Autore: Redazione

Andrea Catone – Il virus di Trump. Covid-19 e rapporti internazionali

 

Il virus di Trump.​​ Covid-19​​ e rapporti internazionali

 

[Testo per l’Accademia marxista presso la CASS - Chinese Academy of Social Sciences]

 

di​​ Andrea Catone, direttore​​ di​​ “MarxVentuno”,​​ rivista comunista​​ 

 

 

 

Indice

1. Due linee contrapposte. Il Covid-19 è un terreno di scontro tra progresso e reazione.

2. Il ruolo del sistema sanitario pubblico

3. Di fronte alla pandemia: cooperazione internazionale o “America first”?​​ 

4. Con la pandemia l’attacco USA alla Cina non arretra, ma si intensifica

5. L’attacco USA alla RPC: contingente o strutturale?

6. Europa teatro dell’attacco di Trump alla Cina

7. “Guerra fredda”, bipolarismo, unipolarismo, multipolarismo

8. Si apre una fase mondiale difficile e complessa

 

 

 

1. Due linee contrapposte. Il Covid-19 è un terreno di scontro tra progresso e reazione

 

È opinione comune che la pandemia, tuttora in corso, segni​​ un punto di svolta nella storia mondiale, per cui si parlerà di un mondo​​ prima e dopo il Covid-19. La pandemia ha aperto nel mondo una fase di crisi, che riveste caratteri generali, comuni a tutti i Paesi​​ e​​ si interseca con caratteri particolari propri di ciascun Paese. Come è stato per ogni crisi nella storia dellumanità, anche questa crisi è aperta sostanzialmente verso due soluzioni antitetiche:

-​​ Verso uno sbocco progressivo, che farà fare un importante passo avanti nel percorso storico dellumanità, verso la realizzazione​​ di quegli ideali di libertà, uguaglianza, solidarietà, sviluppo onnilaterale della persona umana (Marx) che furono alla base della rivoluzione francese​​ del 1789​​ e poi delle rivoluzioni socialiste​​ del XX secolo.​​ 

- Oppure​​ uno sbocco regressivo, che bloccherà per una fase storica lo sviluppo umano, che costituirà un arretramento nelle istituzioni politiche, economiche, sociali, che produrrà maggiore disuguaglianza, maggiore povertà, maggiori ingiustizie sociali, accrescendo il pericolo di guerra.​​ 

Il Covid-19 è un terreno di scontro tra progresso e reazione.​​ 

Già nel corso di sviluppo della pandemia e della sua diffusione con ritmi, tempi, modalità ineguali nelle varie aree e​​ Paesi del mondo e del contrasto ad essa,​​ si sono manifestate due opposte tendenze:

- Da un lato, i governi che hanno preso seriamente gli ammonimenti e i consigli degli scienziati, dei medici, e hanno ritenuto che la misura più efficace e necessaria – per lo stato sinora raggiunto dalle conoscenze scientifiche in merito – era quella del blocco rigoroso dei contatti fisici tra le persone, adottando misure economicamente, oltre che socialmente e culturalmente,​​ molto pesanti, di blocco (lockdown) delle attività, in modo da isolare il virus e togliergli​​ la base fondamentale – gli esseri umani – in cui esso si mantiene in vita e si riproduce. Il primo​​ Paese – il più popoloso al mondo – che ha adottato questa difficilissima scelta è stata la RPC, con le sue misure​​ rigorosissime​​ di contenimento del virus. Quando a fine gennaio sono arrivate le notizie sul blocco cinese, i commentatori di molti​​ Paesi europei erano increduli e stupiti. Non sono mancate le solite frecciate anticinesi, che affermavano che solo un​​ Paese dittatoriale poteva attuare misure simili1. Fermare le attività economiche e sociali della​​ fabbrica del mondo, del​​ Paese che più di ogni altro fornisce​​ al mondo componenti​​ intermedie e​​ prodotti finiti, è stata una decisione tra le più difficili che i dirigenti della​​ RPC hanno dovuto assumere. Ma il principio socialista che ispira la RPC ha spinto a​​ porre la salute delluomo al primo posto, mettendo in conto che leconomia del​​ Paese, uneconomia che è tra laltro pianificata – pur se in modo diverso da quella che era la pianificazione sovietica – avrebbe pesantemente sofferto del blocco.

- Dallaltro, leader politici e governi che, per evitare il blocco delleconomia, hanno preferito non ascoltare quanto la scienza medica mondiale diceva, hanno sminuito il pericolo di diffusione del virus, o si sono abbandonati a strane teorie senza fondamento scientifico, regredendo dal livello della scienza moderna – che segue il metodo galileiano – a quello di maghi,​​ stregoni e ciarlatani, presentandosi essi stessi come inventori di ricette facili per vincere il virus. Il caso più clamoroso è stato​​ quello del presidente USA Donald​​ Trump, che consigliava di iniettarsi varichina per ammazzare il virus e ha costretto tutti i produttori e venditori americani di​​ disinfettanti, oltre che le principali tv e media americani,​​ a smentire e ad avvertire del pericolo mortale che un tale consiglio comportava2. Pur di non fermare la macchina economica del loro​​ Paese i massimi rappresentanti delle maggiori potenze capitalistiche al mondo hanno stracciato la rivoluzione scientifica moderna, sono regrediti alla ciarlataneria e alla magia, hanno mostrato nei fatti quanto sia decaduta quella classe borghese che nella fase di ascesa nelletà moderna sposava la scienza e lilluminismo come Marx ed Engels scrivono nelle pagine del​​ Manifesto​​ del 1848.​​ In buona compagnia con Trump è anche il presidente brasiliano Bolsonaro, denunciato​​ a inizi aprile​​ dallAssociazione​​ brasiliana​​ dei giuristi​​ per la​​ democrazia (ABJD) per aver messo​​ con le sue azioni​​ sostanzialmente in pericolo la salute fisica e il benessere della popolazione brasiliana, esponendola a un virus letale​​ [] facendo eco a uomini daffari senza scrupoli, si è ostinatamente rifiutato di adottare lo standard mondiale di lotta alla pandemia, il confinamento sociale. Così, il Brasile a causa delle azioni del presidente Bolsonaro cessa di partecipare alla strategia di appiattimento della curva di infezione. Piuttosto, cerca di espanderla. La condotta di Bolsonaro causerà inevitabilmente il collasso del sistema sanitario in Brasile3.

Nonostante i governi dei principali​​ Paesi capitalistici occidentali avessero avuto il grande vantaggio di poter conoscere l’esperienza del blocco cinese e del suo successo nel contenere il virus – quando i primi focolai si accendono in Italia nella terza decade di febbraio,​​ la diffusione del contagio in Cina è stata quasi completamente bloccata – essi si sono mostrati piuttosto incerti e oscillanti sul blocco. Il governo italiano comunque, dopo una fase di incertezza e di blocchi circoscritti ad alcune zone, ha deciso di adottare il blocco​​ in tutto il​​ Paese.​​ Nel complesso,​​ quasi​​ tutti i​​ Paesi europei adottano misure rigide di blocco, dopo una fase più o meno lunga di incertezze e tentennamenti dovuti al tentativo di limitare i danni economici del blocco delle attività.​​ 

I​​ Paesi​​ come gli USA di Trump e il Brasile di Bolsonaro​​ che più hanno osteggiato il ricorso al blocco​​ delle attività​​ e al distanziamento fisico tra le persone si trovano oggi​​ con​​ il maggior numero di contagiati e di morti:

Nell’affrontare il virus si sono​​ sostanzialmente​​ manifestate due linee, due diverse concezioni del mondo. Una, che pone al primo posto il valore della vita umana e ha accettato la necessità di sacrificare l’economia;​​ l’altra,​​ che pone invece l’interesse economico al di sopra del valore della vita.

 

 

2. Il​​ ruolo del​​ sistema sanitario​​ pubblico

 

Un secondo aspetto che divide i diversi​​ Paesi del mondo è dato non solo dalla scelta politica che ha orientato le decisioni di chiusura o meno, ma dal sistema sanitario e dal sistema politico complessivo del Paese.​​ Sul contenimento del contagio,​​ infatti,​​ incide fortemente l’efficienza del sistema politico, la sua capacità di mettere effettivamente in atto le decisioni​​ adottate, di far sì che​​ esse siano attuate consapevolmente dalla popolazione. Ciò che si fa sotto coercizione funziona sempre molto​​ meno di ciò che si fa come scelta consapevole: è questo che​​ diversi commentatori occidentali non hanno compreso a proposito della Cina, che ha avuto successo nella lotta al Covid-19 perché i suo 1.400milioni di persone hanno consapevolmente,​​ disciplinatamente e attivamente seguito le indicazioni del PCC.​​ 

La causa del disastro sanitario in​​ Lombardia​​ – la regione italiana che ha avuto il più alto numero di infetti e di decessi4​​ ​​ va ricercata nellabbandono dellassistenza territoriale e nella privatizzazione della sanità lombarda: nel 1981 in Lombardia cerano 530mila posti letto, oggi sono meno di 215mila, le Unità sanitarie locali (USL)​​ erano 642, mentre​​ nel 2017 solo 97. Questo depauperamento spiega la catena di errori che ha portato al disastro Covid-19.​​ La rete territoriale che avrebbe dovuto farsi carico dei pazienti è stata smantellata, i pronto soccorso sono diventati luoghi di contagio anziché di prevenzione e gli ospedali travolti dallarrivo di malati già gravi5.​​ Un altro elemento di debolezza è stato il numero insufficiente di tamponi, la difficoltà di tracciare il contagio, quindi, uninsufficienza della struttura sanitaria di diagnosi.​​ 

L’elevato numero di morti in Lombardia e in Italia nel complesso mette a nudo le inefficienze e i deficit della sanità italiana, che pure aveva un servizio sanitario​​ universale​​ tra i più avanzati​​ al mondo,​​ istituito con la​​ riforma del 1978, frutto delle lotte condotte dal movimento operaio nel corso del decennio (1968-78) in cui maggiormente è stato presente e attivo nella società italiana.​​ 

Anche qui il mondo si divide sulla base dellefficienza del sistema sanitario pubblico. La situazione peggiore è negli USA, dove​​ la​​ sanità​​ è essenzialmente privata e finalizzata al profitto capitalistico: qui i dati esistenti rivelano profonde disuguaglianze per razza, soprattutto per i neri americani.​​ Al 19 maggio il​​ tasso di mortalità complessivo di COVID-19 per i neri americani è 2,4 volte superiore a quello dei bianchi; in Arizona, il tasso di mortalità degli indigeni è più di cinque volte superiore a quello di tutti gli altri gruppi, mentre nel Nuovo Messico, il tasso supera sette volte tutti gli altri gruppi6.

Risulta chiaro che la sanità pubblica va potenziata dove esiste,​​ o va interamente costruita.​​ Il​​ diritto​​ universale​​ alla salute​​ non può essere garantito​​ dallimpresa privata, ma solo dal settore pubblico, democraticamente diretto e governato dai​​ rappresentanti​​ dei cittadini. È fondamentale ampliare linvestimento di risorse pubbliche nel sistema sanitario e farmaceutico e delle attrezzature (in tutto ciò che riguarda la sanità).​​ Il sistema capitalista non può curare effettivamente le pandemie, perché gli investimenti e la ricerca delle multinazionali sono motivati dalla​​ tensione al​​ massimo profitto e non dal​​ fine​​ della salute delle masse popolari7.​​ Un Paese orientato al​​ socialismo​​ come la RPC, al​​ contrario,​​ non avrà difficoltà a potenziare​​ ulteriormente​​ il sistema sanitario​​ in nome​​ della priorità della salute delluomo.

Il modo in cui si avvierà​​ nei diversi Paesi​​ una riforma e potenziamento​​ del servizio sanitario​​ pubblico,​​ che guarda alla salute​​ come diritto universale​​ di tutta la popolazione,​​ segnerà​​ una chiara linea di demarcazione tra i due possibili sbocchi alla crisi. La pandemia di Covid-19 ha trovato diversi​​ Paesi impreparati. Se l’umanità non è cieca, sa che​​ questa pandemia​​ non sarà l’ultima e che​​ occorre imparare la lezione. Significa potenziare la prevenzione e la medicina territoriale, i sistemi diagnostici e investire in ricerca.

 

 

3.​​ Di fronte alla pandemia: cooperazione internazionale o​​ “America first”?​​ 

 

Questa pandemia ha mostrato anche che occorre una forte cooperazione internazionale, concependo il diritto universale alla salute per tutta l’umanità dei cinque continenti.​​ Anche qui sono emerse due linee contrapposte:

Da un lato,​​ la tendenza a potenziare non solo il sistema sanitario e la ricerca nei singoli​​ Paesi, ma a cooperare nella ricerca e produzione di farmaci di massa, vaccini, a livello mondiale; quindi,​​ il potenziamento dell’OMS, la condivisione delle ricerche e delle conoscenze medico-scientifiche in tutto il mondo,​​ la costruzione di​​ una comunità di futuro condiviso per la salute a livello mondiale. Questa proposta​​ è stata​​ avanzata da​​ Xi Jinping​​ al G20 del 26​​ marzo:

 

Le malattie infettive gravi sono il nemico di tutti.​​ […]​​ In questo momento, è imperativo per la comunità internazionale rafforzare la fiducia, agire con unità e​​ lavorare insieme a una risposta collettiva. Dobbiamo​​ intensificare la cooperazione internazionale in modo globale e promuovere una maggiore sinergia​​ affinché lumanità possa vincere la battaglia contro una malattia infettiva così grave. […]​​ propongo di convocare al più presto una riunione dei ministri della salute del G20 per migliorare la condivisione delle informazioni,​​ rafforzare la cooperazione in materia di farmaci, vaccini e controllo delle epidemie,​​ e bloccare le infezioni transfrontaliere. I membri del G20 devono​​ aiutare congiuntamente i Paesi in via di sviluppo con deboli sistemi sanitari pubblici a migliorare la preparazione e la risposta.​​ […]​​ Guidata dalla visione di costruire una comunità con un futuro condiviso per lumanità,​​ la Cina sarà più che pronta a condividere le nostre buone pratiche, a condurre ricerche e sviluppo comuni di farmaci e vaccini e a fornire assistenza laddove possibile ai Paesi colpiti dalla crescente epidemia. […]​​ È imperativo che i Paesi mettano in comune le loro forze e accelerino la ricerca e lo sviluppo di farmaci, vaccini e capacità di test nella speranza di ottenere una svolta precoce a vantaggio di tutti8.

 

E ancora, all’Assemblea mondiale della salute,​​ il 18 maggio:

 

Dobbiamo sempre mettere le persone al primo posto, perché niente al mondo è più prezioso della vita delle persone.​​ […]​​ Dobbiamo intensificare la condivisione delle informazioni, scambiare esperienze e buone pratiche e perseguire la cooperazione internazionale sui metodi di sperimentazione, sul trattamento clinico e sulla ricerca e sviluppo di vaccini e medicine.​​ […]​​ La Cina invita la comunità internazionale ad aumentare il sostegno politico e finanziario allOMS in modo da mobilitare risorse in tutto il mondo per sconfiggere il virus. […] dobbiamo fornire un maggiore sostegno allAfrica.​​ I Paesi in via di sviluppo, in particolare quelli africani, hanno sistemi sanitari pubblici più deboli.​​ Aiutarli a costruire capacità deve essere la nostra massima priorità nella risposta al COVID-19.​​ […]​​ dobbiamo rafforzare la​​ governance​​ globale nel settore della salute pubblica.​​ […]​​ Alla luce delle debolezze e delle carenze esposte dal COVID-19, dobbiamo migliorare il sistema di​​ governance​​ per la sicurezza sanitaria pubblica. Dobbiamo rispondere più rapidamente alle emergenze sanitarie pubbliche e​​ istituire centri di riserva globali e regionali di forniture antiepidemiche.​​ […]​​ Lumanità è una comunità con un futuro comune.​​ La solidarietà e la cooperazione sono la nostra arma più potente per sconfiggere il virus9.

 

Il presidente cinese​​ parte da una concezione universalistica: si considera il benessere dell’umanità come un bene comune, al di là delle frontiere e degli ordinamenti degli stati. È una proposta semplice,​​ di buon senso​​ e al contempo grandiosa: condividere le conoscenze, cooperare nella ricerca di farmaci e vaccini, favorire la nascita di un sistema sanitario mondiale,​​ creando​​ reti​​ di ricerca e di produzione mondiale di farmaci e attrezzature sanitarie,​​ aiutando i​​ Paesi meno avanzati. Quindi, nessun brevetto, nessuna proprietà su vaccini e farmaci contro le epidemie.

A questa concezione universalistica e progressiva, in direzione dellunificazione del genere umano, esposta da Xi Jinping,​​ si contrappone​​ una visione gretta e meschina​​ della ricerca​​ medico-scientifica​​ e della salute​​ come monopolio privato,​​ a fini di lucro o​​ per​​ il vantaggio esclusivo di un Paese a danno di altri.​​ Anche qui Donald​​ Trump​​ rappresenta a pieno questa tendenza regressiva, come ha mostrato in più di unoccasione, cercando di ottenere​​ lesclusiva sui vaccini. Ci​​ ha​​ provato​​ prima​​ con​​ la casa biofarmaceutica tedesca​​ CureVac10,​​ poi con il gruppo farmaceutico francese​​ Sanofi11. E​​ attacca a più riprese​​ lOMS,​​ accusata​​ di​​ allarmante mancanza di indipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese12,​​ annunciando di​​ sospendere i finanziamenti USA allorganizzazione (14​​ aprile) e​​ minacciando​​ con un ultimatum​​ (18 maggio) di tagliarli definitivamente​​ se lOrganizzazione mondiale della sanità non si impegnerà a realizzare importanti miglioramenti sostanziali entro i prossimi 30 giorni,​​ per​​ dimostrare lindipendenza dalla Cina13.​​ È illuminante e rivelatore della concezione che ha D. Trump degli organismi internazionali la conclusione della sua lettera:​​ 

 

Non posso permettere che il denaro dei contribuenti americani continui a finanziare unorganizzazione che, nel suo stato attuale,​​ non è chiaramente al servizio degli interessi dellAmerica.

 

Ecco, il massimo rappresentante dellimperialismo mondiale, colui che continuamente afferma​​ America first, gli USA prima e al di sopra di ogni cosa, non riesce lontanamente a concepire la possibilità di una cooperazione finalizzata a salvaguardare la salute di​​ tutti​​ gli esseri umani e non dei​​ soli​​ statunitensi (che, tra laltro, con la sua conduzione disastrosa dellemergenza Covid-19, ha condannato a morte in numero maggiore che qualsiasi altro​​ Paese al mondo).​​ La concezione e la pratica politica del primato assoluto degli USA, che è propria di tutta la​​ classe dominante statunitense – e non solo di Trump – è il principale ostacolo al percorso di emancipazione e progresso dei popoli del mondo e la principale minaccia alla pace.​​ 

 

 

4. Con la pandemia l’attacco USA alla Cina non arretra, ma si intensifica

 

Con lincalzare della pandemia, che proprio​​ dalla terza settimana di marzo comincia a​​ diffondersi​​ in misura esponenziale negli USA (il 27 marzo il numero dei contagi, sopra i 100.000, ha superato quelli della RPC), ci si poteva aspettare che lappello del presidente cinese alla cooperazione internazionale sanitaria, espresso in modo chiaro e netto al G20 del 26 marzo,​​ sarebbe stato accolto​​ dal presidente USA;​​ ma​​ così non è stato. Anzi, assistiamo a un​​ crescendo​​ di attacchi sempre più duri alla RPC, di cui, nel momento in cui stendiamo queste note,​​ non si vede la fine.

