Categoria: Difendere la Costituzione

Una battaglia per la democrazia

di Vincenzo De Robertis

Ridurre il numero dei Parlamentari” è la parola d'ordine attuale e principale del Movimento 5 stelle, ed in particolare del suo leader (o capo politico, come preferisce farsi chiamare), Luigi Di Maio, che la utilizza per magnificare il proprio partito, primo ed unico artefice, a suo dire, di una riforma originale, e per attaccare gli avversari di turno, prima il PD, ora la Lega, quali “difensori della casta”.

Si tratta, invero, di pura propaganda, perché di originale e di unico non vi è nulla.

La questione del numero di Deputati e Senatori è regolata dagli articoli 56 e 57 della Carta Costituzionale e, quindi, la loro riduzione deve seguire la procedura complessa che segue ogni riforma costituzionale.

Con molta chiarezza il travagliato e pluridecennale iter legislativo di una riduzione del numero dei Parlamentari viene ricordato in un articolo a firma di Marta Paris, apparso sul Sole 24 ORE già il 7 febbraio 2014, quando Renzi, cavalcando prima dei grillini i temi dell'antipolitica e della riduzione dei costi della politica, presentò la sua riforma costituzionale che prevedeva l'abolizione del Senato, come assemblea elettiva, e la sua sostituzione con un consesso di poco più di 100 componenti, scelti prevalentemente dalle Regioni e da esse pagati.

Spiega l'articolo che di riduzione del numero dei Parlamentari si cominciò a parlare più di 30 anni fa, negli anni '80: “A partire, nella IX legislatura, dalla "Commissione Bozzi" (30 novembre 1983-29 gennaio 1985) che non formalizzò però su questo tema una propria proposta, così come non lo fece nella XI legislatura la "Commissione De Mita-Iotti" (1992-1994). La Bicamerale presieduta nel 1997 da Massimo D'Alema, aveva esaminato invece un progetto che indicava da 400 a 500 deputati e 200 senatori. Il primo testo di riforma che arrivò fino al referendum del giugno 2006, per essere bocciato, fu quello varato dal Parlamento nella XIV legislatura [Governo Berlusconi N.d.R.] cui era prevista una Camera composta da 518 deputati e 252 senatori. Nella legislatura successiva la bozza Violante (il testo unificato approvato alla Commissione affari costituzionali di Montecitorio) prevedeva invece 512 deputati e un Senato con composizione «di secondo grado» (salvo i sei senatori eletti nella circoscrizione Estero) ad elezione indiretta di 186 componenti. Nella scorsa legislatura infine l'aula del Senato arrivò ad approvare una proposta che prevedeva 508 deputati e 250 senatori.

Come si può ben vedere niente di originale e di unico sotto il cielo a 5 stelle!

Una delle argomentazioni a sostegno della riforma sostenuta dal Movimento di Di Maio è quella che il numero dei parlamentari italiani in rapporto alla popolazione sarebbe il più alto d'Europa.

Niente di più falso, secondo il citato articolo, pubblicato nel 2014 dal Sole 24 ORE: “La classifica del numero di parlamentari in relazione alla popolazione vede le prime tre posizioni occupate da Malta con 16,4 "onorevoli" ogni 100mila abitanti, Lussemburgo (11,2) ed Estonia (7,6). Utilizzando questo criterio per arrivare alla posizione dell'Italia - che di parlamentari ne ha solamente 1,6 - bisogna scendere fino al ventiduesimo posto, dietro Danimarca (tredicesima con 3,2 parlamentari ogni centomila abitanti), Regno Unito (al diciannovesimo posto con 2,2 parlamentari). Meglio fanno la Francia, ventiquattresima (1,4), Spagna e Olanda (con 1,3) e la Germania, "ultima" con meno di un parlamentare (0,9) sullo stesso campione. Se si passa invece ad analizzare la graduatoria in termini assoluti, l'Italia con 950 tra deputati e senatori è al secondo posto, dopo i 1.431 del Regno Unito. Seguita da Francia (925), Germania (700) e Spagna (616).

In realtà, ferma restando la storia diversa con cui le varie nazioni europee sono pervenute alla democrazia parlamentare, il numero dei Parlamentari è direttamente collegato alla funzionalità dell'Assemblea di appartenenza, Senato o Camera, in relazione al processo legislativo di competenza ed al rapporto con l'Esecutivo.

Come ho già scritto: “[Il numero dei Parlamentari] attiene alla funzionalità delle massime Assemblee elettive del Paese, che articolano la loro attività in Commissioni, a cui i Parlamentari eletti partecipano e dove vengono presentate le proposte di legge che nelle stesse commissioni vengono poi discusse, prima di essere presentate all'aula per l'approvazione. Purtroppo, una pratica nefasta degli ultimi anni ha fatto del Governo il principale protagonista dell'attività legislativa, sia per l'abuso della decretazione di urgenza, anche quando quell'urgenza non c'è, sia per la presentazione sempre più frequente di proposte di legge governativa, sia per l'uso eccessivo di legislazione delegata al Governo. Questa pratica ha finito per sminuire di fatto il ruolo del Parlamento rispetto al Governo ed una riduzione del numero dei Parlamentari finirebbe per accentuare questo fenomeno.

