La NATO in Jugoslavia. Dalla guerra al colpo di stato

di Alexander Höbel[1][2]


Testo contenuto nel libro Bombe su Belgrado vent’anni dopo. All’origine delle guerre umanitarie


La autoproclamata vittoria di Koštunica nelle elezioni presidenziali jugoslave dell’autunno 2000 suscitò nei mass-media consensi pressoché unanimi e spesso un vero e proprio entusiasmo (vedi “il manifesto”) che non si registrava dai tempi in cui nell’agosto 1989 El’cin guidò, in cima ad un carro armato e davanti alle TV di tutto il mondo, un’altra “rivoluzione”, quella che avrebbe dato il colpo finale all’URSS e portato la “democrazia” alla Russia. Le cose poi sono andate in modo più complesso: nel 1993 un Parlamento riottoso fu cannoneggiato e in Russia ha dilagato un’economia criminale che ha messo il Paese in ginocchio.

È evidente che non si può concepire l’esito della “transizione” jugoslava al di fuori di un complessivo processo di transizione (e cioè di reintegrazione – anche forzata – nel mercato mondiale capitalistico), che in questi anni ha investito il blocco socialista e la stessa Jugoslavia; un processo che è durato decenni, ma che ha ottenuto una brusca accelerazione a partire dalla seconda metà degli anni ‘80. Per la Jugoslavia – che già negli anni precedenti aveva cercato di dare vita ad un “socialismo di mercato” e che nel 1968 era definita dal “New York Times” “un battistrada verso Est e, al medesimo tempo, una vetrina per il capitale occidentale”[3] – già nel 1984 il Consiglio per la Sicurezza nazionale USA elaborò una direttiva (la NSDD 133), ora declassificata, che prevedeva la distruzione del paese in quanto realtà politica ed economica unitaria[4].

Tuttavia il “salto di qualità” si ebbe nel “magnifico ‘89”, allorché Ante Marković negoziò con gli USA le condizioni per una serie di “aiuti”; esse prevedevano alcune “riforme economiche radicali”: congelamento dei salari, svalutazione del dinaro, tagli alla spesa pubblica, liquidazione delle aziende di proprietà statale e di quelle autogestite e loro privatizzazione, a partire da quelle insolventi nei confronti delle banche estere, cui venivano consegnate[5]. Il piano di privatizzazioni, dettato dalla Banca Mondiale, fu realizzato dal ministro Vukotić, uomo di spicco del gruppo di “economisti G-17”, cui si ispira il programma economico della DOS, la “coalizione democratica” proclamata vincitrice delle elezioni presidenziali dell’autunno 2000. Alle riforme del 1989 seguì una crisi economica e sociale di drammatiche proporzioni (1100 aziende chiuse, 600.000 licenziamenti, liquidazione del 50% del patrimonio produttivo jugoslavo), l’inizio delle tensioni e dei conflitti etnici.

Ma la cosa più interessante ai fini del nostro discorso è che qualche mese dopo il Congresso USA approvava la “Foreign Operations Laws” – straordinario esempio di intromissione istituzionalizzata negli affari interni di uno Stato sovrano –, la quale tagliava aiuti e prestiti alla Jugoslavia, e prevedeva l’obbligo per le repubbliche costituenti la RSFJ di tenere “elezioni separate”, dopodiché gli aiuti finanziari sarebbero ripresi solo nei confronti di quelle in cui avevano vinto forze “democratiche”, ossia gradite agli USA[6]. Il resto è storia nota: l’ulteriore crisi economica, i riconoscimenti delle repubbliche secessioniste, la guerra in Bosnia, e infine le sanzioni alla Serbia di Milošević. Quest’ultimo infatti, dopo essere stato un interlocutore dell’Occidente, di fronte allo smantellamento della Jugoslavia in atto aveva operato una brusca inversione di marcia, sbarazzandosi di Vukotić e rifiutandosi di proseguire la politica richiesta dalle organizzazioni finanziarie sovranazionali. A ciò seguirono l’embargo decretato dall’ONU (1992-1996), l’espulsione della Jugoslavia dall’ONU stessa e dal FMI, e infine il ritorno delle sanzioni nel ‘99, l’anno di Rambouillet (e cioè del tentativo di imporre alla Jugoslavia una perdita di autonomia sostanziale e uno status di colonia), dei bombardamenti, dell’occupazione del Kosovo da parte delle forze NATO.

Quanto all’economia serba[7], l’ICG (legata a Soros) la descrive così nell’agosto scorso:

Il settore economico è organizzato in maniera da permettere un controllo totale del regime sia sul cosiddetto settore sociale che sulle imprese private. […] Fondamentalmente il carattere dell’economia rimane socialista e controllato dal centro. La privatizzazione dei primi anni ‘90 […] ebbe come risultati il permanere di una forte partecipazione statale – il 42% – nelle imprese “privatizzate” e una successiva “statalizzazione” dell’economia. Una nuova legge fu messa in cantiere nel 1997 non per ravvivare il processo di privatizzazione ma per mantenere il controllo statale sulle imprese privatizzate. […] Alla fine del 1998 lo stato possedeva un terzo delle industrie privatizzate, il 40% del quale sotto forma di proprietà sociale, mentre solo il rimanente 27% era in mano privata. In base alle informazioni disponibili, da allora non è cambiato molto, e la nuova legge che sta ora venendo redatta non fa altro che confermare la situazione precedente, dato che il 60% della proprietà resterebbe comunque nelle mani dei lavoratori, impedendo agli investitori di acquisire il controllo della gestione.

A parte la definizione di “socialista” – su cui ci sarebbe da discutere – è chiaro che si trattava di un’economia fortemente controllata dal centro, in cui certi spezzoni di proprietà erano in mano ai lavoratori e le difficoltà per gli investitori stranieri erano grandi. Inoltre, lo stesso International Crisis Group ammetteva che, nonostante tutto, “il sistema continua[va] a funzionare”[8].

Anche il capitale italiano lamentava il fatto che, relativamente alle privatizzazioni, in Serbia

l’iter della nuova normativa è stato ostacolato per quasi tre anni sia da pregiudizi di natura “ideologica” (difesa della proprietà “socializzata” ed altre tesi ereditate dal sistema di autogestione), sia dai tentativi di difendere i diffusi legami tra il potere politico e il mondo imprenditoriale, con il risultato che nella stessa legge sono state inserite alcune disposizioni che ne alterano la totale conciliabilità con la normativa caratteristica di un’economia di mercato. Tra queste va annoverata la ripresa dell’istituto della “partecipazione dei dipendenti alle decisioni per mezzo del consiglio dei dipendenti”, la disposizione per cui il governo federale, nel caso di un pericolo di destabilizzazione del mercato, potrà assumere la gestione delle imprese in difficoltà e, molto importante, il mantenimento della figura dell’impresa di “proprietà sociale”[9]

Infine, anche per la European Investment Bank

a differenza dei suoi vicini l’economia serba conserva molto dell’eredità socialista. […] le spese pubbliche sono 2/3 del PIL. L’economia resta fortemente regolata, dominata dalle imprese di stato o a proprietà sociale. L’86% di tutto l’impiego è nello stato o nei settori a proprietà sociale[10].

A questo punto forse comprendiamo un po’ meglio come mai intanto Milošević era diventato il nuovo Hitler e la Jugoslavia una “dittatura”: una “dittatura” in cui esisteva il multipartitismo, numerose città erano governate dall’opposizione, si votava regolarmente e le diverse forze erano rappresentate in Parlamento. È evidente cioè, se le parole hanno un senso, che – nonostante alcuni tratti autoritari e un diffuso clientelismo – la definizione di “dittatura” per la Jugoslavia era falsa e fuorviante, funzionale ad accreditare l’immagine di un “impero del male” in miniatura, cosicché ogni efferatezza compiuta ai suoi danni fosse giustificabile. Milošević era il perfido dittatore, anche se – come lo definì con la sua abituale spudoratezza E. Luttwak – “un dittatore regolarmente eletto”[11].

