Autore: Redazione

Controrivoluzione neocoloniale e «pivot» anticinese di Domenico Losurdo

di Domenico Losurdo

(Articolo pubblicato sul n. 2-3/2015 Marx in Cina su gentile concessione dell'editore, tratto da La sinistra assente, Carocci, Roma, 2014)

Tienanmen 1989: prova generale delle “rivoluzioni colorate”

Nel ricordare ogni anno la tragedia di Piazza Tienanmen, agli inizi di giugno i media occidentali ripropongono immancabilmente il fotogramma del giovane cinese che, disarmato, fronteggia con coraggio un carro armato dell’esercito. Il messaggio che si vuole trasmettere è chiaro: a sfidare la prepotenza e il dispotismo è un combattente della libertà al quale l’Occidente non si stanca di rendere omaggio e che solo in Occidente può trovare la sua patria elettiva.

Ma realmente tutto è così evidente? Realmente non c’è spazio per il dubbio e la sfumatura? Voler riflettere un po’, prima di introiettare e far proprio il messaggio manicheo che viene proposto o che si cerca di imporre, è solo sinonimo di atteggiamento sofistico e di sordità alle ragioni della morale? Il terrorismo dell’immediata percezione e indignazione è in agguato. Chi voglia evitare di cadere in trappola farebbe bene a esitare per un attimo e a porsi alcune domande, prima di giungere a una conclusione non solo frettolosa, ma soprattutto imposta prepotentemente dall’esterno. Anche a volersi attenere agli anni più recenti, innumerevoli sono le foto che potrebbero assurgere a simbolo di violenza e di crudeltà. I grandi mezzi di informazione impegnati nella ricerca di immagini suscettibili di risvegliare o tener desta la coscienza morale dell’umanità avrebbero solo l’imbarazzo della scelta: potrebbero richiamare alla memoria le umiliazioni, le vessazioni e le torture subite dagli irakeni detenuti nella prigione statunitense di Abu Ghraib; oppure potrebbero riprendere il volto emaciato dei detenuti (senza processo) di Guantánamo, impegnati in uno sciopero della fame spezzato dalle autorità carcerarie con una degradante alimentazione forzata e largamente ignorato dai media occidentali. Oppure, se si vuole qualcosa di più forte, perché non dare spazio alla figura del «ribelle» che in Siria degusta il fegato estratto dal cadavere del soldato del regime odiato e combattuto dall’Occidente?

Ci si vuole concentrare esclusivamente sugli avvenimenti di Piazza Tienanmen? Prendiamo atto che è già avvenuta una prima selezione. Ma ecco subito intervenire una seconda. Sempre in relazione a quegli avvenimenti, si potrebbe far ricorso alla foto, che circola su Internet, del soldato cinese arso vivo dai manifestanti e poi impiccato a un traliccio. Vogliamo considerare quella foto, non si sa bene per quale ragione, scarsamente attendibile? Rinunciando alle immagini visive, in modo da concedere un minimo di spazio alla riflessione, ci si potrebbe affidare alle descrizioni contenute nei Tienanmen Papers, in Occidente pubblicati con grande clamore e in seguito a una presunta operazione clandestina e celebrati come la rivelazione definitiva delle infamie che invano il regime al potere in Cina cerca di occultare. Grazie alla lettura ci imbattiamo in circostanze e particolari inaspettati:

Improvvisamente è sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo.

Basterebbe concentrare l’attenzione sugli spasmi e l’agonia dei soldati colpiti dal gas venefico per far cambiare radicalmente direzione alle correnti della commozione e dell’indignazione: la prima si rivolgerebbe all’Esercito popolare di liberazione (che nonostante tutto riesce a «mantenere l’autocontrollo»), la seconda investirebbe i manifestanti, non solo tutt’altro che disarmati ma pronti a far ricorso a qualcosa di simile ad armi chimiche. Continuiamo a leggere:

Più di cinquecento camion dell’esercito sono stati incendiati in corrispondenza di decine di incroci […]. Su viale Chang’an un camion dell’esercito si è fermato per un guasto al motore e duecento rivoltosi hanno assalito il conducente picchiandolo a morte […]. All’incrocio Cuiwei, un camion che trasportava sei soldati ha rallentato per evitare di colpire la folla. Allora un gruppo di dimostranti ha cominciato a lanciare sassi, bombe molotov e torce contro di quello, che a un certo punto si è inclinato sul lato sinistro perché uno dei suoi pneumatici si è forato a causa dei chiodi che i rivoltosi avevano sparso. Allora i manifestanti hanno dato fuoco ad alcuni oggetti e li hanno lanciati contro il veicolo, il cui serbatoioè esploso. Tutti e sei i soldati sono morti tra le fiamme [Nathan, Link, 2001, pp. 435 e 444-5].

Soffermiamoci sull’ultimo episodio: soldati si vedono condannati a morte nel momento stesso in cui cercano di risparmiare la vita e la stessa salute dei loro aggressori. Ecco un altro possibile simbolo della crudeltà umana, che però verrebbe a essere raffigurata non dal Partito comunista al potere in Cina, bensì dai «dissidenti» coccolati e appoggiati dall’Occidente.
Ma immaginiamo che, per una ragione qualsiasi, a essere considerata particolarmente emblematica sia la figura del giovane cinese che fronteggia il carro armato. Ebbene, tale fotogramma fa parte di una sequenza. Come reagisce il carrista al giovane disarmato che lo sfida: lo travolge e lo schiaccia, lo falcia con la mitragliatrice o, invece, lo evita? A tale proposito, i Tienanmen Papers danno la parola a un membro della leadership di Pechino:

Abbiamo visto tutti le immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. È stupefacente che siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere! [ivi, p. 486].

Se si venisse a sapere dell’ostinazione del giovane disarmato a sfidare il carrista che con altrettanta ostinazione s’impegna a salvare la vita e l’incolumità dello sfidante, forse in tal caso il rispetto, la simpatia e l’ammirazione dello spettatore non si rivolgerebbero esclusivamente in una direzione. Una cosa è certa: nel riproporre l’immagine del giovane che sfida il carro armato e nell’eliminare l’immagine del carrista impegnato a evitare di investirlo, i media occidentali procedono a una terza selezione. E, dunque, ben lungi dall’essere sinonimo di evidenza immediata, il fotogramma assurto a emblema della tragedia di Piazza Tienanmen non è né immediato né ha un significato di per sé evidente. Non è immediato perché è il risultato di una selezione così accurata da essere triplice. Non ha un significato di per sé evidente perché, nonostante l’accurata e molteplice selezione alle sue spalle, esso, a ben guardarlo o a ben inquadrarlo, potrebbe avere un significato ben diverso e persino opposto rispetto a quello che l’ideologia dominante gli attribuisce: in circostanze analoghe, nei territori palestinesi occupati, il carrista israeliano (e occidentale) dà prova del medesimo autocontrollo del carrista cinese?

Negli ultimi anni a gettare nuova luce sugli avvenimenti di Piazza Tienanmen hanno provveduto voci insospettabili e autorevoli. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt ha ricordato che a Pechino l’intervento militare fu deciso a causa del prolungarsi indefinito di una situazione intollerabile (i manifestanti bloccavano l’attività di governo e respingevano ogni compromesso). Soprattutto: i soldati chiamati a ristabilire l’ordine «hanno dapprima resistito, ma essi furono attaccati con pietre e bottiglie molotov e si sono difesi con le armi che avevano» [Schmidt, 2012]. E questa versione dei fatti è indirettamente confermata dall’allora ambasciatore statunitense a Pechino: il ricorso alle truppe fu deciso solo allorché «il governo si trovava ormai a essere privo di opzioni, al di là dell’assalto militare». Ma si trattava di una decisione chiaramente presa di malavoglia: i primi soldati inviati a sgomberare la piazza «facevano pensare più a una crociata di bambini che a una strategia militare». Erano «truppe disarmate». Dall’altro lato: «una folla adirata aveva distrutto dieci veicoli militari». I soldati furono costretti a ritirarsi. L’attaché militare statunitense, il generale Jack Leide, poteva commentare con professionale soddisfazione: il fiasco dell’Esercito popolare di liberazione era «una versione cinese della ritirata di Napoleone da Mosca» [Lilley, 2004, pp. 309 e 311-2]. Inevitabile era un rinnovato tentativo di sgomberare la piazza, ma è bene non perdere di vista un punto essenziale: «Deng non ordinò un massacro». Nella misura del possibile egli cercava di evitare lo spargimento di sangue o di ridurlo al minimo. In effetti, le scene descritte dall’allora ambasciatore statunitense sono eloquenti: ecco un soldato saltare dal suo mezzo cingolato per evitare di essere «bruciato vivo». Oppure: studenti «che portavano con sé taniche di benzina cercarono, nell’angolo Nord della piazza, di dare alle fiamme veicoli dell’esercito ma furono arrestati dai soldati» [ivi, pp. 316, 318 e 320].