Dopo i primi attacchi allOMS, accusata di essere​​ sinocentrica14,​​ viene pubblicato il​​ 17 aprile​​ dal​​ National Republican Senatorial Committee il​​ Corona big book, una guida di 57 pagine per i candidati repubblicani, che indica come fulcro della campagna elettorale lattacco alla RPC e al PCC: un vero e proprio manualetto anticinese che prescrive​​ tre linee principali di aggressione:​​ a)​​ la Cina ha causato il virus​​ coprendolo; b)​​ i Repubblicani​​ spingeranno per sanzioni contro la Cina per il suo ruolo nella diffusione di questa pandemia; c)​​ i Democratici sono​​ morbidi con la Cina15.​​ 

Tra aprile e maggio la campagna anticinese si dispiega a pieno ritmo con ogni mezzo, non solo negli USA, ma in tutti i​​ Paesi del mondo in cui i​​ media​​ controllati dagli USA possono arrivare. Una delle armi che in questa forsennata campagna lamministrazione​​ americana​​ impiega abbondantemente è quella dellazione legale per ottenere dalla RPC, accusata di essere responsabile della propagazione del virus, risarcimenti miliardari. Azione legale considerata da molti giuristi assurda e destinata al nulla di fatto, ma con un notevole impatto propagandistico, volto a creare un clima sfavorevole alla Cina, messa sul banco degli accusati. Il 27 aprile Trump annuncia la richiesta salatissima di risarcimento danni16.​​ Il consigliere d Trump George Sorial, ex dirigente della Trump Organization, avvia negli Stati Uniti unazione legale collettiva per danni contro Pechino17.​​ Alcuni influenti​​ media​​ e anche associazioni di consumatori si​​ muovono​​ in diversi​​ Paesi​​ annunciando richieste simili.​​ Lo​​ fa​​ clamorosamente il 16 aprile il più diffuso quotidiano tedesco,​​ Bild, con la richiesta​​ alla Cina​​ di 162 miliardi di dollari​​ di risarcimento. Qualche giorno dopo,​​ il Coordinamento italiano delle associazioni per la difesa dellambiente e dei diritti dei consumatori (Codacons) si schiera armi e bagagli a fianco della campagna anticinese degli USA;​​ il 23 aprile, il suo​​ sito apre con linvito:​​ Preaderisci gratuitamente allazione del Codacons di risarcimento danni contro la Cina, per le gravi responsabilità ed omissioni nel​​ contrasto della diffusione del Covid-19; lazione viene portata avanti in collaborazione con​​ lo studio legale americano​​ Kenneth B.​​ Moll18. Anche il presidente leghista della regione Lombardia Attilio Fontana annuncia il 29 aprile una richiesta di risarcimento di 20 miliardi.​​ 

Il​​ 29 aprile​​ Trump, seguendo​​ il vecchio proverbio francese​​ calomniez, calomniez, il en restera toujours quelque chose19, per​​ cui una menzogna continuamente ripetuta finirà con lapparire come verità, accentua la campagna di attacchi e calunnie contro la Cina,​​ affermando​​ che​​ lorigine del coronavirus​​ è​​ legata a un laboratorio di Wuhan, senza fornire alcuna spiegazione, né tantomeno prova20.​​ 

In modo ancor più aggressivo​​ e bellicoso, alimentando un clima in cui si respira sempre più aria di guerra a tutto campo,​​ si muove lentourage​​ di Trump:​​ qualcuno​​ propone di richiedere alla Cina​​ 10 milioni di dollari per ciascuna vittima statunitense del virus, con lobiettivo, indicato​​ dallo stesso Trump,​​ di​​ strappare alla Cina centinaia di miliardi di dollari; il senatore repubblicano Marsha Blackburn​​ sostiene che​​ la Cina è costata alleconomia americana seimila miliardi​​ e potrebbe costarne altri 5mila​​ e propone​​ di farsi risarcire non pagando più​​ alla Cina gli interessi​​ sui titoli del Tesoro Usa che​​ essa​​ possiede.​​ Altri pensano a​​ nuovi dazi commerciali.​​ O allimposizione di sanzioni per un valore di mille miliardi di dollari su future​​ importazioni​​ cinesi21. Il​​ 1°​​ maggio​​ un​​ rapporto del Dipartimento di Sicurezza Nazionale USA,​​ condiviso con le forze dellordine e le agenzie governative, rincara ancora la dose, accusando​​ il governo cinese​​ di aver​​ intenzionalmente nascosto alla comunità internazionale la gravità del​​ COVID-19 allinizio di gennaio, mentre accumulava scorte di materiale medico sia aumentando le importazioni che diminuendo le esportazioni​​ […]​​ La Cina ha probabilmente tagliato le sue esportazioni di forniture mediche prima della notifica dellOMS di gennaio secondo cui​​ il COVID-19 è contagioso22.​​ Come si vede, si fa di tutto per presentare la RPC e il PCC nella luce peggiore: non solo​​ avrebbero mentito sui modi e tempi dellorigine del virus, su cui si continua ad alimentare il sospetto che sia uscito dal laboratorio di Wuhan, ma​​ lo avrebbero fatto​​ per speculare sulle forniture di materiale medico, per fare sporchi affari sulla pelle del popolo americano…​​ 

Il 3​​ maggio​​ il​​ Segretario di Stato Mike Pompeo​​ afferma​​ che ci sono​​ enormi​​ prove che il​​ nuovo focolaio di coronavirus​​ abbia​​ avuto origine da un laboratorio biomedico a Wuhan, in Cina23, ma non ne presenta nessuna.​​ Del resto, i dirigenti USA, repubblicani o democratici, sono abituati a calunniare di fronte al mondo i loro nemici e ad esibire impudentemente​​ prove​​ inesistenti. Basti​​ qui ricordare​​ la fialetta piena di una polvere bianca agitata dallallora segretario di Stato​​ Colin Powell al Consiglio di Sicurezza dellONU​​ il 5 febbraio 2003​​ per accusare​​ lIraq​​ di produrre armi chimiche​​ e batteriologiche​​ di distruzione di massa che, dopo​​ loccupazione anglo-americana del​​ Paese, continuamente cercate, risultarono inesistenti.​​ 

Ai primi di maggio​​ lamministrazione​​ USA,​​ taglia i legami di investimento tra i fondi pensione federali statunitensi e le azioni cinesi​​ per un valore di circa 4 miliardi di dollari,​​ sostenendo che​​ ciò comporterebbe rischi di investimento e di sicurezza nazionale24.​​ Il​​ 14 maggio​​ in unintervista​​ alla FOX Business Trump minaccia di troncare tutti i rapporti commerciali ed economici con la RPC, affermando che così gli USA risparmierebbero 500 miliardi di dollari25.

A tutto questo si aggiungono le​​ recenti posizioni assunte dallamministrazione USA nei confronti di Taiwan, che,​​ trattando lisola come di fatto indipendente,​​ tendono a disconoscere il principio dellunica Cina (la Repubblica Popolare Cinese), stabilito dal 1992 e riconosciuto in centinaia di accordi internazionali. Scrive in proposito Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica​​ Limes, nelleditoriale del 25 maggio:​​ 

 

Alcuni recenti episodi confermano che Washington sè tolta i guanti per picchiare duro.​​ Con la semantica protocollare, quando il segretario di Stato Pompeo si congratula con Tsai Ing-Wen, rieletta alla presidenza della Repubblica di Cina (Taiwan), definendola​​ presidente​​ – cioè capo di Stato. Con la violenza della rappresaglia economica, annunciando che la Taiwan Seminconductor Manufacturing (leader mondiale) aprirà una fabbrica in Arizona, intanto vietando la vendita dei suoi semiconduttori a Pechino. Huawei e il suo 5G sono sotto attacco26.

 

Parimenti aggressiva è la posizione​​ dell’amministrazione​​ USA​​ su Hong Kong, dove fomenta e sostiene movimenti secessionisti e anticomunisti e ora mobilita il suo apparato mediatico​​ per attaccare il Congresso nazionale del popolo cinese per la formulazione di una legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong.

Al contempo, gli USA intensificano la loro azione militare nei mari della Cina. Scrive il​​ “South China Morning Post”​​ del 10 maggio:​​ 

 

Finora questanno, gli aerei delle forze armate statunitensi hanno effettuato 39 voli sul Mar Cinese Meridionale, sul Mar Cinese Orientale, sul Mar Giallo e sullo Stretto di Taiwan, più di tre volte il numero effettuato nel periodo equivalente del 2019. […] Nel frattempo, la Marina degli Stati Uniti ha condotto quattro operazioni di navigazione​​ nel Mar Cinese Meridionale nei primi quattro mesi dellanno – mentre​​ nellintero​​ 2019 erano state otto in tutto; lultima il 29 aprile, quando lincrociatore missilistico USS Bunker Hill ha attraversato la catena delle Isole Spratly27.

 

 

5. L’attacco USA alla RPC: contingente o strutturale?

 

Di fronte a questa valanga di dichiarazioni ufficiali sempre più bellicose, accompagnate da ostili​​ politiche, legali, economiche, militari a tutto campo e in ogni parte del mondo, si pone la questione se si tratti di una situazione temporanea,​​ contingente, legata essenzialmente,​​ da un lato,​​ al tentativo di dirottare contro la Cina, invece che sullamministrazione Trump, il risentimento della popolazione colpita massicciamente dalla disastrosa gestione della pandemia, e, dallaltro, alla campagna elettorale per le presidenziali del prossimo novembre, come sembrerebbe suggerire il​​ Corona big book,​​ il manuale di istruzioni​​ per i candidati repubblicani. Diversi osservatori e commentatori politici hanno insistito su questo aspetto contingente, legato alla cattura del consenso interno degli USA. È probabile che il bisogno di Trump di recuperare il terreno perduto nellelettorato statunitense​​ abbia contribuito ad infiammare i toni del presidente più demagogico della storia degli States e ad incrementare lo scontro con la Cina: il suo rivale, il democratico Joe Biden,​​ nelle intenzioni di voto va meglio di Hillary Clinton nel 2016; un rilevamento di Fox News (la TV più​​ amica​​ di Trump), confermato da una media dei sondaggi della settimana 18-24 maggio, dà il candidato democratico al 48% e il presidente in carica al 40%28.​​ 

Tuttavia, vi è più di una ragione per ritenere che il violento attuale attacco statunitense contro la RPC, non sia temporaneo e occasionale, ma rivesta piuttosto un carattere strutturale, radicato cioè nel sistema economico-politico degli USA, nei tratti fondamentali della classe dominante, che, democratica o repubblicana, condivide lideologia dellAmerica first, del primato statunitense nel mondo, dellunipolarismo USA che non accetta e non si concilia con la prospettiva di un mondo multipolare.​​ 

Gli USA non si concepiscono e non sono un​​ Paese capitalistico al pari degli altri, e neppure un​​ primus inter pares. Lideologia del primato assoluto statunitense si è forgiata nel corso della​​ guerra fredda​​ (1946-1991) e si è apertamente proclamata nei documenti strategici della Casa Bianca allindomani della dissoluzione dellURSS; in essi si afferma la volontà di mantenere e rafforzare​​ lunipolarismo statunitense.​​ Questo unipolarismo ha un forte ancoraggio nel complesso​​ militar-industriale, che si è enormemente esteso con la II guerra mondiale e ancor più con la​​ guerra fredda.​​ 

La​​ guerra fredda, il confronto permanente con lURSS e con il​​ campo socialista, designati come il nemico assoluto, limpero del male, la minaccia perenne alla libertà e ai valori dellOccidente, servirono alla classe dominante USA per a) compattare sotto il proprio comando militare, politico, economico,​​ i​​ Paesi capitalistici di Europa e Asia​​ (mentre lAmerica Latina era il​​ cortile di casa​​ dello zio Sam); b) alimentare ed estendere un enorme complesso militar-industriale che non ha pari nel mondo (la spesa militare USA​​ è stata​​ nel 2019 di 732 miliardi di dollari29); c) imporre il dollaro come valuta per gli scambi internazionali;​​ d)​​ inoculare nella popolazione USA un nazionalismo​​ di grande potenza​​ che​​ ha bisogno di alimentarsi​​ continuamente​​ di un grande nemico, di un​​ grande e minaccioso​​ malvagio​​ contro cui combattere,​​ presentandosi come un super​​ impero del bene.​​ 

La classe dominante negli USA è il centro, il cuore pulsante del sistema imperialistico mondiale​​ e​​ si​​ è​​ troppo abituata​​ a​​ godere dei privilegi che questa centralità le conferisce.​​ La possibile perdita del primato mondiale​​ mette in allarme i​​ potentati economici​​ statunitensi, che possono mantenere un ruolo mondiale facendo leva sul potere politico-militare del Paese.​​ Questo primato non è solo militare, politico,​​ economico, è anche​​ ideologico-culturale, nel​​ soft power,​​ e colonizza limmaginario della popolazione mondiale. Perdere questo primato è​​ oggi​​ la preoccupazione​​ principale della classe dominante USA, che vede segare il ramo su cui è seduta.

Questa struttura peculiare degli USA può spiegarci il violentissimo attacco alla Cina. La classe dominante USA ha costruito il consenso sul primato americano nel mondo, e sulla lotta contro il nemico. La mentalità americana, a partire dalla II guerra mondiale,​​ e ancor più dallo scatenamento della​​ “guerra fredda”,​​ è stata costruita sull’immagine perenne di un nemico oscuro da combattere: dalla II guerra mondiale, in cui il nemico erano i giapponesi e i nazisti tedeschi,​​ alla​​ “guerra fredda”​​ in cui erano​​ i comunisti​​ e l’URSS,​​ al dopo​​ “guerra fredda”, in cui per una fase​​ è stato​​ il terrorismo islamista, e,​​ infine,​​ la Cina. Per tenere la coesione interna Trump, e non solo​​ lui,​​ ma​​ tutta la classe dominante americana, deve trovare un nemico, e rifiutando di trovarlo in se stessa​​ e nella sua struttura economico-sociale,​​ si scaglia contro la Cina.​​ 

Lelezione della RPC a nemico​​ par excellence​​ non è casuale, né solo contingente. Era già presente​​ tra le righe​​ nella dottrina strategica degli USA​​ negli anni​​ 90. Ed è divenuta lossessione della classe dominante americana –​​ bipartisan, attraversando sia il partito repubblicano che democratico – dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2008. Anche la RPC subì​​ il​​ contraccolpo​​ di quella crisi, ma – grazie al sistema ad orientamento socialista, alla capacità effettiva del PCC di orientare e dirigere leconomia​​ ​​ seppe​​ riorganizzarsi rapidamente continuando con ottime​​ performance, divenendo​​ nel 2010​​ la seconda economia mondiale e proseguendo nel suo percorso di sviluppo interno, di superamento progressivo delle fasce di povertà presenti nel​​ Paese, di creazione del più grande mercato solvibile interno. Il suo sistema politico, inoltre, si rafforzava, accresceva la coesione sociale; il PCC​​ si​​ proponeva al​​ XIX​​ congresso​​ (2017)​​ di risolvere le nuove contraddizioni che lo sviluppo degli anni precedenti aveva creato, e si poneva come un​​ Paese che – unico​​ al mondo – parlava al mondo intero proponendo,​​ rispetto alla globalizzazione imperialista degli USA,​​ un percorso condiviso di sviluppo​​ win win​​ in un mondo multipolare, di cui il grande progetto della Nuova Via della Seta è un pilastro fondamentale.​​ 

La presidenza di Trump è stata caratterizzata – facendo la tara di alcune oscillazioni ed esternazioni che contraddistinguono teatralmente il personaggio – dal porre la Cina come avversario, e poi nemico principale, contro il quale​​ ha iniziato nel 2017 una dura guerra commerciale. Tale guerra, pur in un percorso a zig-zag,​​ è stata in crescendo, ha​​ provocato grandi disordini nei mercati​​ mondiali e ha sostanzialmente avviato un percorso a ritroso nella globalizzazione e nelle catene produttive internazionali.​​ I​​ tre​​ anni della presidenza Trump che precedono la pandemia di Covid-19 hanno visto progressivamente aumentare gli attacchi economici alla Cina, ma non solo. Si è intensificata l’azione di propaganda mediatica anticinese, gli USA hanno fomentato i movimenti anti​​ RPC a Hong Kong, hanno diffuso menzogne sulla​​ “repressione degli​​ uiguri”, hanno operato,​​ insomma,​​ come avevano ben imparato a fare nel periodo della​​ “guerra fredda”,​​ quando​​ il presidente USA Ronald​​ Reagan definì l’URSS​​ “impero del male”.​​ 

 

 

6.​​ Europa​​ teatro​​ dell’attacco di​​ Trump​​ alla Cina

 

Che il crescendo di attacchi alla Cina abbia una base che va ben al di là della campagna elettorale in corso ce lo mostra anche la grande mobilitazione mediatica e la forte pressione politica – un vero e proprio​​ “serriamo i ranghi!”​​ – degli USA verso i​​ Paesi ad essi legati da trattati militari o commerciali, con il palese obiettivo di allinearli contro Pechino. Si tratta di​​ Paesi che, pur con sistemi economico-politici ben diversi da​​ quello della RPC,​​ hanno sviluppato​​ nel corso degli ultimi decenni​​ relazioni​​ commerciali e culturali con​​ essa.​​ 

Una delle aree del mondo più rilevanti – se non la principale – su cui la politica degli USA sta puntando per allinearla allattacco anticinese è lEuropa​​ (intesa non come Europa geografica, quindi​​ Russia esclusa).​​ La Cina è il secondo partner commerciale della​​ UE dopo gli Stati Uniti e lUE è il primo partner commerciale della Cina30. Entrambe le parti sono impegnate in un partenariato strategico globale, espresso nellAgenda strategica per la cooperazione UE-Cina 202031.​​ Vi è​​ inoltre, la cooperazione 17+1​​ dei Paesi dellEuropa centrale e orientale (PECO) per la Belt and Road Initiative32. Nella primavera del 2019 i principali​​ Paesi dellEuropa occidentale hanno siglato con la RPC importanti accordi sulla Nuova Via della Seta, enfatizzati dalla visita del presidente Xi Jinping. LItalia, primo​​ Paese del G7,​​ ha sottoscritto il​​ Memorandum​​ dIntesa.​​ 

In occasione della pandemia la Cina ha prestato notevoli aiuti allItalia e un sondaggio a marzo indicava come la RPC fosse considerata un​​ Paese amico dalla maggioranza degli italiani33. Le forze politiche dellattuale governo – pur con alcuni distinguo – guardano alla Cina con prospettive di collaborazione economica, di crescita dellinterscambio​​ anche​​ culturale. Per alcune di esse la​​ collaborazione con la​​ Cina potrebbe costituire un supporto notevole per fronteggiare la crisi economica che da anni pesa sul​​ Paese.​​ 

Loffensiva mediatica USA per imbarcare e imbrigliare i​​ Paesi europei nella crociata anticinese si svolge a tutto campo, con abbondanza di mezzi e interventi sui principali​​ media.​​ Se guardiamo a quello che è oggi il più importante​​ Paese europeo, la Germania, possiamo osservare la virulenza della campagna anticinese.​​ 

Prendiamo in esame la lettera aperta​​ a Xi Jinping che Julian Reichelt, direttore di​​ Bild,​​ il quotidiano più venduto in Europa (oltre​​ un milione e mezzo​​ di​​ copie) del gruppo editoriale Springer, pubblica a​​ metà aprile34. Il giornale si era fatto portavoce della campagna orchestrata da Washington per richiedere alla Cina un risarcimento​​ miliardario​​ per i danni provocati dalla pandemia. Lambasciata cinese a Berlino aveva rivolto a​​ Bild​​ una lettera aperta sottolineando lassurdità e linfondatezza di tale richiesta. Reichelt scrive una lettera molto retorica,​​ pesante, dai tratti apertamente offensivi​​ nei confronti della RPC e di Xi Jinping. Quali argomenti usa?​​ Ripete il​​ refrain​​ sulla mancanza di democrazia, sul regime autoritario,​​ non trasparente,​​ che​​ governa con la sorveglianza​​ ed è​​ negazione della libertà; per di più, la RPC viene accusata di​​ furti di proprietà intellettuale, arricchendosi​​ delle invenzioni altrui, invece di inventare da sola;​​ accredita laccusa​​ senza prove​​ di Washington sulla fuga del virus dal laboratorio di Wuhan​​ e quindi​​ della propagazione del virus nel mondo, per cui​​ deve pagare caro; e, infine, anche​​ il dono​​ delle maschere facciali è un cavallo di troia, è imperialismo nascosto.​​ Nulla di nuovo sotto il sole. Reichelt vomita contro la Cina i consueti luoghi comuni. Tra questi, laccusa di furto di proprietà intellettuale a un Paese che è diventato – grazie​​ alla politica di forti investimenti nella scuola e nelle università e in ricerca e sviluppo –​​ leader​​ nelle tecnologie informatiche e digitali​​ (si pensi al 5G),​​ rivela​​ piuttosto​​ lostilità, indotta dagli USA,​​ alla collaborazione con la Cina per il 5G.