Che cos’è l’“opposizione democratica jugoslava e che cosa vuole

Intanto, all’interno di questo Stato “dittatoriale”, colpito dalla guerra e dall’embargo, l’opposizione aveva potuto organizzarsi attraverso numerosi partiti, ma anche comitati, movimenti, lobbie, organizzazioni non governative. Alle elezioni di settembre 2000, questo variegato arcipelago di forze riesce a presentarsi unito sotto il cartello elettorale della DOS (Opposizione Democratica Serba), uno schieramento eterogeneo e ricco di ambiguità. Lo sforzo di riunire queste forze in un unico cartello è stato largamente condotto dall’esterno: secondo l’“International Herald Tribune”, “i primi contatti si ebbero nell’ottobre ‘99 all’hotel Marriott di Budapest e fu Doug Schoen[12] a convincere i reticenti e litigiosi oppositori serbi che solo la loro unità gli avrebbe premesso di accedere al potere”; a dicembre, a margine di un incontro del G8, furono la Albright e il ministro degli Esteri tedesco Fischer a incontrare i principali esponenti dell’opposizione serba, rimproverandoli per la loro litigiosità[13]. Uno dei primi incontri unitari dello schieramento, tenutosi in aprile alla presenza del principe Alessandro di Jugoslavia, fu promosso dal ministro degli Esteri greco Papandreou e dal suo “braccio destro per i Balcani” Rondos, un ex funzionario della Banca Mondiale molto vicino al governo USA; infine, è stata la stessa Albright a premere sul presidente montenegrino Đukanović, affinché fosse abbandonata l’intenzione di boicottare il voto e l’opposizione vi partecipasse unita[14].

I 18 partiti che compongono la DOS vanno dal Partito Democratico Serbo di Koštunica al Partito democratico di Đinđić e ad una serie di altre forze così descritte in un’inchiesta di Fulvio Grimaldi:

Alternativa democratica di N. Čović, una specie di berluschino fino al ‘96 sindaco di Belgrado, poi cacciato per corruzione […]; il partito democristiano di Batič, un’emanazione della poco influente e reazionaria Chiesa ortodossa; il Partito socialdemocratico, di maggiore rilievo, dell’ex generale V. Obradović, già delatore degli anti-Tito negli anni ‘70, cacciato dall’esercito per traffici in Kraijna, poi grande boss dell’export-import borsanerista sotto l’embargo; il partitino liberale dell’ex comandante delle forze armate Perišić, accusato dall’Aja e intercettato mentre implorava l’Albright di non farlo arrestare e quindi passato armi e bagagli agli ordini di Washington; Azione democratica, fratello del partito islamista di Izetbegović, capeggiato da S. Ugljanin e attivo nel separatismo del Sangiaccato; altri partiti minori separatisti della Vojovodina […][15] .

In questa aggregazione composita, Koštunica è stato scelto come candidato presidente per vari motivi: in primo luogo è una delle figure più presentabili, non coinvolto in casi di corruzione, coerente, non imputabile di avere agito da traditore durante la guerra, ecc.; in secondo luogo, egli è un nazionalista, e la sua abile campagna elettorale – basata sull’opposizione a Milošević ma anche sulla rivendicazione della “serbità” – ha pagato; infine, Koštunica rappresenta un accettabile punto di mediazione tra le diverse istanze della coalizione. Tuttavia, questo non deve far pensare che egli sia un “centrista”: monarchico, liberale e liberista, anticomunista di vecchia data, il suo partito è ritenuto l’avanguardia di “un grande blocco di forze che è un rudimento di un nuovo partito di centro-destra con un forte orientamento nazionalista”[16].

La vera destra, però, e l’“uomo forte” della coalizione, a capo di vere e proprie formazioni paramilitari, è Zoran Đinđić, personaggio “legato ai servizi tedeschi e statunitensi, che durante i bombardamenti era in Germania a richiedere più bombe per il proprio popolo”[17]. Il legame organico di Đinđić con la Germania è documentato in un interessante articolo apparso sull’ultimo numero di “Limes”: Đinđić, che conosce personalmente il ministro degli Esteri tedesco Fischer, è definito dalla “Süddeutsche Zeitung” “il nostro uomo a Belgrado”, oltre che “il manager del cambiamento”, “la testa dietro la vittoria dell’opposizione”[18]. Đinđić, che «ha Berlusconi come suo modello politico”»[19], era troppo impresentabile come candidato presidente, ragione per cui ha ceduto il posto a Koštunica, e tuttavia il suo ruolo nei giorni successivi alle elezioni, è stato assolutamente determinante, e c’è da scommettere che continuerà ad esserlo.

Quanto al programma – a parte l’aspirazione di Koštunica a dare alla Jugoslavia “un normale governo occidentale”[20] –, per i primi cento giorni la DOS si riprometteva una serie di riforme che in Occidente non ci sono del tutto sconosciute: esercito professionale, autonomia universitaria, decentramento amministrativo, riforme elettorali (da modellarsi agli “standard europei”). Per il primo anno, invece, si prevede il “ritorno di Jugoslavia e Serbia nel mondo”, ossia: riammissione nelle istituzioni politiche e finanziarie sovranazionali, fine delle sanzioni, ammissione nel Patto di Stabilità per il Sud Est Europeo, “accesso alle risorse finanziarie necessarie alla ricostruzione […] assicurate da donatori internazionali” e investimenti esteri, “applicazione della moderna ideologia economica all’economia jugoslava” (ossia accettazione acritica del mercato); infine, “radicali riforme economiche”, riduzione delle tasse, legalizzazione dell’“economia grigia”, riduzione della spesa pubblica, “libertà per banche estere autorevoli di entrare nell’industria bancaria jugoslava”, “privatizzazione delle aziende di proprietà pubblica”, “liberalizzazione dei prezzi”, graduale abolizione dei sussidi sociali, liberalizzazione degli scambi a livello interno e internazionale[21].

Il programma della DOS è stato redatto dal G17, il gruppo di economisti neoliberisti che ne costituisce il nucleo teorico. I principali obiettivi proclamati dal G17 sono l’adozione del marco tedesco come moneta per tutta la Jugoslavia (col prevedibile effetto di impoverire il popolo jugoslavo e rendere il paese dipendente dalla Germania), e la fine del controllo dei prezzi, delle sovvenzioni per l’alimentazione, e delle protezioni sociali. Secondo Chossudovsky ed altri studiosi, si tratta di

un trattamento shock per trasformare la Jugoslavia in un paese capitalista senza però fornire agli jugoslavi i mezzi finanziari necessari per partecipare ad una tale economia. Il risultato sarà il trasferimento in mani straniere del controllo di tutta l’economia.

Anche le proposte di ridurre le spese pubbliche, “smilitarizzare” e apportare delle radicali trasformazioni al sistema di tassazione vanno in questa direzione[22].

Il G-17 è finanziato dal “Center for International Private Enterprise” che dipende dal “National Endowment for Democracy”, una struttura creata nel 1983 dal Congresso degli Stati Uniti per fare apertamente una serie di operazioni che prima la CIA faceva in modo segreto[23]. Molti esponenti del G-17 lavorano presso la Banca Mondiale o il FMI, il cui controllo sull’economia jugoslava finisce dunque per diventare diretto e pervasivo. Il programma del G-17 contiene le stesse misure imposte a Russia, Ucraina, Bulgaria, ecc., coi risultati che si conoscono[24].

Un suo esponente di spicco è V. Vukotić, il ministro delle privatizzazioni del 1989 cui abbiamo accennato, il quale nei mesi scorsi ha continuato a svolgere lo stesso ruolo per USA e FMI come Capo della Commissione per le Privatizzazioni in Montenegro, distinguendosi in vari exploit: nel luglio ‘99 in un’intervista ha dichiarato candidamente: “Noi vogliamo essere una colonia aperta e una società aperta”; circa un anno dopo, ha proposto l’istituzione di una moneta del Kosovo diversa dal dinaro[25]. Infine in agosto 2000 dichiarava a G. Ruotolo che le imprese del Montenegro non saranno “svendute” al capitale straniero, ma “regalate” perché altrimenti non sarebbero appetibili[26].

Altre due figure di punta del G-17 non sono da meno: D. Vujović, ex funzionario della Banca Mondiale, è il responsabile del pacchetto di misure economiche che ha devastato l’Ucraina in agosto; Z. Bogetić, lavorando per il FMI, si è prodotto in analoghe performance in Bulgaria nel 1994-97[27].

Infine, la ex opposizione jugoslava annovera il movimento “studentesco” Otpor, legato a Đinđić, filo-occidentale e infatti sostenuto dichiaratamente anche dal portavoce NATO J. Shea[28]. I suoi militanti, secondo l’“International Herald Tribune”, “potevano contare sull’aiuto di un colonnello in pensione dell’esercito USA, Robert Helvey”, che tenne addirittura dei corsi di addestramento a Budapest nei quali insegnava “tecniche di comunicazione” ma anche “organizzazione degli scontri di piazza”[29].

Otpor è l’erede della coalizione “Zajedno”, che scese in piazza contro Milošević nel 1996-97, sotto la guida di Vesna Pešić, espressione dell’United States Institute for Peace (agenzia governativa USA) e di Sonia Licht, presidente della Fondazione Soros (Open Society) a Belgrado[30]: il legame con l’Occidente di questi personaggi e di queste strutture è insomma un legame organico, con tutto ciò che questo comporta.