Allorché ripropongono, almeno una volta all’anno, il fotogramma di cui ci stiamo occupando, i media occidentali denunciano al tempo stesso la censura esercitata dalle autorità cinesi. In effetti, queste compiono sforzi disperati per cercare di bandire le immagini dell’«incidente di Piazza Tienanmen». Sennonché, a questo punto s’impone la domanda forse più inquietante: a manipolare la verità di più e più in profondità è la censura cinese o l’apparente mancanza di censura di cui l’Occidente si vanta? Nel primo caso abbiamo senza dubbio a che fare con una mutilazione della verità: un pezzo viene cancellato. Nel secondo caso, ben lungi dall’essere cancellato, quel pezzo, quel fotogramma, risultato di un triplice processo di selezione, viene ossessivamente mostrato ed esibito, e tuttavia questa verità è ora solo un momento del falso complessivo. Peggio, tale verità è ora parte integrante non solo del falso, ma di un falso che mira a inibire la riflessione e l’argomentazione razionale e a produrre, come una sorta di riflesso condizionato, un’indignazione manipolata e suscettibile di essere strumentalizzata per fini inconfessabili. È già all’opera la prima funzione bellica della società dello spettacolo (la demonizzazione del nemico o del potenziale nemico), mentre è in agguato la seconda, la riduzione a spettacolo della violenza esercitata in nome della causa umanitaria dei diritti dell’uomo. Forse lo storico futuro collocherà l’immagine del giovane cinese che fronteggia il carro armato accanto alle immagini o alle “notizie” relative all’affondamento dell’incrociatore Maine, del piroscafo Lusitania e alle navi affondate a Pearl Harbor o “attaccate” nel Golfo del Tonchino; e forse lo storico futuro si interrogherà sulla carica di violenza insita in un’immagine che pretende di voler raffigurare la condanna della violenza in quanto tale.

Sì, la verità dell’immagine del giovane che fronteggia il carro armato è solo un momento del falso complessivo. Mediante il terrorismo dell’immediata percezione e indignazione quell’immagine mira a impedire la riflessione e l’interrogazione: se non la causa della non-violenza, il movimento di Piazza Tienanmen rappresentava in modo inequivocabile la causa della democrazia? Non pochi dei manifestanti guardavano con simpatia e ammirazione a Zhao Ziyang. Prima di ascendere ai vertici della dirigenza cinese, questi «si era fatto notare reprimendo le ultime turbolenze della sinistra radicale» nel Sichuan; al momento della crisi della primavera del 1989 egli era fautore di «una soluzione “neo-autoritaria”, paternalista e tecnocratica» [Domenach, Richer, 1995, pp. 697 e 550] Si trattava di un dirigente noto e apprezzato (in certi circoli cinesi e internazionali) quale campione di un «dispotismo illuminato» [Minqi Li, 2008, p. XI]. Non ci sono dubbi: «Zhao non era un democratico. In quegli anni mirava a promuovere l’economia di mercato con il pugno di ferro». Nelle agitazioni in corso egli vedeva e cercava la sua grande occasione:

Le “masse” in buona parte erano state autorizzate da esponenti riformisti del Pcc a dimostrare, ed erano state condotte alle manifestazioni con camion e autobus delle fabbriche, degli uffici pubblici, dei ministeri. Allo stesso modo il supporto logistico agli studenti era stato offerto da funzionari e imprenditori privati vicini a Zhao Ziyang [Ferraro, 2001].

Quest’ultimo – sottolineano due autori statunitensi – era da considerare «probabilmente il leader cinese più filo-americano nella storia recente» [Bernstein, Munro, 1997, p. 39]. Ma cosa ammirava egli negli Stati Uniti e cosa la dirigenza statunitense apprezzava in lui? A stimolare il rapporto simpatetico tra le due parti era l’amore della libertà o piuttosto il decisionismo neoliberista, pronto all’occorrenza a far ricorso anche a misure «neo-autoritarie» e persino «dispotiche»?

A questo punto ci si può porre una domanda ulteriore: la rivolta di Piazza Tienanmen è stata un avvenimento del tutto interno alla Cina? Un colloquio è rivelatore. Allorché, qualche tempo dopo la tragedia, gli inviati del presidente Bush sr. si recavano a Pechino per conferire con Deng Xiaoping, questi si lamentava con loro per il fatto che gli Usa risultavano «profondamente coinvolti» negli avvenimenti di Piazza Tienanmen e aggiungeva: «Per essere franchi, ciò poteva persino condurre alla guerra» [Kissinger, 2011, pp. 418-9]. A parlare in tal modo era uno statista noto per il suo pragmatismo e la sua prudenza, un teorico del «basso profilo» sulla scena internazionale che per di più in quel momento aveva tutto l’interesse a ricucire i rapporti con Washington, anche al fine di sfuggire all’isolamento diplomatico e commerciale. E a riportare tale dichiarazione è un campione della Realpolitik che non sente il bisogno di respingere un’accusa così dura e che non riferisce di una risposta polemica da parte degli interlocutori statunitensi del leader cinese.

Non solo Deng non viene smentito, ma la sua lettura dei fatti è oggi indirettamente confermata da un autorevole testimone. Si tratta dell’allora ambasciatore statunitense in Cina. Egli ricorda che in quei giorni «dieci appartamenti dell’Ambasciata furono colpiti da più di cento pallottole» sparate dall’esercito cinese impegnato a dare la caccia – questa la versione delle autorità di Pechino – a «un cecchino che aveva ucciso un soldato di una colonna in ritirata». L’ambasciatore statunitense riferisce di aver commentato subito dopo la sparatoria: «Penso che i cinesi stiano tentando di inviarci un messaggio» [Lilley, 2004, p. XII]. Già, ma quale?
Lo possiamo desumere da altri particolari di questa testimonianza. Mentre il confronto tra studenti e governo cinese si inaspriva, ecco l’«attaché militare» dell’ambasciata statunitense a Pechino prendere accordi e lavorare fianco a fianco «con le sue controparti nelle ambasciate australiana, britannica, canadese, francese, tedesca e giapponese». Con quale obiettivo?

Essi si divisero la città in settori e si scambiarono informazioni ottenute grazie a pattuglie. Alla fine di maggio, in risposta all’attenuarsi della crisi, gli attaché militari delle diverse ambasciate istituirono posti di ascolto a tempo pieno in luoghi della città precedentemente scelti. Con una mossa lungimirante, il generale Jack Leide, l’attaché militare dell’ambasciata statunitense, si dette da fare per ottenere e ottenne il permesso di affittare stanze di albergo per i controllori usa. Oltre a una stanza al Fuxingmen Hotel sulla parte occidentale della città, prenotammo due stanze laterali al Peking Hotel, immediatamente a Nord-Est di piazza Tienanmen, che ci consentivano una chiara visione della piazza. Inoltre Leide equipaggiò i suoi uomini con radiotelefoni portatili (walkie-talkies) contrabbandati dall’estero. Era una violazione del protocollo diplomatico, per il fatto che alle missioni diplomatiche non è consentito di mantenere all’interno della Cina la loro radio privata di comunicazioni, ma nel commettere tale violazione mi sono tuttavia sentito a mio agio [ivi, p. 306].