Ma questa lettera greve e dai toni offensivi impallidisce di fronte alla discesa in campo di Mathias Döpfner, CEO di Springer, il maggior editore tedesco.​​ Gli USA chiamano a raccolta tutti i media nella campagna anticinese. Ma, come qui si chiarisce, non è questione del​​ Laboratorio di Wuhan o​​ altro simile (anche se​​ il tema​​ continuerà ad essere agitato), ma del futuro economico e politico. La Germania è invitata, e​​ così tutti i Paesi europei,​​ al​​ disaccoppiamento​​ con la Cina, a rinunciare ai​​ suoi commerci con essa.​​ Döpfner pone un​​ aut aut:​​ A che punto è lEuropa? Dalla parte degli Stati Uniti o della Cina?. E riprende i luoghi comuni sul Paese non democratico, autoritario, ecc., invitando a diffidare della sua​​ espansione internazionale apparentemente amichevole e pacifica. Afferma che lammissione nel 2001 della Cina nellOMC è stato​​ il più grande errore commesso nella storia recente dalle economie di mercato occidentali: da​​ allora,​​ la quota degli Stati Uniti nel prodotto mondiale lordo (PIL) è scesa dal 20,18% nel 2001 al 15,03% (2019). La quota dellEuropa è scesa dal 23,5% al 16,05%, con un calo di 7,45 punti percentuali in meno di due decenni. Mentre la quota della Cina è aumentata dal 7,84% al 19,24% nello stesso periodo, con un tasso di crescita medio annuo di circa il 9%.​​ Secondo​​ Döpfner ciò è dovuto non alla forza​​ intrinseca del sistema socialista cinese, che combina piano e mercato, imprese statali e imprese private per implementare programmi strategici di sviluppo di lungo periodo, che hanno consentito di ridurre enormemente la povertà e di far crescere rapidamente le retribuzioni dei lavoratori e di migliorare decisamente le loro condizioni di vita, ma a​​ un capitalismo di stato non democratico che sfrutta le condizioni di commercio e di concorrenza più facili senza sottomettersi alle stesse regole. Il risultato è stato lasimmetria invece della reciprocità.​​ Quindi, sostiene​​ Döpfner, occorre seguire la politica degli USA​​ di​​ disaccoppiamento dalla Cina.​​ La Cina o gli Stati Uniti. Non è più possibile andare con entrambi.​​ […]​​ Se la Germania deciderà di espandere le sue infrastrutture 5G con Huawei, ciò metterà a dura prova le relazioni transatlantiche. Sarebbe un punto di svolta, perché lAmerica non potrebbe più fidarsi della Germania.​​ E la Germania non può e non deve disancorarsi dagli USA, che, dopo essersi opposti duramente allURSS e alla RDT,​​ hanno reso possibile, direttamente e indirettamente, la riunificazione tedesca. Non bisogna permettere – continua​​ Döpfner –​​ al capitalismo di stato di una potenza globale totalitaria di continuare a infiltrarsi o addirittura di prendere il controllo di industrie chiave come il settore bancario (Deutsche Bank), automobilistico (Daimler, Volvo), robotico (Kuka) e commerciale (Porto del Pireo). Quindi, invita lEuropa a proseguire​​ la​​ tradizionale alleanza transatlantica,​​ nonostante Trump, compreso lesplicito e più stretto coinvolgimento di un Regno Unito post-Brexit e di altri alleati come il Canada, lAustralia, la Svizzera e i​​ Paesi democratici dellAsia​​ e a perseguire, Germania in primis, motore economico dellEuropa,​​ un rigoroso processo di disaccoppiamento dalla Cina, perché​​ i legami economici sono sempre anche legami politici​​ e​​ potremmo tutti noi un giorno svegliarci per ritrovarci in una società raccapricciante, dalla parte della Cina e degli Stati ad essa vagamente associati,​​ come​​ la Russia, lIran e altre autocrazie.​​ La Germania,​​ che​​ ha un volume annuale di scambi commerciali con la Cina di circa 200 miliardi di euro, a fronte di tutto il commercio tedesco valutato​​ in​​ 2,4 trilioni di euro,​​ subirebbe con la​​ perdita del commercio cinese​​ un colpo pesante,​​ ma non insopportabile.​​ La recessione del coroanvirus sta già portando la Germania ad un nuovo e devastante risultato economico, ma questo ci offre unopportunità unica per rimetterci sulla giusta strada.​​ La dipendenza economica sarà solo il primo passo. Seguirà linfluenza politica. In futuro, chi dominerà il campo dellintelligenza artificiale dominerà prima economicamente e poi politicamente35.

È una sollecitazione fortissima, che viene dalla principale catena di giornali della Germania, ad aderire senza se e senza ma al campo occidentale guidato dagli USA, il che significa prima di tutto un rafforzamento del legame tra Germania e USA, nonostante qualche​​ bizza​​ di Trump, e al rafforzamento della NATO. A questo proposito, vi sono in Germania forze politiche di rilievo come la SPD (e la Linke) – il campo della socialdemocrazia tedesca – che vorrebbero allentare i legami con USA e NATO. A inizio maggio​​ Rolf Mützenich, il​​ leader​​ dei socialdemocratici (SPD) del Bundestag​​ chiede che la Germania non supporti le testate nucleari degli USA. E riceve subito un duro rimbrotto dallambasciatore americano a Berlino​​ Richard Grenell, il quale – e ciò è​​ interessante notare – inserisce tra le ragioni che rendono necessario il rafforzamento dellalleanza atlantica, insieme al​​ tradizionale​​ nemico russo, la RPC:​​ Linvasione russa dellUcraina, il dispiegamento di nuovi missili dotati di armi nucleari da parte della Russia alla periferia dellEuropa e​​ le nuove capacità della Cina, della Corea del Nord e di altri​​ Paesi rendono evidente che la minaccia è fin troppo presente36.

Insomma, cresce la pressione americana per un​​ serrate le fila​​ degli alleati europei. Il ruolo della NATO viene ora completamente recuperato in vista della crociata anticinese. Se durante la campagna elettorale e agli inizi del suo mandato Trump aveva espresso, nel suo solito stile teatrale,​​ riserve​​ sul ruolo e lutilità della NATO37​​ – ma in realtà mirava piuttosto a chiedere agli europei di raddoppiare il loro contributo economico allAlleanza – ora la NATO viene pienamente difesa e accreditata, accostando alla minaccia russa quella cinese.​​ 

Oltre e più che la Germania, dove gli USA intervengono a gamba tesa a stoppare i tentativi autonomistici di una parte della SPD – partito che governa in coalizione con la CDU – vi è un altro​​ Paese in Europa che va tenuto sotto stretta sorveglianza,​​ lItalia, che, nonostante le dichiarazioni ufficiali filo-atlantiche dei ministri della Difesa Guerini38​​ (PD) e degli esteri Di Maio39​​ (Movimento​​ 5 stelle), manifesta negli ultimi sondaggi sentimenti di amicizia verso la RPC ben più che verso gli USA. Lordine che viene doltre Atlantico e cui si adeguano quasi tutti i principali​​ media​​ è inequivocabile: demolire ad ogni costo limmagine della Cina, cominciando con laccusa di essere la causa dellepidemia per un virus lasciato sfuggire,​​ o intenzionalmente o per colpevole errore,​​ dal laboratorio di Wuhan, fino a richiedere di rinsaldare la NATO contro la minaccia cinese. Gli argomenti e il modo di presentarli sono sostanzialmente simili a quelli impiegati in Germania​​ da Reichelt e Döpfner.

Il 4 maggio il quotidiano​​ La Stampa, ospita​​ Mark Esper, Segretario USA della Difesa, intervistato da Paolo Mastrolilli40:​​ 

 

Russia e Cina stanno entrambe approfittando di una situazione unica per far avanzare i loro interessi. […] Huawei e il 5G sono un importante esempio di questa attività maligna da parte della Cina. Ciò può danneggiare la nostra alleanza. La dipendenza dai fornitori cinesi di 5G, ad esempio, potrebbe rendere i sistemi cruciali dei nostri partner vulnerabili a interruzione, manipolazione e spionaggio. Questo metterebbe a rischio le nostre capacità di comunicazione e condivisione dell’intelligence. Per contrastare tutto ciò, noi incoraggiamo gli alleati e le compagnie tecnologiche americane a sviluppare soluzioni alternative di 5G.

 

Il 13 maggio il quotidiano​​ La Repubblica, a sua volta,​​ ospita unintervista​​ (o un simulacro di essa, visto che lintervistatore sembra porre solo le domande che vuole lintervistato) del giornalista DArgenio​​ al​​ segretario generale della NATO, già significativa dal titolo:​​ Stoltenberg: la Nato​​ unita contro la disinformazione russa e cinese41. Russia e Cina, attraverso la disinformazione42​​ sul Covid-19 compirebbero​​ atti destabilizzanti contro le democrazie occidentali per guadagnare influenza politica sui partner di Nato ed Unione europea.​​ Al pari di Esper,​​ Stoltenberg lancia anche lallarme sul 5G di Huawei:​​ Gli alleati dovrebbero evitare investimenti stranieri che possano compromettere la riservatezza delle​​ nostre comunicazioni.​​ La NATO viene così pienamente arruolata nella crociata anticinese.

Lattacco alla Cina viene svolto quasi quotidianamente dai principali​​ media​​ ed esponenti​​ di destra, facendo da cassa di risonanza alle dichiarazioni di Trump e Pompeo.​​ Già a gennaio​​ Il Giornale​​ sposava la tesi del virus sfuggito dal laboratorio di Wuhan43. E​​ Matteo Salvini,​​ leader​​ della Lega (risultata alle elezioni europee del 26 maggio​​ 2019 il primo partito italiano, con il 34,26% dei voti),​​ in un recente intervento in Senato​​ afferma:​​ 

 

Ci uniremo alla richiesta almeno di una Commissione dinchiesta per capire chi ha fatto e chi non ha fatto cosa, perché potremmo finire il 2020 con lassurdo di avere ununica economia mondiale che cresce, che è quella cinese che, dopo aver volontariamente o involontariamente, non sta a me giudicarlo,​​ causato una pandemia globale,​​ sulle macerie di questa pandemia va ad acquistare aziende, dati, telefonia e alberghi in Italia e nel mondo44.​​ 

 

Chiede inoltre, in piena sintonia con Trump, di rimettere in discussione i contributi della Repubblica italiana all’Organizzazione mondiale della sanità.​​ 

Della richiesta alla Cina di risarcimento miliardario prospettata dal governatore leghista Fontana si è già detto.​​ 

Ma lattacco alla Cina viene condotto anche in​​ modo indiretto e più subdolo.​​ Report​​ –​​ la​​ trasmissione di inchiesta​​ di Rai3​​ (il canale​​ di sinistra​​ della​​ Radiotelevisione italiana),​​ condotta dal giornalista Sigfrido Ranucci​​ –​​ si​​ allinea al​​ mainstream​​ che tende a​​ gettare una luce sinistra sulla Cina.​​ La trasmissione dell11 maggio​​ è​​ dedicata​​ ad uninchiesta sullOMS, guarda caso proprio qualche giorno prima della​​ sua 73a​​ Assemblea​​ mondiale del 18-19 maggio, in occasione della quale Trump invia una lettera al suo direttore generale, accusando lOMS di essere asservita alla Cina.​​ Report​​ sposa in pieno​​ questa tesi45.​​ 

La prima parte della trasmissione è dedicata alla demolizione della figura del direttore generale dellOMS​​ Tedros​​ Adhanom​​ Ghebreyesus, che viene mostrato nella trasmissione​​ seduto​​ accanto​​ al​​ presidente​​ cinese​​ Xi​​ Jinping​​ nella​​ Grande​​ sala​​ del​​ popolo​​ di​​ Pechino (28 gennaio). La sua grave colpa? Elogiare​​ apertamente​​ il​​ governo​​ cinese per la gestione del Covid-19,​​ ma​​ – ci dice il giornalista –​​ non​​ si​​ sa​​ su​​ quali​​ basi​​ visto​​ che​​ lOMS​​ non​​ ha​​ ancora​​ fatto​​ una​​ vera​​ ispezione​​ in​​ Cina.​​ Ma chi è mai Tedros? Eccone il ritratto malefico che ne fa la trasmissione:

 

Nel​​ suo​​ Paese,​​ lEtiopia,​​ è​​ stato​​ ministro​​ prima​​ della​​ sanità,​​ poi​​ degli​​ esteri​​ in​​ governi​​ che​​ non​​ hanno​​ esitato​​ a​​ usare​​ la​​ violenza​​ contro​​ le​​ opposizioni.​​ Il​​ suo​​ partito​​ è​​ il​​ temuto​​ TPLF:​​ il​​ Fronte​​ Popolare​​ di​​ Liberazione​​ del​​ Tigrè […] Durante​​ la​​ gestione​​ del​​ governo​​ etiope,​​ il​​ TPLF​​ è​​ stato​​ accusato​​ di​​ moltissimi​​ episodi di​​ corruzione.​​ Tedros​​ non​​ solo​​ era​​ membro​​ di​​ quel​​ governo,​​ Tedros​​ è​​ una​​ figura​​ di primo​​ piano​​ del​​ partito​​ TPLF.​​ Il​​ TPLF,​​ che​​ era​​ la​​ forza​​ principale​​ di​​ governo.

 

Avremmo​​ dunque a che fare con un losco figuro, personaggio di primo piano di un governo corrotto (moltissimi​​ episodi di​​ corruzione) e dispotico (usava​​ la​​ violenza​​ contro​​ le​​ opposizioni). Ma non basta: la​​ forza​​ principale​​ di​​ governo, il TPLF,​​ è​​ legato​​ a​​ doppio​​ filo​​ al​​ partito​​ comunista​​ cinese​​ e​​ in​​ particolare​​ alla​​ figura​​ dellattuale​​ presidente​​ Xi​​ Jinping​​ per​​ via​​ dei​​ suoi​​ pesanti​​ investimenti​​ nel​​ Paese​​ etiope.​​ Report​​ ci dice in modo abbastanza esplicito che la nomina del​​ primo​​ africano​​ che​​ riesce​​ a​​ scalare​​ i​​ vertici​​ dellOMS46​​ non è dovuta a meriti personali, ma alla Cina, che, grazie ai grandi investimenti infrastrutturali, può influenzare lUnione africana e farlo così eleggere.​​ 

Report​​ fa​​ una digressione sulla politica cinese in Africa. Molti Paesi del continente – lo si dice​​ con grande rammarico​​ – si sono​​ molto​​ legati​​ dal​​ punto​​ di​​ vista​​ economico​​ alla​​ Cina. Però, ci si dice,​​ questo​​ abbraccio​​ cinese​​ verso​​ il​​ continente​​ non​​ era​​ gratuito, ma per​​ tenere in pugno​​ i​​ Paesi del continente. Ma non basta:​​ non solo i malefici cinesi si comprano il direttore dellOMS, presentato come una marionetta nelle loro mani, ma spiano i lavori​​ dellUnione​​ dei​​ Paesi​​ africani:​​ I​​ dati​​ che​​ passavano​​ per​​ il​​ quartier​​ generale​​ dellUnione​​ Africana​​ venivano​​ intercettati dal​​ governo​​ cinese​​ allinterno​​ di​​ questa​​ stessa​​ struttura. Ed ecco la conclusione, il ritratto di una vera e propria associazione a delinquere:​​ Soldi,​​ investimenti:​​ è​​ questo​​ il​​ filo​​ che​​ tiene​​ legato​​ in​​ questo​​ momento​​ Tedros​​ alla​​ Cina.​​ Anche lUnione africana sarebbe così una marionetta nelle mani cinesi. Questa affermazione viene lasciata cadere lì, come fosse verità provata, senza che il​​ giornalista dinchiesta​​ porti​​ elementi​​ di prova.​​ 

Ma non basta ancora:​​ dulcis in fundo,​​ vi è lintervista ad​​ Andrea Sing-Ying Lee, presentato come​​ Ambasciatore di Taiwan in Italia, fingendo di ignorare – ma sono giornalisti di professione! – che lunica ambasciata cinese in Italia è quella della RPC e che lItalia, al pari degli​​ altri​​ Paesi del mondo, ha aderito da anni al principio​​ One China, politica che ora lamministrazione USA,​​ nella sua forsennata politica di attacco alla RPC,​​ punta a rovesciare.​​ 

 

 

7.​​ “Guerra fredda”, bipolarismo, unipolarismo, multipolarismo

 

Lespressione​​ nuova guerra fredda​​ viene sempre più frequentemente impiegata negli interventi politici e nei​​ media​​ per designare la situazione attuale dei rapporti tra USA e RPC. Questa espressione – come ci insegnano gli studiosi del linguaggio – non è neutrale, né innocente, comunica ai lettori o agli ascoltatori un determinato punto di vista, tende a dare una determinata visione delle cose.​​ 

Nel corrente linguaggio giornalistico, ma anche degli storici, si indica con lespressione​​ guerra fredda​​ tutto il periodo post 1945 (fine della II guerra mondiale) fino alla demolizione dei​​ Paesi socialisti dellEuropa centro-orientale e balcanica (1989) e dellURSS (1991). Quale configurazione dei rapporti mondiali implicava la guerra fredda? Fondamentalmente un​​ mondo bipolare, in cui si confrontavano due grandi blocchi antagonisti e inconciliabili, socialismo e capitalismo, Oriente e Occidente,​​ due – così si diceva –​​ superpotenze.​​ 

La contrapposizione bipolare non fu una scelta della dirigenza sovietica, ma fu imposta da USA e Regno Unito, che riuscirono così ad allineare sotto il comando politico, economico, militare degli USA tutti i​​ Paesi dell’Europa occidentale. La fondazione della NATO nel 1949 e i suoi successivi allargamenti sigillano questo allineamento. Il Patto di Varsavia prese forma solo diversi​​ anni dopo e fu sciolto nel 1991.​​ 

Anche il concetto di​​ “Occidente”, di​​ “valori occidentali”, di blocco occidentale, come ancora oggi lo impieghiamo, quale sinonimo di economia di mercato, liberal-democrazia e filo atlantismo, prende forma nel secondo dopoguerra in contrapposizione con l’Oriente dell’URSS e della Repubblica Popolare Cinese, raffigurati come dittature e barbarie. In questo modo dall’“Occidente”​​ venivano espunti Marx ed Engels, il pensiero comunista, nonché tutto il pensiero di emancipazione anticoloniale e antimperialista.​​ 

La semplificazione binaria del​​ mondo bipolare​​ giocava a favore della classe dominante dellimperialismo USA, che costringeva​​ a schierarsi pro o contro il blocco occidentale, escludendo​​ la​​ possibilità di posizioni intermedie e diversificate. La nascita del movimento dei​​ Paesi non allineati, che possiamo datare alla Conferenza di Bandung (1955), cui il​​ primo​​ ministro della​​ RPC Zhu Enlai dette un importante contributo, fu il tentativo di rompere lo schema bipolare imposto dallimperialismo USA.​​ 

Anche l’uso del termine​​ “superpotenza”, entrato in uso nel linguaggio giornalistico, era ingannevole, poiché metteva sullo stesso piano economico e militare, due​​ Paesi che in realtà non lo erano: la forza economica dell’URSS – che aveva indubbiamente fatto passi da gigante grazie alla pianificazione socialista degli anni 30 e successivi – era tuttavia notevolmente inferiore a quella degli USA (e va ricordato quale enorme tributo di vittime e di distruzione economica pagò l’URSS per sconfiggere il nazifascismo, a fronte degli USA, che non ebbero la guerra in casa). L’URSS fu costretta dall’offensiva USA alla corsa agli armamenti, che le consentì un certo potere di dissuasione nell’impiego delle armi nucleari, ma non di raggiungere la parità con gli USA, che avevano il più potente complesso militar-industriale del mondo. Inoltre, la corsa agli armamenti cui l’URSS fu costretta,​​ distolse​​ risorse che avrebbero potuto essere impiegate nelle spesa​​ sociale​​ per migliorare il tenore di vita e il benessere del popolo, indebolendo così il consenso al governo sovietico e al PCUS.​​ L’URSS non era una​​ “superpotenza”: questa etichetta favoriva la campagna ideologica per demonizzarla come​​ “impero del male”.