Quanto alla democraticità dei “democratici”, fatta salva la facciata legalitaria di Koštunica (probabilmente anche sincera), è abbastanza emblematico – oltre a ciò che vedremo dopo – quanto ha dichiarato la stessa Pešić ad un convegno della Fondazione Agnelli, qualche giorno dopo la proclamazione di Koštunica:

La gente ha capito che non era la NATO il nemico. È vero, ci avevano bombardato, ma come si potevano vedere gli Americani come nemici? Gli Albanesi sì che si potevano vedere come nemici, ma gli Americani… […] Bisogna vigilare… Io non accetterei che l’ex partito di Milošević venga trattato come in Inghilterra: andrebbe smantellato del tutto come organizzazione criminale e malefica. Costoro vanno distrutti, devono sparire dal nostro orizzonte.

E ancora, in sede di replica:

Il Kosovo diviso? Perché no? Se questo si ripercuote sulla Macedonia, è un problema che riguarda i rapporti fra la Macedonia e gli Stati Uniti. […] Io non ho detto che bisogna eliminare fisicamente i socialisti, anche se tutti quelli che siedono lì in Parlamento sono dei criminali. […] Non voglio andare in giro con una pistola ad ammazzare questo centinaio di persone. Va bene: non linciamoli, però in galera ci devono andare. Non auspico nulla che non sia del tutto legale[31].

 

Lopposizione jugoslava e i suoi generosi finanziatori

Ma chi ha sostenuto, anche finanziariamente, le forze della “opposizione democratica”? Le fonti sono in realtà molteplici, anche se gli Stati Uniti, assieme agli altri paesi che appena qualche mese fa hanno bombardato e distrutto la Jugoslavia, sono al primo posto. Anche qui si tratta di atti più o meno ufficiali, in buona parte avvenuti in modo spudorato, “alla luce del sole”.

Già nel luglio ‘99, il Senato degli Stati Uniti approva un finanziamento di 100 milioni di dollari per le forze di opposizione jugoslave. Il giorno dopo, in un’audizione presso il Senato, l’inviato speciale degli USA nei Balcani, R. Gelbard, il suo assistente J. Pardew, e il senatore Biden parlano dei finanziamenti precedenti. Gelbard afferma: “Nel corso dei due anni che hanno portato alla crisi del Kosovo, abbiamo dispensato 16.5 milioni di dollari per differenti programmi per sostenere la democratizzazione della Serbia”. Aggiunge poi che più di 20 milioni di dollari sono stati indirizzati a M. Đukanović, a capo della Repubblica jugoslava del Montenegro. Questo denaro – passato attraverso il già citato National Endowment for Democracy (formalmente una ONG ma in realtà dipendente dal Congresso USA) – è servito a finanziare, o a creare, partiti politici, stazioni radio, sindacati. Come osservano Chossudovsky ed altri, “se una potenza straniera avesse agito nello stesso modo negli Stati Uniti, i suoi agenti locali sarebbero stati sbattuti in prigione”. Secondo la testimonianza di Pardew: “Noi siamo intervenuti indirettamente attraverso le organizzazioni non governative. Abbiamo stabilito un anello intorno alla Serbia di trasmissioni [radiofoniche] internazionali, mettendole a disposizione anche delle voci indipendenti della Serbia”[32].

Quanto alla campagna elettorale per le ultime elezioni, il “Washington Post” ha evidenziato la

interferenza politica americana in Serbia, consistente in uno sforzo di 77 milioni di dollari per fare col voto quello che le bombe NATO non hanno potuto: sbarazzarsi del presidente jugoslavo S. Milošević[33].

In sostanza, scrive l’International Action Center (IAC) facente capo a Ramsey Clark, “la politica USA verso la Jugoslavia è una prosecuzione della guerra con altri mezzi”[34].

Secondo il “New York Times”, i finanziamenti occidentali hanno avuto sia la forma di aiuto diretto, sia quella di aiuto indiretto (computer, attrezzature radio ecc.), e talvolta sono arrivati copertamente come “valigie di soldi portate attraverso l’Ungheria o il Montenegro”. In effetti,

già prima della guerra del Kosovo, gli USA avevano speso più di 10 milioni di dollari allanno per sostenere partiti di opposizione, media indipendenti e altre istituzioni. Quest’anno fiscale, fino a settembre, l’Amministrazione ha speso 25 milioni di dollari per supportare la “democratizzazione” serba, più una somma sconosciuta spesa in modo coperto […][35].

Il 25 settembre, il giorno dopo il voto, allorché cominciavano a fioccare sondaggi e primi risultati a favore di Koštunica, il Congresso USA approva la legge HR 1064 (“Sulla democratizzazione della Serbia”), che attribuisce altri 105 milioni di dollari a Montenegro (55 milioni) e “forze democratiche” serbe (50), ma stabilisce anche la prosecuzione delle sanzioni fino a che una serie di dure condizioni non saranno soddisfatte dal governo jugoslavo[36].

Tirando le somme, quindi, i più recenti finanziamenti americani alle forze anti-Milošević ammontano almeno a 182 milioni di dollari (77+105) – circa 400 miliardi in lire italiane –, una cifra superiore a quella della campagna elettorale di Bush jr. (177) o Gore (126), ma in un paese che ha il 4% della popolazione USA, per cui – come osserva S. Flounders, dell’IAC, che ha promosso un Tribunale sui crimini della NATO in Jugoslavia e una commissione d’inchiesta sulla “manipolazione delle elezioni” da parte degli USA – facendo le proporzioni è come se nelle elezioni presidenziali americane un candidato avesse ricevuto 30 miliardi di dollari da un paese nemico! E tuttavia questi soldi sono solo “la punta dell’iceberg”: ad essi infatti vanno aggiunti i fondi coperti, i finanziamenti CIA, quelli della Fondazione Soros ecc.[37] In sostanza – scrivono Chossudovsky e Israël – il “dittatoriale” governo jugoslavo “ha tollerato la creazione di un’immensa quinta colonna in Serbia ad opera del governo USA”, attraverso numerose organizzazioni della “società civile”, eterodirette e finanziate dagli Stati Uniti[38].

Tuttavia, non si deve pensare che solo gli USA si siano dati da fare: subito dopo la proclamazione di Koštunica, anche la Germania ha fatto sapere di aver sostenuto l’opposizione jugoslava con milioni di marchi, e perfino la Norvegia ha affermato di aver contribuito. Secondo lo “Spiegel”, 45 milioni di marchi provenienti dalla Germania sono stati pagati alle amministrazioni locali controllate dall’opposizione, tramite 16 città tedesche (gemellate con città jugoslave amministrate dai “democratici”) che hanno aggiunto il loro contributo ai 17 milioni del ministero degli Esteri[39]. Infine, tramite i “progetti faro” del ministro Fischer, i media “indipendenti” jugoslavi hanno ricevuto 1 miliardo e 200 milioni di marchi per quattro anni a partire dal 2000[40].

Questo enorme flusso di danaro, peraltro, non ha mancato di creare problemi di corruzione e malcostume nelle file dei “democratici”: a lamentarsene, già nei mesi precedenti il voto, sono gli stessi esponenti dello schieramento di opposizione[41].

LUfficio di Budapest e il centro CIA di Sofia

Alcuni di questi traffici di danaro sono stati gestiti da un Ufficio aperto a Budapest presso l’Ambasciata USA in agosto, e diretto dall’ambasciatore americano in Croazia W. Montgomery, “per sostenere le forze democratiche in Jugoslavia in vista delle elezioni”, come hanno detto un portavoce dell’ambasciata e lo stesso portavoce del Dipartimento di Stato Ph. Reeker[42]. Non a caso, l’11 ottobre 2000 lo stesso Montgomery – che Collon definisce “l’uomo chiave perché ha organizzato tutta questa manovra della CIA dall’Ungheria” – si è recato a Belgrado ad incontrare i suoi referenti della DOS[43].

Accanto all’Ufficio in Ungheria, gli USA hanno predisposto vari altri centri, con diverse funzioni. Già nell’estate del ‘99 il capo della CIA, G. Tennent ne costituì uno in Bulgaria, a Sofia, “al fine di ‘educare’ l’opposizione serba”; lo scorso 28 agosto, la BBC ha confermato che sempre a Sofia Tenet ha tenuto “un corso speciale di 10 giorni per i militanti di Otpor” e della SDS di Đinđić. Peraltro, due portavoce di Otpor, Ivana e Nenad, intervistati dal giornalista belga M. Collon, ammettono il legame con la CIA senza particolari imbarazzi:

NENAD: Essere parzialmente controllati dalla CIA non mi disturba più di tanto… La Jugoslavia è un buon posto per investire, possiede miniere estremamente ricche, il Danubio ha grandi potenzialità elettriche, c’è una forza lavoro qualificata che lavora molto e a basso prezzo […]. È una situazione assai interessante per le multinazionali.

