-3-9).

Il Centro studi del socialismo mondiale (World Socialism Research Center: WSRC) presso la CASS, guidato da Li Shenming (che i lettori della rivista MarxVentuno conoscono per alcuni articoli apparsi su numeri precedenti[1]), non risparmia sforzi per promuovere e sviluppare occasioni di scambio internazionale a 360 gradi, con esponenti di partiti comunisti e operai, rappresentanti di movimenti di liberazione ed emancipazione, intellettuali e organizzatori di centri studi e riviste marxiste, comuniste, antimperialiste di tutto il mondo, per approfondire le tematiche più interessanti e scottanti.

Negli ultimi anni, con cadenza annuale, il Centro studi del socialismo mondiale, in collaborazione con altri organismi, tra cui anche il dipartimento esteri del PCC, ha organizzato a Pechino dei forum mondiali – di solito in ottobre, dopo il periodo di festa nazionale per la fondazione della Repubblica popolare cinese – che hanno coinvolto centinaia di comunisti, marxisti, esponenti di sinistra di tutto il mondo e hanno consentito di approfondire questioni fondamentali quali: analisi e implicazioni della grande crisi finanziaria internazionale; mutamenti del quadro mondiale; caratteri dell’imperialismo contemporaneo; la strategia imperialista delle “rivoluzioni colorate”; impegno, compiti e azione dei partiti comunisti e del movimento operaio nella fase attuale; significato e sviluppi della Rivoluzione d’Ottobre; sviluppi del socialismo con caratteristiche cinesi. A tali forum si sono affiancati forum di approfondimento su Mao Zedong e la linea di massa (2014) o, a Ningbo, sulla riforma e apertura e la pratica del socialismo cinese (2017).

Come osservano Lv Weizhou (già vice responsabile del Dipartimento sul Movimento Comunista Internazionale della CASS) e Qin Zhenyan (Istituto di marxismo, CASS) il Forum del Socialismo Mondiale è diventato una piattaforma importante per il dialogo tra marxisti e progressisti di tutto il mondo, nonché per un solido legame tra i partiti e le organizzazioni politiche socialiste mondiali; è una risposta positiva al nuovo ordine mondiale e alle nuove opportunità e sfide internazionali e nazionali e favorisce l’ulteriore innovazione e lo sviluppo del marxismo. Esso è diventato il principale centro di analisi della situazione attuale e del futuro sviluppo del socialismo mondiale (World Socialism Studies n. 1/2017). Dei forum svolti sono usciti, a cura di Li Shenming, due volumi in inglese, col titolo Frontiers of World Socialism Studies, editi da Canut International Publishers.

Inoltre, grazie all’iniziativa di altri dirigenti della CASS, si sono svolti due Forum della cultura mondiale (2015 e 2017), in cui si è posto con chiarezza il tema della lotta per la diffusione e lo sviluppo di una cultura marxista e socialista a livello mondiale, assumendo il campo della cultura come uno dei terreni fondamentali in cui si pratica la lotta di classe per il socialismo.

Un ruolo importante nella diffusione dell’elaborazione dei marxisti cinesi è svolto dalla rivista Studi sul Marxismo (in cinese), di cui la rivista Marxist Studies in China (Consulenti: Wang Weiguang, Li Shenming, Zhu Jiamu, Zhang Yingwei; caporedattori: Deng Chundong e Cheng Enfu) pubblica una preziosa selezione in inglese.

La CASS sponsorizza anche la rivista International Critical Thought, edita da Routledge e diretta da Cheng Enfu (Istituto del Socialismo Mondiale, CASS; Dipartimento di Studi Marxisti, CASS), David Schweickart (della Loyola University di Chicago) e Tony Andreani (dell’università Paris 8). In essa si pubblicano alcuni testi di marxisti cinesi.

Dalla metà del 2016, su iniziativa del Centro studi sul socialismo mondiale, viene edita una nuova rivista, in cinese, con abstract in inglese, di cui abbiamo dato notizia tempo fa sui siti di marx21.it e marx21books.com, pubblicando la traduzione in italiano degli abstract del primo numero. Ad esso è seguito un altro numero nel 2016, 9 numeri nel 2017 e un altro nel 2018.

Nei 13 numeri sinora usciti della rivista – 1400 pagine di grandi dimensioni, circa 200 articoli – emerge con chiarezza l’orientamento ideologico, politico e culturale del Centro studi sul socialismo mondiale.

La rivista si avvale anche dell’apporto di diversi autori stranieri. Ricordiamo qui in particolare Samir Amin (direttore del Forum del Terzo Mondo e presidente del Forum mondiale delle alternative, nonché studioso dell’imperialismo contemporaneo, di cui sito e rivista hanno spesso pubblicato i puntuali interventi)[2], con i suoi articoli sull’imperialismo dei monopoli finanziari e la necessità della costruzione di un vasto fronte unito antimperialista; Egon Krenz, ultimo segretario generale del Partito di Unità Socialista di Germania (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands - SED) nella DDR, di cui si riporta l’intervento all’8° Forum mondiale del socialismo: “Passare al socialismo o ritornare alla barbarie” (n. 8/2017); Martin Jacques (università di Cambridge, già direttore di Marxism Today dal 1977 al 1991 e autore del diffuso libro When China Rules The World, 2009) con una cruda analisi sul futuro degli USA dopo l’elezione di Trump (n. 1/2017); o Carl Ratner (Institute for Cultural Research and Education, Trinidad, California) il quale propone un’interessante analisi del multiculturalismo negli Stati Uniti, che – scrive l’autore – non è una vera diversità, perché non pone alcuna sfida all’egemonia politica ed economica statunitense (n. 1/2016).

Significativa è la presenza di comunisti e accademici russi che intervengono tanto sulla storia dell’URSS e sulla catastrofe del collasso del 1989-91 (Vladislav Šveide, “Il ruolo storico di Michail Gorbačev”, n. 2/2016), quanto sull’imperialismo contemporaneo (Michail Kostrikov, del CC del PCFR, “La natura dell’imperialismo rimane immutata”, n. 1/2016; Oleg Aleksandrovič Zimarin, di Russia Worldwide Press, “La visione di Lenin sull’imperialismo e la globalizzazione moderna”, n. 1/2017), ma anche sull’interpretazione del socialismo con caratteri cinesi e la sinizzazione del marxismo (Aleksander Vladimirovič Lomanov, dell’Istituto dell’Estremo Oriente dell’Accademia russa delle Scienze, con i suoi saggi: “Il piano cinese: un nuovo atteggiamento nei confronti della governance globale e dello sviluppo economico”, n. 2/2016; “L’ideale cinese tradizionale del Da Tong – Grande Armonia – e il mondo contemporaneo”, n. 8/2017).

 

Situazione e compiti del movimento operaio a livello mondiale

 

Un buon numero di articoli è dedicato a conoscere e analizzare la situazione del movimento operaio nelle diverse realtà. “Il mondo di oggi è testimone di una ripresa di movimenti di massa e socialisti; il costante sviluppo della Cina ha dimostrato il valore del socialismo e creato condizioni favorevoli per la crescita del movimento socialista mondiale” – scrivono Li Qiang e Li Shuqing, del comitato redazionale della rivista, in “Opportunità, problemi e sfide nella diffusione del Movimento socialista mondiale” (n. 1/2018). “Tuttavia, al socialismo mondiale manca ancora una buona piattaforma per la sua propagazione, mentre i media occidentali continuano a dare informazioni distorte sul socialismo e sulla società cinese. Di conseguenza, tra la gente comune in Occidente il socialismo è considerato distante e irrealistico, con una conoscenza limitata e una miriade di incomprensioni del socialismo con caratteristiche cinesi”. Per questo i due autori propongono di creare una piattaforma di comunicazione efficace, come forum e riviste, invitando a partecipare studiosi e attivisti politici di sinistra dell’Occidente.

Dall’osservatorio di Pechino si guarda strategicamente ai caratteri complessivi che può assumere il socialismo mondiale. Essi, secondo Jiang Hui, segretario di partito dell’Istituto di studi sull’informazione della CASS e vicedirettore del WSRC, sono dati dai seguenti elementi: 1) i vantaggi sistemici più ampi del socialismo rispetto al capitalismo costituiscono il segno della rivitalizzazione del socialismo mondiale; 2) la Cina diventa la spina dorsale e la nave ammiraglia per lo sviluppo del socialismo mondiale; 3) l’equilibrio di potere tra i due campi del mondo avrà una svolta storica dopo un lungo periodo di rivalità; 4) il numero dei paesi socialisti e il livello di realizzazione dell’ideale socialista diventano i criteri per valutare lo stato di sviluppo del socialismo. Il futuro del socialismo mondiale nel ventunesimo secolo sarà determinato dall’unità organica di nazionale e internazionale, movimento operaio e un ampio movimento di massa, sviluppo sociale e costruzione della civiltà ecologica nel socialismo mondiale (n. 1/2016)[3].