Ridurre il numero dei Parlamentari è, quindi, un modo come un altro per ridurre la funzionalità del Parlamento, trasformandolo più facilmente in un'appendice dell'Esecutivo, secondo una linea d'azione seguita negli ultimi decenni da forze politiche di orientamento diverso, talvolta apparentemente opposto.

Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il cielo a 5 stelle!

La questione della riduzione del numero dei Parlamentari è connessa altresì al sistema elettorale vigente per l'elezione delle Assemblee parlamentari.

Infatti, già di per sé “la riduzione del numero dei Parlamentari incide sulla rappresentatività dell'elettorato ed in particolare delle forze politiche minori, perché al netto di qualsiasi sistema elettorale venga praticato, riducendone il numero, occorrerà una quantità maggiore di voti per eleggere un Parlamentare. Privata, così, della possibilità di esprimere propri rappresentanti, “per concorrere democraticamente alla vita politica del Paese”, come dice la Costituzione, una parte sempre più crescente dell'elettorato rinuncerà al diritto di voto, come sta avvenendo già da tempo. Ed oggi non meraviglia più che i dati elettorali vengano espressi in percentuale e non in valori assoluti, che chiaramente evidenzierebbero la perdita di consenso dei grossi partiti o delle grosse coalizioni, veri ed unici beneficiari di quel fenomeno antidemocratico, che è l'astensionismo.”

Siamo all'epilogo di una stagione politica e culturale, iniziata più di venticinque anni fa e che ha considerato prioritaria la governabilità del sistema rispetto alla rappresentatività delle varie sue componenti.

Una governabilità che nei primi quarant'anni della Repubblica, nell'ambito di un sistema elettorale proporzionale senza soglie di sbarramento, era stata garantita dalla Democrazia Cristiana coinvolgendo nel Governo forze politiche minori, come ad esempio il Partito Repubblicano o il Partito Liberale, ma che successivamente si è voluto ottenere con la coercizione e l'inganno, sia attraverso l'eliminazione di ogni possibilità di rappresentanza per forze politiche più piccole con le soglie di sbarramento, sia con la polarizzazione della vita politica su due poli, in apparente contrapposizione fra loro, il più votato dei quali avrebbe governato, grazie ad un sistema premiale maggioritario.

La fine oggettiva del bipolarismo con la comparsa sulla scena politica del Movimento 5 stelle, che in un tempo relativamente breve ha raggiunto percentuali di consenso elettorale da sparigliare la dialettica politica previgente, lasciava sperare in una stagione politica diversa, nella quale anche un quarto polo, di sinistra, poteva trovare uno proprio spazio politico autonomo dal PD.

Ma ben presto la speranza è svanita, sia per l'incapacità dei soggetti interessati di coalizzarsi in un quarto polo di sinistra, sia per il riposizionamento del M5s che a dispetto di quanto detto in campagna elettorale ha abbandonato, fra le tante cose, anche ogni proposito di revisione della legge elettorale, il cd Rosatellum, che con il suo 37% di maggioritario uninominale aveva consentito proprio al Partito di Grillo di fare man bassa di poltrone nei collegi meridionali, mentre ora rappresenta lo spauracchio di un successo elettorale autonomo della Lega di Salvini o di una coalizione di centro-destra.

L'ostinazione nel perseguire la riduzione del numero dei Parlamentari, nel contesto di una legge elettorale che non è completamente proporzionale e che contiene soglie di sbarramento, rende ancora più pericoloso il rischio che si attui un sistema di potere autoritario, dove lo spazio politico che ricaverebbe il M5s, oggi in caduta di consensi rispetto al 2018, sarebbe sicuramente inferiore e non determinante nello scenario politico futuro. Un capolavoro di idiozia!

La nostra democrazia, che la Costituzione ha disegnato come democrazia rappresentativa, ha nel Parlamento l'espressione più alta della sovranità popolare e presuppone quei corpi intermedi (Partiti, Sindacati, Associazioni), dove in passato veniva filtrata la volontà popolare, prima che divenisse delega di rappresentatività ai candidati proposti per l'elezione. Oggi, una volta che i vecchi partiti di massa si sono autodistrutti, ad essi sono stati sostituiti organismi verticistici, poco o per nulla democratici, più permeabili alle volontà dei singoli e delle lobbies e/o alla criminalità organizzata.

Sono questi organismi, i nuovi partiti, i padroni delle “candidature”, della possibilità, cioè, di proporre all'elettorato “la rosa dei papabili”, con l'obbligo anche di rinunciare a scegliere i più graditi, quando il sistema elettorale non consente all'elettore di esprimere preferenze. Nel contrasto sulla maggiore importanza che dovrebbe avere il diritto dell'apparato di partito di proporre i candidati ed il diritto dell'elettorato di scegliere i propri preferiti, quello vincente sembra oggi il primo, se guardiamo i sistemi elettorali.

Ma diventa sicuramente vincente il primo, se un'altra proposta del M5s dovesse trovare attuazione.

Parlo della proposta di modifica costituzionale della libertà di mandato, di cui oggi godono i Parlamentari, i quali possono votare secondo coscienza, senza il vincolo di seguire le direttive del Partito che li ha candidati. Una volta che fosse imposto il vincolo di mandato, con la conseguente sanzione della decadenza, il Parlamentare dovrebbe solo rispondere all'apparato di partito che lo ha candidato ed il voto degli elettori, che hanno consentito la sua elezione, varrebbe zero!