Se guardiamo allesperienza storica della disfatta del socialismo sovietico e dei​​ Paesi europei si può osservare che il terreno di scontro del bipolarismo imposto dagli USA allindomani della II guerra mondiale risultò favorevole a questi ultimi, che poterono passare dopo il 1991 allaffermazione dellunipolarismo, degli USA quale unico centro dominante​​ del mondo.​​ Per tutta la fase storica del trentennio​​ successivo​​ al 1991 le forze politiche e culturali del socialismo, nonché dellemancipazione anticoloniale e antimperialista,​​ hanno proposto e si sono battute per la fine dellunipolarismo USA e il passaggio a un​​ mondo multipolare.​​ Questo concetto non solo si contrappone allunipolarismo, ma anche al bipolarismo, rifiuta il terreno di scontro della​​ guerra fredda​​ scelto dagli imperialisti. Impugnando la bandiera del mondo multipolare la strategia mondiale di lotta per il socialismo apprende le lezioni dellesperienza storica del XX secolo, comprende che il mondo del XXI secolo si articola in diversi​​ Paesi con diversi gradi di sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione​​ con​​ le rispettive sovrastrutture politiche: il passaggio a più avanzati rapporti di produzione socialisti non può avvenire simultaneamente, né con uno scontro finale generale tra i poli del socialismo e dellimperialismo, ma attraverso la combinazione del consolidamento e crescita dei​​ Paesi ad orientamento socialista (e qui il ruolo della RPC e del socialismo con caratteristiche cinesi è straordinario),​​ con la fuoriuscita dal sottosviluppo e dalla dipendenza dallimperialismo dei​​ Paesi di Asia,​​ Africa,​​ America Latina, con la lotta di classe tra capitale e lavoro nei​​ Paesi capitalistici europei, e una pluralità di altre forme sociali intermedie. Il mondo multipolare consentirebbe condizioni più favorevoli per il passaggio a rapporti più​​ avanzati sulla strada dellemancipazione sociale e del​​ socialismo.​​ 

Va​​ in direzione di un mondo multipolare il progetto della​​ Nuova Via della Seta, che costruisce infrastrutture fondamentali, creando le condizioni della comunicazione e reciproco vantaggio per​​ Paesi con culture, sistemi economici e regimi politici diversi tra loro, quali,​​ ad esempio,​​ i crescenti rapporti commerciali, ma anche culturali,​​ tra Cina e​​ UE, i cui​​ Paesi​​ sono per la maggior parte affiliati​​ alla NATO, che è pienamente a guida USA.

Lattuale politica dellamministrazione USA, che vede sempre più barcollare il suo dominio unipolare, sta puntando invece a riproporre lo schema del bipolarismo, risultato vincente nel periodo della​​ guerra fredda,​​ e cerca di portare la RPC su questo terreno.​​ Lo mostrano chiaramente i sempre più frequenti​​ aut aut​​ (il più pesante è, come abbiamo visto, quello del CEO di Springer):​​ i​​ Paesi europei devono scegliere,​​ o con gli USA o con la Cina. Con il bipolarismo gli USA, feroci oppositori della BRI, tendono ad allineare​​ sotto il loro comando i​​ Paesi europei​​ contro​​ della RPC.

 

 

8. Si apre una fase mondiale difficile e complessa

 

Le forze del socialismo e del progresso mondiali sono chiamate oggi al difficile compito di contrastare, anche sul piano mediatico, lattuale strategia USA, che punta allo scontro bipolare USA-Cina, presentando questultima come​​ superpotenza.​​ La Cina non ha mai detto di essere,​​ né di voler diventare una superpotenza. Anzi, ha sempre detto il contrario. E ciò sulla base di tutto il pensiero politico del PCC, da Mao​​ Zedong​​ a​​ Zhu Enlai, a Deng​​ Xiaoping,​​ a Xi Jinping.​​ Alla base di ciò vi è una concezione del mondo e una visione strategica consolidata, che il pensiero di Xi ha ulteriormente sviluppato. È lidea di un lungo e complesso processo di transizione al socialismo, che richiede allinterno una cooperazione con forze borghesi per sviluppare le forze produttive, e,​​ sul piano internazionale,​​ la battaglia per laffermazione di un mondo multipolare.​​ Questultimo​​ è, nelle condizioni date, lambiente migliore per la lotta per il socialismo, per mutare i rapporti di forza, evitando al contempo la catastrofe della guerra. La Cina è oggi uno dei​​ principali​​ baluardi​​ per la pace nel mondo, essa si basa sullidea di sviluppo pacifico. Nel mondo multipolare si può giocare con una pluralità di attori e di contraddizioni. Le forze socialiste possono avanzare,​​ come infatti è straordinariamente avvenuto con la crescita della Cina, del Vietnam, di Cuba. Il mondo bipolare obbliga allo scontro muro contro muro, costringendo anche i neutrali a collocarsi. Esso favorisce limperialismo, col suo enorme controllo sui​​ media.​​ 

La nuova situazione mondiale determinata dalla pandemia del Covid-19 e dalle sue implicazioni politiche, culturali, sociali è ancora aperta a soluzioni diverse, ad un possibile sbocco progressivo per lumanità. Ma le forze conservatrici e reazionarie a livello mondiale, e in particolare limperialismo USA, si oppongono decisamente ad ogni possibile comunità di destino condiviso per tutta lumanità. Lattuale classe dominante negli USA, nata e cresciuta nella cultura della missione imperiale americana e del dominio incontrastato sullintero mondo, non accetta il passaggio a un mondo multipolare, basato sulla cooperazione con reciproco vantaggio tra​​ Paesi e blocchi di​​ Paesi con uguale dignità. Alle proposte costruttive e ragionevoli della RPC di cooperazione sanitaria mondiale risponde con unescalation​​ di vere e proprie dichiarazioni di guerra, elevando sempre di più il livello dello scontro e cercando di trascinare la RPC sul terreno di scontro preferito dagli USA, il confronto bipolare, che consente agli USA, mobilitando tutto il sistema di alleanze politico-militari cresciute con la guerra fredda,​​ in primis​​ la NATO, di aggiogare i​​ Paesi europei nello scontro con la Cina.​​ 

Si apre una fase mondiale difficile e complessa, in cui le forze del socialismo, del progresso e dellemancipazione sociale, che hanno oggi nella RPC un fondamentale punto di​​ riferimento, hanno il compito storico di rafforzare la cooperazione e la solidarietà internazionale e di contrastare con intelligenza politica strategica e duttilità tattica le forze della reazione imperialista, lavorando attivamente lungo la strada tracciata della costruzione di una comunità di destino condiviso per tutta lumanità.

1

​​ Cfr. ad esempio​​ Pierre Haski,​​ La gestione autoritaria dellepidemia di coronavirus da parte della Cina,​​ in​​ Internazionale, 14-2-2020, https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/02/18/cina-coronavirus-autoritarismo.

2

​​ Cfr.​​ Trump claims controversial comment about injecting disinfectants was​​ sarcastic, in​​ The Whashington Post, 24-4-2020,​​ https://www.washingtonpost.com/nation/2020/04/24/disinfectant-injection-coronavirus-trump/

3

​​ Cfr.​​ Bolsonaro denounced for crimes against humanity before the International Criminal Court, 3-4-2020,​​ https://peoplesdispatch.org/2020/04/03/bolsonaro-denounced-for-crimes-against-humanity-before-the-international-criminal-court/

4

​​ La Lombardia ha 10 milioni e 84.000 abitanti, un po​​ meno degli abitanti della città di Wuhan. Al 21 maggio, secondo i dati del Ministero della salute (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_notizie_4792_0_file.pdf) poco più di 86.000 infetti e 15.727 decessi.

5

​​ Cfr.​​ Virus Lombardia, la crisi del modello​​ Pirellone: la catena di errori che ha fatto dilagare i contagi, in​​ Il Messaggero, 21-5-2020,​​ https://www.ilmessaggero.it/italia/lombardia_coronavirus_contagi_covid_19_morti_oggi_news-5242285.html​​ 

6

​​ Cfr.​​ The color of coronavirus: COVID-19 deaths by race and ethnicity in the U.S,​​ https://www.apmresearchlab.org/covid/deaths-by-race​​ 

7

​​ Lo ribadisce in modo chiaro e puntuale un recente articolo di​​ Prabir Purkayastha, fondatore e direttore di​​ Newsclick:​​ Why Capitalism Cant Cure Global Pandemics,​​ https://citizentruth.org/why-capitalism-cant-cure-global-pandemics/​​ 

8

Full text of Xis remarks at Extraordinary G20 Leaders​​ Summit,​​ Source: Xinhua 2020-03-26,​​ http://www.xinhuanet.com/english/2020-03/26/c_138920685.htm.​​ I corsivi sono miei, A.C. La traduzione italiana è in​​ https://www.marx21books.com/xi-jinping-lavorare-insieme-per-sconfiggere-lepidemia-di-covid-19/

9

​​ Cfr. Xi Jinping,​​ Fighting COVID-19 Through Solidarity and Cooperation. Building a Global Community of Health for All, in​​ http://www.xinhuanet.com/english/2020-05/18/c_139067018.htm.​​ I corsivi sono miei, A.C.​​ Traduzione italiana in​​ http://www.marx21.it/index.php/internazionale/cina/30508-2020-05-21-06-04-02​​ 

10

​​ Cfr. ledizione domenicale del giornale tedesco​​ Die Welt, secondo cui Trump avrebbe offerto alla casa biofarmaceutica tedesca CureVac, che sta effettuando ricerche avanzate sul Covid-19, molti milioni di dollari per assicurare che il potenziale vaccino vada​​ in esclusiva​​ solo agli Usa. In​​ https://www.welt.de/wirtschaft/plus206563595/Trump-will-deutsche-Impfstoff-Firma-CureVac-Traumatische-Erfahrung.html​​ 

11

​​ Gli Stati Uniti avranno diritto allordinazione prioritaria più consistente, dal momento che hanno investito di più. È stato questo lannuncio del Ceo di​​ Sanofi​​ Paul Hudson rilasciato a​​ Bloomberg.​​ Un vaccino deve essere sottratto alla legge del mercato, ha tuonato Macron, seguito a ruota dalla Commissione Europea, che ha puntualizzato:​​ Si tratta di un bene pubblico, il suo accesso sarà equo e universale:​​ https://quifinanza.it/info-utili/vaccino-coronavirus-sanofi-scontro-usa-francia-ue/382601/​​ 

12

​​ Così nella lettera inviata da Trump al direttore generale dellOMS il 18 maggio:​​ https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2020/05/Tedros-Letter.pdf. Ma già il 5 aprile un editoriale del​​ Wall Street Journal​​ –​​ World Health Coronavirus Disinformation. WHOs bows to Beijing have harmed the global response to the pandemic​​ –​​ accusava lOms di​​ essersi piegata alla linea dettata da Pechino nel rispondere allemergenza coronavirus. Una decisione che avrebbe​​ messo in crisi la risposta globale alla pandemia, mostrando che​​ il principale ente sanitario al mondo risente dellinfluenza della Cina:​​ https://www.wsj.com/articles/world-health-coronavirus-disinformation-11586122093?mod=e2tw​​ 

13

​​ Ivi. Le affermazioni contenute nella lettera di Trump sono smentite e contestate da scienziati, medici e operatori sanitari, a partire dal direttore​​ Richard Horton​​ della nota rivista medico-scientifica​​ The Lancet​​ (cfr.​​ https://twitter.com/TheLancet/status/1262721061361254401).​​ Cfr. anche​​ Expert reaction to letter sent from Donald Trump to Dr Tedros Adhanom, Director-General of the WHO,​​ https://www.sciencemediacentre.org/expert-reaction-to-letter-sent-from-donald-trump-to-dr-tedros-adhanom-director-general-of-the-who/​​ 

14

​​ The W.H.O. really blew it. For some reason, funded largely by the United States, yet very China centric. We will be giving that a good look. Fortunately I rejected their advice on keeping our borders open to China early on. Why did they give us such a faulty recommendation?,​​ https://www.reuters.com/article/us-health-coronavirus-usa-who/trump-says-who-is-china-centric-really-blew-it-on-coronavirus-idUSKBN21P2E1​​ 

15

​​ È il quotidiano statunitense​​ Politico​​ a pubblicare il 24 aprile il manuale per la campagna anticinese:​​ GOP memo urges anti-China assault over coronavirus,​​ 24-4-2020,​​ https://www.politico.com/news/2020/04/24/gop-memo-anti-china-coronavirus-207244. Il manuale è in​​ https://static.politico.com/80/54/2f3219384e01833b0a0ddf95181c/corona-virus-big-book-4.17.20.pdf

19

​​ Calunniate, calunniate, resterà sempre qualcosa. Il proverbio è attribuito al drammaturgo francese Beaumarchais (1732-1799).

23

​​ Cfr.​​ This Week Sunday​​ della ABC,​​ https://abcnews.go.com/Politics/pompeo-enormous-evidence-unproven-theory-coronavirus-lab/story?id=70472857.​​ Il giorno dopo il​​ 4 maggio il​​ Guardian​​ riferisce la smentita di​​ fonti di intelligence:​​ Non ci sono prove attuali che suggeriscano che il coronavirus sia venuto da un laboratorio di ricerca cinese,​​ https://www.theguardian.com/world/2020/may/04/five-eyes-network-contradicts-theory-covid-19-leaked-from-lab​​ 

29

​​ Cfr. Manlio Dinucci,​​ La pandemia della spesa militare, in​​ il manifesto, 5 maggio 2020,​​ https://ilmanifesto.it/la-pandemia-della-spesa-militare/​​ 

30

​​ Nel 2017, lUE è stata il principale partner della Cina, con il 13% delle esportazioni di beni in Cina (217 miliardi di euro) e il 16% delle importazioni di beni dalla Cina (332 miliardi di euro). Nello stesso anno, la Cina ha rappresentato l11% delle esportazioni di beni extra-UE (198 miliardi) ed è stato il principale partner commerciale, con il 20% delle importazioni di beni extra-UE (375 miliardi di euro).

32

​​ Fondata nel 2012 tra la Cina e sedici Paesi dellEuropa centrale e orientale, cui si è poi aggiunta la Grecia (12​​ Paesi UE: Grecia, Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania e 5 non appartenenti allUE: Albania, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia), è nata come iniziativa del governo cinese volta a promuovere le relazioni commerciali e gli investimenti, nellambito delliniziativa cinese Belt and Road Initiative.

33

​​ In un sondaggio presentato a inizi aprile da SWG risulta che il 52% degli intervistati considera la Cina un​​ Paese amico, mentre solo il 17% è per gli USA. Cfr.​​ https://formiche.net/2020/04/italiani-preferiscono-cina-usa-ue/​​ 

34

https://www.bild.de/politik/international/bild-international/bild-chief-editor-responds-to-the-chinese-president-70098436.bild.html

35

​​ Mathias Döpfner, in​​ Businessinsider, 3-5-2020:​​ The coronavirus pandemic makes it clear: Europe must decide between the US and China, in​​ https://www.businessinsider.com/coronavirus-pandemic-crisis-clear-europe-must-choose-us-china-2020-5?IR=T​​ 

36

​​ Trump Envoy Accuses Germany of Undermining NATOs Nuclear Deterrent,​​ in Reuters -NYTimes, 14 maggio 2020,​​ https://www.nytimes.com/reuters/2020/05/14/world/europe/14reuters-germany-usa-nato.html.

37

​​ Cfr. Ashley Parker,​​ Donald Trump Says NATO is​​ Obsolete,​​ UN is​​ Political Game,​​ New York Times, 2-4-2016,​​ https://www.nytimes.com/politics/first-draft/2016/04/02/donald-trump-tells-crowd-hed-be-fine-if-nato-broke-up/;​​ David E. Sanger​​ and​​ Maggie Haberman,​​ Donald Trump Sets Conditions for Defending NATO Allies Against Attack,​​ New York Times 21-7-2016,​​ https://www.nytimes.com/2016/07/21/us/politics/donald-trump-issues.html

38

​​ 14-2-2020:​​ È evidente che la​​ Nato​​ resta la pietra angolare della nostra architettura di difesa e sicurezza. Non a caso lItalia è il secondo contributore in termini di personale impiegato nelle missioni, in​​ https://www.agi.it/politica/news/2020-02-14/difesa-sovranita-nazionale-guerini-7084219/;​​ aprile 2020:​​ I pilastri della nostra sicurezza sono la Nato e lUe, e la pandemia non cambia i fondamentali della collocazione politica e internazionale del Paese, in​​ https://formiche.net/2020/04/f-35-guerini-mosse-difesa-nato-ue/. E​​ ancora: Lorenzo Guerini​​ Ue e Nato i nostri pilastri, serve trasparenza sullorigine del virus,​​ https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/05/04/news/lorenzo_guerini_ue_e_nato_i_nostri_pilastri_serve_trasparenza_sull_origine_del_virus_-255690300/?ref=RHPPTP-BH-I255630873-C12-P5-S1.8-T1​​ 

39

​​ Cfr. Stefano Pioppi,​​ Più Nato con il coronavirus. Ecco cosa ha detto Di Maio al vertice dellAlleanza, in​​ Formiche.net, 2-4-2020,​​ https://formiche.net/2020/04/nato-virus-di-maio-vertice/

42

​​ Un proverbio pugliese recita:​​ il bue dice cornuto allasino, per indicare il rovesciamento delle parti, dove il mentitore acclarato accusa il suo avversario di mentire. Così gli USA, che hanno messo in giro la​​ fake new​​ del virus sfuggito al laboratorio di Wuhan, accusano la Cina di disinformazione.

44

​​ Cfr. lintervento in Senato del 27 maggio; corsivo mio, AC, in​​ Salvini, commissione inchiesta su Cina,​​ https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/05/27/salvini-commissione-inchiesta-su-cina_49085fcc-ba96-49eb-8ac1-6ffe040bba70.html

45

​​ La trasmissione si può vedere sul sito​​ https://www.rai.it/programmi/report/inchieste/Disorganizzazione-mondiale-b8ed1cc8-5ae5-436f-925b-22812f52371d.html, da cui si può anche scaricare il pdf dei testi letti dal conduttore e delle interviste. Il corsivo nelle citazioni è mio, AC.

46

​​ La frase, così come è formulata, suona velatamente razzista: un​​ africano​​ riesce a​​ scalare​​ i vertici dellOMS. La cosa peggiora se la colleghiamo a quanto si dice in seguito, che la​​ scalata​​ sarebbe avvenuta non per merito proprio, ma solo grazie alle oscure manovre della RPC con lUnione dei Paesi africani.

 

Forges Davanzati – Gli effetti perversi della moderazione salariale e la proposta di stato innovatore di prima istanza

 

 

Gli effetti perversi della moderazione salariale

e la proposta di stato innovatore di prima istanza

 

di Guglielmo Forges Davanzati*

 

 

 

 

1 - Introduzione

 

Le politiche economiche messe​​ in atto in Italia negli ultimi anni, in piena coerenza con quanto suggerito dalla commissione europea e con quanto realizzato in altri Paesi europei, si fondano essenzialmente su due assi: consolidamento fiscale e riforme strutturali. Il consolidamento fiscale viene raggiunto attraverso compressioni di spesa pubblica e aumento dell’onere fiscale, con riduzione, in particolare, della spesa sociale e per servizi di​​ welfare​​ e con aumento della tassazione – peraltro sempre meno progressiva – soprattutto a danno dei lavoratori. Le c.d. riforme strutturali riguardano i processi di privatizzazione e liberalizzazione e, soprattutto, ulteriori misure di precarizzazione del lavoro.