Tuttavia, bisogna riconoscere che lo stato di organizzazione e coordinamento del movimento operaio mondiale non è adeguato alle sfide e ai compiti che la nuova situazione richiede e che occorre un grande sforzo e lavoro unitari per invertire l’attuale tendenza. Come scrive Li Caiyan (Rivista cinese di scienze sociali), mentre sta gradualmente prendendo forma una classe capitalistica globale, la classe operaia globale non si è però ancora formata: l’unità del proletariato è ancora a un livello relativamente basso e il processo della sua formazione è piuttosto lento. L’antagonismo tra lavoratori e capitalisti si intensifica, ma l’unità della classe operaia incontra molte difficoltà, per cui è necessario e urgente rafforzare l’unità del proletariato. Tale necessaria unità è una possibilità concreta, a condizione di saper affrontare correttamente i numerosi problemi e gestire bene le relazioni tra i diversi soggetti (“Necessità e possibilità dell’unità del proletariato nel contesto della globalizzazione”, n. 9/2017).

LLa medesima esigenza internazionalista pone l’analisi di Samir Amin (“È imperativo ricostruire l’Internazionale dei lavoratori e dei popoli”, n. 9/2017). La globalizzazione degli ultimi 30 anni ha portato ai seguenti problemi: le grandi sfide ecologiche non possono essere risolte; il progresso scientifico e le innovazioni tecnologiche sono limitate; la governance globale è fortemente colpita; vi è un’estrema centralizzazione del potere; le potenze imperialiste storiche saccheggiano le risorse del Sud Globale in modo organizzato e pianificato; il lavoro del Sud Globale è sfruttato in modo eccessivo; a tutti gli altri paesi è impedito di sottrarsi allo status di periferia dominata. Tuttavia, in tutto il mondo, la lotta dei lavoratori e dei popoli che ne sono vittime è stata estremamente frammentata e non ha compiuto progressi sostanziali. È perciò necessario costruire un fronte internazionale dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo per rafforzare l’unità internazionale contro l’imperialismo e affrontare insieme le questioni globali.

Sui mutamenti della situazione mondiale da un prospettiva storica e sui compiti del movimento socialista mondiale nella fase attuale è senz’altro interessante il lungo saggio in tre numeri (1-2-3 del 2017) di Zhang Wenmu del Centro di ricerca strategica all’Università di Aeronautica e Astronautica di Pechino. Egli sostiene che, nonostante i grandi cambiamenti storici nel mondo dopo la Rivoluzione d’Ottobre, le caratteristiche fondamentali dell’imperialismo sono rimaste le stesse. L’imperialismo nel XXI secolo si è sviluppato da uno stadio in cui il capitale finanziario influenzava tutte le altre forme di capitale a uno in cui il capitale finanziario è completamente dominante. Sulla base dell’esperienza storica, l’equilibrio attuale tra capitalismo e socialismo potrebbe continuare per venti o trent’anni, il che dà alla Cina – se rimarrà socialista – un considerevole spazio di crescita: ci sarà un ambiente internazionale abbastanza favorevole per la “grande rinascita della nazione cinese”. Ma la parte più interessante per i militanti comunisti e gli studiosi italiani ed europei è nella previsione che il declino degli Stati Uniti e l’ascesa della Cina porteranno alla riorganizzazione del capitale finanziario internazionale, il quale, “se la Cina non collasserà come l’Unione Sovietica”, si trasferirà in Europa, con notevoli implicazioni per il processo di unificazione in corso. Dall’analisi del carattere assolutamente dominante del capitale finanziario l’autore deduce anche la strategia del movimento operaio nel XXI secolo, che in una prima fase dovrebbe creare un ampio fronte di tutte le classi lavoratrici e dirigenti dell’economia reale per concentrare la lotta contro il capitalismo finanziario e la sua classe compra dora, con l’obiettivo di assoggettarlo all’economia reale, trasformandolo in un utile complemento del capitale industriale. In questa prima fase, l’obiettivo del movimento operaio nei Paesi non socialisti non è quello di dar vita ad una società compiutamente socialista, ma quello di creare condizioni favorevoli per l’economia reale, “ossia una società socialista con certe caratteristiche capitalistiche”. Solo in una seconda fase l’obiettivo diventa quello di istituire un vero sistema socialista. Un fronte unito internazionale che includa il capitale industriale può preparare una nuova ondata di avanzate del socialismo.

È ben presente nelle pagine di World Socialism Studies una grande attenzione – non settaria – verso le strategie e l’attività dei partiti e organizzazioni politiche del movimento operaio e comunista nel mondo. A partire da quelli che, oltre che in Cina, sono al potere: Cuba, Vietnam, Laos, Corea del Nord. Riferendosi ai loro congressi di partito svoltisi nel 2016 Zhang Fujun (Istituto di marxismo, CASS) osserva che tutti hanno deciso di applicare il marxismo-leninismo alle condizioni nazionali, aderire all’idea di sviluppo che ponga al centro il popolo, pianificare scientificamente il loro percorso di costruzione socialista e perseguire una linea di diplomazia indipendente. Questi quattro paesi stanno esplorando percorsi di sviluppo adeguati alle proprie condizioni nazionali (n. 9/2017).

A Cuba e alla figura di Fidel Castro, scomparso il 25 novembre 2016, è dedicato più di un articolo. Mao Xianglin, dell’Istituto per l’America Latina della CASS, nel n.1/2017 osserva che Fidel ha forgiato un modello rivoluzionario a Cuba, guidando il popolo cubano in una rivoluzione vittoriosa, che dalla rivoluzione democratica ha proceduto alla rivoluzione socialista. Ha riorganizzato il Partito comunista cubano e avviato la costruzione di un sistema socialista. Sotto la sua guida Cuba è divenuta un esempio rivoluzionario per altri Paesi latinoamericani, nella lotta senza quartiere contro l’imperialismo. Fidel Castro ha contribuito allo sviluppo del pensiero socialista mondiale: aderendo al socialismo scientifico, ha colto la questione della costruzione del socialismo sulla base dei caratteri nazionali del proprio paese (“indigenizzazione” del socialismo).

Pan Jin-e, dell’Istituto marxista della CASS, sottolinea alcune analogie tra Cina e Vietnam (“Teorie e pratiche della costruzione del partito comunista vietnamita”, n. 8/2017). A partire dagli anni ‘80, il partito comunista vietnamita ha attribuito grande importanza alla costruzione del partito e il XII Congresso ne ha accentuato il ruolo, sottolineando l’importanza di uno stretto rapporto tra partito e popolo, nonché il nuovo spirito di governo del partito contro la corruzione e il lusso. “Poiché i problemi e le sfide che il partito comunista vietnamita sta affrontando nel nuovo periodo presentano alcune analogie con quelli del partito comunista cinese, dovremmo, come fa il partito comunista vietnamita, prestare maggiore attenzione e compiere maggiori sforzi nell’auto-miglioramento di tutti i membri del partito, nonché valorizzare le varie iniziative di costruzione del partito”. Si veda anche Njuyen Wenqin: “La direzione del Partito come fattore decisivo per garantire la democrazia in Vietnam” (n. 2/2016).

Pan Xihua (Accademia del Marxismo, CASS) scrive che è molto importante studiare il socialismo nei paesi e nelle regioni in via di sviluppo. Si veda la sua rassegna sulla Conferenza “Il socialismo nei paesi in via di sviluppo: passato, presente e futuro” (n. 2/2018).

La rivista pubblica diversi articoli che focalizzano situazione e compiti dei partiti comunisti e del movimento socialista nelle diverse aree del mondo, dalle Filippine (Wang Jing, dell’Istituto di marxismo della CASS: “Il Partito comunista delle Filippine e il Movimento socialista di sinistra nelle Filippine”, n. 8/2017) all’Australia (Wang Yonggang su tempi e pratica socialista del partito comunista dell’Australia, n. 8/2017), al partito comunista giapponese, la cui posizione sulla costruzione del socialismo in Cina viene esposta da Tan Xiaojun, dell’Istituto di marxismo della CASS. Egli annota il giudizio positivo dei comunisti giapponesi sullo sradicamento della povertà in Cina e la particolare attenzione che esso presta alla correttezza della direzione della Cina nella costruzione del socialismo. Quanto ai problemi che la Cina si trova ad affrontare ora e in futuro, il partito comunista giapponese sostiene che socializzare i mezzi di produzione e guidare il popolo a comprendere correttamente le carenze e i danni del capitalismo sia la chiave per realizzare il socialismo in Cina (n. 7/2017).