Infine, l'argomento principe per convincere il popolo italiano della bontà di una riduzione del numero dei Parlamentari è costituito dal risparmio per l'Erario (500 milioni di euro annui) che si determinerebbe con quella riduzione.

Invero, un risultato ben più consistente si otterrebbe riducendo gli emolumenti ed i privilegi accordati ancora oggi ai Parlamentari, che potrebbero vivere con uno stipendio netto di 7-8 mila euro, senza gli aumenti oggi accordati alle varie cariche come quelle dei capi-gruppo, o capi-commissione ecc. Le loro retribuzioni sono il parametro di riferimento per tutto l'apparato pubblico, politico (Regioni, grossi Comuni, ecc.), amministrativo (alti militari e magistrati, funzionari di grado elevato) ed economico (manager) per cui una riduzione dello stipendio avrebbe inevitabilmente un effetto a cascata con un risparmio ben più consistente dei tanto sbandierati 500 milioni annui.

Per non parlare dei privilegi ancora accordati, come il vitalizio, che si somma alle varie pensioni che il Parlamentare percepirà all'età prevista, mentre i comuni mortali hanno diritto ad un'unica pensione, in cui confluiscono i vari contributi versati. Questa dovrebbe essere la vera riforma dei vitalizi: versare i vari contributi in un unico calderone per veder garantita alla fine della propria attività un'unica pensione che equiparerebbe i Parlamentari ai comuni mortali e che avrebbe anche un effetto sulla dialettica politica, perché attenuerebbe la sconcezza che oggi spinge i Parlamentari a mantenere in vita una Legislatura esaurita, pur di raggiungere la fatidica soglia dei 4 anni e 6 mesi, che garantiscono il vitalizio.

In conclusione, se la riforma costituzionale della riduzione del numero dei Parlamentari, che tanto sta a cuore a Di Maio, dovesse andare in porto, dovremo da subito prepararci alla raccolta delle 500mila firme necessarie per la indizione del referendum abrogativo, dato che la riforma non ha avuto in Parlamento il quorum di consensi per impedire la consultazione popolare.

Sarà una bella battaglia dove i sostenitori della democrazia rappresentativa e parlamentare, della supremazia del potere Legislativo sugli altri poteri, del Parlamento sul Governo, dovranno fare i conti con la demagogia e l'imbroglio che tanto caratterizzano le attuali forze politiche.

Sarà una battaglia sicuramente difficile.

Ma le difficoltà si parano sempre di fronte a noi per il piacere di essere superate.