L’obiettivo di questa nota è (i) dar conto del fallimento di queste misure in relazione all’obiettivo dichiarato di generare ripresa della crescita economica e aumento del tasso di occupazione; (ii) articolare la proposta di un maggior intervento pubblico finalizzato a far diventare lo Stato occupatore e innovatore di prima istanza. Si tratta di una proposta tratta dalla tradizione teorica postkeynesiana (Minsky, in particolare) e ripresa nei tempi più recenti dagli studiosi della​​ modern money theory.​​ Su quest’ultimo aspetto, verrà articolata una critica ‘simpatetica’, basata sulla convinzione in base alla quale lo Stato, in un assetto capitalistico, non è un attore ‘neutrale’ rispetto ai rapporti di forza esistenti e verificati nel mercato del lavoro. Tutt’altro. Le politiche economiche risentono profondamente del conflitto capitale-lavoro (incluse le rendite finanziarie) e dei conflitti intercapitalistici. In tal senso, la proposta in oggetto, più che essere criticata sul piano ‘tecnico’ (possibili effetti inflazionistici, eventuale aumento del debito pubblico), dovrebbe tener conto della natura intrinsecamente di classe delle scelte di politica economica.

L’esposizione è organizzata come segue. Il par. 2 dà conto del fallimento delle politiche di consolidamento fiscale e di precarizzazione del lavoro, con particolare riferimento al caso italiano. Nel par. 3 si discute la proposta dello Stato come datore di lavoro e innovatore di prima istanza e nel par. 4 si forniscono alcune considerazioni conclusive.​​ 

 

 

2 – Il fallimento della moderazione salariale in Italia

 

Il combinato di politiche di​​ austerità (ora denominate misure di “consolidamento fiscale”) e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.

Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del​​ lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali.​​ 

Si tratta di un’impostazione che si è rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che​​ dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.

1) Le politiche di austerità, soprattutto se attuate in fasi recessive, determinano un aumento, non una riduzione, del rapporto debito pubblico/Pil, che è infatti costantemente aumentato (dal 120% del 2010 al 133% del 2018). Ciò a ragione del fatto che la riduzione della spesa pubblica riduce il tasso di crescita, riducendo​​ il denominatore di quel rapporto più di quanto ne riduca il numeratore. Questo effetto è tanto maggiore quanto maggiore è il valore del moltiplicatore fiscale, stimato, dal Fondo Monetario Internazionale, a 1.5. In tal senso, il consolidamento fiscale è prima ancora che un errore di politica economica un errore propriamente un errore tecnico, basato su una stima sbagliata degli effetti moltiplicativi di variazioni della spesa pubblica​​ 

2) Le politiche di precarizzazione del lavoro non accrescono l’occupazione, anzi tendono a generare aumenti del tasso di disoccupazione. Ciò fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro accrescere l’incertezza dei lavoratori in ordine al rinnovo del contratto e, dunque, incentiva risparmi precauzionali deprimendo consumi e domanda interna. In secondo luogo, la precarizzazione del lavoro, in quanto consente alle imprese di recuperare competitività attraverso misure di moderazione salariale, disincentiva le innovazioni, dunque il tasso di crescita della produttività del lavoro e, per conseguenza, dell’occupazione. In più, la precarizzazione del lavoro, in quanto genera moderazione salariale, contribuisce a generare deflazione; la deflazione accresce l’onere reale del servizio del debito pubblico​​ e obbliga a maggiore tassazione. In un contesto nel quale le imprese sono mobili su scala internazionale e le banche sono, particolarmente nel caso italiano, creditrici dello Stato, l’unico soggetto tassabile (in quanto non mobile, né creditore) è il lavoro dipendente (ed eventualmente la piccola impresa).​​ 

3) La detassazione degli utili d’impresa non ha effetti significativi sugli investimenti, dal momento che questi dipendono fondamentalmente dalle aspettative imprenditoriali, le quali, a loro volta, sono​​ fortemente condizionate dalle aspettative di crescita (e dunque, da ciò che ci si attende di poter vendere). Manovre fiscali restrittive, comprimendo i mercati di sbocco interni (quelli rilevanti per la gran parte delle imprese italiane), possono semmai peggiorare le aspettative e, dunque, generare riduzione degli investimenti. Peraltro, la detassazione degli utili d’impresa – in una condizione nella quale occorre generare avanzi primari – implica aumenti di tassazione sui redditi dei lavoratori, ovvero sui redditi di quei soggetti che esprimono la più alta propensione al consumo. Anche per questa ragione, detassare le imprese significa ridurne i mercati di sbocco, almeno quelli interni, con conseguente riduzione dei profitti e aumento delle insolvenze. Il​​ problema si pone soprattutto per la riproposizione di queste misure nel tentativo di attrarre investimenti nel Mezzogiorno, attraverso la recente istituzione delle “zone economiche speciali”. In più, il tentativo di stimolare gli investimenti nel Mezzogiorno attraverso misure di incentivazione non tiene conto della modesta dinamica della domanda interna (le imprese investono se si attendono di poter vendere e ottenere ragionevoli margini di profitto; cosa che non accade se la domanda è bassa e in riduzione), della presenza di criminalità, del deficit di infrastrutture.​​ 

4) La moderazione salariale non accresce le esportazioni. L’ultimo Rapporto ISTAT certifica che il saldo delle partite correnti italiano è migliorato solo perché si sono ridotte le importazioni, a seguito della caduta della domanda interna, e che l’economia italiana è, ad oggi, una delle meno internazionalizzate fra le economie europee. Si registra anche che nonostante un seppur leggero aumento dei margini di profitto delle nostre imprese a partire dal 2014, gli investimenti privati continuano a essere in costante riduzione. Viene anche fatto rilevare che per parte delle nostre esportazioni (in particolare, l’agroalimentare e i beni di lusso), ciò che conta non è la competitività di prezzo (e dunque la compressione dei salari è inutile o controproducente, dal momento che comprime la domanda interna), la competitività basata sulla qualità o sul c.d. effetto Veblen, per il quale è semmai vero che al crescere del prezzo unitario aumenta il volume di merci esportate.​​ 

Si tratta, peraltro, di politiche attuate ormai da quasi un decennio, sempre con risultati fallimentari. Il fondamentale errore degli ultimi Governi sta appunto nell’aver usato le (poche) risorse disponibili nel peggiore dei modi possibili: decontribuzioni alle imprese e trasferimenti monetari alle famiglie (si pensi alla misura degli 80 euro del Governo Renzi). Misure che non impattano né sugli investimenti privati né sui consumi. Ma che, verosimilmente, e in una logica di brevissimo periodo, accrescono il consenso, salvo poi tornare al punto di partenza ma con meno risorse.​​ 

Con la massima schematizzazione, nel dibattito interno alla sinistra italiana (ed escludendo le opzioni del c.d. sovranismo di sinistra di abbandono dell’euro), sembra emergere una posizione sufficientemente condivisa. Si ritiene che,​​ nelle condizioni istituzionali date, escludendo cioè opzioni di​​ exit​​ dall’Unione monetaria europea1, occorrerebbe utilizzare lo spazio fiscale disponibile per maggiori investimenti pubblici che facciano crescere la domanda interna e la produttività del lavoro. Le risorse necessarie andrebbero reperite attraverso una più equa ripartizione del carico fiscale, ribaltando la​​ logica fin qui seguita di detassazione dei redditi più elevati. Ripristinare maggiore progressività delle imposte (ovvero innalzare le aliquote fiscali sui redditi più alti, soprattutto se derivanti da rendite finanziarie o immobiliari), oltre a rispondere​​ a un elementare criterio di equità, è una pre-condizione per accrescere le entrate. A ciò si aggiunge una radicale revisione delle misure di precarizzazione del lavoro. Una variante di questa misura fa riferimento alla possibilità di un intervento pubblico diretto nel mercato del lavoro, finalizzato a rendere lo Stato datore di lavoro di ultima istanza e innovatore di prima istanza. Quest’ultima proposta verrà discussa in quanto segue.​​ 

 

 

3 – Lo Stato come datore di lavoro di ultima istanza e come innovatore di prima istanza: il caso italiano

 

La proposta di Stato occupatore e innovatore di ultima istanza è motivata, sul piano fattuale e con riferimento all’Italia, da due considerazioni:

1) Il problema dell’economia italiana è essenzialmente, e sempre più,​​ un problema di fragilità della struttura produttiva, che si traduce, da almeno un ventennio, in una drammatica caduta del tasso di crescita della produttività del lavoro. Le imprese italiane, e ancor più meridionali, sono, di norma, imprese di piccole dimensioni, poco innovative, poco esposte alla concorrenza internazionale, spesso a gestione familiare, con una specializzazione produttiva in settori ‘maturi’ e a bassa intensità tecnologica (agroalimentare, beni di lusso). La domanda di lavoro che esse esprimono è, nella gran parte dei casi, domanda di lavoro poco qualificato, a fronte della crescita dell’offerta di lavoro qualificata. La disoccupazione giovanile, che in Italia raggiunge il 40%, e in alcune aree supera il 60%, è in larga misura disoccupazione​​ – o sottoccupazione – intellettuale. I Governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno provato a contrastarla, senza esito, depotenziando la qualità dell’offerta di lavoro, attraverso tagli massicci al sistema formativo (cfr. Forges Davanzati, 2018). In questo scenario, ha una sua razionalità l’ipotesi di un l’aumento dell’occupazione nel settore pubblico, finalizzata ad assorbire​​ in primis​​ la disoccupazione giovanile, soprattutto nella sua componente con più alta qualificazione. La​​ ratio​​ di questa proposta consiste nel mettere insieme la visione dello Stato​​ occupatore​​ con la visione dello Stato come​​ innovatore​​ – ovvero come soggetto che, in assenza di incrementi di produttività generati nel settore privato, si fa carico di produrre innovazioni attraverso l’assunzione di lavoratori altamente qualificati.​​ 

2) Contrariamente alla vulgata mediatica, l’intero settore pubblico italiano nelle due diverse ramificazioni è nei fatti il più sottodimensionato d’Europa.

Questa proposta – in acronimo ELR (Stato​​ come​​ employer of last resort)​​ – è stato recentemente ripresa nel solco di una rivisitazione del pensiero di Minsky all’interno della cornice teorica della​​ Modern Money Theory​​ (MMT). La variante elaborata dai suoi sostenitori si presta a due considerazioni​​ critiche:

a) I teorici della MMT ritengono che la spesa pubblica sia o possa essere interamente monetizzata, assumendo che Stato e Banca centrale siano un settore ‘consolidato’ (Wray, 1998). Ciò che qui interessa preliminarmente discutere è se,​​ nelle condizioni date, la proposta sia ragionevolmente prospettabile. Ad avviso di chi scrive, si tratta di un punto di criticità. Nella MMT si assume che il raggiungimento del pieno impiego sia possibile dal momento che lo Stato (inteso come un macro-agente consolidato con la Banca Centrale) può monetizzare la spesa senza alcun vincolo di scarsità, e far ciò in assenza di pressioni inflazionistiche. La principale criticità di questa impostazione è che la monetizzazione incontra vincoli​​ politici​​ (particolarmente, in questa fase storica, nell’Unione Monetaria Europea), che tali vincoli riflettono sia convinzioni di teoria economica sia interessi materiali, che non possono essere ignorati dal momento che riflettono i rapporti di classe esistenti.​​ 

b) L’ipotesi implicita​​ della proposta della MMT prescinde del tutto dai rapporti di forza fra capitale e lavoro. Occorre ricordare, a riguardo, la tesi di Kalecki, secondo la quale un’economia capitalistica è incompatibile con il​​ mantenimento​​ del pieno impiego (in quanto questa​​ condizione renderebbe massimo il potere contrattuale dei lavoratori sia nel mercato del lavoro, sia soprattutto nella sfera politica).

La questione dell’individuazione dei canali di finanziamento per maggiore spesa pubblica è, in larga misura, un falso problema. L’individuazione delle c.d. “coperture’ attiene a un problema squisitamente politico, che rinvia a scelte appunto politiche sull’allocazione di risorse pubbliche fra usi alternativi. Per conseguenza, il reale problema che incontra la proposta dell’ELR riguarda il ribaltamento dei rapporti capitale-lavoro: un problema strutturale, non monetario (cfr. Kriesler, and Halevi, 2001). E, assumendone qui la fattibilità politica, nel caso italiano occorre riformularla coniugando la visione dello Stato come​​ occupatore​​ e dello Stato come​​ innovatore di prima istanza.​​ 

L’ultima rilevazione OCSE ci informa che, mentre nel nostro Paese la pubblica amministrazione assorbe circa 3.400 lavoratori, in Francia e nel Regno Unito, Paesi con una popolazione e un Pil pro-capite di entità simile alla nostra, se ne contano rispettivamente 6.200 e 5800. Negli Stati Uniti – Paese tradizionalmente guardato come una vera economia di mercato – il numero di dipendenti pubblici è di circa il 25% superiore al nostro. Si può aggiungere​​ che, in Italia, l’occupazione nel settore pubblico riguarda prevalentemente individui con elevata scolarizzazione. Si può anche rilevare che, come osservato fra gli altri da Dutt (2012), una condizione di piena occupazione favorisce la crescita della produttività del lavoro. Ciò a ragione del fatto che le imprese non sono messe nella condizione di competere comprimendo i salari e sono, per contro, ‘forzate’ a competere innovando. In tal senso, lo schema ELR potrebbe essere anche – e forse più utilmente – pensato per generare crescita economica​​ anche dal lato dell’offerta, non solo quindi come programma finalizzato al pieno impiego. A ciò si può aggiungere che, seguendo la linea teorica dei proponenti lo schema ELR, la spesa pubblica è​​ complementare​​ alla spesa privata per investimenti: si tratta di una ‘complementarietà monetaria’, dal momento che l’aumento della spesa pubblica accresce i mercati di sbocco e rende conveniente l’attuazione di nuovi flussi di investimenti privati2. Conseguentemente, uno schema ELR potrebbe agire positivamente sul tasso di crescita della produttività del lavoro, sia per l’aumento degli investimenti pubblici che farebbe seguito a un aumento della spesa pubblica, sia a seguito del contenimento di fenomeni di obsolescenza intellettuale che si determinerebbero nel caso alternativo di disoccupazione, a maggior ragione se di lungo periodo. Un ulteriore vantaggio derivante dall’attuazione di uno schema ELR deriverebbe dal fatto che, in condizioni di piena occupazione, sarebbe estremamente difficile reclutare lavoratori nell’economia sommersa o, ancor più, nell’economia criminale. Questo argomento è particolarmente rilevante nel caso italiano, e ancor più meridionale, dal momento che la presenza del lavoro nero e dell’attività criminale è molto più diffusa rispetto agli altri Paesi dell’eurozona.​​ 

E’ anche rilevante, sebbene con una specificazione, l’argomento di Wray (1998) per il quale la disoccupazione ha elevati costi sociali, oltre che esistenziali. Per converso, l’essere occupati dovrebbe garantire migliori condizioni di vita, anche per l’aumento dell’autostima. Vero o plausibile, ma con la dovuta specificazione per la quale l’occupazione garantita dal settore pubblico deve essere gratificante, ovvero lo schema ELR non può limitarsi a individuare misure per l’aumento​​ dell’occupazione ma anche​​ per il miglioramento della qualità del lavoro.​​ 

In più, come mostrato in particolare da Massimo Florio (https://www.ripensarelasinistra.it/wp-content/uploads/2014/05/florio.pdf), lo schema ELR potrebbe utilmente ribaltare la linea di​​ policy​​ seguita in Italia –​​ con la massima intensità fra i Paesi dell’Eurozona​​ – finalizzata ad accentuare le privatizzazioni. Le privatizzazioni, come mostra un’inequivocabile evidenza empirica, generano effetti redistributivi soprattutto a ragione dell’aumento delle tariffe – e della conseguente caduta dei salari reali – e dell’eccezionale aumento degli stipendi dei​​ manager​​ nel passaggio dalla proprietà pubblica alla proprietà privata. Generano anche minore crescita dal momento che, in moltissimi casi, Italia non esclusa, le imprese privatizzate sono imprese orientate alla speculazione finanziaria che, come da più​​ parti documentato, è un rilevante freno agli investimenti reali.​​ 

Le inefficienze del settore pubblico, come gli sprechi nel settore privato, sono ovunque. La retorica del dipendente pubblico fannullone resta tale, fa danni al Paese, impedisce un dibattito​​ aperto su come l’intervento pubblico in economia può contribuire alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione, soprattutto giovanile e soprattutto di alta qualità. Al netto di singoli casi di comportamenti eticamente censurabili e comunque punibili (che, nella vulgata mediatica italiana, si riferisce ai c.d. “furbetti del cartellino”), stando alla normativa vigente, occorre considerare i possibili effetti macroeconomici che tali misure verosimilmente produrranno. E occorre anche preliminarmente considerare che la normativa vigente – si pensi al c.d. decreto Brunetta - già contiene tutte le misure necessarie per consentire il licenziamento di dipendenti pubblici, in un quadro normativo nel quale il regime di sanzionamento dell’assenteismo è diverso​​ fra settore privato e settore pubblico. Nel settore privato, la disciplina sulle assenze per malattia prevede che, per i primi tre giorni di assenza continuativa, l’indennità di malattia è a carico del datore di lavoro, con una percentuale di copertura definita dal contratto nazionale. A partire dal quarto giorno, l’Inps versa un’indennità non inferiore al 50 per cento della retribuzione, mentre la parte rimanente viene integrata dal datore di lavoro.​​ 

Nel settore pubblico, per contro, è prevista la perdita di ogni componente accessoria del salario (circa il 20 per cento della retribuzione in media) per i primi dieci giorni di assenza continuativa per malattia, e le visite fiscali – effettuabili in un intervallo di sette ore al giorno – sono quasi il doppio​​ di quelle registrate nel settore privato.​​ 

Non è un mistero che i provvedimenti che, in Italia, sono stati posti in essere per monitorare il rendimento dei lavoratori pubblici rispondono fondamentalmente all’obiettivo del ‘dimagrimento’ del settore pubblico, che viene diffusamente giustificato con due ordini di ragioni: il settore pubblico italiano è sovradimensionato e assume lavoratori scarsamente produttivi. Si tratta di due argomenti che non reggono alla prova dei fatti.

Per il primo aspetto, si​​ consideri che, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, la spesa corrente ha cominciato a contrarsi, riducendosi, dal 1993 al 1994, da 896.000 miliardi a circa 894.000 miliardi. La spesa complessiva delle Amministrazioni pubbliche diminuisce dal 51,7%​​ al 50,8% del Pil nel 1994 e, nel 1995, continua la riduzione dell’incidenza della spesa sul Pil, che raggiunge il 49,2%. Interessante osservare che, nel confronto internazionale con i principali Paesi OCSE, dal 1961 al 1980 (periodo nel quale la spesa pubblica in Italia è stata in continua crescita), lo Stato italiano ha impegnato risorse pubbliche in rapporto al Pil sistematicamente inferiori alla media dei Paesi industrializzati: a titolo puramente esemplificativo, nel 1980, il rapporto spesa corrente su​​ Pil, in Italia, era pari al 41% a fronte del 41.2% della Germania. Negli stessi anni, l’Italia ha sperimentato la più rilevante contrazione della domanda interna, nel confronto con i principali Paesi dell’eurozona; contrazione prevalentemente imputabile alla riduzione della spesa pubblica e, soprattutto negli ultimi anni, all’aumento della pressione fiscale.​​ 

Per quanto riguarda il secondo aspetto, si rileva, su fonte INPS, che, nel confronto internazionale, l’Italia è uno dei paesi caratterizzati dai più bassi livelli di assenza per malattia, ma con minore incidenza nel settore pubblico. La bassa efficienza del settore pubblico italiano non sembra essere quindi dovuta alla scarsa motivazione al lavoro dei suoi dipendenti, ma piuttosto alla bassissima dotazione di capitale che ne caratterizza i processi di produzione di beni e servizi. A titolo puramente indicativo, si può considerare che molte amministrazioni pubbliche sono quasi del tutto sprovviste di sistemi informatici. Vi è poi da considerare che, per il sostanziale blocco del​​ turnover, i lavoratori occupati nel settore pubblico sono, in media, individui di età superiore ai quaranta anni, dunque, per molte mansioni, meno produttivi di quanto potrebbero essere lavoratori più giovani.​​ 

L’economia italiana,​​ per contro, avrebbe bisogno – nei limiti dello spazio fiscale disponibile – di investimenti pubblici in ricerca, che attivino un percorso potenzialmente virtuoso di crescita trainata da incrementi di domanda, nel breve periodo, e da innovazioni, nel lungo​​ periodo. E’ opportuno ricordare che la spesa pubblica e privata per ricerca e sviluppo in Italia è la più bassa dell’Eurozona. Ed è sempre opportuno ricordare che, in una condizione nella quale le imprese non innovano, è bene che sia lo Stato a diventare​​ innovatore di prima istanza. In altri termini, come ampiamente mostrato in letteratura, le innovazioni nel settore privato sono sempre (e sono storicamente sempre state) precedute da innovazioni nel settore pubblico: si pensi ai computer che quotidianamente utilizziamo, i cui dispositivi tecnici originano, in ultima analisi, da investimenti pubblici nel settore informatico che possono farsi risalire alla seconda guerra mondiale e agli ingenti finanziamenti erogati, in quella fase, all’apparato bellico negli​​ Stati Uniti (cfr. Mazzucato, 2014). Si può aggiungere che l’Italia vive il paradosso di un elevato numero di laureati sottoccupati (o emigrati), dunque con un tasso di rendimento individuale e aggregato fra i più bassi d’Europa, e i minori sbocchi occupazionali in attività di ricerca e sviluppo finanziate dal settore pubblico. Da questa prospettiva, il vero​​ mismatch​​ non è fra domanda e offerta di lavoro nel settore privato, ma è il mancato incontro fra offerta di lavoro qualificato e​​ carenza​​ di domanda di​​ lavoro qualificato nel settore pubblico (per il blocco del​​ turnover​​ e l’assenza di una strategia di investimenti pubblici nell’ambito della ricerca scientifica).