I paesi europei costituiscono un altro importante campo di indagine, anche se è inevitabile constatare purtroppo quanti passi indietro abbia fatto e quanto sia inadeguato rispetto alle esigenze del presente quel movimento operaio, che in Europa ebbe il suo atto di nascita e il suo sviluppo in termini tanto di elaborazione e diffusione del socialismo scientifico, quanto di organizzazione politica e sindacale. Nonostante la prolungata e durissima crisi capitalistica esplosa nel 2007-2008, i partiti comunisti e operai d’Europa, salvo poche eccezioni, sono ridotti ai minimi termini e spettatori-commentatori piuttosto che attori attivi della lotta politica.

La rivista ospita report e analisi sulle elezioni presidenziali francesi (Samir Amin, n. 4/2017); sul Nuovo Partito Comunista Britannico (Andy Brooks, n. 5/2017); sul 5° Congresso del Partito della Sinistra Europea (Liu Chunyuan e Shi Fangfang, n. 5/2017); sul 17° Congresso della Federazione sindacale mondiale (Liu Chunyuan e Hou Zewen, n. 6/2017); sul partito Comunista di Boemia e Moravia (Yang Chengguo e Zhang Huizhong, n. 6/2017); sul partito comunista portoghese, “fermamente convinto della correttezza, della vitalità e del brillante futuro dell’ideale e della causa del comunismo” (Tong Jin, n. 8/2017); sul 20° Congresso nazionale del Partito comunista greco. Nel suo report Liu Chunyuan scrive che al fine di rafforzare l’organizzazione e l’unità della classe operaia, il KKE ha attivamente partecipato e guidato il movimento operaio, lavorando duramente per riorganizzarlo e rafforzare il fronte di lotta di tutti i lavoratori con l’obiettivo di rovesciare il capitalismo e istituire un governo operaio rivoluzionario (n. 9/2017).

 

 

Gli USA di Trump

 

Particolare attenzione la rivista dedica all’analisi degli USA dopo l’elezione di Trump. La ricercatrice Song Lidan (Istituto di marxismo della CASS) scrive che Trump è stato eletto con il sostegno dell’oligarchia finanziaria, del complesso militare-industriale e della classe media conservatrice, facendo leva sulle tre ideologie principali degli Stati Uniti: razzismo, individualismo liberale e anticomunismo. L’elezione di Trump è la scelta del male minore per il capitale. La sua posizione di membro della classe super ricca fa sì che le sue politiche debbano essere in linea con gli interessi del capitale monopolistico americano. Per quanto riguarda il rapporto con la Cina, la politica di Trump di “rendere di nuovo forte l’America” non sarà possibile senza il pieno contenimento della Cina (“Questioni da chiarire sull’elezione di Trump”, n. 1/2017).

Secondo Ma Zhongcheng (Istituto per la sicurezza e la cooperazione marittima) la tradizione razzista degli Stati Uniti, strumento importante per indurre la classe operaia bianca a sostenere il capitale monopolistico, ha portato sia i gruppi finanziari monopolistici che un gran numero di elettori delle classi subalterne a sostenere Trump (“Perché Trump è in grado di salire sul palco della storia. Riflessioni su Trump, il conservatorismo americano e il fascismo”, n. 4/2017).

Zhou Miao (Istituto di marxismo della CASS) invita ad affrontare l’elezione di Trump in termini marxisti e di analisi di classe, come prodotto della crisi del sistema di accumulazione del neoliberismo americano, sfociato nella crisi finanziaria internazionale del 2008, segno di un ulteriore declino dell’egemonia USA, che richiede importanti aggiustamenti e trasformazioni della struttura politica ed economica internazionale (“La politica di classe negli Stati Uniti e la situazione internazionale durante l’amministrazione Trump”, n. 4/2017).

Fang Guangshun e Su Li (università del Liaoning) ritengono che gli USA non cambieranno la loro strategia egemonica. Rimane inalterata la natura degli Stati Uniti quale paese imperialista, così come la natura di classe del monopolio borghese. E rimane invariata la natura di classe di Trump come principale rappresentante dei capitalisti monopolistici (n. 5/2017).

Cheng Enfu e Duan Xuehui (Università Normale di Huaibei) presentano una serrata critica alla “democrazia in stile americano”, che, presentandosi come democrazia elettorale e procedurale, è nella sostanza una democrazia monetaria e familistica e una democrazia dell’oligarchia. Essa danneggia la produzione e lo scambio e porta a crisi economiche periodiche; danneggia l’ordine finanziario e provoca crisi finanziarie; danneggia la finanza pubblica e porta alla crisi del debito; danneggia la civiltà ecologica e l’ambiente e si traduce in crisi ecologica globale; arreca danni materiali alla vita e al benessere e accresce notevolmente il divario tra ricchi e poveri (n. 5/2017).

Yu Li (Università di Zhengzhou) ritiene necessario formulare in modo tempestivo una strategia globale e multi-livello per lo sviluppo pacifico della Cina come risposta al declino dell’egemonia statunitense (n. 6/2017).

Luan Wenlian, dell’Istituto di marxismo della CASS, osserva che crisi e stagnazione a lungo termine si sono risolte in maggiori contraddizioni e conflitti tra le principali potenze capitaliste in Occidente. La Cina dovrebbe rimanere vigile sull’egemonia americana e sulle contraddizioni capitalistiche, perché nel potenziale confronto tra Cina e Stati Uniti, la maggior parte dei Paesi occidentali prenderebbe le parti di questi ultimi (“Crisi e contraddizioni profonde in Europa e in America. Note sulla visita in Gran Bretagna del gruppo di ricerca sulla situazione attuale del capitalismo dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008”, n. 3/2017).

 

 

I 100 anni della rivoluzione d’Ottobre e le cause della dissoluzione dell’URSS

 

Nel 2017 si è celebrato il centenario della Rivoluzione d’Ottobre e il PCFR ha organizzato in Russia l’incontro internazionale dei partiti comunisti (Liu Shuchun, n. 2/2017).

Tong Jin (Scuola di marxismo, Università di Economia e Commercio Internazionale), dopo aver rilevato che la Rivoluzione d’Ottobre ha mostrato il potenziale e l’energia della classe operaia per

adempiere alla sua missione storica e portare avanti nuove lotte per il socialismo nei diversi Paesi, sostiene che la preziosa esperienza dell’Ottobre vada oggi integrata con la realtà concreta (n. 2/2016).

Questo anniversario è stata l’occasione per un’analisi complessiva, da una prospettiva storica, del ruolo della Rivoluzione d’Ottobre, nonché delle cause del collasso del 1989-91, su cui – soprattutto nel WSRC e negli istituti di marxismo della CASS – non si smette di indagare, guardando anche a ciò che potrebbe accadere al potere politico comunista in Cina, se non si evitano gli errori del PCUS. Interessante, dal punto di vista ideologico, quanto scrive Mei Rongzheng, dell’Università di Wuhan, in difesa del marxismo sovietico, considerato in Cina, specialmente nelle scienze sociali, come non marxista. Tale posizione – sostiene l’autore – è errata, è un’invenzione soggettiva dell’idealismo contro il marxismo-leninismo e mira a rigettare i Quattro Principi Cardinali introdotti da Deng Xiaoping nel marzo 1979: 1) attenersi alla strada socialista; 2) sostenere la dittatura del proletariato; 3) sostenere la leadership del Partito comunista; 4) sostenere il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong (n. 3/2017).

Viene fortemente stigmatizzato il ruolo di Gorbačëv. Scrive Zhang Shuhua, vicedirettore della rivista, direttore dell’Istituto di informazione scientifica presso la CASS: “la storia mostra che il crollo dell’Unione Sovietica è il risultato della degenerazione del PCUS nella fase successiva del suo regime. Nel riformare la sua via di sviluppo politico il PCUS non aderì al marxismo-leninismo, ma al capitalismo” (“Lezioni dalla riforma politica e dalla democratizzazione dell’Unione Sovietica”, n. 1/2016).