Vincenzo De Robertis

Il Movimento 5 Stelle e la riduzione del numero dei parlamentari

di Vincenzo De Robertis1

Il Movimento 5 stelle sta sbandierando come una grande conquista la proposta di legge costituzionale che prevede la riduzione di un terzo del numero dei Parlamentari, al Senato ed alla Camera, per ottenere così un risparmio annuo di 500 milioni di euro!
Ponendo la questione in termini economici, il partito fondato da Grillo ne svilisce i termini, nascondendo le reali conseguenze del provvedimento.
Infatti, la questione del numero dei Parlamentari attiene a temi costituzionali ben più rilevanti.
Per un verso, attiene alla funzionalità delle massime Assemblee elettive del Paese, che articolano la loro attività in Commissioni, a cui i Parlamentari eletti partecipano e dove vengono presentate le proposte di legge che nelle stesse commissioni vengono poi discusse, prima di essere presentate all’aula per l’approvazione. Purtroppo, una pratica nefasta degli ultimi anni ha fatto del Governo il principale protagonista dell’attività legislativa, sia per l’abuso della decretazione di urgenza, anche quando quell’urgenza non c’è, sia per la presentazione sempre più frequente di proposte di legge governativa, sia per l’uso eccessivo di legislazione delegata al Governo. Questa pratica ha finito per sminuire di fatto il ruolo del Parlamento rispetto al Governo ed una riduzione del numero dei Parlamentari finirebbe per accentuare questo fenomeno.
Per altro verso, la riduzione del numero dei Parlamentari incide sulla rappresentatività dell’elettorato ed in particolare delle forze politiche di minoranza, perché al netto di qualsiasi sistema elettorale venga praticato, riducendone il numero, occorrerà una quantità maggiore di voti per eleggere un Parlamentare. Privata della possibilità di esprimere propri rappresentanti, “per concorrere democraticamente alla vita politica del Paese”, come dice la Costituzione, una parte sempre più crescente dell’elettorato rinuncerà al diritto di voto, come sta avvenendo già da tempo. Ed oggi non meraviglia più che i dati elettorali vengano espressi in percentuale e non in valori assoluti, che chiaramente evidenzierebbero la perdita di consenso dei grossi partiti o delle grosse coalizioni, veri ed unici beneficiari di questo fenomeno antidemocratico.
Per quanto, poi, attiene al risparmio economico, un risultato ben più consistente si sarebbe ottenuto riducendo gli emolumenti ed i privilegi accordati ancora oggi ai Parlamentari, le cui retribuzioni sono il parametro di riferimento per tutto l’apparato pubblico, politico (Regioni, grossi Comuni, ecc.), amministrativo (alti militari e magistrati, funzionari di grado elevato) ed economico (manager). Per non parlare dei privilegi ancora accordati, come il vitalizio, che ancora si somma alle varie pensioni che il Parlamentare percepirà all’età prevista, perché titolare delle stesse, mentre i comuni mortali hanno diritto ad un’unica pensione, in cui confluiscono i vari contributi versati.
La riduzione del numero dei Parlamentari è quindi un grosso inganno per i cittadini, che vengono imboniti con la favoletta del risparmio, mentre viene tolta loro un’altra fetta di democrazia.
Una democrazia che la nostra Costituzione ha disegnato come democrazia rappresentativa, che ha nel Parlamento l’espressione più alta della sovranità popolare e che presuppone quei “corpi intermedi” (Partiti, Sindacati, Associazioni), dove in passato veniva filtrata la volontà popolare, prima che divenisse delega di rappresentatività ai candidati proposti per l’elezione. Oggi, una volta che i vecchi partiti di massa si sono autodistrutti, ad essi sono stati sostituiti organismi verticistici, poco o per nulla democratici, più permeabili alle volontà dei singoli, delle lobbie e/o alla criminalità organizzata.
Sono questi organismi, i nuovi partiti, i padroni delle “candidature”, della possibilità, cioè, di proporre all’elettorato “la rosa dei papabili”, con l’obbligo anche di rinunciare a scegliere i più graditi, quando il sistema elettorale non consente all’elettore di esprimere preferenze. Nel contrasto sulla maggiore importanza fra il diritto dell’apparato di partito di proporre i candidati ed il diritto dell’elettorato di scegliere i propri preferiti, quello vincente sembra oggi il primo, se guardiamo i sistemi elettorali. E diventa sicuramente vincente il primo, se un’altra proposta del M5s dovesse trovare attuazione.
Parlo della proposta di modifica costituzionale della libertà di mandato, di cui oggi godono i Parlamentari, i quali possono votare secondo coscienza, senza il vincolo di seguire le direttive del Partito che li ha candidati. Una volta che fosse imposto il vincolo di mandato, con la conseguente sanzione della decadenza, il Parlamentare dovrebbe solo rispondere all’apparato di partito che lo ha candidato ed il voto degli elettori, che hanno consentito la sua elezione, varrebbe zero!
Una riflessione a parte meriterebbe, in questo contesto, anche il processo di formazione del consenso, che si è modificato con la scomparsa dei partiti di massa e che vede esaltato il ruolo dei media, il cui controllo è parte determinante dello scontro politico. In quest’ottica il controllo dei social network sta assumendo un’importanza sempre più determinante e sotto molti aspetti grottesca. Lo dimostra l’importanza che viene attribuita per la formazione dell’opinione pubblica alle fake news presenti nei social, come se non vi fossero fake a go-go sulla stampa quotidiana e sulla tv (una per tutte le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein).
Il M5S, con la sua proposta di riduzione di un terzo dei Parlamentari, che in prima lettura ha già avuto il consenso dei due rami del Parlamento, rischia di imprimere una svolta tragica alle vicende istituzionali della nostra Repubblica che si è trovata a confrontarsi non più tardi di tre anni fa con una campagna referendaria su di una riforma, quella di Renzi, che in altro modo stravolgeva l’assetto costituzionale.
Se mettiamo insieme questa proposta sulla riduzione dei Parlamentari con quella sull’autonomia regionale differenziata, tanto cara a Salvini ed inserita nel “contratto” di Governo, se vi aggiungiamo quella sul Presidenzialismo, oggi messa in stand by, ma pronta ad essere ripresa, magari come contro-bilanciamento all’autonomia regionale differenziata, come propone la Meloni, allora il quadro è più che preoccupante.
E questa preoccupazione, non pensando ai grandi temi istituzionali e guardando terra-terra al proprio interesse “ di bottega”, dovrebbe averla anche il M5S, che a fronte di una riduzione del numero dei Parlamentari ed in presenza di una legge elettorale che in nome della governabilità assegna un terzo dei parlamentari con seggi in collegi uninominali, potrebbe vedersi soffiare il ruolo di “ago della bilancia”, se perdesse una parte di consensi conseguiti a marzo del 2018.
Sarebbe l’espressione di un’idiozia politica al massimo livello, maggiore di quella manifestata dalle formazioni di quella sinistra minore che, quando furono introdotte le soglie di sbarramento, le accettò senza battere ciglio, sicura che barattando i principi avrebbe guadagnato in consensi a discapito di quelli, pure di sinistra, che sarebbero stati costretti ad unirsi.
Oggi quella sinistra rischia di sparire del tutto dalle assemblee elettive.

Costruiamo comitati unitari contro l’autonomia differenziata

Sul nostro Paese pende la spada di Damocle delle intese sulla autonomia rafforzata delle regioni del Nord. È un profondo e deleterio rivolgimento della forma di Stato della Repubblica nata dalla Resistenza, che potrebbe essere realizzato immediatamente con un semplice passaggio parlamentare, senza possibilità di referendum confermativo, poiché formalmente non si presenta come una riforma costituzionale.
È fondamentale sviluppare il più ampio movimento unitario di massa contro l’autonomia differenziata, costituendo comitati radicati nel territorio che si coordinino a livello nazionale.
Riteniamo utile riportare qui il preambolo dello statuto del “Comitato per l’unità della Repubblica di Terra di Bari”, che si propone “valutando le attuali intese tra Governo e Regioni Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna – che accentuano il divario tra le diverse aree del Paese e tra cittadini – come fortemente lesive e diametralmente opposte ai principi fondanti della Costituzione”, di “contrastare, con tutti i mezzi democratici e di lotta politica previsti dalla Costituzione repubblicana (iniziative di conoscenza, approfondimento, propaganda nei luoghi di lavoro, nelle scuole e università, nelle piazze e nelle strade e in ogni luogo di aggregazione dei cittadini) l’approvazione da parte delle Camere delle attuali intese con le regioni del Nord sull'autonomia rafforzata e il regionalismo differenziato” e “contrastare qualsiasi altro disegno di legge e atto politico che miri a riproporre in futuro, anche in forme e modi diversi, analoghe misure”.
Nella stesura del Preambolo gli estensori hanno fatto ampiamente ricorso al recentissimo libro di Massimo Villone: Italia, divisa e diseguale. Regionalismo differenziato o secessione occulta?, Editoriale Scientifica srl, Napoli, 2019.