L’attività promossa dagli attaché militari delle ambasciate dei più importanti paesi (occidentali o filo-occidentali), dispiegata grazie a strumenti vietati e illegalmente contrabbandati e diretta da un «lungimirante» generale statunitense, mirava solo a seguire in diretta la crisi o anche a influenzarla? Facendo tesoro dell’«eccellente» conoscenza del «mandarino» di alcuni suoi membri, «il nostro [statunitense] staff diplomatico a Pechino aveva stabilito solidi rapporti con membri dell’esercito, del movimento studentesco e della classe intellettuale»; e tali rapporti erano suscettibili di conseguire cospicui «dividendi» [ivi, pp. 314 e 306]. Quali possono essere i «dividendi» derivanti dal rapporto con membri e settori dell’esercito cinese?
Come chiarisce il risvolto di copertina del suo libro, l’autore di questa testimonianza «ha prestato servizio per circa trenta anni nella Cia a Tokyo, Taiwan, Hong Kong, Laos, Bangkok, Cambogia e Pechino prima di entrare agli inizi degli anni ’80 nel Dipartimento di Stato e di iniziare una brillante carriera diplomatica». Era solo un caso che a dirigere l’attività frenetica appena vista fosse un diplomatico con una consolidata esperienza di agente della Cia alle sue spalle? In quei giorni era presente nella capitale cinese anche Gene Sharp [Engdahl, 2009, p. 93], il teorico delle «rivoluzioni colorate». Siamo in presenza di un’altra casuale coincidenza? E come spiegare allora che, sempre in quel periodo di tempo, Winston Lord, ex ambasciatore a Pechino e consigliere di primo piano del futuro presidente Clinton, non si stancasse di ripetere che la caduta del regime comunista in Cina era «una questione di settimane o mesi» [Bernstein, Munro, 1997, p. 95]? E a cosa mirava la contraffazione della «testata del “Quotidiano del popolo”», l’organo ufficiale del Partito comunista cinese [Nathan, Link 2001, p. 324], e chi era il responsabile di una operazione così sofisticata e suscettibile di lacerare in due frazioni contrapposte il Partito al potere e lo Stato in quanto tale?
Ci ritorna in mente la messa in guardia di Deng Xiaoping, non contraddetta né da Kissinger né da alcun membro della delegazione statunitense: gli Usa si erano resi responsabili di un’operazione che poteva «condurre alla guerra». E cosa poteva essere questa operazione, questo casus belli, se non un tentativo di colpo di Stato pilotato dall’esterno e mirante forse a portare al potere «il leader cinese più filo-americano», quello pronto a far ricorso a un «dispotismo illuminato» in chiave neoliberista? Visti retrospettivamente, gli incidenti di Piazza Tienanmen del 1989 si presentano come la prova generale dei colpi di Stato camuffati ovvero delle «rivoluzioni colorate», che si sarebbero susseguite negli anni successivi.

Il pivot to China

Tanto più necessario e urgente è riflettere sulla storia del colonialismo vecchio e nuovo per il fatto che la situazione internazionale e lo scontro di lunga durata tra colonialismo e anticolonialismo sono a un punto di svolta. Con la guerra contro la Libia e con il «nuovo Sykes-Picot» delineatosi in Medio Oriente vediamo emergere una nuova divisione del lavoro nell’ambito dell’imperialismo, ovviamente sotto la regia di Washington, ma non priva di contraddizioni al suo interno. Le tradizionali grandi potenze coloniali quali l’Inghilterra e la Francia si concentrano sul Medio Oriente e sull’Africa, mentre la Germania, come dimostra l’atteggiamento da essa assunto in occasione della crisi jugoslava prima e ucraina poi, concentra la sua attenzione e dispiega il suo attivismo nei Balcani e in Europa orientale; gli Usa dovrebbero così poter spostare sempre più il loro dispositivo militare in Asia, prendendo di mira col «pivot» la Repubblica popolare cinese.

Torniamo così al paese scaturito da quella che può essere definita la più grande rivoluzione anticoloniale della storia. Non si tratta solo del fatto che essa è avvenuta nel paese più popoloso del mondo: la tragedia subita a partire dalle guerre dell’oppio aveva come vittima un popolo che, dopo aver occupato per secoli e anzi per millenni un posto di primo piano nell’ambito della civiltà mondiale, in tempi straordinariamente rapidi subiva una catastrofe senza precedenti e un processo di rapida e radicale deumanizzazione. Il «secolo delle umiliazioni» ovvero della «Cina crocifissa» ha coinciso con il periodo in cui l’arroganza e la barbarie del colonialismo e dell’imperialismo hanno toccato il loro apice; e la fondazione della Repubblica popolare cinese ha alle sue spalle la resistenza prima contro l’imperialismo giapponese (emulo di quello hitleriano) e poi contro l’imperialismo statunitense.

La Repubblica popolare cinese è il paese che al tempo stesso sintetizza la storia del movimento comunista e del movimento anticolonialista. Sull’onda della rivoluzione d’ottobre Lenin aveva sperato che il contenuto principale o esclusivo del secolo XX che si apriva sarebbe stata la lotta tra capitalismo da un lato e socialismo/comunismo dall’altro: il mondo coloniale era stato ormai totalmente occupato dalle potenze capitaliste e ogni nuova spartizione per iniziativa delle potenze sconfitte o «svantaggiate» avrebbe significato una nuova guerra mondiale e un nuovo passo in avanti verso la distruzione finale del sistema capitalista: la conquista dell’ordine nuovo socialista era immediatamente all’ordine del giorno! Sennonché, Hitler faceva una mossa inaspettata: individuava nell’Europa orientale lo spazio coloniale ancora libero e a disposizione dell’impero tedesco da edificare; e in modo analogo, come sappiamo, si atteggiavano l’Impero del Sol Levante e l’Italia fascista. È così che in paesi di antica o antichissima civiltà e nella stessa Europa irrompeva la lotta tra colonialismo da un lato e anticolonialismo [promosso e spesso diretto dal movimento comunista) dall’altro. Di questa situazione inattesa era Mao Zedong a fornire la sintesi più efficace, evidenziando in determinate circostanze «l’identità fra la lotta nazionale e la lotta di classe» [Losurdo, 2013, cap. 6, par. 7].

La vittoria della rivoluzione anticolonialista mondiale non comporta il dileguare della questione coloniale: i paesi di nuova indipendenza sono chiamati a colmare il distacco economico e tecnologico rispetto ai paesi capitalisti più avanzati (e alle ex potenze coloniali), se vogliono evitare che la conquistata indipendenza politica diventi qualcosa di meramente formale. A esprimere la consapevolezza più lucida della necessità di questa nuova tappa della rivoluzione anticoloniale è stato un altro leader cinese, e cioè Deng Xiaoping.

Affermare la centralità nel XX secolo e in questo inizio del XXI della lotta tra colonialismo e anticolonialismo non significa ignorare la lotta anticapitalistica. Si tratta invece di comprendere quest’ultima a partire dalla prima. Sia Mao che Deng hanno cara la parola d’ordine per cui «solo il socialismo può salvare la Cina»: nel grande paese asiatico l’ordine nuovo postcapitalistico è stato progettato e ha cominciato a prender forma a partire dalla lotta contro l’assoggettamento coloniale; in modo analogo, in America Latina, il «socialismo del XXI secolo» è stato pensato e si diffonde sull’onda della lotta contro la dottrina Monroe e per l’indipendenza nazionale. Resta il fatto che, più di ogni altro paese, la Repubblica popolare cinese esprime in modo condensato la storia della rivoluzione anticolonialista e del movimento comunista e dell’intrecciarsi dell’una con l’altro.
Abbiamo visto Brzezinski sottolineare il ruolo essenziale svolto dalla «guerra di popolo» (che ha avuto in Mao il suo primo grande interprete) nel corso della rivoluzione anticoloniale. Ma non meno essenziale è l’insegnamento ai paesi di nuova indipendenza fornito prima da Mao Zedong e poi, in modo più organico, da Deng Xiaoping, sulla necessità del passaggio dalla fase prevalentemente militare alla fase prevalentemente economica della rivoluzione anticoloniale. E non a caso le riforme realizzate in Cina ispirano il Vietnam e più recentemente anche Cuba e, con modalità diverse, un numero crescente di paesi del Terzo Mondo, inclini a farla finita con il neoliberista «Washington Consensus» per guardare invece al «Beijing Consensus».
Se il paese che ne è il bersaglio è scaturito dalla più grande rivoluzione anticoloniale della storia, il paese promotore del «pivot» è quello che più di ogni altro è riuscito a conferire una parvenza anticoloniale al suo espansionismo coloniale e neocoloniale. Ciò vale già per la fondazione degli Usa, scaturiti non da una rivoluzione anticoloniale, come spesso si legge, bensì da una controrivoluzione colonialista. […]