Vladislav Šveide è ancora più duro nel suo bilancio sul ruolo storico di Gorbačëv: la “consegna” dell’Unione Sovietica attraverso accordi politici con le potenze occidentali non fu una prova di stupidità da parte di Gorbačëv, ma un vero e proprio crimine da sottoporre a procedimenti giudiziari e sanzioni legali (n. 2/2016).

Ma Han (Comitato Centrale del PCC, Scuola di partito di Insegnamento e Ricerca sul Socialismo) vede nella perestrojka una seria deviazione dal marxismo che determinò la trasformazione della coscienza sociale (n. 5/2017).

Secondo Li Ruiqin (Accademia del Marxismo, CASS) il crollo dell’Unione Sovietica non ha solo causato enormi perdite economiche ai Paesi della CSI, ma ha anche trasformato la Russia in uno speciale donatore di sangue per prolungare la vita del capitalismo occidentale in declino (“Nuove riflessioni in Russia sulla dissoluzione dell’Unione Sovietica”, n. 6/2017).

Li Shuqing (redattrice della rivista, Università Agraria cinese) sottolinea il ruolo nefasto svolto dalla teorie dell’Università di Harvard nel crollo dell’economia russa dopo la dissoluzione dell’URSS, consentendo, attraverso le privatizzazioni, agli oligarchi russi in combutta con l’Occidente di derubare senza pietà il popolo; conclude che occorre vigilare con attenzione in Cina su situazioni simili (n. 3/2017).

Una riflessione sul crollo dell’URSS era stata già ampiamente elaborata nel convegno di Pechino del 2011, i cui atti sono pubblicati nel libro a cura di Li Shenming Su questo riflette la Storia.

 

Contro il “nichilismo storico”: la battaglia culturale sulla storia delle rivoluzioni socialiste

 

La storia del movimento operaio e comunista in Cina e nel mondo è un terreno di lotta in cui muoversi con cura e attenzione, sapendo padroneggiare la cassetta degli attrezzi del marxismo. Su questo interviene già nel primo numero del 2016 Wang Weiguang, Presidente della CASS, segretario di partito, direttore onorario di World Socialism Studies, con l’articolo “Accelerare lo sviluppo delle teorie storiografiche marxiste con caratteristiche cinesi e la costruzione di un sistema di innovazione disciplinare di storiografia orientato dal materialismo storico”, in cui afferma che negli ultimi anni il materialismo storico è stato gravemente sfidato dal nichilismo storico, espressione con cui si intende l’opera di deformazione, falsificazione, denigrazione della storia del movimento comunista in ogni parte del mondo. Occorre rispondere a ciò sviluppando la ricerca storiografica cinese su basi marxiste.

Dalla fine degli anni ‘70 – scrivono Zhang Jiansong e Zhang Weiying – il nichilismo storico ha conosciuto tre fasi di sviluppo nel mercato culturale e ha aggiunto carburante alla liberalizzazione borghese. L’essenza del nichilismo storico è negare la direzione del Partito Comunista Cinese e il sistema socialista cinese e costituisce perciò un grande pericolo per la nostra società. (“Tre stadi nell’evoluzione del nichilismo storico nel mercato culturale”, n. 5/2017).

La storia dell’URSS e delle rivoluzioni del 900 è uno dei terreni fondamentali su cui va ingaggiata una strenua battaglia culturale e politica. È una battaglia particolarmente vivace nella Cina di oggi[4]. È in gioco il giudizio storico sui principali protagonisti delle rivoluzioni socialiste del 900, da Lenin, a Stalin a Mao. A proposito del primo – sulla cui opera sull’imperialismo la CASS ha organizzato nel 2016 un importante convegno[5] con ampia partecipazione di studiosi russi – Wang Tingyou (Scuola di marxismo della Renmin University) denuncia la tendenza, gradualmente sviluppatasi in Cina dopo il collasso dell’URSS, a negare Lenin e il leninismo, con lo scopo di rimuovere gli ostacoli ideologici e teorici alla promozione del socialismo democratico e all’eversione della leadership del PCC e del sistema socialista. La negazione del leninismo apre la strada all’attacco al pensiero di Mao Zedong e alla teoria del socialismo con caratteristiche cinesi (n. 8/2017).

Sul ruolo di Stalin nella storia della Russia e del movimento comunista internazionale la rivista presenta diversi articoli tesi a smontare e respingere denigrazioni e demonizzazioni. Si vedano in proposito: Li Rui e Liu Fan «Fallacia ed essenza del “paradigma antistaliniano” nel mondo accademico occidentale: smascherate di nuovo da Grover Furr le menzogne del libro Blood Land» (n. 2/2016); Wu Enyuan (CASS, Istituto di Russia, Europa orientale, Asia Centrale), “La demonizzazione di Stalin come attacco alla Russia e all’Unione Sovietica” (n. 7/2017).

Bo Yang sostiene che il XX Congresso del PCUS, in cui fu rinnegato Stalin, costituisce il punto di partenza del declino dell’URSS. E invita a trarne le dovute lezioni per la Cina, “in cui sta emergendo ora la negazione di Mao Zedong e di altre figure eroiche della rivoluzione cinese” (“La negazione di Stalin come punto di svolta del declino dell’Unione Sovietica”, n. 7/2017).

 

Centralità di Mao Zedong nella rivoluzione cinese

 

Non è certo un caso che la figura di Mao Zedong occupi una parte importante nella rivista, in saggi che ne approfondiscono il ruolo storico tanto nella lunga fase rivoluzionaria che precede la conquista del potere politico, quanto in quella successiva, in cui si pongono le basi essenziali per la trasformazione socialista del paese. Diversi articoli sono dedicati a respingere gli attacchi del nichilismo storico in Cina. Del resto, i lettori di MarxVentuno hanno già potuto conoscere la posizione del direttore del WSRC Li Shenming a proposito della direzione maoista della prima fase della Repubblica popolare cinese (1949-1978)[6].

Zhang Quanjing, assiduo collaboratore della rivista, dedica alla storia della rivoluzione cinese tre articoli: “Il Movimento del Terzo Fronte: una grande decisione strategica”, n. 1/2016; “I fermenti rivoluzionari nella provincia centrale di Hebei. Note sulla prima sezione rurale del Partito Comunista Cinese”, n. 2/2017; “Studiare il Pensiero di Mao Zedong e lottare per adempiere i nuovi compiti storici”, n. 7/2017.

Chen Yuan (Conferenza politica consultiva del popolo cinese: CPPCC), ripropone lo studio di cinque saggi di Mao quali Problemi di strategia nella guerra rivoluzionaria cinese; Sulla pratica; Sulla contraddizione; Sulla guerra di lunga durata e Sui problemi di guerra e strategia. Il pensiero di Mao è un valido riferimento sia per l’economia e la filosofia occidentali che per l’economia e filosofia cinesi, anche se non dovrebbe mai essere copiato e ripetuto meccanicamente (n. 2/2016).

He Xin, anch’egli della CPPCC, sottolinea che uno dei maggiori successi di Mao fu la rapida industrializzazione e il conseguimento dell’autosufficienza alimentare, trasformando così la Cina in circa 20 anni da Paese economicamente povero e culturalmente arretrato a Paese con una vasta base industriale. E continua: «L’attuale sistema “socialista” non è il sistema ideale di eguaglianza ed equità senza distinzioni di classe che Mao Zedong cercò di creare, ma in esso vi sono ancora contraddizioni, conflitti, scontri e lotte estremamente profondi e complessi. A questo proposito, Mao Zedong ha lasciato un patrimonio politico eccezionalmente ricco. È di grande importanza che il suo spirito rivoluzionario e il suo pensiero siano profondamente integrati nella cultura politica della nazione cinese» (n. 2/2017).

Ge Yuanren esprime un giudizio largamente positivo sull’invio di giovani cittadini istruiti nelle aree rurali e montane dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Tale movimento, prima e durante la Rivoluzione Culturale, condivideva l’obiettivo comune di unire operai e contadini, e questo non fu un errore della Rivoluzione Culturale. Basandosi sul proprio duro lavoro e sulle proprie conoscenze, la maggior parte dei giovani istruiti coltivava terre abbandonate, praticava l’agricoltura scientifica, migliorava significativamente la produzione agricola locale, favoriva lo sviluppo dell’istruzione nella Cina rurale e migliorava le condizioni culturali e sanitarie nei luoghi di lavoro. Sebbene ci fossero alcuni problemi, è stato questo un passaggio nella storia del movimento giovanile cinese che vale la pena ricordare, in quanto i giovani istruiti andavano a lavorare nelle campagne per unirsi agli operai e ai contadini, si integravano nel processo di sviluppo nazionale e intraprendevano un percorso per lo sviluppo della loro patria e per il benessere della maggioranza della popolazione (n. 2/2017).