COLLON: È vero che Otpor, o almeno i suoi dirigenti, sono pagati dalla CIA per mezzo del National Endowment for Democracy?

NENAD: So bene che la CIA è impegnata in questa faccenda. Devono fare il loro lavoro e sono più forti dei nostri servizi segreti. […] non possiamo resistere agli USA, loro devono fare il proprio lavoro e, di conseguenza, non mi imbarazza essere parzialmente controllato dalla CIA[44].

Infine, va ricordato che anche i nuovi quadri sindacali, che con la forza stanno cercando di rimpiazzare i vecchi sindacalisti nelle fabbriche e ditte jugoslave, sono stati “formati” attraverso dei corsi tenuti a Timisoara in Romania da ‘esperti’ americani[45].

Insomma è chiaro che gli USA e in particolare la CIA hanno operato in due direzioni: da un lato, hanno accerchiato la Jugoslavia, utilizzando come al solito ambasciate (nel caso dell’URSS si utilizzò tra l’altro l’ambasciata americana a Varsavia), centri più o meno istituzionalizzati ecc.; dall’altro, hanno “addestrato” a dovere coloro i quali dovevano materialmente provocare e gestire la “transizione”.

Intimidazioni e promesse prima del voto

La manovra di accerchiamento – virtuale e reale – ha raggiunto l’acme nei giorni precedenti le elezioni. È allora che l’Occidente ha usato quella che molti analisti hanno definito come la tipica “tattica del bastone e della carota”, ossia intimidazioni da un lato e promesse dall’altro: in ogni caso forme di pressione e ricatto su un popolo che stava per affrontare un appuntamento elettorale di grande importanza. Peraltro, nell’ambito di questa tattica, c’è stata anche una certa divisione dei ruoli, per cui l’Europa ha perlopiù promesso, mentre gli USA (conformemente al loro “carattere”) sono stati i maggiori protagonisti delle minacce.

Cominciamo dalle promesse: il 4 settembre 2000, a 20 giorni dal voto, l’Unione Europea offre l’abolizione delle sanzioni contro la Jugoslavia se Milošević sarà cacciato; il 18, un Messaggio al popolo serbo dell’UE rilancia, aggiungendo in caso di sconfitta di Milošević anche “il necessario aiuto economico per la ricostruzione” e il sostegno al “reintegro della Jugoslavia nella comunità internazionale”; infine il 20 anche gli Stati Uniti riprendono la proposta di rimuovere le sanzioni in caso di vittoria “democratica”[46]. L’intromissione è talmente eclatante da suscitare varie proteste: oltre all’ambasciatore jugoslavo in Grecia (che la denuncia come “un aspetto della perdurante aggressione di NATO ed UE, ora con diversi mezzi, il che costituisce una violazione di tutti i principi basilari delle relazioni internazionali”), protestano i deputati della Duma russa e la PDS tedesca[47]. Perfino due osservatori internazionali canadesi (un professore di Relazioni internazionali e un esponente del movimento democratico canadese) denunciano il fatto che USA ed UE “in modo completamente illegale e antidemocratico stanno interferendo negli affari interni di un paese sovrano”[48].

Quanto alle minacce, quella più evidente è costituita dalle manovre militari compiute nell’Adriatico e attorno alla Jugoslavia nelle settimane precedenti il voto, riassunte da Peacelink:

In Kosovo sono arrivati altri 4 battaglioni di truppe alleate portando la KFOR a 45.000 effettivi. Nella confinante Romania forze della NATO insieme a rumeni, svizzeri e bulgari simulano un “intervento teso a riportare la pace in un paese sconvolto dalla guerra civile”. In Slovacchia e Repubblica Ceca si svolgono le manovre “Blue Line 2000” con piloti e jet statunitensi.

Le operazioni più significative però riguardano l’esercitazione congiunta tra truppe USA e croate, sia di terra che di mare, che si svolgerà dal 25 al 29 settembre, coinvolgendo 600 soldati americani e 9000 croati nelle città di Spalato e Sebenik. Sono accompagnati da due unità di trasporto per operazioni anfibie, la USS Austin e la USS Saipan, che nei giorni scorsi era nel porto di Trieste (prima ancora a La Spezia). Inoltre la portaerei Washington, a propulsione nucleare, è stata trasferita all’ultimo momento dal Golfo Persico all’Adriatico, dove è giunta in questi giorni.

Il dipartimento della difesa statunitense ha smentito ogni legame tra queste manovre e le concomitanti elezioni jugoslave…[49].

Alle manovre al largo delle coste croate partecipa anche la VI Flotta della marina USA, la cui presenza nei giorni delle elezioni risulta particolarmente inquietante; il 26, due giorni dopo il voto, VI Flotta e forze croate simulano un attacco all’isola di Zirje, impegnando circa 1000 soldati[50].

Infine, il ministro degli esteri inglese Cook sottolinea che la Gran Bretagna ha 15 navi da guerra nel Mediterraneo, con 5.000 marinai, la portaerei “Invincible”, e numerosi aerei ed elicotteri da guerra[51].

Dal canto suo, l’ex capo della NATO Solana dichiara che un’eventuale vittoria e/o broglio elettorale di Milošević incontrerebbe “l’ostilità” della NATO, mentre il presidente montenegrino Đukanović minaccia di proclamare l’indipendenza del Montenegro nel caso Milošević vinca[52]. Il messaggio è molto chiaro: il risultato accettabile del voto è uno ed uno solo: altri sarebbero denunciati come brogli elettorali, “brogli” ai quali l’Occidente si è appellato – mettendo le mani avanti – ben prima dello svolgimento del voto, e a partire dai quali un intervento esterno – magari a partire da una bella secessione del Montenegro – non sarebbe stato del tutto da escludersi. Scrive G. Szamuely:

È difficile prendere sul serio delle elezioni in queste condizioni. Come puoi dare un voto per il candidato di tua scelta se c’è la possibilità che missili Cruise bombardino la tua casa se voti nel modo “sbagliato”?[53].

Il voto del 24 settembre e l’assalto al Parlamento

Si giunge così al voto del 24 settembre. I risultati veri non si conosceranno mai, dal momento che i “democratici” nel loro assalto al Parlamento, sede della Commissione elettorale, distruggeranno molte delle schede. Gli ultimi dati ufficiali (relativi al 64% delle schede scrutinate) attribuivano a Koštunica il 48.2% e a Milošević il 40.2% (coi candidati delle forze ultranazionaliste – i radicali di Šešelj, alleati di Milošević nel governo serbo, e lo SPO di Drašković – rispettivamente al 5.1% e al 2.6%).

Quanto ai risultati relativi ai due rami del Parlamento, i numeri confermano la vittoria del blocco di sinistra (SPS di Milošević e JUL di Mira Marković) e dei suoi alleati del Partito Socialista Nazionale, che alla Camera dei Cittadini conquistano rispettivamente 44 e 28 seggi, per un totale di 72 seggi su 138, contro i 58 della DOS; anche alla Camera delle Repubbliche la coalizione di sinistra conferma la sua maggioranza, anzi qui il PSN ottiene la maggioranza relativa (19 seggi), cui vanno aggiunti i 7 di SPS/JUL, per un totale di 26 seggi su 40, contro i 10 della DOS. Peraltro, va sottolineato che i consensi alle forze della sinistra sono notevolmente aumentati rispetto alle precedenti elezioni; tali risultati non sono stati contestati dalla DOS.

Al contrario, i risultati delle presidenziali sono contestati prima ancora di essere proclamati, mentre fioccano sondaggi e la DOS fornisce le sue cifre, ossia quelle di una delle parti in causa, prese come oro colato dalla stampa occidentale, diffuse dai media di tutto il mondo e accreditate da NATO, USA, ecc., ossia dai nemici della Jugoslavia. Queste stesse cifre, peraltro, sono piuttosto contraddittorie: per l’Ufficio elettorale della DOS, Koštunica avrebbe raggiunto il 54.6%, per il portavoce Jovanović, Koštunica sarebbe al 52.5%, il vicepresidente della DOS Sami fornisce addirittura due cifre diverse: prima il 51.3% e poi il 50.3%. Come osserva M. Graziosi, “secondo quest’ultima cifra saremmo davvero al limite del ballottaggio”, un ballottaggio peraltro in cui il 5% di Šešelj si sarebbe senz’altro spostato su Milošević[54]. In ogni caso, scrive il 26 settembre J. Israël:

Anche se Koštunica vincesse le elezioni presidenziali, il governo è controllato dal parlamento, e il parlamento è saldamente nelle mani della coalizione governativa. Perciò gli USA stanno utilizzando la loro opposizione “democratica” per mettere alla prova e destabilizzare la situazione, e rovesciare il governo.