Dopo la disfatta della Germania hitleriana, non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano divenuti il nemico principale della rivoluzione anticolonialista: ne sanno qualcosa Cuba e numerosi altri paesi dell’America Latina; ne sa qualcosa il Vietnam; ne sa qualcosa la stessa Palestina, i cui abitanti subiscono un processo di ininterrotta espropriazione e colonizzazione anche a causa della sostanziale complicità di Washington con Tel Aviv.
Infine, ne sa qualcosa la Cina: dopo che le è stato impedito di portare a termine il processo di unificazione nazionale e di recupero dell’integrità territoriale, e rimasta a lungo isolata diplomaticamente e strangolata economicamente, è ora bersaglio del «pivot» inscenato da un terrificante apparato militare. Al momento della conclusione della prima tappa della rivoluzione anticoloniale del grande paese asiatico, si sviluppava negli Usa un dibattito lacerante e rivelatore: «who lost China?». La superpotenza apparentemente invincibile si era lasciata strappare un paese di enorme importanza strategica e un mercato potenzialmente immenso: chi era il responsabile? Con il varo delle riforme di Deng, agli inizi della seconda tappa della rivoluzione anticoloniale riemergevano negli Stati Uniti le speranze di riconquista del paese «perso» trent’anni prima:

Alcuni analisti predissero perfino che le Zone economiche speciali sarebbero diventate una sorta di colonia americana in Asia orientale […]. Gli americani credevano che la Cina sarebbe diventata una gigantesca succursale economica degli Stati Uniti [Ferguson, 2008, pp. 585-6].

Ma anche in questo caso, la delusione non tardava a intervenire. Se alla prima «perdita» del grande paese asiatico faceva seguito la politica di «contenimento» e di spietato strangolamento diplomatico ed economico, alla seconda «perdita» fa seguito il «pivot».

Il «pivot» viene spesso presentato in Occidente come una risposta alla «minaccia» proveniente da Pechino. Non c’è dubbio che l’ascesa o, più esattamente, il ritorno della Cina, dopo la fine del «secolo delle umiliazioni», e il poderoso sviluppo industriale e tecnologico del grande paese asiatico stanno modificando il quadro internazionale in modo radicale. Nel marzo 1949 il generale statunitense Mac Arthur poteva constatare compiaciuto: «Ora il Pacifico è diventato un lago Anglo-Sassone» [in Kissinger, 2011, p. 125]. Dati i rapporti di forza esistenti, gli Usa nutrivano ancora qualche speranza di bloccare con il loro intervento l’ascesa al potere del Partito comunista e di Mao Zedong ; la speranza andava rapidamente delusa e a Washington, tra polemiche furibonde, si scatenava la caccia al responsabile della «perdita» del grande paese asiatico.
Il Pacifico non era più in senso stretto «un lago Anglo-Sassone», ma, come sappiamo, ancora alla fine della guerra fredda gli Stati Uniti violavano indisturbati lo spazio aereo e marittimo cinese. Erano gli anni in cui la superpotenza ormai solitaria cercava di consolidare e rendere permanente e incolmabile la sua già netta superiorità militare mediante la Revolution in Military Affairs. Questa conosceva il suo trionfale battesimo del fuoco nel corso della prima guerra del Golfo: pur armato in misura non trascurabile, l’Iraq di Saddam Hussein subiva una disfatta rapida e irreparabile. Suonava un campanello d’allarme soprattutto per i paesi che da poco si erano scossi di dosso il giogo coloniale.
A Pechino, nel giugno 1991 Jiang Zemin [2010, pp. 134, 136 e 591] esprimeva la sua preoccupazione: «Se anche una guerra mondiale non è imminente, il mondo è ben lungi dall’essere pacifico»; «particolarmente preoccupante è la Guerra del golfo». «Il ruolo della tecnologia militare è diventato una questione importante»: per quanto riguarda la Cina, in certi settori dell’apparato militare «il gap si sta aggravando». È un concetto precisato e ribadito cinque anni dopo: «L’applicazione su larga scala di tecnologie nuove e sofisticate sta cambiando il mondo in profondità sul piano non solo sociale ed economico ma anche militare e sta introducendo mutamenti rivoluzionari nella sfera militare». Il mancato appuntamento con la prima rivoluzione industriale e tecnologica aveva segnato l’inizio del «secolo delle umiliazioni»; il mancato appuntamento con la rivoluzione industriale, tecnologica e militare in corso avrebbe comportato il ripetersi della tragedia forse su scala più larga. In questo quadro vanno inseriti gli sforzi in questi ultimi anni dispiegati dalla Cina per ridurre il suo ritardo sul piano militare.

Argomento di fantapolitica anche nel passato più recente, la «minaccia cinese» ha assunto improvvisa realtà e concretezza ai giorni nostri? Diamo la parola a uno studioso statunitense di origine cinese, autore di un libro pubblicato da un’istituzione in qualche modo ufficiale del paese-guida dell’Occidente (Strategic Studies Institute, U. S. Army War College). Ebbene, in questo studio possiamo leggere che, secondo alcuni analisti, i missili cinesi potrebbero «costringere la Marina statunitense a operare a più lunga distanza dalla costa [cinese], almeno nella fase iniziale del conflitto» [Lai, 2011, p. 217]. Stando così le cose, si possono capire i rimpianti di Washington per il fatto che il Pacifico non è più (nella sua parte occidentale) «un lago Anglo-Sassone», anzi un «lago privato» [Dyer, 2014, p. 2], o per il fatto che non è più agevole violare lo spazio territoriale, aereo e marittimo del grande paese asiatico; e tuttavia sembrerebbe azzardato parlare di «China Threat» o di «pericolo giallo»! Attualmente, la marina militare statunitense, che gode di una schiacciante superiorità, «opera a poche miglia di distanza da molte delle più importanti città cinesi» [ivi, p. 1]. Se questo è già sinonimo di «minaccia cinese», cosa si dovrebbe dire di una situazione rovesciata, in base alla quale fosse una superiore marina militare cinese a tenere sotto controllo e sotto minaccia, a distanza di poche miglia, San Francisco e New York? In realtà, su Foreign Affairs, l’autore dell’articolo che già conosciamo sulla capacità di primo colpo nucleare forse conseguita dagli Usa, sottolinea compiaciuto «il passo glaciale della modernizzazione delle forze nucleari cinesi»: dunque, «le probabilità che Pechino acquisisca nel prossimo decennio un deterrente nucleare capace di sopravvivere sono esili […]. Contro la Cina gli Stati Uniti hanno oggi una capacità di primo colpo e saranno capaci di mantenerla per un decennio e anche più» [Lieber, Press, 2006, pp. 43 e 49-50].

Ma come spiegare allora i conflitti per alcune isole collocate nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale? Riprendiamo la lettura dello studio pubblicato dallo statunitense Strategic Studies Institute:

La Cina ha una lunga storia di pescatori che pescavano in queste acque così come di rivendicazioni ufficiali di queste isole. Presumibilmente, i cinesi per primi dettero loro un nome, le utilizzarono come punti di riferimento per la navigazione, tentarono di designarle come territori cinesi collocandole sotto la giurisdizione delle province costiere meridionali della Cina e definendole come tali sulle mappe. Per secoli i cinesi hanno dato per scontato che questo titolo storico (historical reach) stabiliva la loro proprietà su queste isole e sulle acque circostanti [Lai, 2011, p. 127].