Li Xia, del corso di laurea della CASS, elogia l’esperienza degli studenti universitari nei villaggi di economia collettiva rurale quale base importante per l’educazione ideologica e politica comunista tra gli studenti universitari; essa costruisce un’opinione pubblica favorevole allo sviluppo dell’economia collettiva, contribuisce a chiarire la direzione dell’approfondimento della Riforma per le nuove campagne socialiste della Cina e continua ad attrarre talenti per costruire una campagna ricca da tutti i punti di vista (n. 6/2017).

E ancora: Zhang Yunsheng, “Contributi di Mao Zedong alla via socialista e alla rinascita della nazione cinese” (n. 4/2017); Zhang Yanzhong, “Riconoscere correttamente il rapporto tra la Lunga Marcia e Mao Zedong” (n. 9/2017); Li Ya, “La critica di Mao Zedong al nichilismo nazionale e culturale nel campo della medicina tradizionale cinese” (n. 2/2018).

Interessante, nella lotta per l’affermazione della teoria economica marxista, l’articolo di Zhou Xincheng (Renmin University) contro un’impostazione economicistica. Egli prende spunto dalle importanti annotazioni di Mao al primo manuale sovietico di economia politica, scienza che studia fondamentalmente i rapporti di produzione, piuttosto che lo sviluppo delle forze produttive (“Occorre valutare i commenti di Mao Zedong sull’economia politica del socialismo”, n. 4/2017).

 

 

Il socialismo con caratteri cinesi è prima di tutto socialismo

 

Questa impostazione antieconomicistica non si limita alla rivalutazione storica e teorica del ruolo di Mao, ma è tutt’uno – nella impetuosa e complessa transizione cinese – con la battaglia per l’affermazione della proprietà pubblica, tanto nelle imprese strategiche industriali che nelle campagne, in cui si esalta l’economia collettiva e il modello delle cooperative.

La rivista non manca di puntualizzare che il socialismo con caratteristiche cinesi è innanzitutto e soprattutto socialismo, come scrive Zhou Xincheng (Renmin University), che osserva come dall’inizio della Riforma e Apertura siano emerse molteplici concezioni del socialismo con caratteristiche cinesi sia in patria che all’estero. I principi di base del socialismo scientifico non possono essere messi da parte, se si intende rimanere socialisti. Basato sul socialismo scientifico, il socialismo con caratteristiche cinesi aderisce ai principi di base di questo, mentre assume caratteristiche distintive cinesi in accordo con le specifiche condizioni cinesi e le caratteristiche dei tempi: il socialismo con caratteristiche cinesi non può essere visto come una “forma indipendente di socialismo” o come un “socialismo completamente nuovo”, né essere incluso nella sfera del capitalismo (“Come intendere il socialismo con caratteristiche cinesi”, n. 2/2016).

Sulla stessa linea di difesa del socialismo scientifico possiamo collocare anche l’articolo di Yuan Xiuli (Istituto di marxismo, CASS), che denuncia come attualmente in Cina la visione di Marx del socialismo venga talvolta distorta o addirittura negata e invita a difenderne la scientificità, opponendosi all’”utopismo”, al “pragmatismo volgare” e alla tendenza a separare marxismo e socialismo con caratteristiche cinesi (“Comprendere correttamente e sostenere la visione di Marx del socialismo”, n. 4/2017).

Anche per Gong Yun (Centro di ricerca del socialismo con caratteristiche cinesi, CASS) il socialismo con caratteristiche cinesi è la pratica di successo del socialismo scientifico in Cina, è l’unità dialettica della logica teorica del socialismo scientifico con la logica storica dello sviluppo sociale in Cina. È il socialismo scientifico radicato nel suolo cinese, che riflette le aspirazioni del popolo cinese e si adatta allo sviluppo della Cina e dei tempi, si attiene ai principi di base del socialismo scientifico, mentre nel frattempo gli conferisce caratteristiche distintive cinesi a seconda delle condizioni dell’epoca e pone come suo fine ultimo la realizzazione del comunismo (“Il socialismo con caratteristiche cinesi in una nuova era”, n. 8/2017).

He Ganqiang, professore all’Università di Economia e Finanza di Nanchino e ricercatore dell’Istituto di Marxismo della CASS, scrive che “dobbiamo attenerci al principio fondamentale del materialismo storico, secondo cui la produzione sociale determina la circolazione nel mercato ed evitare di confondere i rapporti dialettici tra produzione sociale e circolazione nel mercato con quelli tra governo e mercato. Dobbiamo ottenere una comprensione scientifica della natura di classe del funzionamento del governo e sostenere il controllo macroeconomico. Dobbiamo garantire il ruolo dominante dell’economia di Stato e integrare il commercio estero e l’uso degli investimenti stranieri nel controllo macroeconomico. Inoltre, dobbiamo riconoscere la natura antisocialista delle moderne teorie occidentali sull’economia di mercato e gli svantaggi delle teorie occidentali sulla regolamentazione macroeconomica, e correggere la preoccupante tendenza di copiare ciecamente le teorie economiche occidentali. Dovremmo applicare consapevolmente il principio e la metodologia del Capitale per indirizzare il nostro controllo macroeconomico e difendere con fermezza il diritto al discorso dell’economia politica marxista” (“Questioni teoriche che richiedono un’attenzione speciale nel controllo macroeconomico”, nn. 1-2/2018).

Han Rusheng si esprime contro l’economicismo volgare che non riconosce l’importanza dell’ideologia. Nell’economia statale cinese vi è contrasto tra ideologia socialista e ideologia capitalista. La lotta ideologica è essenziale per promuovere lo sviluppo e la crescita dell’economia del settore statale (“Una forte ideologia socialista come prerequisito per le grandi imprese statali”, n. 1/2018).

Yu Hongjun, del comitato di Partito dell’Università di Pechino, insiste sul valore fondante per il socialismo della proprietà pubblica, sociale: poiché la Cina è attualmente nella fase primaria del socialismo, la proprietà privata e il meccanismo di mercato sono ancora in una certa misura necessari allo sviluppo delle forze produttive socialiste, ma gli effetti negativi della proprietà privata e dell’economia di mercato devono essere evitati e dovrebbero essere compiuti particolari sforzi per rafforzare la proprietà pubblica e l’economia statale in modo da garantire la realizzazione graduale della giustizia sociale (“Rafforzare la proprietà pubblica come prerequisito della giustizia sociale”, n. 3/2017).

Pan Wei, dell’Università di Pechino, sostiene con forza il ruolo della proprietà collettiva della terra nelle zone rurali della Cina quale base economica fondamentale per il consolidamento del potere politico del PCC. È l’unico mezzo che garantisce un’equa ripartizione dei terreni agricoli e residenziali, l’ultima difesa contro la privazione da parte del capitale del diritto alla sopravvivenza degli agricoltori, un legame economico e sociale tra gli abitanti del villaggio e un ponte tra le aree rurali e urbane (n. 4/2017).

Xie Xiaoqing (Università di Pechino), riferendosi all’ultima “comune popolare” di Zhoujiazhuang, difende il ruolo dell’economia agricola collettiva, basata sul principio secondo cui “nessuna famiglia deve essere lasciata povera o sofferente e nessuno deve essere lasciato indietro”. Per mezzo secolo, Zhoujiazhuang ha sempre contribuito alla prosperità comune sulla base dell’economia collettiva. L’esempio di Zhoujiazhuang indica la correttezza della scelta strategica del “secondo balzo” in agricoltura, vale a dire “adattarsi alle esigenze di un’agricoltura scientifica e di una produzione socializzata e sviluppare imprese su scala moderata a fianco dell’economia collettiva” (“La via Zhoujiazhuang: realizzare con dignità l’urbanizzazione della città natale del popolo”, n. 9/2017).

Zheng Yougui (Istituto della Cina contemporanea presso la CASS) sostiene il ruolo dominante della proprietà pubblica per promuovere la prosperità comune (“Risposta ai nuovi cambiamenti nella struttura della ricchezza con l’esperienza unica di promuovere la prosperità comune”, n. 4/2017).