Di fatto, è quello che accade. Alle 3 di notte del 26 Đinđić afferma che i risultati forniti dalla Commissione elettorale sono falsi e che la DOS rifiuterà il ballottaggio; appena un’ora dopo Koštunica, che fino ad allora era stato propenso a seguire una strada legalitaria, ripete le stesse frasi di Đinđić: quale sia il rapporto di forza tra i due, e dunque anche tra Koštunica e le forze internazionali che sono dietro Đinđić, è piuttosto chiaro[55]. Anche per Szamuely

l’ordine che proviene da Washington, trasmesso attraverso Budapest, è che l’“opposizione” prenda la piazza e richieda le dimissioni di Milošević. Tale protesta potrebbe ben provocare una risposta violenta. Questa, a sua volta, potrebbe essere presa al volo dagli USA come minaccia per l’intera regione, giustificando un intervento militare.

Oppure la formazione di un governo “democratico” in esilio riconosciuto dalla comunità internazionale e contrapposto a quello di Belgrado[56]. In ogni caso, chi ha consigliato i dirigenti della DOS di intraprendere le vie extralegali ha messo in conto la possibilità che lo scontro giungesse anche fino alla guerra civile, eventualità che – occorre riconoscerlo – è scongiurata solo grazie al senso di responsabilità di Belgrado.

Nelle strade iniziano le manifestazioni della DOS: per Chossudovsky e Israël, è una folla variegata, che comprende giovani cui Otpor fornisce magliette e telefonini, lavoratori che temono di perdere il proprio posto, persone comprate dalle briciole dei miliardi occidentali, gente influenzata dalla martellante propaganda finanziata e orchestrata dagli USA, e poi croati, albanesi e filo-secessionisti della Vojvodina[57]: ad accomunarli c’è la grande illusione che facendosi perdonare dall’Occidente, offrendogli la testa del suo nemico, giungeranno benessere e prosperità: ma si tratta di un sogno da cui già tanti popoli dell’Est europeo hanno dovuto svegliarsi.

Tuttavia, tale folla – secondo Collon non 200.000 ma, almeno all’inizio, circa 40-50.000 persone[58] – non sarebbe sufficiente. È a quel punto che entrano in gioco quelle che S. Flounders e J. Catalinotto definiscono “le bande extralegali dell’imperialismo”, coordinate da Đinđić e guidate dal sindaco di Čačak, Velimir Ilić, già noto per aver rifiutato di cooperare col governo durante i bombardamenti NATO. Il 5 ottobre esse, secondo un piano premeditato, danno l’assalto ai due punti chiave, il Parlamento e la TV di Stato. Racconterà Ilić:

La nostra azione era stata preparata in anticipo. Tra i miei uomini c’erano degli ex paracadusti, dei vecchi ufficiali dell’esercito e della polizia e degli uomini che avevano combattuto tra le forze speciali. Molti di noi avevano dei giubbotti antiproiettile e delle armi. Il nostro scopo era molto chiaro, prendere il controllo delle istituzioni-chiave del regime, tra cui il parlamento e la televisione […]. Sono stato costantemente al telefono con un generale dell’esercito così come con una parte della gerarchia del ministero dell’Interno.

Quanto alle scene di “fraternizzazione” tra manifestanti e poliziotti, si trattava di una messa in scena: “Erano i nostri uomini vestiti delle uniformi della polizia”. Come sottolinea il dispaccio della France Press che riporta l’intervista, queste scene “hanno dato coraggio ai manifestanti”, destabilizzando le forze ancora fedeli a Milošević[59]. Anche per l’“International Herald Tribune”

dietro l’apparente spontaneità della sollevazione di piazza del 5 ottobre c’era una strategia ben preparata, elaborata fino al dettaglio da militanti serbi sotto la supervisione dei consiglieri occidentali[60].

La presa del palazzo della TV è accompagnata da una “spedizione punitiva” nei confronti del suo direttore generale, D. Milanović, e del suo principale commentatore, massacrati di botte da alcuni picchiatori e in seguito “scomparsi” dall’ospedale[61].

Gli squadristi coordinati da Đinđić, subito dopo la presa del Parlamento, hanno messo a soqquadro anche la sede belgradese del Partito Socialista e quella del piccolo Nuovo Partito Comunista Jugoslavo, oltre a diverse imprese pubbliche; a Belgrado e dintorni sono state incendiate inoltre le case di attivisti della SPS e fatti anche più gravi sono accaduti in provincia[62].

È a quel punto, e con la mediazione del ministro degli Esteri russo Ivanov, che Milošević si ritira. Per molti autori (Collon, Grimaldi, Chossudovsky, Israël), si è trattato di un colpo di Stato occultato sotto lo “spettacolo mediatico della ‘rivoluzione democratica’” (D. Johnstone); altri (l’International Action Center) parlano di “una tipica operazione CIA”, sul modello del Nicaragua e di altre; infine, anche per l’“International Herald Tribune”, “in Serbia come nel passato in Iran e Guatemala” gli USA hanno sostenuto “uno sforzo straordinario per rovesciare un capo di Stato straniero”[63].

Le violenze successive

 

Nonostante il ritiro di Milošević e la proclamazione della vittoria di Koštunica, peraltro, le violenze proseguono e si moltiplicano, con una sorta di “caccia all’uomo” dietro cui si nasconde un fatto politico rilevante, ossia unepurazione di massa di dirigenti aziendali, sindacalisti ecc.: “comitati di crisi” della DOS si appropriano del controllo di tutte le strutture produttive e le istituzioni in cui riescono ad avere la meglio con la forza[64]. Fatti gravi accadono alla Zastava di Kragujevac, la fabbrica per mesi simbolo della resistenza del popolo jugoslavo: il 10 ottobre vengono devastati gli uffici dei rappresentanti sindacali. Gli squadristi impongono le dimissioni, tra gli altri, di M. Dončić e S. Miličević, segretario del sindacato Samostalni della Zastava, ben noti al mondo dell’associazionismo e del sindacalismo per i loro interventi in Italia: saranno sostituiti in modo illegale (e non riconosciuto dal sindacato) da membri della DOS. Anche al presidente del sindacato Samostalni, Ružica Milosavljević, viene intimato di lasciare il suo posto. Infine Rajka Veljović e tutto il gruppo impegnato nell’organizzazione delle “adozioni a distanza” insieme con associazioni italiane e con la CGIL-Lombardia, subiscono pesanti minacce[65].

Gli episodi sono talmente gravi che anche il Coordinamento nazionale delle RSU denuncia il

piano sistematico, volto a distruggere tutte le organizzazioni sindacali che manifestano critiche verso le politiche neoliberiste del programma della “Opposizione democratica serba” di Koštunica […] che prevedono, tra l’altro, la chiusura della Zastava e pesanti tagli al salario ed all’assistenza sociale e previdenziale[66].

Ma non si tratta solo della Zastava: episodi analoghi, devastazioni di sedi di SPS e JUL, incendi di case di attivisti politici, violenze contro sindacalisti, sono denunciati in tutto il paese, tanto che le trattative per la formazione di un governo unitario di transizione rischiano di naufragare[67].

Il nesso tra le violenze in atto e le politiche neoliberiste della DOS, rispetto a cui questa cerca di scongiurare l’esistenza (e la resistenza) delle maggiori organizzazioni dei lavoratori è dunque evidente. Nel caso della Zastava, per la quale, si preannunciava un forte interessamento di FIAT e Peugeot, la contraddizione sarebbe ancora più acuta. Non a caso, violenze e intimidazioni sono proseguite nelle settimane successive, fino a sfociare nell’annullamento d’autorità, da parte degli uomini della DOS, delle elezioni sindacali interne previste per il 24 novembre 2000[68].

Infine, in vista delle elezioni serbe del 23 dicembre, Milošević e Mira Marković “hanno accusato il nuovo potere federale di avere impedito gli accessi ai media in campagna elettorale”; anche per “il manifesto”

Qualcosa di vero c’è. Milošević ha dovuto rilasciare un’intervista solo alla tv-Palma, legata ai radicali di Šešelj. Non sono mancati episodi ridicoli: il grande vignettista Korax, feroce critico di Milošević, ma da questi mai represso, si è visto messo all’indice dai nuovi detentori del potere per vignette contro il poco amato – ma sicuramente prossimo premier serbo – Z. Dijndijc, eminenza grigia di Belgrado. E un nuovo clima d’intolleranza ha pervaso le elezioni sindacali in grandi complessi industriali, come alla Zastava, dove regna un clima di minaccia verso quel sindacalismo autonomo maggioritario che non scioperò in favore di Koštunica[69].