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La Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 dopo un anno e mezzo di lavori dell’Assemblea Costituente, è a fondamento del nuovo Stato unitario italiano, nato dalla Resistenza antifascista diretta dal Comitato di Liberazione Nazionale. Alla base di essa vi sono principi e valori alla cui elaborazione concorsero, in una avanzata sintesi organica, le culture di ispirazione marxista, cristiana e liberale in cui si riconoscevano i padri costituenti.
A 70 anni e più di distanza dall’entrata in vigore della Costituzione affermiamo con forza che i principi e valori che ne ispirarono l’intero impianto sono – nelle nuove condizioni di un mondo conflittualmente globalizzato – più vivi e vitali che mai, sono la bussola fondamentale che deve orientare il pensiero e l’azione politica, culturale, morale della Repubblica, sono la base essenziale su cui si costruisce l’unità della nazione e il suo progresso civile, sociale, economico, culturale.
La prima parte della Costituzione, I principi fondamentali, orienta e supporta i titoli successivi, che da essa dipendono e ad essa devono conformarsi. I principi fondamentali costituiscono un tutto organico: non se ne può estrapolare uno senza tener conto della totalità.
Così l’articolo 5 – “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento” – va coordinato organicamente sia con l’articolo 2, fondato sul principio personalistico – “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” –, che con l’articolo 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Autonomia e decentramento amministrativi non possono attuarsi a discapito dell’azione di rimozione degli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Il principio posto dall’articolo 3 implica un’azione della Repubblica per contrastare lo sviluppo ineguale tra le diverse aree del paese, per superare l’arretratezza di alcune di esse, derivante sia dalla diversa storia che nei lunghi secoli precedenti l’unità nazionale le ha caratterizzate, sia dalle modalità con cui si è costituito e organizzato economicamente e socialmente il Regno d’Italia (dal 1861), che ha di fatto utilizzato il Mezzogiorno come serbatoio di risorse – uomini e mezzi – per lo sviluppo delle aree settentrionali, accentuando il divario tra Nord e Sud. In radicale rottura con lo Stato precedente, la Costituzione repubblicana nei suoi principi fondamentali si pone il compito di risolvere la questione meridionale (cfr. art. 119, 3° co. Cost. ante riforma 2001). Autonomia e decentramento amministrativo posti dall’articolo 5 sono al servizio dell’azione di superamento del divario tra diverse aree del Paese. Il principio personalistico alla base della Costituzione repubblicana, ponendo la centralità della persona umana, comporta l’eguaglianza nei diritti, a prescindere dal luogo in cui il cittadino risieda.
È interesse precipuo di tutta la nazione, e non di una sola parte di essa, operare in direzione di uno sviluppo equilibrato e sostenibile superando il divario tra le diverse aree del paese. In funzione di questo obiettivo devono muoversi tutti i cittadini che si riconoscono nei principi della Costituzione repubblicana.
Nell’ultimo trentennio la Costituzione repubblicana è stata sottoposta a durissimi attacchi, alcuni dei quali, pur non riuscendo a cambiare la prima parte dei Principi fondamentali, hanno prodotto serie incrinature nel suo impianto. A partire dagli ultimi anni 80 la “Repubblica una e indivisibile” è stata messa in discussione da una formazione politica – La Lega Nord per l’indipendenza della Padania – che a più riprese ha rivendicato la secessione delle regioni del Nord (cfr. l’art. 1 dello statuto della Lega di Salvini, approvato il 12 ottobre 2015, che assume come finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”).
Pur non riuscendo a conseguire questo obiettivo, essa è riuscita ad ottenere – grazie ad un misto di complicità, arrendevolezza e insipienza delle altre forze politiche, indegne eredi dei padri costituenti – una serie di risposte politiche e istituzionali realizzate nel corso della XIII legislatura: federalismo amministrativo con le “leggi Bassanini”, l’elezione diretta dei presidenti delle regioni, e, soprattutto, la pesante revisione, gravida di negative conseguenze, del Titolo V della Costituzione, che modifica il rapporto tra Regioni e Stato, lasciando a quest’ultimo una potestà legislativa esclusiva in un limitato elenco di materie, mentre la potestà legislativa concorrente si gonfia a dismisura e si crea una nuova categoria di potestà legislativa regionale residuale ed esclusiva. Tale revisione reinterpreta il concetto di interesse nazionale; cancella i controlli preventivi sugli atti di regioni ed enti locali; prevede livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali affidati alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, così introducendo implicitamente in Costituzione il concetto di una diversità costituzionalmente compatibile tra ciò che è essenziale e ciò che essenziale non è ed è pertanto rimesso alla legge di ciascuna regione. Elimina il richiamo al Mezzogiorno e alle Isole contenuto del testo originario del 1948. Infine, il nuovo art. 116 introduce forme particolari e ulteriori di autonomia a richiesta.
Approvata la riforma del Titolo V, partono ben presto i tentativi di attivare il percorso di cui all’art. 116. La Toscana nel 2003, la Lombardia e il Veneto nel 2006-2007, il Piemonte nel 2008 adottano atti prodromici alla stipula di un’intesa. Successivamente, la legge 147/2013, art. 1 co. 571 definisce la parte iniziale del procedimento, disponendo che la proposta della regione sia presentata al presidente del consiglio e al ministro per gli affari regionali, impegnando tassativamente il governo ad attivarsi sulla proposta entro sessanta giorni dalla richiesta.
In questo nuovo contesto normativo la Regione Veneto approva le leggi 15/2014 (Referendum consultivo sull’autonomia del Veneto) e 16/2014 (Indizione del referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto). La Corte costituzionale, nel ritenere legittimo – dopo aver censurato tutti gli altri – il quesito referendario che chiede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” per la Regione Veneto, non coglie l’incostituzionalità di un referendum che coinvolge scelte tali da modificare profondamente nella sostanza, anche se non nella forma, l’assetto dei rapporti Stato-Regioni definito nella Costituzione. Svoltosi il 22 ottobre 2017 il referendum, il Consiglio regionale del Veneto approva una proposta di legge statale ai sensi dell’art. 121 Cost. che vorrebbe riconoscere alla regione il 90% del gettito Irpef, Ires e Iva. Anche la Lombardia svolge un referendum, in simultanea con il Veneto, mentre l’Emilia-Romagna avvia il percorso il 3 ottobre 2017 con una risoluzione del Consiglio regionale, che impegna la giunta ad avviare il negoziato con il governo ai fini dell’intesa di cui all’art. 116, co. 3.
Il 28 febbraio 2018, qualche giorno prima delle elezioni politiche generali, il governo Gentiloni, in carica solo per gli affari correnti, in violazione di una prassi consolidata che richiede un governo nella pienezza dei poteri per affrontare questioni non di ordinaria amministrazione, invece che sospendere la trattativa al momento dello scioglimento delle Camere e rinviarla per il prosieguo all’approvazione del voto di fiducia al governo in carica da parte delle camere di nuova elezione, firma con i presidenti delle regioni richiedenti il regionalismo differenziato un irrituale “pre-accordo” di dubbia legittimità. Negli accordi si stipula anche che per la ristrettezza dei tempi ci si limita solo ad alcune delle materie di interesse: tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, la tutela della salute, l’istruzione, la tutela del lavoro e i rapporti internazionali e con l’Unione europea. Ma ci si riserva di estendere successivamente il negoziato ad altre.
Si stabilisce una quanto mai anomala e ingiustificabile – trattandosi di materia posta a tutela delle minoranze costituzionalmente protette – analogia nel percorso di approvazione delle intese da parte delle camere secondo la prassi adottata per quelle con i culti acattolici ex art. 8 della Costituzione, per cui le intese sarebbero inemendabili e oggetto di mera ratifica da parte dei parlamentari. È evidente l’esproprio di fatto delle prerogative parlamentari.
Nei tre pre-accordi stipulati si considera anche la questione delicatissima delle risorse. Non si fissano percentuali, ma si usa una formula che è comunque volta a garantire che i soldi del Nord rimangano al Nord. Si prevede infatti il principio della compartecipazione ai tributi erariali; il superamento della spesa storica e la determinazione di fabbisogni standard riferiti, oltre che alla popolazione, al gettito dei tributi maturati nel territorio, e la garanzia di un livello dei servizi mai suscettibile di diminuzione. Si prevede una riserva sui fondi infrastrutturali. Si concorda che la assegnazione delle risorse sia affidata a una commissione paritetica Stato-Regione, e sia dunque sottratta a un percorso parlamentare. Si tratta di una vera e propria “secessione dei ricchi”, con la creazione di steccati insuperabili tra cittadini di serie A e di serie B e la violazione di principi fondamentali di eguaglianza e di solidarietà.
La firma dei pre-accordi rappresenta l’esito di un processo da tempo in atto. Come già detto, la riforma del 2001, pur cancellando il richiamo al Mezzogiorno e alle isole e pur introducendo con i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) il principio di una diversità costituzionalmente compatibile, disegnava comunque un quadro in cui esistono supporti per l’unità del paese: perequazione, solidarietà territoriale, finanziamento integrale delle funzioni per regioni ed enti locali (art. 119). Un disegno poi integrato dalla legge 42/2009 sul federalismo fiscale, che implementa i concetti di fabbisogni e costi standard. Ma il quadro descritto rimane ancora lettera morta.
Non sono definiti i LEP, insieme ai costi e fabbisogni standard, e nella complessiva inattuazione del quadro normativo viene richiesto con forza dalle regioni del Nord il recupero del cosiddetto “residuo fiscale”. È qui il nucleo fondamentale della grande mistificazione. Il concetto stesso di residuo fiscale non trova spazio in Costituzione: “Data la struttura fortemente accentrata, nel nostro ordinamento, della riscossione delle entrate tributarie e quella profondamente articolata dei soggetti pubblici e degli interventi dagli stessi realizzati sul territorio, risulta estremamente controversa la possibilità di elaborare criteri convenzionali per specificare su base territoriale la relazione quantitativa tra prelievo fiscale e suo reimpiego” (Corte cost., sent. 69/2016). È del tutto evidente la difficoltà di imputare la produzione del provento fiscale a questo o quel territorio, in presenza di un mercato fortemente integrato, dove una parte consistente del fatturato delle imprese del Nord viene dalla produzione e vendita di beni e servizi nel Mezzogiorno e dai benefici fiscali legati al meccanismo del sostituto d’imposta.
Il nuovo governo Lega-Movimento 5 Stelle, nato dopo le elezioni del 4 marzo 2018, prevede nel suo “contratto” di “porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”. A questo richiamo non si accompagna alcuna considerazione sulla compatibilità di sistema, in termini di risorse e di efficienza, di un regionalismo differenziato esteso a tutto il paese. L’ispirazione di fondo è trasparente: “Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta”. È il mito delle regioni virtuose ed efficienti che vanno premiate, a fronte di altre che non meritano e vanno dunque punite. Si assume quindi acriticamente la trattativa al punto in cui è arrivata, con i punti già acquisiti nei pre-accordi, con specifici richiami a una distribuzione delle risorse chiaramente di privilegio per i territori economicamente più forti, e di danno per quelli più deboli, come la connessione tra fabbisogno e gettito tributario riferito al territorio. In sintesi, i più ricchi hanno diritto ad avere più diritti. Nessuna considerazione viene data nel “contratto” di governo alla possibile riduzione delle risorse disponibili per le altre regioni. Si afferma solo, in via del tutto apodittica, che bisogna “dare sempre più forza al regionalismo applicando, regione per regione, la logica della geometria variabile che tenga conto sia delle peculiarità e delle specificità delle diverse realtà territoriali sia della solidarietà nazionale”.