Intervenivano poi il declino della Cina e l’espansionismo coloniale: «negli anni ’30 i francesi presero possesso delle isole Paracelso [Xisha in cinese] e Spratly [Nansha in cinese] in modo da espandere la portata del loro protettorato coloniale», mentre «durante la seconda guerra mondiale il Giappone assunse il controllo di tutte le isole del Mar Cinese Meridionale» [ivi, p. 128]. Con la Dichiarazione del Cairo (1943) e la proclamazione di Potsdam (1945) il Giappone si impegnava a restituire tutti i territori che «aveva rubato». Sennonché, in seguito allo scoppio della guerra fredda, alla Conferenza di pace di San Francisco non venivano invitate né la Repubblica popolare cinese né la Repubblica di Cina (Taiwan); il Giappone alleato degli Usa poteva così trattenere le isole Senkaku (Diaoyu per i cinesi). Esse avrebbero dovuto essere restituite ma nelle nuove circostanze erano di grande utilità quale pistola puntata contro il nemico scaturito da una grande rivoluzione anticoloniale e ispiratore in Asia di un’ulteriore ondata di rivoluzioni anticoloniali. Dava prova di preveggenza il primo ministro Zhou Enlai, che alla vigilia della conferenza condannava gli Usa per il fatto «di privare la Cina del suo diritto a recuperare i suoi territori perduti» e «di varare un trattato per la guerra, non per la pace, nel Pacifico Occidentale» [ivi, p. 129].
Vale la pena di notare che sulle isole contese la Repubblica popolare cinese non assume una posizione diversa dalla Repubblica di Cina (Taiwan). Anzi, sembrerebbe che quest’ultima abbia dato prova di maggiore fermezza, a giudicare almeno dalla fonte statunitense più volte citata:

Nel 1946, il governo della Repubblica di Cina [la repubblica anteriore all’avvento dei comunisti al potere] inviò navi da guerra per “recuperare” le isole Paracelso e Spratly. In un mondo che enfatizzava il controllo di fatto piuttosto che le rivendicazioni storiche, la Cina avrebbe potuto mantenere lì le sue truppe al fine di esercitare il controllo di fatto su quei territori e affermare il possesso fermo e incontestabile di quelle isole. Per aver mancato di far ciò e aver trascurato per decenni le isole del Mar Cinese Meridionale i leader cinesi [in primo luogo della Repubblica popolare] hanno da rimproverare se stessi […]. I leader cinesi [della Repubblica popolare] sciuparono tutto il loro tempo e tutte le loro energie impegnando i cinesi gli uni contro gli altri in “perpetue rivoluzioni e lotte di classe”, mentre lasciavano incustoditi i territori contesi in mare aperto [ivi, p. 130].

A rivelarsi particolarmente intrattabile è il conflitto tra Cina e Giappone, ma è quest’ultimo ad averlo provocato. La verità finisce con l’emergere dalle stesse analisi di giornalisti e studiosi occidentali: «ragionevole» è la rivendicazione avanzata da Pechino sulle «isole Diaoyu» (ovvero Senkaku); e si tratta di una rivendicazione avanzata dalla nazione cinese nel suo complesso, che anzi spesso rimprovera ai suoi governanti di assumere un atteggiamento «troppo conciliante e molle» [Kristof, 2013]. Nonostante ciò – sottolinea un sociologo britannico – la Cina si accontenterebbe di definire «contesa» l’appartenenza di quelle isole, rinviando la soluzione del problema alle future generazioni. Si tratta di una proposta già avanzata a suo tempo da Zhou Enlai e inizialmente accettata dal Giappone, che ora invece la respinge seccamente. È una «follia» che si spiega con l’ondata sciovinistica che scuote il paese del Sol Levante [Dore, 2013]. Si tratta di un paese – occorre aggiungere – che non riesce a fare i conti con il suo orribile passato. Nel 1965, mentre infuriava l’aggressione contro il Vietnam, il primo ministro giapponese Eisaku Sato sollecitava il segretario statunitense alla difesa, Robert McNamara, a far ricorso all’arma nucleare nel caso di guerra contro la Cina, colpevole di aiutare il Vietnam [International Herald Tribune, 2008]. Ai giorni nostri, incoraggiato e reso spavaldo dall’appoggio degli Usa e dal «pivot» anticinese da essi inscenato, il governo giapponese si ostina in un negazionismo che è un insulto alla memoria delle vittime, non lascia presagire nulla di buono per il futuro e che, a causa del suo radicalismo, finisce con l’inquietare anche Washington.

L’imperialismo occidentale punta allo smembramento della Cina

In ogni caso, del tutto pretestuosa si rivela la parola d’ordine del «China Threat» (ovvero del «pericolo giallo»): questa parola d’ordine è un completo stravolgimento della verità. Il fatto è che non possiamo considerare definitivamente conclusa la lotta di liberazione nazionale che ha presieduto alla nascita della Repubblica popolare cinese. Non si tratta solo di Taiwan. Insistenti risuonano le voci che prevedono o auspicano per il grande paese asiatico una fine analoga a quella subita dall’Unione Sovietica o dalla Jugoslavia: «una nuova frammentazione della Cina è l’esito più probabile» – annunciava un libro di successo pubblicato a New York l’anno stesso dell’«implosione» del paese sconfitto nel corso della guerra fredda [Friedman, Lebard, 1991].
Da allora, negli Usa e nei paesi a essi alleati, si sono moltiplicate le prese di posizione di analisti, strateghi, politici, uomini di Stato che prevedono o invocano la «frammentazione del colosso cinese», il suo smembramento in «sette Cine» o in «molte Taiwan». L’ideale sarebbe procedere a una «disintegrazione dall’interno» (disintegration from within). In ogni caso Washington è chiamata ad «affrontare in maniera più coerente la futura frammentazione della Cina». Siamo in presenza di una campagna che si muove su vari fronti: dà da pensare il premio conferito dal Los Angeles Times a un libro che invoca il ritorno alla Cina della dinastia Ming (che vede la sua fine nel 1644), con esclusione quindi del Tibet, del Xinjiang, della Mongolia interna e della Manciuria. Certo, se in modo analogo si dovesse procedere per gli Usa, essi cesserebbero di essere uno Stato indipendente e diventerebbero di nuovo una colonia della Gran Bretagna! Ma, ovviamente, l’autore qui citato ha di mira solo la Repubblica popolare cinese: assieme dunque a secoli di storia, dovrebbe essere rimessa in discussione una parte assai considerevole (pressappoco la metà) del suo odierno territorio. Ancora oltre va un altro libro acclamato in Occidente: occorre contrastare il governo di Pechino anche a proposito dell’«invenzione di un’unica etnia di cinesi Han»; in realtà al loro interno sussistono notevoli differenze per quanto riguarda la stessa lingua, e dunque… [Losurdo, 2010, cap. 8, par. 8].

Talvolta, il desiderio di sbarazzarsi di un potenziale concorrente ama camuffarsi come previsione storica: «Alcuni esperti hanno addirittura profetizzato il ripetersi di uno di quei cicli storici in cui si è assistito allo smembramento del Paese, che farebbe svanire i sogni di grandezza della Cina» [Brzezinski, 1998, p. 218]. Qualunque sia il linguaggio di volta in volta usato, abbiamo a che fare con un obiettivo perseguito indipendentemente dalla politica messa in atto dal governo di Pechino sul piano nazionale o internazionale: nel 1999, l’anno del bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado, un esponente di rilievo dell’amministrazione statunitense dichiarava che, già solo per la sua «dimensione», la Cina costituiva un problema, ovvero una potenziale minaccia [Richardson, 1999].
Non stupisce allora che, nel ricevere il Premio per la pace dei librai tedeschi, il «dissidente» cinese Liao Yiwu abbia pronunciato un discorso la cui parola d’ordine era, in riferimento al suo paese: «Questo Impero deve finire in pezzi» (auseinanderbrechen) [Köckritz, 2012]. Come si vede, lo smembramento della Cina, comunque conseguito, viene considerato un contributo alla causa della pace! Resta il fatto che è il paese di cui si progetta, o si invoca o si sogna, lo smembramento a essere realmente minacciato. […]