L’Occidente e Koštunica dopo il voto

 

Già il 27 settembre, quando la matassa elettorale non è ancora stata districata, i leader della DOS incontrano a Sofia dirigenti di FMI e Banca Mondiale, ribadendo la loro volontà di liberalizzare i prezzi, privatizzare l’industria, licenziare dove necessario, smantellare il sistema di garanzie sociali jugoslavo[70].

Non a caso dunque, dopo la proclamazione della vittoria di Koštunica, le reazioni occidentali sono state unanimemente entusiaste. Oltre alla UE, anche la Albright si affretta a rinnovare la promessa della fine delle sanzioni “appena sarà chiaro che Koštunica è al potere e Milošević è stato cacciato”, mentre la NATO stessa saluta “con piacere i cambiamenti democratici e l’elezione di un nuovo presidente”; Kouchner, dal canto suo, coglie l’occasione per ribadire la necessità di giungere ad “un’autonomia sostanziale del Kosovo”, ora che è possibile farlo “sotto una luce molto diversa e in un clima che spero molto differente”[71].

Il 9 ottobre 2000 la UE abolisce le prime sanzioni, ossia l’embargo petrolifero e quello aereo[72]. L’11 anche la Banca Mondiale saluta la vittoria di Koštunica promettendo la concessione di nuovi crediti alla Jugoslavia “per aiutare la nascente democrazia a rientrare nella Banca Mondiale” stessa, ciò per cui è comunque necessario che essa paghi i suoi debiti con FMI e BM; inoltre, “il possibile ruolo della Banca Mondiale in Jugoslavia è basato sul presupposto che al più presto si ottenga un ulteriore consolidamento politico interno e che questo consenta la rimozione delle sanzioni internazionali”. Peraltro, FMI e BM “non concedono solo prestiti, ma offrono anche consigli tecnici al fine di costruire basi solide per rendere le economie attraenti agli occhi degli investitori stranieri”, dai quali secondo il “Financial Times” la Jugoslavia mira ad ottenere subito 500 milioni di dollari per riprendere le importazioni essenziali. Dal canto suo, il capo del governo ad interim, M. Labus, dichiara di volere “liberalizzare e creare un’economia di mercato aperta all’aiuto, ai prestiti e agli investimenti stranieri”[73].

Contemporaneamente, Koštunica è invitato al vertice UE di Biarritz. Qui non solo viene sancita la “revoca parziale” dell’embargo economico, ma al nuovo leader sono consegnati aiuti per 200 milioni di euro; l’Italia, da parte sua, aggiunge altri 300 miliardi di lire. Koštunica ricambia immediatamente: nella conferenza stampa, dichiara con la massima naturalezza che il nome di Federazione Jugoslava non va più bene per il suo paese, che dovrebbe invece chiamarsi “Serbia-Montenegro”, con tutto ciò che questo significa, aggiungendo di essere pronto ad accettare anche “un referendum separato in Montenegro” sulla volontà di mantenere in vita la Federazione[74].

Đukanović nega la sovranità della RFJ sul territorio montenegrino e definisce Serbia e Montenegro “due Stati indipendenti”, mentre anche il dinaro viene sostituito dal marco tedesco[75].

Intanto, anche la Germania stanzia altri 30 milioni di marchi, mirando a creare un “fondo internazionale per la navigabilità del Danubio”; la condizione posta da Berlino, però – così come quella posta dagli USA – è che Milošević sia “definitivamente allontanato dalla politica interna jugoslava”[76]. Anche la European Investment Bank sottolinea la

importanza del Danubio: ripristinare questa strada è una delle ragioni chiave (oltre alla stabilità della regione) per cui la comunità internazionale vorrebbe evitare che la FRY diventasse un paria permanente[77].

All’inizio di novembre, Koštunica dichiara alla CNN che le relazioni con gli USA saranno ristabilite “entro pochi giorni”. Quanto al destino di Milošević, l’Occidente ne reclama la consegna all’Aja[78], come alcuni mesi dopo accadrà ad opera del governo Đinđić e lì fatto morire l’11 marzo 2006. Il Tribunale dell’Aja sarà utilizzato dall’Occidente come ennesima arma di pressione e di ricatto, oltre che di intromissione negli affari interni jugoslavi, potendo sempre aprire nuovi conflitti e nuovi contenziosi nel momento in cui questo fosse necessario per ottenere ulteriori concessioni.

Infine, negli stessi giorni, la Jugoslavia fa richiesta di ammissione all’ONU, equiparando così il suo status a quello delle repubbliche secessioniste di Slovenia, Crozia e Bosnia, con conseguenze anche sul contenzioso in atto sull’eredità del patrimonio della RFSJ; la volontà di discontinuità con la Jugoslavia è confermata anche simbolicamente dalla mozione della DOS che chiede l’abolizione della Festa della Repubblica del 29 novembre, giorno della liberazione dai nazisti e della nascita della RFSJ (mozione peraltro respinta dalla maggioranza parlamentare di sinistra)[79].

Considerazioni conclusive: cui prodest?

Le elezioni in Jugoslavia sono state fortemente condizionate da finanziamenti illeciti e ingentissimi alle forze di opposizione, ricatto economico, pressioni psicologiche, intimidazioni militari, manovre sotterranee, probabilmente anche omicidi[80] – per non parlare della situazione drammatica creata dalla guerra e dall’embargo –, per cui difficilmente il voto espresso potrebbe considerarsi “libero e schietto”. Come scrive S. Flounders:

Le elezioni solleva[va]no una questione vitale. La Jugoslavia sarà ceduta alle banche e alle corporations occidentali? L’industria jugoslava sarà distrutta e svenduta, come è già accaduto in tutti gli altri paesi dell’Europa orientale, in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche? La maggioranza della popolazione sarà retrocessa a vivere sotto la soglia della povertà?[81].

Oggi le risposte a questi quesiti sembrano abbastanza chiare. Senza peli sulla lingua, la rivista “Limes” – che fa capo ad un’ala ben precisa del grande capitale italiano – afferma: “Con la svolta di Belgrado cade l’ultimo ostacolo a una strategia rivolta all’intera Europa dell’Est”. Questa trova nel “Patto di stabilità” per i Balcani – promosso dall’UE durante la presidenza tedesca subito dopo la fine della guerra, e di cui è presumibile entri a far parte anche la Jugoslavia – il suo principale strumento, che debba fare da base ad un prossimo “scenario dei tre Mari”:

È il passo successivo al Patto di stabilità: fare dei Balcani una sorta di piattaforma girevole che connetta l’Europa occidentale alle riserve energetiche del Mar Caspio attraverso l’Adriatico e il Mar Nero[82].

A vantaggio di chi e di quali paesi, e a spese di chi dovrebbe realizzarsi questa operazione, è facile presumere. La stessa “Limes” in un altro articolo intitolato significativamente I nuovi progetti occidentali ridisegnano i Balcani, sottolinea il ruolo delle IFI (Istituzioni Finanziarie Internazionali) nel “facilitare il reinserimento della Serbia nei programmi del Pds [Patto di stabilità, ndr]. Entro dicembre esse opereranno in Serbia: la Banca mondiale sta già aprendo un ufficio a Belgrado”[83].

La Germania, dal canto suo, “valuta in 8 miliardi di marchi gli investimenti necessari per ripristinare le infrastrutture essenziali […] distrutte dalla guerra. Insomma le occasioni non mancano”[84]. Anche l’Italia peraltro avrà la sua parte. Come scrive “Italy Daily”, supplemento dell’edizione italiana dell’“International Herald Tribune”:

Se gli eventi politici procederanno in Jugoslavia in maniera liscia, il futuro del paese promette di essere ricco di privatizzazioni, con l’apertura delle barriere commerciali e la stabilizzazione della valuta. […] Le privatizzazioni potrebbero spalancare la Jugoslavia agli investimenti esteri. Molti settori, ivi inclusi i servizi pubblici per l’energia, le infrastrutture e la gestione degli aeroporti, potrebbero presto vedere licenziamenti di dipendenti ed essere ristrutturati per dare spazio ai nuovi capitali provenienti dall’estero. Per esempio, l’ENEL, l’ente statale per l’energia elettrica, potrebbe un giorno prendere in considerazione di entrare in un mercato jugoslavo dell’energia privatizzato, ha detto F. Onida [presidente dell’ICE, ndr][85].

La prospettiva dunque è abbastanza chiara. Se ci chiediamo “a chi giova” la defenestrazione di Milošević e tutto ciò che ne consegue, non possiamo che rispondere che essa giova all’imperialismo, sul piano politico, economico, geopolitico. D’altra parte, il “Los Angeles Time” scrive:

Da quando i sostenitori di Koštunica hanno cacciato i direttori dei magazzini e delle fabbriche controllate dallo Stato, rimpiazzandoli con loro uomini, questo sistema di controllo si è sfasciato ed i prezzi si sono immediatamente innalzati. I nuovi direttori si stanno sbrigando per cercare di rendere le loro industrie più redditizie[86].