Il nuovo ministro per le autonomie locali, la leghista Stefani, tiene numerosi incontri con i tecnici delle regioni senza che vi sia alcun dibattito pubblico. L’11 febbraio 2019 sono finalmente rese pubbliche le bozze, ma non sul sito del Ministero, che ne pubblica invece una versione ridotta il 25 febbraio definita “parte generale – versione concordata”. Essa, per quanto riguarda l’assegnazione delle risorse, fa una ripulitura estetica: scompare la connessione tra fabbisogni e gettito tributario, ma si introducono meccanismi di privilegio fiscale che comunque avvantaggiano le regioni richiedenti rispetto alle altre. Inoltre, rimane un elenco di materie coincidente con quello già noto nelle bozze disconosciute. Scompare la parte speciale con il dettaglio dei trasferimenti, che pure è esistita. Deve intendersi abbandonata, o è stata riposta nel cassetto per tirarla fuori nuovamente al momento opportuno? È difficile credere che il disegno, portato quasi a compimento, venga del tutto abbandonato. In sostanza, le richieste delle regioni sono tutte accettate. Si conferma l’impianto dei pre-accordi Gentiloni, estendendolo da 5 a 23 materie per la Lombardia e il Veneto, 15 per l’Emilia-Romagna; per le prime due, tutto il catalogo delle competenze consentite dall’art. 116, comma 3.
Non si esclude che nel futuro anche altre regioni possano avviare il procedimento, favorendo la scomposizione dell’Italia in blocchi geopolitici.
È uno scenario che potrebbe rendere impossibile qualunque politica nazionale di eguaglianza nei diritti e di superamento del divario territoriale.