Attacco alla Cina da destra e da sinistra: una strategia consolidata

A causa dell’aggrovigliato intreccio di contraddizioni da cui scaturisce e dell’ambizioso progetto di trasformazione che essa persegue, ogni grande rivoluzione finisce con l’essere messa in questione da contrapposti schieramenti, che per qualche tempo possono persino fare causa comune. Così è avvenuto per la rivoluzione francese: combattendo Robespierre da «sinistra», inizialmente Babeuf salutava con favore il Termidoro che poi l’avrebbe condannato a morte. Di questa dialettica oggettiva nel Novecento hanno saputo far tesoro le grandi potenze impegnate a destabilizzare i paesi scaturiti da una grande rivoluzione. […]
Non c’è motivo per abbandonare una strategia sperimentata e coronata dal successo, ed essa è infatti più che mai all’opera contro la Repubblica popolare cinese. Quante denunce si possono leggere sulla stampa nordamericana ed europea sullo sfruttamento della classe operaia da parte di un regime comunista o che si proclama tale? Sennonché, ben diversamente suonano i rimbrotti che il giornalista televisivo statunitense Mike Wallace comunica il 2 settembre 1986 a Deng Xiaoping : «gli investitori occidentali si lamentano che la Cina rende difficili gli affari: affitti esorbitanti per gli uffici, troppi bisticci per i contratti, troppe tasse speciali; anche il lavoro è eccessivamente caro» [in Deng Xiaoping, 1992-95, vol. 3, p. 173]. Circa vent’anni dopo c’è una replica di cui riferisce l’International Herald Tribune: il governo cinese prepara una legge mirante a «proteggere i lavoratori», impedire o contenere gli abusi padronali e «conferire un potere reale ai sindacati»; si scatena la protesta di cui sono protagonisti i grandi industriali, la «Camera Americana del Commercio» e «deputati americani» [Barboza, 2006]. Tali lamentele si rinnovano ogni volta che a Pechino il potere politico vara norme a favore della classe operaia.
È una doppiezza che si manifesta a ogni livello. Sì, instancabile è la campagna che denuncia il ritardo delle regioni più lontane dal mare e quindi sfavorite sul piano geografico (anche se negli ultimi anni tale ritardo comincia a ridursi); ma non mancano neppure gli appelli rivolti alle regioni costiere perché si sbarazzino del peso rappresentato dalle regioni più arretrate. E tali appelli risultano tutt’altro che stupefacenti se si riflette sul fatto che da sempre gli Usa hanno guardato con diffidenza o ostilità allo Stato sociale, e che lo Stato sociale trova la sua espressione in Cina anche nell’aiuto che le regioni più avanzate, quelle costiere appunto, sono tenute a fornire alle altre.

Oppure, si prenda la questione ambientale. Sulla sua drammaticità in Cina a ragione l’Occidente non si stanca di insistere (rimossi sono però il grande smog che nel dicembre 1952 provocò a Londra migliaia di morti e la catastrofe ecologica forse più grave della storia umana, verificatasi nel dicembre 1984 a Bhopal e della quale fu responsabile la filiale indiana della Union Carbide, una multinazionale di fertilizzanti e insetticidi agricoli che aveva il suo centro negli Stati Uniti). Al tempo stesso, però, ecco la più autorevole stampa statunitense e occidentale dare ampio spazio a un «dissidente», uno scrittore, che prende posizioni contro il governo cinese in questi termini: è inammissibile voler limitare il traffico, il fumo, le graticole all’aperto; ridicolo è lo slogan in base al quale «la riduzione dell’inquinamento comincia da me stesso»; fuorviante è anche la chiusura delle «piccole fabbriche di proprietà privata». Tutto è inutile sino a quando non saranno colpite massicciamente le «fabbriche grandi e medie di proprietà statale» [Yu Hua, 2013]. E così mentre si tuona contro la Repubblica popolare cinese per il suo sviluppo non rispettoso dell’ambiente, ci si fa beffe delle misure prese in qualsiasi paese civile per contenere l’inquinamento e si riafferma il diritto degli automobilisti, dei fumatori, degli appassionati della graticola a inquinare a loro gradimento. Al «dissidente», come ai circoli statunitensi che lo vezzeggiano, la cosa che sta veramente a cuore non sono l’ambiente e lo sviluppo della coscienza ecologica, bensì lo smantellamento dell’industria statale, quella che ha consentito alla Cina di superare indenne la devastante crisi economica abbattutasi sull’Occidente.

L’attacco alla Cina risulta tanto più efficace per il fatto che la decurtazione della Carta dei diritti dell’uomo consente a Washington di rimproverare al paese potenzialmente nemico il mancato rispetto della religione civile del nostro tempo. Per F. D. Roosevelt tra gli essenziali diritti dell’uomo rientrava anche la «libertà dal bisogno» e, se si tiene fermo questo punto, dobbiamo giungere a una conclusione che è diametralmente opposta all’ideologia dominante e che tuttavia è inoppugnabile. Nei decenni che precedevano le guerre dell’oppio la Cina vantava un prodotto interno lordo e un’aspettativa di vita di tutto rispetto e persino invidiabili. A conclusione del «secolo delle umiliazioni», la Cina era uno dei paesi più poveri del mondo o forse il più povero in assoluto. Detto diversamente, il periodo iniziato con le guerre dell’oppio ha comportato una violazione su scala senza precedenti di quell’essenziale diritto dell’uomo che è la «libertà dal bisogno». Così come la fuoriuscita dalla miseria e dalla fame sta a significare nella Cina di oggi la riconquista della «libertà dal bisogno» a opera di centinaia e centinaia di milioni di persone, un trionfo di una portata storica per la causa dei diritti dell’uomo.
A rigor di logica, a dover essere messi in stato d’accusa sono proprio coloro che oggi si ergono a giudici solitari e inappellabili.
Alla medesima conclusione si giunge partendo da quell’altro diritto essenziale dell’uomo che, sempre secondo F. D. Roosevelt, è la «libertà dalla paura». In questo caso il quadro è ancora più chiaro, e per illustrarlo mi limito a citare un articolo del più autorevole quotidiano statunitense (e occidentale). Prendendo lo spunto dai recenti accordi commerciali stipulati dalla Cina con i paesi dell’Asia centrale, che prevedono anche l’estensione dei collegamenti ferroviari fra le due parti, esso osserva nascondendo appena il suo disappunto:

Mentre la maggior parte delle importazioni di materie prime e delle esportazioni di beni finiti passa di solito attraverso rotte marittime controllate dalla Marina militare degli Usa, lo sviluppo di rotte terrestri nel Kazakistan e l’accesso all’abbondante petrolio, ferro e frumento di questo paese significa che una percentuale crescente del commercio cinese viaggia attraverso aree al di fuori del dominio americano.

La Cina non vuole essere in balia di «qualunque cosa gli Stati Uniti decidono di fare» [Bradsher, 2013]. Un blocco dei flussi commerciali del grande paese asiatico significherebbe la condanna alla fame per oltre un miliardo e trecento milioni di persone. In questo caso, la «libertà dalla paura» coincide con la «libertà dal bisogno», ed è chiaro chi è deciso a preservare l’una e l’altra e chi ha la tentazione di cancellare entrambe.
Disgraziatamente, l’ideologia e il potere dominanti hanno di fatto depennato dalla Carta dei diritti dell’uomo la «libertà dal bisogno» e la «libertà dalla paura»; esse sono state largamente dimenticate dalle Organizzazioni non governative e di esse la stessa sinistra sembra avere un ricordo vago e confuso. Mentre depreca lo smantellamento dello Stato sociale, la crescente miseria di massa e dunque la cancellazione della «libertà dal bisogno», la sinistra non fa riferimento a essa allorché analizza la situazione internazionale. Quando contrappone il capitalismo occidentale al «capitalismo autoritario» della Cina e al «capitalismo populista» (incline al caudillismo e all’autoritarismo) dell’«America Latina», Žižek [2009a, p. 131 e 2009b, p. 450] non tiene conto in alcun modo né della «libertà dal bisogno» né della «libertà dalla paura». E procedendo a un confronto astratto tra paesi tra loro così diversi, egli ignora in realtà anche la lezione di Hamilton, il quale ha spiegato una volta per sempre che una situazione di tranquillità geopolitica è la condizione per lo sviluppo del governo della legge, delle istituzioni liberali e della democrazia.
A uscir peggio da questo confronto sono regolarmente i paesi che hanno alle spalle una rivoluzione anticoloniale e che in qualche modo sono impegnati a proseguirla. Assieme alla Cina, sotto la categoria di «capitalismo autoritario» potrebbe essere sussunto anche il Vietnam e rischia di essere sussunta la stessa Cuba, che negli ultimi anni si è avviata su un cammino non troppo dissimile da quello intrapreso da Cina e Vietnam. La categoria di «capitalismo populista» fa subito pensare, in primo luogo, al Venezuela di Hugo Chávez e di Nicolás Maduro. Sul versante opposto, a distinguersi positivamente per il fatto di essere comunque immuni da autoritarismo e populismo sono le grandi potenze capitalistiche e imperialistiche responsabili di minare la tranquillità geopolitica e le possibilità di sviluppo democratico dei paesi che costituiscono il bersaglio principale del potere e dell’ideologia dominanti (e dello stesso Žižek).
Forse si può procedere a un confronto del tutto diverso. Per portare a termine il loro processo di democratizzazione, pur godendo di una situazione geopolitica eccezionalmente favorevole, gli Usa hanno avuto bisogno di due secoli (sì, nella repubblica nordamericana lo Stato razziale e la discriminazione contro i neri e altre «razze» tradizionalmente considerate «inferiori» hanno per qualche tempo continuato a sussistere anche dopo il crollo del Terzo Reich). È da aggiungere che dopo l’11 settembre, il processo di democratizzazione ha conosciuto vistose regressioni. Considerazioni analoghe si possono fare per paesi come la Gran Bretagna e la Francia.
Cos’è che realmente motiva l’impazienza di cui l’Occidente nel suo complesso (compresa larga parte della sinistra) dà prova nei confronti di paesi e ordinamenti politici scaturiti da una rivoluzione anticoloniale?