Le elezioni in Serbia del 23 dicembre scorso confermano e rafforzano il quadro, dal momento che la DOS ha ottenuto una forte affermazione (circa il 63%), mentre SPS e JUL un grave sconfitta (la seconda è quasi sparita): è evidente che i serbi, vista da che parte ormai pendeva la bilancia e considerati i metodi forti dei governanti “democratici”, si sono adeguati. Intanto, tra la gioia di quei media che avevano plaudito ai bombardamenti sulla Jugoslavia, sono rotti gli argini per quella che gli stessi media definiscono senza imbarazzi “resa dei conti”, “epurazione”, ecc.[87].

Infine, l’unanimismo registrato anche a sinistra attorno ai risultati jugoslavi, un certo essere “schiacciati” sulle “verità” ufficiali e sulle letture comuni, impongono l’avvio di una riflessione sull’uso delle nostre categorie analitiche, sull’adeguatezza dei nostri mezzi di conoscenza e sulla necessità di porre al centro il problema di una controinformazione nuova, critica, adeguata al livello dello scontro in atto sul piano internazionale, che si gioca in parte non irrilevante proprio sul terreno della comunicazione. Distinguersi dai media dell’imperialismo, usare fonti alternative, leggere i fatti in modo diverso, andare oltre le apparenze, costituiscono ora più che mai componenti essenziali per la formazione di una coscienza diffusa che sia critica, antagonista, alternativa all’ideologia dominante.


Testo contenuto nel libro Bombe su Belgrado vent’anni dopo. All’origine delle guerre umanitarie


[1]  Questo testo riprende, con alcune modifiche, quello pubblicato col titolo “Elezioni in Jugoslavia: che cosa c’è dietro la vittoria di Koštunica” nel volumetto a cura di R. Giusti, A. Höbel, La NATO in Jugoslavia: Dalla guerra al colpo di stato, n. 7-8 di “Per la critica dell’ideologia borghese”, collana di interventi e documenti diretta da Domenico Losurdo, edizioni La Città del Sole, Napoli, 2001.

[2]  Storico del movimento operaio, direttore della rivista online “Marxismo oggi”.

[3]  “New York Times”, 19 agosto 1968 (citato in P. M. Sweezy, Ch. Bettelheim, Il socialismo irrealizzato, Roma, Editori Riuniti, 1992, p. 8): per il giornale americano “il capitale occidentale [aveva] acquisito un importante punto d’appoggio in Jugoslavia”, grazie agli investimenti di FIAT, Printing Developments Inc., ecc.

[4]  M. Chossudovsky, J. Israël,, U.S. Coup Aims to Install Puppet Regime in Yugoslavia, fonte Internet (www.tenc.net).

[5]  F. Marenco, I falchi e gli usurai. Il ruolo dellimperialismo, della NATO, del FMI e della Banca Mondiale nella disgregazione della Jugoslavia, “L’Ernesto”, 2000, n. 5. Cfr. M. Chossudovsky, La globalizzazione della povertà, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 1998.

[6]  Marenco, I falchi e gli usurai…, cit.

[7] Per le seguenti note sull’economia serba e jugoslava, si ringrazia A. Catone.

[8]  Rapporto dell’ICG sulla Serbia, “ICG Balkans Report”, n. 99, Belgrade/Washington/Brussels, 17 agosto 2000.

[9]  Proposte dell’industria italiana per la ricostruzione dei Balcani, Quadro generale: Serbia (sito Bernabè, dopo le sue indicazioni del 29 luglio ‘99) redatto da: DGR Consulting S.r.l., Trieste.

[10] Balkan Task Force, European Investment Bank, Problemi di uno sviluppo a lungo termine per il Sud Est europeo, Luxemburg, 28 luglio 1999.

[11] “Il Piccolo”, 28 settembre 2000.

[12] “Emissario” USA.

[13] I. B., LHerald Tribune: Così gli USA rovesciarono Milosevic”, “Liberazione”, 21 dicembre 2000; G.M. Del Re, Come la Germania ha lavorato dietro le quinte, “Limes”, 2000, n. 5.

[14] A. Papahelas, M. Mirkos, Il ruolo della Grecia nella caduta di Milosevic, “Limes”, 2000, n. 5; M. Chossudovsky, J. Israël, M. Sinclair, K. Talbot, N. Varkevisser, Cento milioni di dollari per la democrazia? Come gli Stati Uniti hanno creato unopposizione corrotta in Serbia, fonte Internet (http://emperors-clothes.com).

[15]  F. Grimaldi, Che cos’è il DOS, l’“opposizione democratica serba”, “L’Ernesto”, 2000, n. 5.

[16]  S. Cvijic, Anatomia della rivoluzione serba, “Limes”, 2000, n. 5.

[17] M. Graziosi, Jugoslavia: fine di unepoca?, “L’Ernesto”, 2000, n. 5.

[18] Del Re, Come la Germania ha lavorato dietro le quinte, cit.

[19]  T. Di Francesco, Colpo di coda, “il manifesto”, 12 ottobre 2000.

[20]  Citato in Chossudovsky-Israël,, U.S. Coup Aims to Install Puppet Regime in Yugoslavia, cit.

[21]  Democratic Opposition of Serbia, Programme for Democratic Serbia, fonte Internet (www.otpor.net).

[22]  Chossudovsky-Israël-Sinclair-Talbot-Varkevisser, Cento milioni di dollari per la democrazia?…, cit.

[23]  Lo afferma l’ideatore del NED, A. Weinstein, secondo cui “una serie di cose che noi facciamo oggi 25 anni fa venivano fatte copertamente dalla CIA”.

[24] M. Chossudovsky, J. Israël, “Noi vogliamo essere una colonia”, fonte Internet (www.tenc.net). Sul G17 cfr. anche M. Chossudovsky, Who Are the G-17?, fonte Internet (www.egroups.com/message/crj-mailinglist/461), e il sito www.g17.org.yu.

[25]Ibidem. La dichiarazione di Vukotic fu rilasciata il 14 luglio 1999 nel programma della TV pubblica americana “The News with Jim Lehrer”.

[26] “il manifesto”, 31 agosto 2000.

[27]  Chossudovsky-Israël, “Noi vogliamo essere una colonia”, cit.

[28] A. Gori, Otpor, larma segreta che ha battuto il regime serbo, “Limes”, 2000, n. 5.

[29]  I. B., LHerald Tribune: Così gli USA rovesciarono Milosevic”, cit.

[30] Grimaldi, Che cos’è il DOS, l’“opposizione democratica serba”, cit.

[31]Vesna Pešić: bisogna distruggere lSPS e spartire il Kosovo in zone etnicamente distinte, sintesi dell’intervento di V. Pešić al convegno sui Balcani della Fondazione Agnelli del 18-20 ottobre 2000, a cura di G. Carpi, fonte Internet (http://digilander.iol.it/lajugoslaviavivra).

[32] Chossudovsky-Israël-Sinclair-Talbot-Varkevisser, Cento milioni di dollari per la democrazia?…, cit. Degli aiuti al Montenegro di Đukanović promessi dalla Albright, parla anche l’agenzia France Press del 1° agosto 2000; l’11 settembre Đukanović sposava la candidatura Koštunica.

[33]  J. Lancaster, U.S. Funds Help Milosevics Foes in Election Fight, “The Washington Post”, 19 settembre 2000.

[34]International Action Center Speaks to the Anti-Globalization Movement: What You Should Know About Events in Yugoslavia, “Workers World Newspaper”, 19 ottobre 2000.

[35] S. Erlanger, Milosevic, Trailing in Polls, Rails Against NATO, “New York Times”, 20 settembre 2000.

[36]  106th Congress, 2d Session, H. R. 1064 “To authorize a coordinated program to promote the development of democracy in Serbia and Montenegro”, fonte Internet.

[37] S. Flounders, Facing Threats and Bribes: will Yugoslavia Resist U.S. Backed Counter-Revolution?, “Workers World Newspaper”, 12 ottobre 2000; International Action Center, Blatant U.S. intervention in Yugoslav elections protested; Group calls for investigation, fonte Internet (www.iacenter.org).

[38] M. Chossudovsky, J. Israël, U.S. Coup Aims to Install Puppet Regime in Yugoslavia, fonte Internet (www.tenc.net).

[39] S. Flounders, J. Catalinotto, La lotta continua nonostante la sconfitta a Belgrado, fonte Internet (http://digilander.iol.it/lajugoslaviavivra); Del Re, Come la Germania ha lavorato dietro le quinte, cit. Le città amministrate dall’opposizione, peraltro, erano favorite anche dall’invio di combustibile previsto dal programma Energy for Democracy.