Siamo di fronte ad una situazione estremamente grave e preoccupante, che potrebbe dar corpo a un disegno eversivo. Vi è oggi il rischio concretissimo che le intese stipulate dalla ministra leghista Stefani con le regioni Veneto, Lombardia, Emilia siano approvate a breve dal Parlamento con un semplice atto di ratifica. La forma dello stato repubblicano unitario ne verrebbe stravolta, una letale frattura storica si produrrebbe tra Nord e Sud e sarebbe estremamente difficile ricomporla. Su ben 23 materie, tra cui Sanità, Scuola, infrastrutture, la competenza esclusiva passerebbe alle regioni.
Per ritrovare la via smarrita bisogna partire dalla premessa che l’architrave del sistema – come disegnato dalla Costituzione – è la persona umana, titolare di uguali diritti e doveri ovunque risieda. Non esistono, da questo punto di vista, territori più ricchi o più poveri, ma solo luoghi in cui risiedono cittadini che guadagnano di più o di meno. Non esistono territori che abbiano diritto a un ritorno maggiore o minore delle tasse pagate, perché quelle tasse saranno state pagate da tutti – ovunque residenti – in base alle stesse norme e nella stessa misura in rapporto al proprio reddito. Il soggetto pubblico che raccoglie i proventi tributari non è chiamato a garantire che alcuni cittadini per avere guadagnato di più e pagato più tasse stiano meglio di altri, ma al contrario che tutti abbiano tendenzialmente un pari livello di beni o servizi, redistribuendo a tal fine la ricchezza prodotta.

Per opporsi all’autonomia rafforzata e al regionalismo differenziato, per affermare e attuare i principi fondativi della Costituzione repubblicana, noi cittadini di terra di Bari riteniamo essenziale dare vita ad un soggetto organizzato che si proponga una vasta azione capillare di conoscenza, analisi, propaganda e contrasto politico di questo disegno: un Comitato di scopo, aperto senza preclusioni a tutti coloro – singole persone e soggetti collettivi – che condividono i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.