Zhong Nanshan (Accademia cinese di ingegneria) invita a mantenere la natura pubblica degli ospedali come fattore chiave della riforma sanitaria: gli ospedali, insieme alle scuole, sono il servizio pubblico più importante e assolutamente necessario, che dovrebbe essere gestito principalmente dallo Stato e dal governo. Consegnarli a capitali nazionali o esteri svuoterebbe presto gli ospedali pubblici e le scuole dei migliori membri dei loro staff, con offerte di alti stipendi da parte di quelli gestiti privatamente. In questo modo, le persone affette da malattie gravi e complicate sarebbero costrette ad andare negli ospedali privati (n. 4/2017).

 

 

Il ruolo dirigente del partito comunista

 

La questione della direzione politica e del carattere del partito comunista nel processo di transizione in Cina è al centro delle riflessioni della rivista con diversi articoli.

La linea emersa dalla direzione di Xi Jinping punta con decisione al rafforzamento del ruolo dirigente del partito comunista cinese e una corretta impostazione della ricerca sulla storia del partito è parte integrante di tale linea. Wu Degang ne espone i criteri principali (“Effettuare ricerche sulla storia del partito con posizione, prospettive e metodologia marxiste: imparare dai commenti di Xi Jinping sulla storia del partito”, n. 1/2018).

Zhu Jiamu, Presidente dell’Associazione di storia nazionale della RPC, ex vice presidente della CASS, consulente di Marxist Studies in China e di World Socialism Studies, interviene in merito con diversi articoli. In “Perché è necessario mantenere e rafforzare la direzione del PCC? Sul 95° anniversario della fondazione del Partito comunista cinese” (n. 1/2016) sostiene che, poiché il PCC ha ancora molta strada da fare per compiere le sue missioni storiche, la sua leadership non dovrebbe essere indebolita, ma rafforzata. È un requisito necessario della base economica socialista, una forma per realizzare la democrazia popolare e una garanzia fondamentale della grande rinascita della nazione cinese. In un successivo articolo (“Se il Partito al governo sia rivoluzionario o meno e la natura dell’epoca presente”, n. 1/2017) egli afferma che il PCC è sia un partito al governo che un partito rivoluzionario. L’idea di dire addio alla rivoluzione e la richiesta che il PCC si trasformi da partito rivoluzionario in partito al governo sono insostenibili nella teoria e dannose nella pratica. Sulla stessa linea sono altri suoi testi quali: “Modalità della vita politica all’interno del Partito costantemente promosse da Chen Yun” (n. 6/2017).

Jiang Hui e Wang Guang insistono, sulla base dei discorsi e delle indicazioni del Segretario Generale Xi Jinping, sull’applicazione rigorosa della disciplina di Partito, che richiede regole chiare e una forte educazione all’ideale e ai principi del comunismo. I “pochi individui chiave”, la minoranza dei funzionari del Partito, sono di grande importanza per una disciplina sistematica, severa e completa (“Connotazione scientifica dell’applicazione integrale di una rigorosa disciplina di partito”, n. 2/2016).

Wang Zhigang (Kunlun policy Institute) sottolinea che la politica di “Riforma e Apertura” si basa sul rispetto dei Quattro Principi Cardinali esposti nel 1979 da Deng Xiaoping – attenerci alla via socialista; sostenere la dittatura del proletariato; sostenere la direzione del Partito comunista; sostenere il marxismo-leninismo e il pensiero di Mao Zedong – che sono la garanzia politica contro la liberalizzazione borghese, la quale “si presenta spesso con una veste ragionevole e legittima in nome della Riforma e Apertura”, mentre promuove l’”occidentalizzazione” e la “polarizzazione” tra ricchezza e povertà in Cina (“Aderire alla linea di base per garantire la sicurezza nazionale. Riflessioni sullo studio della serie di importanti discorsi pronunciati dal Segretario Generale Xi Jinping”, n. 2/2017).

Gao Changwu (Document Research Center del Comitato Centrale del PCC) scrive del significato teorico e pratico dell’idea di Xi Jinping sulla “grande rivoluzione sociale”, che è un breve riassunto teorico dell’esplorazione e della pratica del PCC a partire dalla sua formazione 97 anni fa. L’auto-rivoluzione del PCC è il mezzo per portare avanti la rivoluzione sociale da parte del popolo sotto la sua guida (n. 2/2018).

È certamente interessante, anche per i “marxisti occidentali” la riflessione di Li Shenming sull’importanza decisiva della formazione dell’uomo nella vita del partito: rispetto alle istituzioni, ai sistemi e ai meccanismi, l’uomo è la chiave che alla fine determina il sistema e il meccanismo nella struttura economica e nella sovrastruttura. “Pertanto, sotto la corretta direzione del CC del PCC, con al centro il compagno Xi Jinping, dobbiamo unire la costruzione ideologica con la costruzione del sistema e intraprendere un nuovo viaggio per salvaguardare il Partito e il governo dalla degenerazione, mantenendo alta la vigilanza, con acuta intuizione e straordinaria tenacia. Se si farà così, il futuro che seguirà sarà radioso” (“Quale dovrebbe essere il fattore chiave: l’uomo o il sistema e il meccanismo? Riflessioni basate sullo studio dei discorsi del Segretario Generale Xi Jinping sulla costruzione ideologica e sulla disciplina istituzionale del Partito”, n. 3/2017).

Tang Shuangning (China Everbright Group) sottolinea il ruolo dirigente del partito – animato dallo spirito della Lunga Marcia e della guerra di lunga durata – nel governo delle imprese statali (“Aderire alla direzione del Partito e rafforzare la costruzione del Partito sono la radice e l’anima delle imprese statali cinesi”, n. 2/2017).

 

 

La segreteria di Xi Jinping e il 19° Congresso del PCC

 

Li Shenming sintetizza le ultime elaborazioni teoriche del CC del PCC, guidato dal segretario generale Xi Jinping in cinque importanti idee che costituiscono cinque cerchi concentrici diversi: sistema economico; sviluppo orientato verso i bisogni della popolazione; sistema teorico, che si riflette principalmente nel campo culturale, agendo come guida per il socialismo con caratteristiche cinesi; sistema politico; adesione alla leadership del PCC (“Sostenere e sviluppare il socialismo con caratteristiche cinesi: l’essenza degli importanti discorsi di Xi Jinping”, n. 1/2016). Un successivo articolo dello stesso autore (“Studiare seriamente e attuare risolutamente i nuovi concetti, le nuove idee e le nuove strategie del governo cinese proposte dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e principalmente dal compagno Xi Jinping”, n. 5/2017) si muove lungo questa direttrice. In un altro articolo, pubblicato dopo il 19° Congresso, l’autore si sofferma sul ruolo che la nuova Cina – che sta passando da nazione indipendente a nazione prospera e forte – può svolgere nel mondo, col quale si rapporta con un modo cinese di instaurare fiducia. La via cinese al socialismo, come riferimento completamente nuovo, ha contribuito allo sviluppo umano con i concetti cinesi di

valore, sviluppo e relazioni esterne. Nel contesto generale dei cambiamenti strutturali nel mondo, la Cina sta costruendo una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, partecipando attivamente alla costruzione del sistema di governo globale, cercando di contribuirvi con la saggezza cinese (“Il significato globale del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, n. 1/2018). Nell’ultimo saggio (n. 2/2018) l’autore sottolinea l’importanza della tesi del XIX Congresso sulla contraddizione principale nell’attuale fase della transizione cinese: tra crescenti bisogni materiali e culturali del popolo e uno sviluppo inadeguato e sbilanciato. Per un corretto percorso lungo la via cinese al socialismo è fondamentale una corretta comprensione e analisi delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti di produzione, base e sovrastruttura, uomo e natura, e tra esseri umani. Lo studio dell’esperienza storica della rivoluzione cinese e della transizione al socialismo contribuisce alla corretta comprensione delle contraddizioni nella fase attuale, inquadrata dal pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era.

Xi Jinping ha proposto l’idea di rafforzare il “potere cinese”, scrive Xu Guangchun (Comitato consultivo per la ricerca teorica marxista), partendo dal principio secondo cui viene prima di tutto il popolo, ogni cosa va fatta per il popolo e bisogna fare affidamento sul popolo, realizzando pienamente la creatività popolare. Il potere popolare cinese si rafforza applicando rigorosamente e completamente la disciplina di Partito, assicurando la posizione guida del marxismo, proseguendo nella sviluppo dell’economia con l’innovazione scientifica e tecnologica come sua forza trainante, in una nazione culturalmente coesa, dotata di forti apparati di difesa militare. Ciò va attuato attraverso il “governo della legge” (stato di diritto), ponendo limiti istituzionali al potere e migliorando la capacità di governare il paese (“Riunire le grandi e invincibili forze per affrontare la grande lotta con nuove caratteristiche storiche. Breve discussione sull’idea del potere cinese del CC del PCC e principalmente del compagno Xi Jinping”, n. 2/2016).