Vi è ovviamente un nesso fra calo degli investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo​​ e aumento della precarizzazione del lavoro, soprattutto nel segmento della forza-lavoro altamente qualificata. L’aumento della sottoccupazione intellettuale e delle migrazioni intellettuali dipende fondamentalmente dall’incapacità del settore privato di assorbire forza-lavoro altamente qualificata e la risposta di​​ policy​​ degli ultimi anni - definanziare le Università per dequalificare l’offerta di lavoro - appare chiaramente inadeguata per far fronte al problema (cfr. Bellofiore e Vertova, 2018). Queste misure sono concepibili sono assumendo che l’operatore pubblico non possa intervenire per modificare la struttura produttiva​​ 

 

 

4 – Considerazioni conclusive

 

In questo saggio, si è mostrato come le politiche di consolidamento fiscale combinante con le c.d. riforme strutturali siano state, e continuino a essere, fallimentari rispetto agli obiettivi dichiaratamente perseguiti (ripresa della crescita, aumento dell’occupazione). Si è mostrato, successivamente, come la proposta di radicale revisione di questa linea di politica economica – basata sull’idea che lo Stato possa agire come datore di lavoro di ultima istanza – sebbene sia, in linea di principio, decisamente migliorativa rispetto allo​​ status quo, presenta, con particolare riferimento all’Italia, alcune criticità. Si è infine mostrato come un programma di Stato come​​ innovatore di prima istanza, attuato mediante un significativo incremento degli investimenti pubblici in R&D combinato con lo sblocco del​​ turnover​​ nella pubblica amministrazione, possa contrastare il continuo aumento della disoccupazione giovanile, in particolare, per la componente con la più alta qualificazione.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Bellofiore, R. e Vertova, G. (2018).​​ Ai confini della docenza. Per la critica dell’Università.​​ Bergamo: Academia University Press.​​ 

Dutt, A.K. (2012).​​ Distributional dynamics in Post-Keynesian growth models, “Journal of PostKeynesian Economics”, 34(3), Spring: 431-51

Forges Davanzati, G. (2016).​​ Credit supply, credit demand and unemployment in the mode of Augusto Graziani, “Review of Keynesian Economics”, September, pp. 264-278

Forges Davanzati, G. (2017).​​ L’irrilevanza della teoria economica sull’abbandono dell’euro,​​ www.micromega.net, giugno.​​ 

Forges Davanzati, G (2018).​​ La ristrutturazione del capitalismo italiano, la nuova Università di classe e il ruolo della valutazione​​ e​​ le condizioni di lavoro in Università,​​ in R. Bellofiore e G. Vertova,​​ Ai limiti della docenza, Academia University Press, Torino, p.44-61

Kriesler, P. and Halevi, J. (2001).​​ Political aspects of buffer stock employment, “Centre for Applied Economic Research” – The University of New South Wales, w.p.2.​​ 

Mazzucato, M. (2014).​​ Lo Stato innovatore. Roma-Bari: Laterza.​​ 

Parguez, A. (2008).​​ Money​​ creation, employment and economic stability: The monetary theory of unemployment and inflation, “Panoecnomicus, 1, 2008, p.50.

Wray, R. (1998).​​ Understanding Modern Money: The Key to Full Employment and Price Stability. Cheltenham, UK: Edward Elgar.

 

 

 

 

1

​​ Le motivazioni di questa scelta sono numerose e non è questa la sede per discuterle. Sia consentito rinviare a http://temi.repubblica.it/micromega-online/come-la-lega-ci-porterebbe-fuori-dall%E2%80%99euro-e-con-quali-conseguenze/ e a http://temi.repubblica.it/micromega-online/i-venti-anni-dell%E2%80%99euro-un-bilancio/

2

​​ Come mostrato in Forges Davanzati (2016), contrariamente a ciò che accade nel modello IS-LM, se si accoglie l’ipotesi per la quale la spesa pubblica agisce da àncora agli investimenti privati, l’aumento della spesa pubblica – in quanto accresce i fondi interni delle imprese e, dunque,​​ il loro potere contrattuale nei confronti delle banche, tende ad associarsi a una​​ riduzione​​ del tasso di interesse, che potrebbe stimolare ulteriori investimenti privati.​​ Come osserva Parguez (2008, p.50): “a full employment policy automatically pushes for increased investment and therefore for the embodiment of more and more technology-innovations in the stock of equipment. It is tantamount to the proposition that a full employment policy sustains the growth of productivity in the long run”.​​ 

West’s pandemic falsehoods debunked

Global Times, 2020/4/16

https://www.globaltimes.cn/content/1185819.shtml


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Illustration: Liu Rui/GT

In the midst of the global COVID-19 pandemic, China has worked hard to overcome the peak of the outbreak and people have started to return to work and resume production.

It is the hope of people around the world, who are still at the most difficult stage of their anti-virus war, to receive anti-epidemic assistance. Yet some bizarre accusations against China have arisen. There are suggestions that “China concealed the extent of the coronavirus outbreak” and “China sees opportunity to expand global influence amid pandemic.” There have also been ridiculously claims for compensation from China. This attempt to cast blame on China is designed to divert attention from their own country’s inept responses to COVID-19. We must recognize these as obfuscations that so regrettably undermine humanity’s efforts to end the pandemic.

The Chongyang Institute for Financial Studies at Renmin University of China refutes the six types of typical buck-passing remarks in the current situation.

The article is written by Wang Wen, Jia Jinjing, Yang Fanxin, Guan Zhaoyu, Wang Peng, Zhang Mengchen from Chongyang Institute for Financial Studies, Renmin University of China. opinion@globaltimes.com.cn

 

I. Accusing China of concealing coronavirus akin to calling white black

Some Western media and politicians have alleged that China deliberately concealed the number of infections and deaths caused by the COVID-19 epidemic in China. They even claim China shared disinformation that led to their underestimation of the extent of the outbreak and thus delayed their response to the virus.

Such rhetoric is rampant in the West, but in essence it is an attempt to justify the West’s inability to fight the pandemic. China released a report on April 6 on the timeline of the country’s information sharing of the virus, in response to those discredited remarks.

The report shows in detail, how China regularly shared information and its prevention and control measures with the US since January 3. Including 30 exchanges in one month.

Over the past three months, American experts have been invited to China to better understand the situation. There have also been intensive communications, such as summit talks, communication between top diplomats and between the two countries’ public health authorities. During this period, US President Donald Trump also repeatedly praised China’s efforts and expressed gratitude to China.

On April 8, the World Health Organization (WHO) released a timeline of operations against COVID-19, and the content of the timeline is being continuously updated. According to the timeline, China reported a set of pneumonia cases as early as December 31, 2019, and identified a novel coronavirus. The WHO put itself on an emergency footing to deal with the outbreak on January 1. Many countries and regions have achieved good results under the early warning issued by the UN health agency and China.

According to recent research of Yale University, prevention and control measures, such as a city lockdown, compulsory quarantine, community management, and restricted outdoor activities, implemented in China since late January have greatly reduced the transmission of COVID-19, which was effectively put under control by mid-February. As of February 29, national and provincial level public health measures implemented in China had effectively prevented more than 1.4 million infections and up to 56,000 deaths across the country.

China’s achievements in fighting the virus are obvious to all. The allegations made against China’s handling of the epidemic are themselves an information virus.

 

II. False accusation that China misled the world

The COVID-19 outbreak continues to ferment globally, with Europe and the US being most severely hit.

On April 9, 1,601,302 cases were confirmed globally, with the number of confirmed cases in the US exceeding 460,000; 5.6 times great than in China. The number of infections and deaths in New York City has exceeded those in China. New York’s coronavirus-related death rate is greater in China’s Wuhan. The number of confirmed cases in the EU was more than 650,000, with 54,600 deaths, or 16.4 times more deaths than in China. The death rate in Europe was 8.4 percent, or 2.06 times great than China’s.

US President Donald Trump has repeatedly blamed China for offering misleading information. Informed people can clearly see this is an excuse to shirk responsibility for his administration’s inept response to the epidemic. After analyzing Trump’s remarks on COVID-19 from January 22 to today, we found that his statements made at different stages of the outbreak show his transformation from bystander to participant.

The first stage for Trump’s transformation was from January 22 to February 25, when there were very few confirmed cases in the US. At that time, Trump’s tweets said the US was in close contact and cooperation with China, suggesting China was doing a good job.

In the second phase, from February 26 to March 9, the US epidemic began to break out and affected three major stock markets. Trump declared on Twitter that the virus was spreading slowly in the US with a death rate well below 1 percent, and a candidate vaccine was beginning clinical trials.

In the third phase, from March 10 to 14, when the coronavirus began hitting the entire US, Trump’s changed his tone and began calling COVID-19 a “horrible scourge.” Americans were thus advised to reduce nonessential travel and a national emergency was declared. He said the federal government would “unleash the full power” to defeat the virus.

In the fourth phase, from March 15 to March 18, the virus spread rapidly in the US, and Trump’s position changed dramatically. For the first time, he publicly called COVID-19 a “Chinese virus,” and he found himself in hot water.

The fifth phase from March 19 to the present, the outbreak in the US is out of control. Trump begun to blame China, slander China for not informing him of the virus earlier and offering disinformation. He even accused the WHO of siding with China, and moved further to suspend WHO funds.

In addition to Trump’s finger-pointing statements that were contrary to known facts, some senior US officials have also defied facts by accusing China of misleading the world and threatening to hold China accountable for the outbreak. On Saturday, the senior US health official Dr. Anthony Fauci said China had delayed the world’s understanding of the coronavirus when it suggested in January the virus was being transmitted only “from an animal to a human.” He said that after the pandemic, the origins of the misinformation will be investigated.

The Trump administration’s repeated attempts to blame China, redefine the timeline, defend the US stock market and promote his reelection campaign, reflect the fact that in the face of a catastrophe, Trump is more concerned with political issues than saving lives.

WHO Director-General Tedros Adhanom Ghebreyesus responded to Trump’s criticism without naming names: “If you don’t want many more body bags, then you refrain from politicizing it.” Democratic candidate Joe Biden had this warning that seems more practical than political: “As we prepare to reopen America, we have to remember what this crisis has taught us: The administration’s failure to plan, to prepare, to honestly assess and communicate the threat to the nation led to catastrophic results. We cannot repeat those mistakes.”

III. The ‘China accountable’ fabrication

Claims arguing that “China should be held accountable for the coronavirus pandemic” have been rising in the field of international public opinion.

A mainstream Bolivian newspaper quoted Patricia Janiot, a senior anchor for CNN, in an editorial published on March 29, propagating that China should take the blame for the pandemic, writing off China’s enormous sacrifices and tremendous outcomes in fighting the virus, and neglecting other countries’ improper responses to the outbreak.

The allegation is apparently rife with lies and prejudices. Accusations such as “China had concealed the extent of the coronavirus outbreak for two months” and “China supplied faulty coronavirus test kits to Spain” are a pure fabrication based on misinformation or hearsay.

The truth is China was the first country to report the coronavirus outbreak and the first to effectively curb the epidemic. The country took decisive measures to curb the spread or the virus and was the first country to release the genetic sequence of the virus and openly shared it with the international community.

As the domestic situation improves, China has begun to offer help to other countries and regions around the world. So far, China has provided assistance to at least 89 countries and four international organizations and has become the world’s largest supplier of medical materials. China’s transparent sharing of data has also contributed greatly to the development of vaccines and drugs in other countries.

Chinese President Xi Jinping on March 26 at the Extraordinary G20 Leaders’ Summit called on G20 members to “jointly help developing countries with weak public health systems enhance preparedness and response.”

Many state leaders are also becoming aware that large-scale infectious diseases are one of the major challenges facing humanity in the era of globalization, and to overcome the pandemic, all countries must closely unite rather than blame each other.

Seeing China’s strong leadership in the global fight against the virus, an increasing number of international media outlets have realized that China has indeed been practicing the vision it proposed of building a global community with a shared future for humanity, and has been fulfilling the obligations of a responsible world power.

 

IV. Requesting compensations from China unwarranted

The International Council of Jurists and the All India Bar Association have filed a petition at the UN Human Rights Council, seeking compensation from China over the global pandemic, India’s media reported on April 4.

The complaint accuses China of “surreptitiously developing a biological weapon capable of mass destruction,” and urges China to “adequately compensate international community and member states, particularly India.”

News of similar suits can be found in the US, the UK, Australia and many other parts of the globe. Although different in form, they are in essence the same - requesting China be held accountable for the global spread of the virus. These attention-grabbing headlines are designed to manipulate public opinion, tie the virus to China and discredit the country.

Various organizations and politicians in many countries have acted in concert to ask for an apology and reparation from China, reminding many Chinese of the “Gengzi compensation,” also known as “Boxer Indemnity,” in early1900s, in which several Western states humiliated China by requiring compensation after Eight Nation Alliance invaded China and suppressed the Boxer rebellion.

But a century has passed, and China is no longer what it used to be. In 2020, China no longer needs to worry about foreign invasions, although the public opinion war against China, waged by certain politicians in some countries, is worrisome.

Today’s demands for compensation from China are eerily reminiscent of those of a century ago; both are designed to make the victim pay, and both are filtered through conspiracy theories and rumors.

Many authoritative institutions and the academic community, such as the WHO and Nature, have repeatedly reiterated that where the virus was first reported has no direct relation with where the virus originated. And one can never blame others for the losses caused by their own improper responses to the outbreak.

China has always upheld solidarity and cooperation during a critical time. The unwarranted claims that demands compensation from China are poisonous and misleading. The global fight against the coronavirus is likely to be an arduous protracted fight. All countries should show solidarity and strengthen cooperation instead of complaining or blaming each other.

 

V. ‘Low-quality export’ - bite the hand that feeds

After four months of effort, China’s virus fight has achieved good initial results, while the global pandemic situation is far from positive. In this disaster facing all humans, China has adhered to the concept of a community with a shared future for humanity and has sent medical supplies, including masks, test kits and protective outfits, to 130 countries and four international organizations. In addition, numerous private organizations, social groups and individuals from China have offered assistance to the world by various means.

However, US-led Western countries have refused some of China’s medical supplies and hyped China’s low-quality exports. Traditional media and social media have also hyped this sentiment to the public which urgently needs these supplies.

There have been some exceptional cases caused by the different standards in China and other countries. Some profit-seeking Chinese companies have produced and exported low-quality products, but these have been exposed and halted. China has enhanced its supervision of these exporters and imposed stricter criteria on their products.

Meanwhile, we have noticed there are forces that are attempting to exploit this issue. In the wake of the outbreak, some foreign media and officials have spared no effort denouncing China, and alleging it is responsible for the novel coronavirus. Radio France Internationale (RFL) claimed that China will be far less passive in responding to criticism. The notion quickly spread as Western countries continue to demonize China. Even Josep Borrell, head of EU foreign policy, recently wrote in a blog referring to China that “there is a geopolitical component, including a struggle for influence, through spinning and the politics of generosity.”

Yet the fact is during the initial stage of China’s fight against the virus, it also received substandard supplies from other countries. Of course there are profit-driven companies around the world that have produce low-quality products. The hype against China by foreign media stems from fear of China’s growing strength and a deliberate attempt to meddle in the favorable relations China has with many other countries.

 

VI. Ungrateful ‘mask diplomacy’ accusation

Facing the impact of the COVID-19 pandemic, some international public opinion makers have again repaid China’s goodwill with evil intent. Since March, French media including Le Monde and Le Figaro have reported that European leaders and governments should be vigilant of China’s aid during the epidemic fight, and should be wary of China’s so-called widespread publicity of its aid. Some Western media even described China’s foreign medical aids, including face masks, as “mask diplomacy.” They call it China’s “politics of generosity,” accusing China of fighting for geopolitical influence and taking advantage of the difficulties facing others.

This is not new. The international public opinion’s short-sighted slander of China has never ceased. In recent years, Western media reports about China’s economic growth, the Belt and Road Initiative or China’s overseas investment and construction, always seek an imaginary dark side and impugn China’s motives. These reports claim China is attempting to redraw the world map, or planning to exert geopolitical influence or suggest China is embarking on an aggressive diplomatic path. This type of reporting exacerbates the anxiety of neighboring Asians countries, the US and other countries.

Looking back at the Chinese history, the world can see that China spread its technology of papermaking, movable type printing, gunpowder and the compass to other countries and greatly promoted the progress of human civilization. China has made transformative explorations in the fields of science, including astronomy, geography, medicine, mathematics, agronomy. China made inventions in textiles, cooking, clothing, food, construction, shipping and other areas that are closely related to daily life today. China’s brilliant achievements in astronomical instruments, musical instruments, metallurgy, water conservancy and other technological fields made tremendous contributions to human civilization and provided important material support for the West’s Age of Discovery.

The Chinese civilization has developed over the last 5,000 years, and the very idea of human development is based on the thousands of years of human civilization. Under the impact of the pandemic, China has upheld the vision of building a global community with a shared future. China was the first to mount a national fight against the epidemic, during which it actively supported other countries. Yet, ill-intentioned Westerners maliciously continue to point a finger and blame China. This is worrying. In the past, people all over the world appreciated each other’s contributions to human civilization. Today, why are these people treating China’s support and contributions in a narrow-minded way? It is regrettable to see people in power in the West who care more about private interests than saving lives.


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Did China hide the number of Coronavirus victims? Fake.

Francesco Galofaro, University of Turin

2020 April 13th

This article in English adapts and updates the article published in Italian on April 7, 2020 with the title “La Cina ha nascosto il numero delle vittime? Falso. Ecco perché”.


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Since this epidemic began, the number of unfounded accusations and insinuations against China has multiplied each day. For example, on March 30thPierre Haski wrote an article for France Inter, accusing China to hide the real number of the Coronavirus victims. Haski refers to the number of funeral urns sold in Wuhan, which would be almost double the declared dead. He also mentions a brave doctor who mysteriously disappeared after reporting the matter. Haski is not an epidemiologist, but he accuses the World Health Organization of poor supervision. The motivation provided by the author is clearly ideological: “In a context like the present one, in which Beijing builds on its successes to boast the merits of its political system, greater transparency would be indispensable”[i]. In short: we are in the middle of the cold war.

 

Is Haski right?

One day before Haski, on March 29th, the Italian economic newspaper Il Sole 24 Ore had already published an article on the same subject, writing that the urns-based argumentassumes that Qingming, the day of the dead, is celebrated in China on April 4. “And that for that date the Wuhan funeral homes would like to deliver all the urns to their relatives, at a rate of 3500 urns per day from 23 March. The calculations are correct, but the basic thesis is false. Because in Wuhan, this year, the Qingming celebrations are prohibited by a provision signed by the local government on March 26th. Any tomb sweeping day is suspended until April 30th. […] In short, the link between daily ballot boxes and the deadline for Qingming does not exist”[ii].