Foto con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Mobilitarsi contro l’attacco alla Costituzione del governo Lega-5Stelle

di Vincenzo De Robertis*

Il 19 settembre le agenzie hanno battuto la notizia della presentazione da parte del Ministro per i rapporti con il Parlamento, Fraccaro, Deputato del Movimento 5 stelle, di due disegni di legge costituzionale contenenti, l'uno una riduzione del numero di Parlamentari per 345 unità, 230 Deputati, che passerebbero da 630 a 400, e 100 Senatori, che da 315 passerebbero a 200, l'altro per l'inserimento in Costituzione dell'istituto del Referendum propositivo.

Si tratta di due disegni di legge di carattere costituzionale perché il numero dei Parlamentari componenti la Camera ed il Senato sono fissati dalla Costituzione, mentre anche il Referendum propositivo, attualmente non previsto nel testo della Carta, comporta una modifica Costituzionale.

La presentazione di questi due disegni di legge segue di qualche mese la presentazione in Cassazione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, avanzata dal Prof. Guzzetta, che vuole trasformare la Repubblica parlamentare in presidenziale, prevedendo, fra l'altro, il monocameralismo, un Presidente eletto dal popolo, che forma il Governo e decide dello scioglimento del Parlamento, ridotto alla sola Camera dei Deputati. Questa proposta ha già incassato l'appoggio di Salvini, Fratelli d'Italia e Forza Italia, oltre che il sostegno del renziano Giachetti del PD, di Parisi e Segni.

Foto con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini

L'accoppiata dei due provvedimenti di modifica costituzionale, quello presidenzialista e quello per la riduzione dei Parlamentari, getta una luce sinistra sui contenuti di questa Legislatura che anche nelle dichiarazioni dei rappresentati dei due partiti al governo vuole accreditarsi come Legislatura di cambiamenti costituzionali, per aprire la strada alla cd. Terza Repubblica.

 

Va notato, intanto, che, com'era già successo per il Referendum sull'acqua pubblica, al di là delle dichiarazioni di facciata, a distanza di poco tempo si ripropongono modifiche tendenti a ridimensionare la funzione centrale del Parlamento, stracciando i risultati di una consultazione popolare che il 4 dicembre 2016 aveva pesantemente bocciato la riforma costituzionale renziana, tendente anch'essa a modificare l'assetto istituzionale del nostro Paese, così come descritto in Costituzione.

La riduzione del numero dei parlamentari, infatti, che viene presentata come una misura mirata ad ottenere una maggiore efficienza del Parlamento, sia sotto il profilo della spesa che sotto quello del suo lavoro, in realtà si risolve solo in una riduzione della rappresentatività del Paese nell'istituzione, poiché occorrerà un numero maggiore di voti per essere eletti, ed un numero maggiore di elettori non avrà rappresentanza in Parlamento, al netto di qualunque sistema elettorale si scelga.

Una riduzione della spesa la si poteva ottenere, invece, riducendo gli emolumenti ed i privilegi di cui ancora godono i Parlamentari, aprendo in tal modo la strada ad una riduzione analoga in altri consessi elettivi (Consigli Regionali) e nei percorsi amministrativo-istituzionali (alti Funzionari, Dirigenti pubblici, ecc.), che nello stipendio del Parlamentare hanno il loro punto di riferimento retributivo.

I risultati ottenibili, sotto il profilo economico, sarebbero di gran lunga maggiori!

Invece, con la strada intrapresa anche l'auto-riduzione dei propri emolumenti, operata in passato da alcuni Parlamentari ed eletti del M5s e di cui ora non si sente più parlare, finisce per essere declassata ad iniziativa demagogica, finalizzata al consenso politico immediato.

Il nostro ordinamento istituzionale mette al centro il Parlamento, che esprime in maniera più alta la sovranità popolare. Esso è il luogo ove trova la propria rappresentanza il Paese, in maniera tanto più articolata, quanto più la legge elettorale lo consente. Esso è il luogo principe del confronto politico fra interessi sociali differenti ed in taluni casi contrapposti, per raggiungere quelle mediazioni, quei compromessi che sono il frutto dell'arte politica.

I partiti politici, un tempo organizzatori della partecipazione popolare, insieme con sindacati e altre associazioni, sono oggi ridotti nei fatti ad espressione di interessi lobbistici, divenendo così i perpetuatori di un ceto politico interessato al mantenimento dei privilegi acquisiti, mentre si perde ogni giorno di più la pratica di assumere decisioni collegiali, su cui rendere conto ai propri sostenitori, ed un gruppo sempre più ristretto di “capi” assume le decisioni politiche.

In questo contesto, ogni cambiamento che, riducendo la partecipazione popolare, persegua a parole l'obbiettivo di accelerare il processo decisionale, nei fatti non farà altro che ridurre gli spazi di democrazia, favorendo verticismo ed autoritarismo.

20 settembre 2018

*Comitato difesa della Costituzione - Bari


Mettiamo a disposizione un articolo della costituzionalista Alessandra Algostino pubblicato sul n. 1/2013 della rivista MarxVentuno. Consultabile qui.

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Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la Costituzione edito da MarxVentuno Edizioni nel 2017.