Wang Weiguang, sulla scorta dei discorsi di Xi Jinping, sottolinea l’importanza della costruzione di un sistema di filosofia e scienze sociali per lo sviluppo del socialismo cinese e propone di adeguare ai nuovi compiti che si pongono il livello di studi di tali discipline fondamentali in ambito universitario e accademico (“Ulteriore studio e realizzazione dello spirito degli importanti discorsi del Segretario Generale Xi Jinping e promozione completa della costruzione del sistema discorsivo di filosofia e scienze sociali in Cina”, n. 1/2017). Questo discorso viene ripreso e ampliato nel successivo testo “Accelerare lo sviluppo della filosofia e delle scienze sociali con caratteristiche cinesi sotto la guida del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” (n. 1/2018).

Dopo il 19° Congresso del PCC (ottobre 2017) con il lungo rapporto letto dal segretario[7], si possono precisare ulteriormente i tratti del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era. Zhu Jiamu ne individua i seguenti caratteri distintivi: esso sottolinea che lo sviluppo dovrebbe essere centrato sul popolo e la riforma dovrebbe dare a quest’ultimo un senso di conquista, in modo da riflettere un più stretto legame con il popolo; sottolinea l’alto ideale del comunismo e della militanza rivoluzionaria; sostiene con maggiore forza la coerente posizione di principio del Partito comunista cinese, lo stile di lotta e lo spirito combattivo (“Caratteristiche distintive del pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era. Note sullo studio del rapporto al 19° Congresso nazionale del PCC”, n. 8/2017). Su questo si può vedere anche Jin Minqing, dell’Istituto di Marxismo della CASS: “La grande innovazione del marxismo sinizzato nelle teorie sulla costruzione del partito”, n. 9/2017.

Wang Lisheng (Istituto di Economia, CASS) sottolinea il grande significato teorico e pratico della nuova tesi assunta dal 19° Congresso secondo cui “la contraddizione principale nella società cinese si è spostata su quella tra il bisogno crescente di una vita migliore e uno sviluppo squilibrato e insufficiente” (“Una nuova tesi sulla contraddizione principale nella fase primaria del socialismo”, n. 9/2017).

Yin Yungong (Comitato direttivo accademico di World Socialism Studies) sottolinea l’importanza senza precedenti che, a partire dal 18° Congresso e accentuata dal 19°, è stata attribuita dal partito al ruolo dell’ideologia, dei media e di Internet, e propone di migliorare ulteriormente la capacità nella comunicazione interna e internazionale nella nuova era (“Guidare la pratica dei nuovi mezzi di informazione e dell’opinione pubblica con il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, n. 9/2017).

Per realizzare lo spirito del 19° Congresso Nazionale del PCC – secondo He Bingmeng, ex segretario generale del Presidio delle Divisioni Accademiche e ricercatore presso la CASS – è necessario incentrare con fermezza il lavoro sul miglioramento della qualità della vita del popolo come indicatore chiave delle performance dell’economia cinese, della modernizzazione sociale e dello sviluppo sostenibile. Questo per soddisfare le esigenze di una nuova era e cogliere il vero significato di “modernizzazione”, “sviluppo scientifico” e “sviluppo sostenibile” (“Portare avanti lo spirito del 19° Congresso Nazionale del PCC e innalzare la qualità della vita delle persone come indicatore chiave delle performance della riforma e dello sviluppo sostenibile”, n. 2/2018).

 

La lotta ideologica contro il soft power dell’Occidente

 

In linea con le riflessioni che il WSRC fa da alcuni anni e con i forum internazionali che ha promosso (ricordiamo in particolare il VI Forum del socialismo mondiale del 2015, dedicato alle “rivoluzioni colorate”, con un nutrito apporto di attivisti politici e studiosi dell’area ex sovietica e dei paesi dell’Europa centro-orientale), la rivista dedica un certo numero di articoli alla lotta contro la penetrazione ideologica dell’Occidente, che, con l’ausilio di tutti gli strumenti a sua disposizione, da Internet alle ONG, tende ad imporre il suo discorso, la sua narrazione.

Di qui deriva la grande importanza della battaglia per il “diritto al discorso”, che – scrive Bian Qin – non si forma automaticamente: il flusso del discorso non è un semplice “scambio” di informazioni, ma il risultato di un sofisticato sistema di controllo operato dal potere nazionale e dall’egemonia (“Importanza vitale della direzione del flusso del discorso per la sopravvivenza della nazione e della civiltà”, n. 2/2016).

Li Yanhong, in un interessante saggio, studia il modo in cui gli USA hanno imposto la loro narrazione all’Unione Sovietica. Dall’inizio della Guerra Fredda essi hanno adottato strategie linguistiche differenti nei diversi periodi. La “Ricerca sull’Europa orientale e l’ex Unione Sovietica e il programma di formazione linguistica” attuato dagli anni ‘80 ad oggi è un importante strumento di strategia linguistica contro la Russia ed incarna l’intenzione strategica degli Stati Uniti di raggiungere i propri obiettivi politici attraverso lo strumento del linguaggio. Infatti, l’ascesa degli Stati Uniti come potenza globale non è solo dovuta ai suoi punti di forza economici e militari, ma anche alla sua profonda conoscenza della situazione interna di altri Paesi. La strategia linguistica degli Stati Uniti mostra anche che le competenze linguistiche nazionali sono sia hard power che soft power, e la piena integrazione delle competenze linguistiche e delle conoscenze regionali è la chiave per la formazione del personale nelle lingue straniere e negli affari regionali (n. 2/2016).

Tang Qing (Chongqing Normal University) e Feng Yanli (Istituto marxista, CASS) analizzano le tre principali misure adottate dagli USA per controllare la crescita del soft power cinese: 1) isolando la Cina attraverso la diplomazia dei valori; 2) rafforzando il potere di formazione istituzionale degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico attraverso meccanismi multilaterali come gli accordi commerciali per indebolire l’influenza regionale della Cina; 3) lanciando attacchi culturali attraverso organizzazioni non governative e programmi di scambio culturale con avanzate tecnologie di rete («Tre “armi leggere” degli Stati Uniti per contenere la Cina», n. 2/2016).

Da alcuni anni i marxisti cinesi studiano il ruolo di Internet, ponendo particolare attenzione ai poteri che lo controllano effettivamente. Tale discorso ha attraversato alcuni dei forum mondiali del socialismo a Pechino, nonché il forum europeo tenutosi a Roma nel 2016[8].

Zhang Jie (CITIC Reform and Development Research Institute) osserva (n. 4/2017) che il governo USA, pur avendo formalmente consegnato l’amministrazione di Internet all’ICANN (istituito nel 1998 e divenuto ente di gestione internazionale dal 2 ottobre 2016), rimane di fatto l’effettivo controllore della rete: non ha rinunciato al diritto di amministrare Internet, ma ha piuttosto rafforzato tale diritto del capitale americano, per cui la RPC non deve abbassare la guardia. Bisogna anzi, come scrive Mou Chengjin (China Mobile Communications International Strategic Research Center), accelerare la costruzione del sistema di sicurezza della rete indipendente e controllabile della Cina, poiché “senza sicurezza della rete, non c’è sicurezza nazionale”. Il principio guida per garantire la sicurezza del cyberspazio cinese è: reti a direzione statale, pianificate sistematicamente, indipendenti, controllabili e in via di rapido sviluppo (n. 4/2017).

Di notevole interesse si presenta la critica all’universalismo astratto, ai “valori universali” dell’Occidente. Il presidente della CASS Wang Weiguang, sulla scia della critica di Marx e Lenin, denuncia il falso universalismo dell’Occidente, che intende proporre come universale ciò che è invece il prodotto e l’elaborazione sviluppatisi nel corso di una lunga storia della cultura euro-occidentale. Sotto la bandiera dei valori universali si nascondono il colonialismo e l’imperialismo eurocentrici. E qui l’Occidente intende imporre il monopolio del discorso politico («La natura antiscientifica, ipocrita e ingannevole dei “valori universali”», n. 5/2017). L’universalismo concreto che i marxisti cinesi propongono passa attraverso l’assunzione della cultura occidentale (non la sua eliminazione, o cancellazione, come vuole l’estremismo etnocentrico di culture agli antipodi con il marxismo) e il suo superamento (l’Aufhebung hegeliana) in una nuova più vasta cultura: si vedano i discorsi di Xi Jinping sulla comunità di destino. Anche la sinizzazione del marxismo, lungi dall’essere l’affermazione di un particolarismo, è il momento di passaggio verso l’universalismo concreto (del concrescere delle diverse culture che la storia mondiale ha prodotto e alimentato).