As Il sole 24 ore points out, the thesis of the ballot box was propelled by Radio Free Asia, a Washington-based broadcaster, and is false.In short: Haski’s article presents a false argument; this argument has beenalready contradicted; this argument is not based on epidemiology; Haski does not quote his source; Haski does not know whether the “brave doctor” who accused Chinese government disappeared or not, he simply trusts Radio Free Asia; he charges China of conspiracy. All these features allow us to categorize the article as a classic fake news.

How to recognize fake news

I apologize for using the term fakenews. “Fake” is just the label that some propaganda attaches to the news of the opposing propaganda.It is a showdown whose stakes is the power to decide what’s true. Official media often accuse social networks to spread fake news, while claiming the monopoly of correct and verified information. This is obviously not the case, since the article published by France Inter has all the characteristics of a fake:

  • the author is not a scientist;
  • he criticizes official science;
  • he does not acknowledge sources;
  • he does not propose scientific arguments or data;

These arguments spread rapidly, since they instil fear and rage, thus bypassing critical sense; on the contrary, medical research is technical, difficult to understand, has to be controlled through a very long process of peer-review, and to be “translated” into common language by science communicators.

Why would western countries accuse China?

The problem that this kind of articles faces is the following: why is the spread of the virus higher in some western countries than it is in China?In the US the active cases are 493650 while the deathsare 22109; in Hubei, China, the active cases are 83135, the deaths are 3219 (I am writing on April 13th). Do the numbers prove the superiority of the communist system onwestern one? This doubt is inadmissible: China must have rigged the data.

 

A scientific counterargument

According to a scientific interpretation of the data proposed by Italian researchers and scientist of the University La Sapienza, the difference between China and western countries is the speed of the countermeasures: “The beginning of the epidemic had the exact same number of infections in China, Italy and other countries.The difference is that China blocked Wuhan and the whole Hubei region 8 days before Italy, quickly and severely”. This happens because the contagion curve is exponential. For example, let us say that China started fighting the epidemic on day one, when 4000 people were infected. This means that Italy started on day 8, when the epidemy had reached 512000 people (4 - 8 - 16 - 32 - 64 - 128 - 256 - 512 ...). In short: the Chinese moved faster and better.This is why Italian researchers promoted an open letter to the governments warning them to be timely in adopting the necessary isolation measures[iii].

Adverse effect of propaganda

What if anti-Chinese bias had affected western readiness to fight the virus? For example, on January 24th James Hamblin published an article on the Atlantic[iv], titled “A Historic Quarantine: China’s attempt to curb a viral outbreak is a radical experiment in authoritarian medicine”. Ironically, the editor added a note before the text: “Information about the novel coronavirus is rapidly changing. As a result, some of the information or advice in this article may be out-of-date”. Hamblin wrote:

  1. The moderately virulent nature of the pathogen seems at odds with the fact that the largest quarantine in human history is now taking place in an authoritarian state;
  2. International agreements were put in place to limit the practice as a matter of justice, because of the burden it placed on people and economies, in addition to basic questions of effectiveness;
  3. In China, given the advanced spread of the outbreak (…) some experts believe any window for effective containment has passed;
  4. China has a political stake in the appearance of an authoritative response;
  5. In the U.S., the constitutional basis for quarantining is somewhere between tenuous and non-existent (…). A massive imposition like China’s would be unconstitutional, according to James Hodge, a health-law professor at Arizona State, who noted the likelihood of human-rights violation in such a scenario;

It is possible that an ideological bias let western countries and governments underestimate the real danger, interpreting China’s behaviour as an effect of his form of government and asa form of propaganda.

 

Medical science in the crosshairs

All Hamblin’s insinuations have proven to be unfounded: China’s answer to the virus was adequate and justified, quarantine just works, burdens on people and economy sometimes are necessary and cannot be considered a human-rights violation. Above all, the virulent nature of the pathogen was not “moderate” at all. In the present case, rational expectations toward governments imply to cooperate, and to share medical research. Western and Eastern scientists and researchers are working together: a glance at Google Scholar reveals how Chinese studies are published in such prestigious scientific journals as The Lancet, the New England Journal of Medicine, and Nature, matching their quality criteria.

Unfortunately, American government decided otherwise, blaming WHO organization and menacing to cut off funds in the midst of a pandemic[v]. Having lost the propaganda match, the US decided to shoot on the referee, putting in danger humankind. Furthermore, CNN insinuated that Chinese medical research is not free, basing on central government directive and online notices, that have since been removed from the web. CNN interviews an anonymous researcher who concludes: “I think the importance is that the international scientific community must realize that any journal or manuscripts from a Chinese research institution has kind of been double-checked by the government.It is important for them to know there are extra steps between independent scientific research and final publication”. Once again:

  • None of the authorsis a scientist;
  • The article criticizes official science;
  • The article does not acknowledge sources – they disappeared; the interviewed researcher requested anonymity;
  • The article does not propose scientific arguments or data;

In other terms: it is a fake news.

Collateral damage of propaganda

As we saw, an anti-Chinese bias let early articles on Coronavirus represent lockdownas a political, scientifically unjustifiedchoice, mainlybecausethe virus was considered harmless.Science and data proved China to be right; thus,new articles try to delegitimatescientificauthorities and research. According to Umberto Eco[vi], the semantic space (the space of the meaning) of every debate is contradictory: A distinctive feature of ideological asserts is to hide these contradictions, opposing simplistic and one-sided interpretations to difficult political choices, denying the very possibility of different interpretations. This seems a good criterion for identifyingideological fake news.Scientists, intellectuals, and journalists should make every effort to foster mutual understanding, and to open a new era of cooperation with China. In the situation of extreme difficulty of the world, we can only hope thatthispropaganda willnot cost too muchin termsof delay in responding to the epidemic,adverse economic consequences, and victims.

[i]https://www.franceinter.fr/emissions/geopolitique/geopolitique-30-mars-2020 retrieved on April 13th(our translation).

[ii]https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-cina-ha-mentito-numeri-ma-wuhan-non-sono-morte-42mila-persone-ADPepmG?refresh_ce=1 retrieved on April 13th(our translation).

[iii]https://docs.google.com/document/d/1E5AOOKQrFrhNtl5au1N5FCBqKmJiRtwwUjXIBT2vMSc/edit?usp=sharing

[iv]https://www.theatlantic.com/health/archive/2020/01/china-quarantine-coronavirus/605455/ retrieved on April 13th.

[v]https://www.cbsnews.com/news/coronavirus-trump-world-health-organization-funding-reforms/ retrieved on April 13th.

[vi] Umberto Eco, A Theory of Semiotics, Bloomington, Indiana University Press, 1976.


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Smentite le falsità dell’Occidente sulla pandemia

Global Times 16-04-2020[1]

https://www.globaltimes.cn/content/1185819.shtml

Traduzione di Andrea Catone


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Illustration: Liu Rui/GT

Nel bel mezzo della pandemia globale COVID-19, la Cina ha lavorato duramente per superare il picco dell’epidemia e la gente ha iniziato a tornare al lavoro e a riprendere la produzione. In tutto il mondo le persone, che sono ancora nella fase più difficile della loro guerra contro il virus, sperano di ricevere assistenza contro l’epidemia.

Eppure si sono levate alcune accuse bizzarre contro la Cina. Si suggerisce che “la Cina ha nascosto l’estensione dell’epidemia di coronavirus” e che “la Cina vede l’opportunità di espandere l’influenza globale in mezzo a una pandemia”. Sono state anche rivolte alla Cina ridicole richieste di risarcimento. Questo tentativo di dare la colpa alla Cina è stato progettato per distogliere l’attenzione dall’incapacità dei propri Paesi di rispondere adeguatamente al COVID-19. Dobbiamo riconoscerle come offuscamenti che minano purtroppo gli sforzi dell’umanità per porre fine alla pandemia.

L’Istituto Chongyang per gli studi finanziari della Renmin University of China respinge i sei tipi di commenti tipici della situazione attuale.

 

I. Accusare la Cina di nascondere il coronavirus è rovesciare la realtà

Alcuni media e politici occidentali hanno sostenuto che la Cina ha deliberatamente nascosto il numero di infezioni e di morti causati dall’epidemia COVID-19 in Cina. Essi sostengono addirittura che la Cina ha condiviso la disinformazione che ha portato a sottovalutare la portata dell’epidemia e quindi a ritardare la loro risposta al virus.

Tale retorica è dilagante in Occidente, ma in sostanza è un tentativo di giustificare l’incapacità dell’Occidente di combattere la pandemia. In risposta a queste dichiarazioni denigratorie la Cina ha pubblicato il 6 aprile un rapporto sulla tempistica della condivisione delle informazioni sul virus da parte del Paese[2].

Il rapporto mostra in dettaglio come la Cina abbia regolarmente condiviso le informazioni e le sue misure di prevenzione e controllo con gli Stati Uniti dal 3 gennaio. Compresi 30 scambi in un mese.

Negli ultimi tre mesi, esperti americani sono stati invitati in Cina per comprendere meglio la situazione. Ci sono state anche intense comunicazioni, come i colloqui al vertice, la comunicazione tra i migliori diplomatici e tra le autorità sanitarie pubbliche dei due Paesi. Durante questo periodo, anche il presidente americano Donald Trump ha ripetutamente elogiato gli sforzi della Cina ed ha espresso la sua gratitudine a questo Paese.

L’8 aprile l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato un calendario delle operazioni contro il COVID-19, il cui contenuto è in continuo aggiornamento. Secondo la cronologia, la Cina ha segnalato una serie di casi di polmonite già al 31 dicembre 2019 e ha identificato un nuovo coronavirus. Il 1° gennaio 2020 l’OMS si è posta in emergenza per affrontare l’epidemia. Molti Paesi e regioni hanno ottenuto buoni risultati grazie all’allarme preventivo dell’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite e dalla Cina.

Secondo una recente ricerca dell’Università di Yale, le misure di prevenzione e controllo – quali l’isolamento della città, la quarantena obbligatoria, la gestione della comunità e la limitazione delle attività all’aperto – attuate in Cina dalla fine di gennaio, hanno notevolmente ridotto la trasmissione del COVID-19, che è stato effettivamente messo sotto controllo a metà febbraio. Al 29 febbraio, le misure di salute pubblica a livello nazionale e provinciale attuate in Cina hanno efficacemente impedito più di 1,4 milioni di infezioni e fino a 56.000 decessi in tutto il Paese.

I risultati ottenuti dalla Cina nella lotta contro il virus sono evidenti a tutti. Le accuse mosse contro la gestione dell’epidemia da parte della Cina sono di per sé un virus dell’informazione.

 

II. La falsa accusa che la Cina abbia ingannato il mondo

L’epidemia di COVID-19 continua a diffondersi a livello globale, con l’Europa e gli Stati Uniti che sono stati colpiti più duramente.

Il 9 aprile sono stati confermati a livello globale 1.601.302 casi, con un numero di casi negli Stati Uniti superiore a 460.000: 5,6 volte superiore a quello della Cina. Il numero di infezioni e di decessi a New York ha superato quello della Cina. Il tasso di mortalità legato al coronavirus di New York è maggiore che nella cinese Wuhan. Il numero di casi confermati nell’UE è stato di oltre 650.000, con 54.600 decessi, ovvero 16,4 volte di più che in Cina. Il tasso di mortalità in Europa è stato dell’8,4 per cento, ovvero 2,06 volte superiore a quello cinese.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ripetutamente accusato la Cina di dare informazioni fuorvianti. Le persone informate possono chiaramente vedere che questa è una scusa per sottrarsi alla responsabilità della sua amministrazione per l’inettitudine della sua risposta all’epidemia. Dopo aver analizzato le dichiarazioni di Trump sul COVID-19 dal 22 gennaio ad oggi, abbiamo scoperto che le sue dichiarazioni fatte in diverse fasi dell’epidemia mostrano la sua trasformazione da spettatore ad attore.

La prima fase della trasformazione di Trump va dal 22 gennaio al 25 febbraio, quando ci sono stati pochissimi casi confermati negli Stati Uniti. A quel tempo, i tweet di Trump dicevano che gli Stati Uniti erano in stretto contatto e cooperazione con la Cina, suggerendo che la Cina stava facendo un buon lavoro.

Nella seconda fase, dal 26 febbraio al 9 marzo, l’epidemia ha iniziato a diffondersi negli USA e ha colpito tre importanti mercati azionari. Trump ha dichiarato su Twitter che il virus si stava diffondendo lentamente negli Stati Uniti con un tasso di mortalità ben al di sotto dell’1 per cento, e che stavano iniziando le sperimentazioni cliniche di un vaccino.

Nella terza fase, dal 10 al 14 marzo, quando il coronavirus ha iniziato a colpire tutti gli Stati Uniti, Trump ha cambiato tono e ha iniziato a definire il COVID-19 un “orribile flagello”. Agli americani viene così consigliato di ridurre i viaggi non essenziali e viene dichiarata l’emergenza nazionale. Trump dichiara che il governo federale avrebbe “scatenato tutti i poteri” per sconfiggere il virus.

Nella quarta fase, dal 15 al 18 marzo, il virus si è diffuso rapidamente negli Stati Uniti, e la posizione di Trump è cambiata drasticamente. Per la prima volta, ha definito pubblicamente il COVID-19 un “virus cinese” e si è messo nei pasticci.

Nella quinta fase, dal 19 marzo ad oggi, l’epidemia negli Stati Uniti è fuori controllo. Trump ha cominciato ad accusare la Cina, a calunniare la Cina per non averlo informato prima del virus e ad offrire disinformazione. Ha persino accusato l’OMS di essersi schierata con la Cina, e si è spinto oltre per sospendere i fondi all’OMS.

Oltre alle dichiarazioni di Trump che puntavano il dito contro i fatti noti, alcuni alti funzionari statunitensi hanno anche sfidato i fatti, accusando la Cina di aver fuorviato il mondo e hanno minacciato di ritenere la Cina responsabile dell’epidemia. Sabato 11 aprile, l’alto funzionario della sanità statunitense, il dottor Anthony Fauci, ha detto che la Cina ha ritardato la comprensione del coronavirus da parte del mondo quando, a gennaio, ha suggerito che il virus si trasmetteva solo “da un animale a un umano”. Ha detto che dopo la pandemia, le origini della disinformazione saranno indagate.

I ripetuti tentativi dell’amministrazione Trump di dare la colpa alla Cina, di ridefinire la linea temporale, di difendere il mercato azionario statunitense e di promuovere la sua campagna di rielezione, riflettono il fatto che, di fronte a una catastrofe, Trump si preoccupa più di questioni politiche che di salvare vite umane.

Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus ha risposto alle critiche di Trump senza fare nomi: “Se non volete molti altri morti, allora evitate di politicizzare l’epidemia”. Il candidato democratico Joe Biden, con un’affermazione che sembra essere più di carattere pratico che politico, ha ammonito:

Mentre ci prepariamo a riaprire l’America, dobbiamo ricordare ciò che questa crisi ci ha insegnato: L’incapacità dell’amministrazione di pianificare, di prepararsi, di valutare e comunicare onestamente la minaccia alla nazione ha portato a risultati catastrofici. Non possiamo ripetere questi errori.

III. La fabbrica del falso: “la Cina è responsabile dell’epidemia”

Le affermazioni secondo cui “la Cina dovrebbe essere ritenuta responsabile della pandemia di coronavirus” sono in aumento nel campo dell’opinione pubblica internazionale.

Un quotidiano boliviano mainstream ha citato Patricia Janiot, un’importante giornalista della CNN, in un editoriale pubblicato il 29 marzo, in cui si sostiene che la Cina dovrebbe assumersi la responsabilità della pandemia, cancellando i suoi enormi sacrifici e risultati nella lotta contro il virus, e trascurando le risposte inadeguate degli altri Paesi all’epidemia.

L’accusa è palesemente basata su menzogne e pregiudizi. Accuse come “la Cina ha nascosto l’entità dell’epidemia di coronavirus per due mesi” e “la Cina ha fornito alla Spagna kit difettosi di test per il coronavirus” sono una pura invenzione basata su disinformazioni o dicerie.

La verità è che la Cina è stato il primo paese a segnalare l’epidemia di coronavirus e il primo a contenerla efficacemente. Il paese ha adottato misure decisive per frenare la diffusione del virus ed è stato il primo a rilasciare la sequenza genetica del virus e a condividerla apertamente con la comunità internazionale.

Con il miglioramento della situazione interna, la Cina ha iniziato ad offrire aiuto ad altri Paesi e regioni del mondo. Finora la Cina ha fornito assistenza ad almeno 89 paesi e quattro organizzazioni internazionali ed è diventata il più grande fornitore di materiale medico al mondo. La condivisione trasparente dei dati da parte della Cina ha anche contribuito notevolmente allo sviluppo della ricerca di vaccini e farmaci in altri paesi.

Il 26 marzo, in occasione del vertice straordinario dei leader del G20, il presidente cinese Xi Jinping ha invitato i membri del G20 ad “aiutare congiuntamente i Paesi in via di sviluppo che hanno sistemi sanitari pubblici deboli a migliorare la preparazione e la risposta”[3].

Molti capi di stato e di governo stanno anche prendendo coscienza del fatto che le malattie infettive su larga scala sono una delle principali sfide che l’umanità deve affrontare nell’era della globalizzazione, e per superare la pandemia tutti i Paesi devono unirsi strettamente, piuttosto che incolparsi a vicenda.

Vedendo la forte leadership della Cina nella lotta globale contro il virus, un numero crescente di media internazionali si è reso conto che la Cina ha effettivamente messo in pratica la proposta di costruire una comunità globale con un futuro condiviso per l’umanità, ed ha adempiuto agli obblighi di una potenza mondiale responsabile.

 

IV. Ingiustificata richiesta alla Cina di risarcimenti

Il 4 aprile i media indiani riportavano che il Consiglio internazionale dei giuristi e l’Ordine degli avvocati di tutta l’India hanno presentato una petizione al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, chiedendo un risarcimento alla Cina per la pandemia globale.

La denuncia accusa la Cina di “sviluppare in modo surrettizio un’arma biologica di distruzione di massa” ed esorta la Cina a “risarcire adeguatamente la comunità internazionale e gli Stati membri, in particolare l’India”.

Notizie di cause simili si trovano negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia e in molte altre parti del mondo. Sebbene diverse nella forma, sono in sostanza le stesse: chiedono che la Cina sia ritenuta responsabile della diffusione globale del virus. Questi titoli che attirano l’attenzione sono progettati per manipolare l’opinione pubblica, attribuire il virus alla Cina e screditare il Paese.

Diverse organizzazioni e personaggi politici in molti Paesi hanno agito di concerto per chiedere scuse e risarcimenti alla Cina. Ciò ha ricordato a molti cinesi il “risarcimento di Gengzi”, noto anche come “Indennità dei Boxer”, all’inizio del 1900, quando diversi Stati occidentali umiliarono la Cina chiedendole un risarcimento dopo l’invasione del Paese da parte dell’Alleanza delle Otto Nazioni e la repressione della ribellione dei Boxer[4].

Ma è passato un secolo e la Cina non è più quella di una volta. Nel 2020 la Cina non dovrà più preoccuparsi delle invasioni straniere, anche se la guerra dei media contro la Cina, condotta da alcuni politici in alcuni Paesi è preoccupante.

Le odierne richieste alla Cina di risarcimento ricordano stranamente quelle di un secolo fa; entrambe sono progettate per far pagare la vittima, ed entrambe sono filtrate da teorie e voci di cospirazione.

Molte autorevoli istituzioni e la comunità accademica, come l’OMS e Nature, hanno ripetutamente ribadito che il luogo in cui il virus è stato segnalato per la prima volta non ha alcuna relazione diretta con il luogo di origine del virus. E non si può mai dare la colpa agli altri per le perdite causate dalle loro stesse risposte improprie all’epidemia.