[40] Del Re, Come la Germania ha lavorato dietro le quinte, cit. Anche il germanofilo Đinđić, dal canto suo, nel luglio ‘99 aveva ottenuto 2 milioni di marchi di aiuti dal primo ministro bavarese Stoiber.

[41]  Cfr. Tommaso Di Francesco, Putin, pensaci tu, “il manifesto”, 31 marzo 2000; Gori, Otpor, larma segreta…, cit.

[42]U.S. Opens New Office in Hungary, Associated Press, 15 agosto 2000. Cfr. M. Dinucci, Il candidato americano, “il manifesto”, 24 settembre 2000.

[43]  M. Collon, Diario da Belgrado (www.egroups.com/messages/jugocoord), 14 ottobre 2000. Cfr. l’intervista di M. Collon all’ex ministro degli Esteri jugoslavo Jovanović, “Solidaire”, 11 ottobre 2000.

[44]  G. Mugemangango, M. Collon, “To be partly controlled by the CIA? That doesnt bother me much. Interview with two activisties of the Otpor student movement, fonte Internet (www.ptb.be/solidaire); Grimaldi, Che cos’è il DOS, l’“opposizione democratica serba”, cit. Sull’apertura del Centro di Sofia, si veda anche il giornale bulgaro “Monitor” del 28 agosto.

[45]  Lo. C., Linciaggi alla Zastava, “il manifesto”, 12 ottobre 2000.

[46]  P. Chin, As Elections Loom: U.S. Steps Up Plan to Topple Yugoslav Government, “Workers World Newspaper”, 21 settembre 2000; J. Catalinotto, Yugoslavia Elections: U.S., W. Europe Use Carrot & Stick, ivi, 28 settembre 2000.

[47]  Le reazioni citate sono riportate dall’agenzia Tanjug il 19 e 20 settembre.

[48] M. Repo, Canadian Observers in Yugoslavia, 22 settembre 2000, fonte Internet (www.egroups.com/messages/jugocoord).

[49] Fonte Internet (www.egroups.com/messages/jugocoord).

[50] J. Israël, Early Election Results: Big Defeat for U.S. Fifth Column Tactics, fonte Internet (www.egroups.com/group/crj-mailinglist); Manovre croato-USA, sbarco isola Zirje, Ansa-Reuter-AFP, 26 settembre.

[51]  G. Szamuely, NATO Game-Plan: Destabilize Yugoslavia, fonte Internet (www.tenc.net).

[52]  Chin, As Elections Loom: U.S. Steps Up Plan to Topple Yugoslav Government, cit.; agenzia Montena, 25 settembre 2000.

[53]  Szamuely, NATO Game-Plan: Destabilize Yugoslavia, cit.

[54]  Graziosi, Jugoslavia: fine di unepoca?, cit. Per i risultati ufficiali parziali, cfr. Tanjug News, 27 settembre 2000 (www.gov.yu/e2000/index.html).

[55] Israël, Early Election Results: Big Defeat for U.S. Fifth Column Tactics, cit.

[56]  Szamuely, NATO Game-Plan: Destabilize Yugoslavia, cit.

[57]  Chossudovsky- Israël, U.S. Coup Aims to Install Puppet Regime in Yugoslavia, cit.

[58] M. Collon, Impass in Yugoslavia. Is the U.S. really read to lift embargo?, fonte Internet (www.egroups.com/messages/jugocoord).

[59]  France Press, 8 ottobre 2000. Simili le dichiarazioni al “New York Times”: “Abbiamo organizzato una squadra di giovani professionisti, parà dell’esercito jugoslavo e giovani poliziotti e ci siamo coordinati con le unità di élite della polizia del ministero degli interni a Belgrado. A noi si sono uniti esperti di arti marziali e boxeur professionisti. Avevamo anche poliziotti in abiti civili per il coordinamento con le città vicine”.

[60]  I.B., art. cit.

[61]  F. Grimaldi, Belgrado, il silenzio del giorno dopo, “Liberazione”, 7 ottobre 2000; Id., articolo da Belgrado del 7 ottobre, non pubblicato da “Liberazione”.

[62] Collon, Diario da Belgrado, cit., 6 ottobre (Le violenze di cui non si parla).

[63]Ibidem; F. Grimaldi, Lettera a Rina Gagliardi; Chossudovsky-Israël, U.S. Coup Aims to Install Puppet Regime in Yugoslavia, cit.; D. Johnstone, In a Spin, fonte Internet (www.egroups.com/messages/jugocoord); International Action Center Speaks to the Anti-Globalization Movement: What You Should Know About Events in Yugoslavia, cit.; I.B., art. cit.

[64]  Grimaldi, Lettera a Rina Gagliardi, cit.; M. Collon, Diario da Belgrado, cit., 20 ottobre (A Belgrado, lolio è aumentato da 15 a 51 dinari); Johnstone, In a Spin, cit.

[65]  Un ponte per Belgrado in terra di Bari, Quale democrazia in Jugoslavia? Appello per la cessazione immediata delle violenze nei confronti dei compagni del sindacato e della sinistra jugoslava; Id., Quale democrazia nella Jugoslavia di Koštunica?, resoconto del viaggio a Kragujevac, entrambi di fonte Internet (www.isf.it/ponte). Le violenze ai danni dei sindacalisti sono citate anche dal “manifesto” (Lo. C., Linciaggi alla Zastava, cit.), secondo cui però “una rivoluzione non è un pranzo di gala” [sic!], per cui “è ingenuo scandalizzarsi” [sic!] per questi fatti.

[66] Solidarietà agli operai della Zastava!, appello del Coordinamento nazionale delle RSU, fonte Internet.

[67] T. Di Francesco, I socialisti: Basta violenze contro di noi. Djukanovic non va da Koštunica, “il manifesto”, 11 ottobre 2000; Id., Colpo di coda, ivi, 12 ottobre 2000.

[68] Un ponte per Belgrado in terra di Bari, Quale democrazia nella Jugoslavia di Koštunica?, cit.

[69] T. D. F., Elezioni in Serbia, quasi scontate, “il manifesto”, 22 dicembre 2000; corsivi miei.

[70]International Action Center Speaks to the Anti-Globalization…, cit.

[71] “il manifesto”, 7 ottobre 2000.

[72]  ANSA, 9 ottobre. Ai minatori di Kolubara, che hanno appoggiato Koštunica, il presidente di turno dell’UE Vedrine dona un milione di franchi (ANSA, 10 ottobre).

[73]World Bank Backs Early Involvment with Yugoslavia, “World Bank Development News”, 12 ottobre 2000 (www.geocities.com/vaksam/after).

[74]  “la Repubblica”, 14 ottobre 2000; Ansa, 14 ottobre 2000. Per Koštunica la RFJ dovrebbe trasformarsi in una “confederazione”, e anche la coalizione montenegrina al potere parla di una “Unione degli Stati Serbo e Montenegrino, con doppio seggio all’ONU e […] un ristretto numero di organi comuni” (C. Strano, Koštunica nel labirinto jugoslavo, “Limes”, 2000, n. 5).

[75]  Tanjug, 3 novembre, 22 novembre, 14 novembre 2000.

[76]  Del Re, art. cit.

[77]  Balkan Task Force, European Investment Bank, Problemi di uno sviluppo a lungo termine per il Sud Est europeo, cit.

[78]  Lo chiedono esplicitamente diversi esponenti occidentali, da Romano Prodi all’Alto rappresentante ONU per la Bosnia Petritsch.

[79]  Tanjug, 1° novembre, 28 novembre.

[80]  International Action center, The U.S. is trying to Steal the Yugoslav Elections, fonte Internet (www.iacenter.org). per Milosevic anche l’omicidio di Arkan sarebbe stato parte della medesima operazione che ha portato al potere Koštunica (M. Ansaldo, Milosevic attacca Koštunica. La sua vittoria? Un golpe”, “la Repubblica”, 13 dicembre 2000).

[81]  S. Flounders, U.S./NATO Steal Yugoslav Elections. Soft Money and hard Threats, fonte Internet (www.iacenter.org).

[82]La Serbia serbata, “Limes”, 2000, n. 5.

[83]  Adriaticus, I nuovi progetti occidentali ridisegnano i Balcani, ibidem.

[84]  Del Re, art. cit.

[85]  M. Larner, Il nuovo regime in Jugoslavia apre le porte alle opportunità daffari, “Italy Daily”, 10 ottobre 2000.

[86]  “Los Angeles Time”, 15 ottobre 2000.

[87]  Indicativo per la sua virulenza l’articolo di G. Rampoldi, Resa dei conti a Belgrado: si comincia dalla tv di Stato, “la Repubblica”, 23 dicembre 2000.

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