Xue Xinguo (Tianjin Normal University) puntualizza la differenza strategica tra i valori socialdemocratici, che egli iscrive sostanzialmente nella categoria dei valori capitalisti e i valori fondamentali del socialismo con caratteristiche cinesi, radicato nel socialismo scientifico e distanti dall’idea astratta di “natura umana” e dal “socialismo etico” (“Una comparazione tra i fondamentali valori socialisti e i principi di base della socialdemocrazia”, n. 7/2017).

Zhang Shuhua pone il compito strategico di infrangere il monopolio del discorso politico occidentale, disincantare il popolo dal mito della democrazia occidentale, per superarla (aufheben) in una democrazia reale più avanzata (“Valori politici come la democrazia sono di cruciale importanza nella lotta mondiale per il diritto al discorso. Come sostituire la democrazia occidentale e rafforzare la nostra voce a livello globale”, n. 7/2017).

L’esportazione dell’ideologia e dei valori dell’Occidente (cfr. Xiao Li, n. 2/2016) si articola anche attraverso istituzioni che si presentano come neutre e super partes, quali il Premio Nobel per la Pace, che è invece uno strumento politico dell’Occidente (Wang Xiaoshi, n. 2/2017). Ma in generale è tutto il sistema del Premio Nobel che si è involuto, divenendo – scrive Qi Guifeng – in un importante strumento dell’egemonia statunitense per monopolizzare gli orientamenti, la costruzione di regole e il giudizio finale in merito ai premi per la ricerca scientifica mondiale. Ha giocato un ruolo importante come soft power ideologico nel migliorare l’immagine dell’egemonia americana, reclutare i talenti di tutto il mondo, appropriarsi della ricchezza di altri Paesi, abbattere l’Unione Sovietica e soffocare la Cina e i Paesi del Terzo Mondo. Occorre perciò comprendere scientificamente il Premio Nobel e i discorsi ad esso correlati e costruire un sistema indipendente di incentivi per la ricerca scientifica adeguato al processo storico di rinascita della nazione cinese (n. 2/2016).

Dalla linea editoriale della rivista emerge una crescente consapevolezza dell’importanza strategica della battaglia culturale e ideologica, e della necessità di preparare e attrezzare adeguatamente tutte le istituzioni culturali, e tra queste l’università e la ricerca accademica. Per questo è opportuno individuare correttamente i problemi esistenti, le tendenze errate e intervenire per correggerle. Zhang Hongi denuncia le tendenze spiccatamente errate della ricerca degli studiosi cinesi sulla storia del mondo moderno: in termini di ricerca accademica, il ruolo guida fondamentale del marxismo è stato minato e negato, mentre i “valori universali” borghesi sono difesi e si nasconde la natura dell’invasione coloniale dell’Occidente. In termini politici, vengono respinte la direzione del partito e la dittatura democratica del popolo, si rifiuta il ruolo guida delle imprese statali e si nega il controllo macroeconomico dello Stato. Inoltre, nella ricerca sulla storia europea e americana vi è scarsa attenzione alla ricerca sulla storia russo-sovietica. (“È necessario porre un forte accento sui problemi ideologici nella ricerca accademica”, n. 2/2018).

Il rafforzamento e lo sviluppo della filosofia e delle scienze sociali, come raccomandato dal XIX Congresso, è anche il tema dell’articolo di Liu Dezhong, Wu Bo e Zhong Hui, che propongono di basarsi sulla guida del marxismo e sul pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era (n. 2/2018).

Hou Huiqin (Centro studi sul socialismo mondiale, CASS), in occasione del 170° anniversario della pubblicazione del Manifesto del Partito comunista, sottolinea che una vera e propria rivoluzione sociale è necessariamente una rivoluzione ideologica. Oggi dobbiamo leggere questo lavoro classico in termini di rivoluzione della visione del mondo (Weltanschauung), «attenerci a una visione del mondo basata sul materialismo dialettico e sul materialismo storico, criticare risolutamente le varie tendenze a mettere da parte la concezione materialistica, a “de-ideologizzare” il discorso, a ridurre il “popolo” a individui; e dobbiamo portare avanti il grande corso del socialismo con caratteristiche cinesi. Al centro dell’attuale lotta intorno alla concezione del mondo vi è l’attacco al materialismo dialettico. Attenersi alla teoria della storia centrata sul popolo o alla teoria della storia centrata sull’individuo è la pietra di paragone per un autentico materialismo storico. Per intraprendere la grande lotta dobbiamo concentrarci sulla lotta tra due diverse concezioni del mondo (n. 2/2018).

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Come accade normalmente rispetto ad ogni rivista di studio e dibattito, gli articoli presenti in World Socialism Studies possono essere pienamente condivisibili o esserlo solo in parte – una rivista è fatta per alimentare riflessioni e discussioni aperte sulle tematiche proposte –, ma una cosa possiamo osservare e una lezione dovremmo apprendere: i marxisti cinesi sono abituati a pensare strategicamente, non solo per la contingenza immediata, non solo per risposte reattive ad un’agenda politico-culturale dettata da altri. E dotarsi di un pensiero strategico – che da molti anni manca ai comunisti e al movimento operaio in Italia e in Occidente – è un compito ineludibile, se si vuole invertire la rotta rovinosa lungo la quale, nell’ultimo decennio in particolare, il movimento operaio e i comunisti si sono incamminati in Italia.

Riteniamo di fare cosa utile presentare qui in appendice tutti gli abstract in inglese e in italiano dei principali articoli pubblicati nei 13 numeri della rivista sinora usciti, augurandoci di poterci attrezzare per tradurre in italiano alcuni saggi presenti solo in lingua cinese che rivestono un particolare interesse per noi in Italia.

10 aprile 2018

 Consulta i principali contenuti e abstract della rivista World Socialism Studies

 

[1] Cfr. Li Shenming, “Valutare correttamente i due periodi storici prima e dopo la riforma e apertura”, in MarxVentuno n.1/2015, pp. 49-54; consultabile anche in https://www.marx21books.com/wp-content/uploads/2018/03/Valutare-correttamente-i-due-periodi-storici-di-Li-Shenming.pdf.; ID., Rivoluzioni colorate ed egemonia culturale”, MarxVentuno n. 1-2/2016.

[2] Si veda anche il recente Ottobre 17. Ieri e domani, ISBN 978-88-909-183-4-6.

[3] Si veda anche dello stesso autore l’intervista rilasciata a Marxist Studies in China, 2016 (pp. 264-282) “The 21st Century will see revitalization of socialism”.

[4] Si veda in proposito Fan Jianxin, “10 Ideological Topics in 2014”, in Marxism Studies in China (2015), pp. 85-115, in particolare, il paragrafo 10: “New Characteristics of the Trend of Historical Nihilism”. Ampie parti sono pubblicate in Marx in Cina (ed. MarxVentuno, 2015), pp. 71-93.

[5] Cfr. Shan Chao, Jia Jia, “Report sulla Conferenza sino-russa in occasione del 100° anniversario del testo di Lenin Imperialismo, fase suprema del capitalismo”, in World Socialism Studies n. 1/2017.

[6] Cfr. Li Shenming, “Valutare correttamente i due periodi storici prima e dopo la riforma e apertura”, op. cit.

[7] Una traduzione italiana degli atti del 19° congresso è in corso di pubblicazione presso le Edizioni MarxVentuno.

[8] Cfr. le relazioni al convegno La “Via Cinese” e il contesto internazionale (Roma, 15 ottobre 2016) di Tana, Istituto degli Studi sulle Informazioni presso la CASS: La sovranità di rete e la nuova configurazione della governance internazionale; Yang Jinwei, direttore dell’ufficio di studi sulle politiche, CASS dello Shandong: Comunità di destino comune del Cyberspazio e governance internazionale di internet; Liang Junlan, direttrice dell’Istituto di Studi sulle Informazioni, CASS: Il percorso internazionale di difesa della sovranità di rete.