Imperialismo occidentale e nichilismo storico

Da sempre la conquista di un paese è un’impresa che va ben al di là della dimensione puramente militare. Se pensiamo in particolare al mondo coloniale, il rapporto di dominio risulta solido e duraturo solo allorché riposa sulla distruzione della storia, dell’identità culturale, dell’autostima del popolo assoggettato, sicché quest’ultimo cade in preda all’autofobia e aspira a essere partecipe, sia pure in modo subalterno, dell’identità del vincitore. Non si tratta di una vicenda conclusasi con il tramonto del colonialismo classico e limitata al mondo coloniale propriamente detto. Può persino accadere che a contribuire involontariamente al processo sopra descritto siano un grande movimento rivoluzionario o alcune sue componenti. [… Nella Russia post-sovietica degli anni Novanta governata da El’cin] per qualche tempo l’unica cultura considerata degna di considerazione era quella che si ispirava (acriticamente) all’Occidente e al suo paese-guida e che con abbondanza di mezzi era propagandata da fondazioni e «organizzazioni non-governative» generosamente finanziate per l’appunto dall’Occidente e dal suo paese-guida.

Quello che in relazione alla Russia era un risultato in larga parte casuale, diviene ora un programma dagli strateghi di Washington coscientemente e tenacemente perseguito nel corso della lotta contro la Cina. Certo, si ha ora a che fare con una civiltà millenaria, che ha saputo respingere, assorbire o contenere le sfide provenienti dall’estero persino nel corso del tragico «secolo delle umiliazioni» apertosi con le guerre dell’oppio. In questo caso, lo spazio per il nichilismo nazionale è ben più ridotto, tanto più che il Partito comunista cinese è giunto al potere sull’onda di una gigantesca rivoluzione anticoloniale e nazionale.
E tuttavia, nel corso del Novecento non sono mancati momenti in cui la Cina, interrogandosi sulle ragioni di fondo del sopraggiungere delle «umiliazioni», ha messo in discussione più o meno in blocco la storia alle sue spalle, anche quella più remota. È ciò che avveniva con il movimento del 4 maggio 1919: assieme all’imperialismo giapponese ormai sul punto di sostituirsi all’imperialismo occidentale, esso prendeva di mira impietosamente Confucio e il confucianesimo, cioè la cultura che da due millenni e mezzo contrassegnava la storia del grande paese asiatico. Si verificava poi una sorta di replica in forma più radicale in occasione della rivoluzione culturale, allorché, come nella Russia sovietica del Proletkult, assieme a Confucio e al confucianesimo diveniva oggetto di derisione (e talvolta di iconoclastia) tutto ciò che non era autenticamente «proletario». E, tuttavia, anche nel corso di quegli anni continuavano a essere stampate, studiate e venerate le opere di Mao, fitte di riferimenti agli autori classici della millenaria cultura cinese, a cominciare da Sun Tzu, il grande stratega e teorico della guerra del VI-V secolo a.C., studiato con profitto e citato anche nel corso della guerra di resistenza contro l’imperialismo giapponese.

C’è comunque pur sempre uno spazio per il tentativo di distruzione dell’identità della Cina: si spiega così l’impegno statunitense e occidentale a delegittimare la grande rivoluzione e la Repubblica popolare cinese che da essa è scaturita, criminalizzando e demonizzando in blocco entrambi i periodi in cui si articola la sua storia, quello dominato dalla figura di Mao Zedong e quello che fa seguito all’avvento al potere di Deng Xiaoping. Quest’ultimo ha liberato dalla fame e dalla miseria più abietta centinaia e centinaia di milioni di persone. Per dirla con le parole di un grande statista occidentale (che ha presente soprattutto la dimensione economica): è «il leader comunista di più grande successo della storia mondiale» [Schmidt, 2012]. Anzi, si chiede un autorevole studioso statunitense: «C’è un altro leader nel ventesimo secolo che abbia fatto di più per migliorare la vita di un numero così alto di persone? C’è un altro leader novecentesco che abbia esercitato un’influenza così grande e così duratura sulla storia mondiale?» [Vogel, 2011, p. 690]. E dunque, di tale personalità la nazione cinese può ben essere orgogliosa; e ben si comprende allora l’aspirazione a impiccare Deng Xiaoping al lampione di Piazza Tienanmen, nutrita da coloro che sono impegnati a privare la Repubblica popolare cinese della sua storia, della sua autostima, della sua identità. Ogni volta che si ricorda la tragedia verificatasi su quella piazza, il terrorismo dell’immediata percezione e indignazione associa regolarmente la foto di Deng Xiaoping, o un commento su di lui, alla foto del carro armato fronteggiato dal manifestante indifeso; il silenzio sulla triplice selezione, a fondamento di quella immagine, favorisce il dispiegarsi dell’azione subliminale.
Quest’operazione non sarebbe completa senza la criminalizzazione e demonizzazione di Mao Zedong. Eppure i suoi meriti sono enormi ed evidenti. Diamo di nuovo la parola all’ex cancelliere della Repubblica federale tedesca: «Egli ha ristabilito (wiederhergestellt) la Cina dopo un secolo e mezzo di colonizzazione» [Schmidt, 2012]. E, nel far ciò, ha contribuito potentemente ad abbattere il colonialismo su scala mondiale e a porre fine a un lungo capitolo di storia caratterizzato dal trionfo della legge del più forte, dall’assoggettamento e schiavizzazione di fatto delle nazioni più deboli, dal saccheggio delle loro risorse, dall’arroganza razziale e dalle infamie razziste, dal ricorso a pratiche genocide. Il principale pretesto per procedere alla damnatio memoriae del fondatore della Repubblica popolare cinese è il Grande balzo in avanti del 1958-59: a causa anche di impreviste calamità naturali e del contesto internazionale sfavorevole e ostile (all’embargo sin dagli inizi impietosamente praticato dagli usa e dall’Occidente si aggiungeva la rottura con l’Urss e gli altri paesi socialisti), il tentativo di accelerare impetuosamente lo sviluppo delle forze produttive, in modo da liberare il popolo cinese una volta per sempre dalla miseria e dalla penuria, falliva in modo clamoroso e tragico; ne scaturivano una disperata fame di massa e una morte per inedia su larga scala. Prendendo le mosse da questo dato inconfutabile, la macchina propagandistica dell’ideologia dominante procede in modo assai spedito: ingigantisce le dimensioni della tragedia, trasforma un grave errore politico in un delitto intenzionale, bolla il fondatore della Repubblica popolare cinese come un criminale e anzi come il più grande criminale della storia, grida infine allo scandalo per il fatto che la Cina di oggi continua a rendergli omaggio.
In questo caso le manipolazioni sono tante e tali che non basta denunciarne una sola. Sì, è giusto sottolineare il carattere non intenzionale della tragedia in cui sfocia il Grande balzo [Schmidt, 2012]. Ma occorre procedere ben oltre. La tragedia della fame ha accompagnato la Cina a partire non dall’avvento al potere di Mao (che ha invece cercato disperatamente di porvi rimedio) ma dall’aggressione dell’Occidente colonialista. Basta leggere il libro recente di un celeberrimo uomo politico statunitense: alla vigilia delle guerre dell’oppio, «il pil della Cina era pressappoco sette volte quello della Gran Bretagna» [Kissinger, 2011, p. 44]. Qualche decennio dopo, la morte per fame non suscitava né sorpresa né indignazione: era un’ecatombe quotidiana. Nel complesso, se esaminiamo gli «anni 1850-1950», grosso modo il «secolo delle umiliazioni» che va dalla prima guerra dell’oppio e dall’irruzione del colonialismo sino alla vittoria nel 1949 della rivoluzione anticoloniale (e di orientamento socialista), e teniamo presenti le catastrofi che punteggiano questa grande crisi storica (invasioni militari, insurrezioni, «cataclismi naturali»), possiamo giungere a una conclusione: si tratta forse del periodo più sanguinoso nella storia del mondo.
Non solo la tragedia della fame in Cina è in larga parte il risultato dell’aggressione colonialista, ma questo risultato è stato spesso lucidamente perseguito o agitato come minaccia. Già nel 1793, l’inviato della Corona britannica, Lord George Macartney, avvertiva: in caso di mancato accoglimento delle sue richieste, grazie alla sua potenza navale, il governo di Londra era in grado di ridurre almeno le regioni costiere dell’Impero di Mezzo alla «fame assoluta» [in Kissinger, 2011, p. 43]. Oltre un secolo e mezzo dopo, uscita devastata dall’occupazione giapponese e da una guerra civile non ancora del tutto conclusa, la nuova Cina diveniva il bersaglio delle minacce militari e della guerra economica scatenata dagli Usa. L’amministrazione Truman perseguiva un obiettivo semplice e chiaro: approfittando anche dell’«inesperienza comunista nel campo dell’economia urbana», occorreva infliggere alla Repubblica popolare cinese «la piaga» di «un generale tenore di vita attorno o al di sotto del livello di sussistenza», occorreva condurre un paese dai «bisogni disperati» verso una «situazione economica catastrofica», «verso il disastro» e il «collasso» [Zhang, 2001, pp. 20-2, 25 e 27]. Ancora agli inizi degli anni Sessanta un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, si vantava del trionfo conseguito dagli Stati Uniti, i quali erano riusciti a ritardare lo sviluppo economico della Cina almeno per «decine di anni» [ivi, p. 250].
Con le sue molteplici manipolazioni, la consueta demonizzazione di Mao a partire dal Grande balzo in avanti rimuove una domanda che pure dovrebbe essere elementare: la terribile carestia che fece seguito all’esperimento politico, senza dubbio sconsiderato, è da mettere sul conto esclusivamente del leader comunista cinese o anche e in primo luogo dei promotori di un embargo devastante? La domanda potrebbe persino diventare più pungente: sono più gravi le responsabilità di chi per inesperienza nella gestione dell’economia e per avventurismo politico ha provocato una catastrofe o le responsabilità di coloro che in modo intenzionale, consapevoli dell’«inesperienza» del nemico e avvalendosi della propria esperienza, quella catastrofe hanno voluto e prodotto? Domande analoghe sono legittime e doverose anche per quanto riguarda Piazza Tienanmen: che ruolo hanno svolto nella tragedia le interferenze statunitensi, ed esse miravano a facilitare o a rendere impossibile la conciliazione o il compromesso tra le due parti in lotta? Washington desiderava sventare o provocare lo spargimento di sangue (in modo da screditare il paese diretto da un partito comunista)? Le interferenze statunitensi, che a detta di Deng Xiaoping rischiavano di sfociare in una guerra con la Cina, avevano più a cuore la salvezza di vite umane o l’agognato assalto finale a quello che del movimento comunista restava nel mondo?