La Cina ha sempre sostenuto la solidarietà e la cooperazione in un momento critico. Le dichiarazioni ingiustificate che richiedono un risarcimento alla Cina sono velenose e fuorvianti. La lotta globale contro il coronavirus sarà probabilmente un’ardua e lunga battaglia. Tutti i paesi dovrebbero mostrare solidarietà e rafforzare la cooperazione invece di lamentarsi o incolparsi a vicenda.

 

V. “Esportazione di bassa qualità”: mordere la mano che ti dà il cibo

Dopo quattro mesi di sforzi, la lotta contro il virus in Cina ha ottenuto buoni risultati iniziali, mentre la situazione pandemica globale è tutt’altro che positiva. In questo disastro che coinvolge tutti gli esseri umani, la Cina ha aderito al concetto di una comunità con un futuro comune per l’umanità e ha inviato forniture mediche, tra cui maschere, kit di test e indumenti protettivi, a 130 paesi e a quattro organizzazioni internazionali. Inoltre, numerose organizzazioni private, gruppi sociali e singoli individui provenienti dalla Cina hanno offerto assistenza al mondo con vari mezzi.

Tuttavia, i paesi occidentali guidati dagli Stati Uniti hanno rifiutato alcune delle forniture mediche della Cina e hanno ingannato sulle “esportazioni cinesi di bassa qualità”. Anche i mezzi di comunicazione tradizionali e i social media hanno pubblicizzato in modo ingannevole questo, giocando sui sentimenti di persone che hanno urgente bisogno di queste forniture.

Ci sono stati alcuni casi eccezionali causati dal fatto che gli standard in Cina e in altri paesi sono diversi. Alcune aziende cinesi in cerca di profitto hanno prodotto ed esportato prodotti di bassa qualità, ma queste sono state individuate e bloccate. La Cina ha rafforzato la sua supervisione su questi esportatori e ha imposto criteri più severi sui loro prodotti.

Nel frattempo, abbiamo notato che ci sono forze che stanno cercando di sfruttare questo problema. Sulla scia dell’epidemia, alcuni media e funzionari stranieri non hanno risparmiato alcuno sforzo per denunciare la Cina, accusandola di essere responsabile del nuovo coronavirus. Radio France Internationale (RFL) ha affermato che la Cina sarà molto meno passiva nel rispondere alle critiche. L’idea si è diffusa rapidamente, dato che i paesi occidentali continuano a demonizzare la Cina. Anche Josep Borrell, capo della politica estera dell’UE, ha recentemente scritto in un blog riferendosi alla Cina che “c’è una componente geopolitica, compresa la lotta per affermare la propria influenza, attraverso la narrazione propagandistica e la politica della generosità”.

Eppure il fatto è che nella fase iniziale della lotta cinese contro il virus, la Cina ha ricevuto da altri Paesi anche forniture inferiori agli standard. Naturalmente ci sono aziende orientate al profitto in tutto il mondo che producono prodotti di bassa qualità. Il clamore contro la Cina da parte dei media stranieri deriva dalla paura della crescente forza della Cina e da un tentativo deliberato di intromettersi nelle relazioni favorevoli che la Cina ha con molti altri Paesi.

VI. L’ingrata accusa di “diplomazia della mascherina”.

Di fronte all’impatto della pandemia COVID-19, alcuni responsabili dell’opinione pubblica internazionale hanno di nuovo ripagato la buona volontà della Cina con cattive intenzioni. Da marzo, i media francesi, tra cui Le Monde e Le Figaro, hanno riferito che i leader e i governi europei dovrebbero vigilare sugli aiuti della Cina durante la lotta contro l’epidemia, e dovrebbero diffidare della cosiddetta pubblicità diffusa del suo aiuto. Alcuni media occidentali hanno addirittura descritto gli aiuti medici cinesi all’estero, comprese le mascherine facciali, come “diplomazia delle maschere”. La chiamano “politica di generosità della Cina”, accusando la Cina di lottare per l’influenza geopolitica e di approfittare delle difficoltà degli altri.

Non è una novità. Le miopi calunnie dei media internazionali sulla Cina non sono mai cessate. Negli ultimi anni, i media occidentali riferiscono della crescita economica della Cina, dell’iniziativa Belt and Road o degli investimenti e delle costruzioni cinesi all’estero, cercando sempre un lato oscuro immaginario e contestando le motivazioni della Cina. Questi rapporti affermano che la Cina sta cercando di ridisegnare la mappa del mondo, o sta pianificando di esercitare un’influenza geopolitica o suggeriscono che la Cina sta intraprendendo un percorso diplomatico aggressivo. Questo tipo di reportage esaspera l’ansia dei paesi asiatici vicini, degli Stati Uniti e di altri paesi.

Guardando alla storia cinese, il mondo può vedere che la Cina ha diffuso la sua tecnologia di fabbricazione della carta, la stampa a caratteri mobili, la polvere da sparo e la bussola in altri paesi e ha promosso il progresso della civiltà umana. La Cina ha compiuto ricerche nei campi della scienza, tra cui l’astronomia, la geografia, la medicina, la matematica, l’agronomia. La Cina ha realizzato invenzioni nel campo tessile, della cucina, dell’abbigliamento, del cibo, dell’edilizia, delle spedizioni e in altri settori strettamente legati alla vita quotidiana di oggi. I brillanti risultati ottenuti dalla Cina nel campo degli strumenti astronomici, degli strumenti musicali, della metallurgia, della conservazione dell’acqua e di altri campi tecnologici hanno dato un enorme contributo alla civiltà umana e hanno fornito un importante supporto materiale per l’Età occidentale delle scoperte[5].

La civiltà cinese si è sviluppata negli ultimi 5.000 anni e l’idea stessa dello sviluppo umano si basa sulle migliaia di anni di civiltà umana. Sotto l’impatto della pandemia, la Cina ha sostenuto la visione di costruire una comunità globale con un futuro condiviso. La Cina è stata la prima a organizzare una lotta nazionale contro l’epidemia, durante la quale ha sostenuto attivamente altri Paesi. Eppure, gli occidentali malintenzionati continuano maliziosamente a puntare il dito e a dare la colpa alla Cina. Questo è preoccupante. In passato, le persone di tutto il mondo hanno apprezzato il contributo reciproco alla civiltà umana. Perché oggi queste persone trattano il sostegno e il contributo della Cina in modo ristretto? È deplorevole vedere persone al potere in Occidente che si preoccupano più degli interessi privati che di salvare vite umane.

 

Note

[1] Articolo di Wang Wen, Jia Jinjing, Yang Fanxin, Guan Zhaoyu, Wang Peng, Zhang Mengchen, Chongyang Institute for Financial Studies, Renmin University of China. opinion@globaltimes.com.cn.

[2] Cfr. Timeline of China releasing information on COVID-19 and advancing international cooperation on epidemic response, http://www.china.org.cn/china/2020-04/07/content_75903002.htm. Cfr. nel sito www.marx21.books.com il testo in pdf.

[3] Cfr. Xi Jinping: Lavorare insieme per sconfiggere l’epidemia di COVID-19, https://www.marx21books.com/xi-jinping-lavorare-insieme-per-sconfiggere-lepidemia-di-covid-19/.

[4] Coalizione di otto potenze imperialiste – Regno Unito, Francia, Austria-Ungheria, Germania, Italia, Russia, Giappone, e Stati Uniti – formatasi durante la colonizzazione della Cina, che schiacciò la rivolta dei Boxer. Alla fine della campagna, il governo imperiale cinese fu costretto a firmare l'iniquo Protocollo di pace dei Boxer del 1901 [NdT].

[5] Approssimativamente dai primi anni del XV secolo fino alla fine del XVIII secolo.


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La Cina ha nascosto il numero delle vittime? Falso. Ecco perché.

di Francesco Galofaro, Università di Torino


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Da quando questa epidemia è cominciata, si è moltiplicato il numero di accuse e insinuazioni infondate dirette alla Cina per quanto riguarda la gestione dell’epidemia. La più recente è quella di aver tenuto nascosto il reale numero dei morti. Un esempio è quello firmato dal francese Pierre Haski per France Inter del 30 marzo 2020, tradotto dall’Internazionale e purtroppo inserito nella rubrica degli articoli più letti.[1]

Il problema che questo genere di articoli affronta è il seguente: perché la diffusione del virus è più alta in Francia e in Italia di quanto non sia in Cina? In Cina vive un miliardo e mezzo di persone; secondo i dati della Johns Hopkins University, ad oggi (scrivo il 5 aprile) i contagiati sono poco oltre gli 82.000, i morti circa 3.300. Per quanto riguarda l’Italia, su una popolazione di 60 milioni, i contagiati sono 124.600, i morti poco oltre i 15.300.[2]

 

La tesi complottista

Non può darsi che i numeri provino la superiorità del sistema sanitario comunista su quello europeo, in via di smantellamento nel nostro Paese? Pierre Haski risponde di no: la Cina ha senz’altro truccato i dati. Haski cita il numero delle urne funerarie vendute a Wuhan, le quali sarebbero quasi il doppio dei morti dichiarati. E cita anche una coraggiosa dottoressa misteriosamente scomparsa dopo aver denunciato la cosa. Haski non è un epidemiologo, ma accusa l’Organizzazione mondiale della sanità di scarsa vigilanza. La motivazione fornita dall’autore è chiaramente ideologica: “In un contesto come quello attuale, in cui Pechino si basa sui suoi successi per vantare i meriti del suo sistema politico, sarebbe indispensabile una maggiore trasparenza”. Insomma: siamo in piena guerra fredda.

Perché in Cina ci sono meno contagiati?

A scanso di equivoci, voglio subito riportare una interpretazione scientifica, e non complottista, per cui in Italia abbiamo registrato più contagiati e, di conseguenza, più morti: “L’inizio dell’epidemia ha avuto lo stesso numero esatto di infezioni in Cina, Italia e altri paesi. La differenza è che la Cina ha bloccato fortemente e rapidamente Wuhan e tutta la regione dell’Hubei 8 giorni prima dell’Italia”. Può sembrare difficile da credere, ma questo accade perché la curva del contagio è esponenziale (ad es. 1 - 2 - 4 - 8 - 16 - 32 … ). Insomma: i cinesi si sono mossi più in fretta e meglio. A sostenerlo un gruppo di ricercatori e di scienziati della Sapienza, che si sono fatti promotori di una lettera aperta ai governi perché siano tempestivi nell’adottare le misure di isolamento necessarie.[3]

Perché “Internazionale” è in cattiva fede?

“Internazionale” ha inserito un link tra l’articolo di Haski e un articolo del Sole 24 ore sullo stesso argomento[4]. Se il lettore non visita il sito del Sole 24 ore, può avere l’impressione che si tratti di una conferma alla tesi di Haski. In realtà l’articolo citato sostiene il punto di vista opposto: la tesi di delle urne è stata propalata da Radio Free Asia, emittente con sede a Washington, ed è falsa. Si basa su una stima delle urne ordinate per il giorno dei morti (che cadeva ieri, 4 aprile). Ma la pulizia delle tombe in Cina è sospesa fino al 30 aprile. Insomma: l’Internazionale si è presa la responsabilità di pubblicare un articolo che usa un argomento falso, già smentito, non basato sull’epidemiologia e complottista: la più classica delle fake news. Come tutte le fake news, purtroppo, circola molto più velocemente di quanto non facciano i calcoli e le tabelle dei ricercatori.

Professionisti delle fake news

Mi spiace dover ricorrere al termine “fake-news”. Fake è solo l’etichetta che una certa propaganda affibbia alle notizie della propaganda avversaria. Si tratta di una prova di forza la cui posta in gioco è il potere di decidere sulla verità. I media accusano spesso la rete e i social di produrre fake news rivendicando al contempo il monopolio dell’informazione corretta e verificata. Così non è, evidentemente; l’articolo diffuso dall’Internazionale ha tutte le caratteristiche di un fake: l’autore non è uno scienziato, critica la scienza ufficiale, non cita alcuna fonte, non propone argomentazioni scientifiche né dati, spaccia per vere informazioni già smentite altrove.

Danni collaterali della propaganda

Umberto Eco fu tra i primi a notare che anche i testi narrativi, come le equazioni logiche e tutto ciò che si può pensare senza incappare in una contraddizione, rappresentano un mondo possibile[5]. Qual è il mondo rappresentato da l’Internazionale, se consideriamo gli articoli sulla Cina pubblicati dal principio dell’anno? Prima dell’arrivo dell’epidemia a occidente, i contributi diffusi insinuavano che le misure adottate dalla Cina fossero autoritarie e inefficaci: il 30 gennaio James Hamblin, affermava che “la paura e il panico attuali sembrano legati non tanto al virus, ma alla risposta delle autorità. La natura moderatamente aggressiva del patogeno (sic!) contrasta con il fatto che è in corso la più vasta operazione di quarantena nella storia dell’umanità, per di più in uno stato autoritario”, concludendo che la segregazione avrebbe portato più danni che benefici[6]. In questo modo si è rappresentato un mondo possibile in cui la segregazione è autoritaria e inutile perchéil virus è innocuo. Abbiamo dovuto ricrederci presto e adottare le stesse misure della Cina, così oggi si pubblicano articoli basati su un’equazione diversa, per cui la segregazione è autoritaria e inutile nonostante il virus sia dannoso. Si tratta di un mondo possibile parzialmente contraddittorio col primo. Questo mi sembra un buon criterio per identificare al volo le fake news ideologiche: le sciocchezze propagandate dall’Internazionale sulla Cina non possono essere vere tutte insieme (mentre possono benissimo essere tutte contemporaneamente false). C’è solo da sperare che questo genere di propaganda non sia costato troppo, in termini di ritardi nel rispondere all’epidemia, conseguenze nefaste sull’economia e vittime...

 

NOTE

  1. https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2020/03/30/cina-numero-vittime-epidemia
  2. https://www.corriere.it/speciale/esteri/2020/mappa-coronavirus/
  3. https://docs.google.com/document/d/1E5AOOKQrFrhNtl5au1N5FCBqKmJiRtwwUjXIBT2vMSc/edit?usp=sharing
  1. https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-cina-ha-mentito-numeri-ma-wuhan-non-sono-morte-42mila-persone-ADPepmG?refresh_ce=1
  2. U. Eco, Lector in fabula, Milano, Bompiani, 1979. Nell’articolo “Mondi possibili, logica, semiotica”, Versus n. 19-20, Ugo Volli criticò Eco perché la nozione logica di mondo possibile è di natura formale (non si tratta di mondi “ammobiliati”, con case, città, persone ...). Ritengo che questa versione formale della nozione di mondo possibile sia più che sufficiente a fondare il mio argomento.
  3. https://www.internazionale.it/notizie/james-hamblin/2020/01/30/dubbi-quarantena-coronavirus.

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AVVISO – SOSPESE LE SPEDIZIONI

A seguito del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri datato 11 marzo 2020, che ha stabilito ulteriori misure finalizzate al contenimento del COVID-19, abbiamo deciso di sospendere le spedizioni dei nostri libri.

 

È possibile in ogni caso completare la procedura d’acquisto sul nostro sito. L’ordine verrà preparato e spedito quando saranno garantite le consegne nel territorio nazionale.

 

Inoltre consigliamo ai nostri lettori, interessati ai libri e alle riviste del nostro catalogo, di acquistare la versione PDF dal nostro catalogo digitale o scrivendoci all'indirizzo info@marx21books.com

[Teleconferenza – Sabato 18 aprile] Per uno sbocco progressivo alla crisi italiana

Le edizioni MarxVentuno e la rivista MarxVentuno promuovono una serie di incontri-dibattito in teleconferenza finalizzati alla ricerca di uno sbocco progressivo alla crisi italiana.

Per uno sbocco progressivo alla crisi italiana

Sabato 18 aprile – ore 17:00-19:00. II Incontro:

Analisi dell’«eurogruppo» del 7-9 aprile.

Implicazioni economiche e politiche. Che fare?

Relazioni di:

Andrea Del Monaco

Guglielmo Forges Davanzati

 

Chi intende partecipare alla teleconferenza si iscrive comunicando entro le ore 13.00 di sabato 18:

nome, cognome, città, attività, e-mail, numero telefonico all'indirizzo e-mail: info@marx21books.com

Un’ora prima dell’inizio riceverà il link per accedere. Conviene “entrare” in videoconferenza 20-15 minuti prima.

 

Andrea Del Monaco, esperto Fondi Europei, collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno e blogger di Huffington Post, autore del volume SUD COLONIA TEDESCA. La questione meridionale oggi. Qui di seguito, il link della presentazione del volume Sud Colonia Tedesca alla libreria Feltrinelli di Roma del giugno 2018, dove, moderati da Frediano Finucci (TGla7) Marcello Minenna, Giuseppe Provenzano, Carla Ruocco, Roberto Ghiselli e Francesco Boccia discutono il volume affrontando tanti temi oggi riesplosi con la crisi prodotta dal Covid 19. https://www.radioradicale.it/scheda/544893/presentazione-del-volume-di-andrea-del-monaco-sud-colonia-tedesca-la-questione

Guglielmo Forges Davanzati, professore associato di Storia del pensiero economico presso la Facoltà di Scienze Sociali, Politiche e del Territorio dell’Università del Salento, e titolare degli insegnamenti di Storia dell’analisi economica e di Economia Politica dei sistemi di welfare. Si occupa di Economia del Lavoro, anche in prospettiva storica, di teorie postkeynesiane della distribuzione del reddito, di studi sul Mezzogiorno e di etica economica. È stato componente della redazione della rivista on-line "EconomiaePolitica". Svolge attività di divulgazione su temi economici sui blog "Micromega", "Keynesblog","Sbilanciamoci" e "Roars".

Primo registro di problemi

L’economia italiana, già pesantemente gravata da forti limiti (stagnazione tendente a recessione; aggravamento della questione meridionale; alta disoccupazione, deflazione salariale, assenza di una politica industriale, crescente riduzione degli investimenti in sanità, formazione e ricerca, infrastrutture; bassi investimenti industriali; microdimensione delle imprese; elevato debito pubblico), con il blocco quasi generalizzato delle attività imposto dal governo per alcuni mesi per fronteggiare la pandemia di Covid-19 subirà una recessione violenta.

I

È evidente che occorrono finanziamenti enormi, nell’ordine non di decine, ma di centinaia di miliardi di euro per rimettere in moto l’economia dei paesi colpiti dall’epidemia che stanno attuando il blocco delle attività produttive. Gli stati ricorrono ampiamente al debito pubblico. L’Italia, già gravata da un debito molto elevato, ha maggiori problemi di altri paesi dell’eurozona (la Germania ad esempio) ad indebitarsi. La richiesta del governo italiano, insieme con altri paesi come la Spagna (e sostenuta anche da un recente appello di numerosi economisti italiani), di emissione di titoli europei ad hoc (i “covid bond”) per fronteggiare l’emergenza della pandemia, è stata sinora respinta da alcuni governi (in primis Germania e Olanda). Se non vi sarà un profondo mutamento delle posizioni del governo tedesco e dei governi dei paesi europei che ruotano intorno ad esso, quali strade possono essere concretamente battute per finanziare la ripresa economica italiana?

II

Tutti convengono che la crisi va affrontata con un intervento dello stato, al quale si chiede di erogare un’ingentissima massa di fondi a sostegno di imprese, lavoratori, e tutti i soggetti colpiti dal blocco delle attività del paese. Ma si profila una differenza di fondo:

-          Le destre (Lega, FdI, FI) chiedono che lo Stato sia solo erogatore di denaro per le imprese, ma non gestore di settori strategici dell’economia (come è stato per un quarantennio con l’IRI e gli istituti di credito nazionali nella “prima repubblica”). E chiedono inoltre azzeramento per un certo periodo di tempo della tassazione, il che renderebbe ancora più critica la situazione finanziaria dello Stato.

-          A sinistra, guardando alla Costituzione antifascista del 1948, qualcuno – una minoranza oggi – avanza la proposta di un intervento diretto dello Stato in economia quale programmatore-pianificatore e gestore diretto di alcune imprese e istituti di credito di importanza strategica, per impostare un nuovo modello di sviluppo.

Come operare politicamente nella situazione attuale per dar vita ad una coalizione di forze politiche, sociali, intellettuali), unite intorno a questa proposta (da elaborare e articolare, individuando strumenti e percorsi adeguati per implementarla)?