La distruzione della storia, dell’identità culturale, dell’autostima di un popolo non sarebbe completa senza la cancellazione del diritto del popolo assoggettato o da assoggettare al risarcimento morale per i torti da esso subito per un periodo più o meno lungo di storia. Il «secolo delle umiliazioni», di cui amano parlare i dirigenti cinesi, riassume le infamie subite da un popolo di antichissima civiltà che, a partire da guerre decisamente ripugnanti sul piano morale (le guerre dell’oppio), era aggredito da una potenza imperialistica dopo l’altra. In tempi brevi un processo di deumanizzazione lo collocava al livello più basso della gerarchia razziale, assieme a un altro popolo che a lungo è stato la vittima privilegiata del colonialismo e del razzismo a esso connesso. A fine Ottocento, se dinanzi a certi parchi pubblici del Sud degli Stati Uniti campeggiava la scritta: «Vietato l’ingresso ai cani e ai negri (Niggers)», a Shanghai, la concessione francese difendeva la sua purezza mettendo bene in mostra il cartello: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi» [Losurdo, 2005, cap. 10, par. 3]. Nel 1882, negli Usa veniva varato il Chinese Exclusion Act: chiamato a sventare la contaminazione proveniente dai migranti cinesi, esso subito diveniva un modello per i campioni anche europei della purezza razziale. Dopo aver subito nel 1900 la spedizione punitiva promossa congiuntamente dalle potenze imperialiste del tempo, la Cina diveniva poi, in seguito all’invasione giapponese, la vittima di una delle peggiori infamie della seconda guerra mondiale e della storia mondiale nel suo complesso. Lo dimostrano non solo la schiavitù sessuale imposta alle donne, le cosiddette comfort women costrette a «confortare» i militari dell’Impero del Sol Levante, e il famigerato massacro di Nanchino nel 1937. Dà soprattutto da pensare il processo di deumanizzazione, che raggiungeva una rara completezza: i cinesi costituivano il bersaglio vivente dei soldati giapponesi che si esercitavano ad andare all’assalto con la baionetta; per di più, essi erano talvolta usati e sacrificati quali cavie per la vivisezione e per altri atroci esperimenti condotti con armi batteriologiche. Ai responsabili e ai membri della famigerata unità 731, a questi criminali di guerra, gli Usa garantivano l’impunità in cambio della consegna di tutti i dati raccolti: nell’ambito della guerra fredda ormai alle porte, assieme alle armi atomiche venivano puntate anche quelle batteriologiche.
Riconoscere al popolo cinese il diritto al risarcimento morale per queste infamie comporterebbe la necessità di un’autocritica da parte di coloro che se ne sono resi responsabili, l’Occidente e soprattutto il Giappone, che peraltro è alleato degli Usa; d’altro canto, tale risarcimento potrebbe stimolare nel popolo cinese l’orgoglio per aver saputo porre fine con una grande rivoluzione a un periodo tragico della sua storia e aver saputo riavviarsi, grazie a sforzi accaniti e a un prolungato processo di apprendimento, sulla via che conduce al recupero dell’antica grandezza. Riconoscere il diritto al risarcimento morale per il grande paese asiatico significherebbe rinunciare all’obiettivo di minarne l’identità e l’autostima. A quanto pare, si tratta di un obiettivo a cui non si intende rinunciare.
In Giappone continua a essere meta di pellegrinaggio un cimitero, anzi un sacrario che, assieme ai resti dei soldati morti in guerra, raccoglie anche i resti dei responsabili delle infamie di cui si sta parlando, processati e condannati dal tribunale di Tokyo (l’equivalente asiatico di Norimberga) e giustiziati quali criminali di guerra. A quel cimitero-sacrario si recava a rendere omaggio Junichiro Koizumi, primo ministro dal 2001 al 2006, e si reca l’attuale primo ministro Shinzo Abe. Il governo e i sostenitori di quest’ultimo si stanno ora distinguendo nel passare con la spugna su un passato orribile. Quando non è totalmente negato, a ben poca cosa si riduce il massacro di Nanchino; le schiave sessuali diventano normali prostitute, dilegua persino l’invasione della Cina: si tratta di una categoria – obiettano i dirigenti giapponesi – che è controversa. Assente è l’ondata di indignazione che sarebbe stato lecito attendersi; l’Occidente non si scompone: il calendario sacro da esso fissato non ritiene meritevole di particolare attenzione la tragedia del popolo cinese.

Il risarcimento morale viene negato anche in un altro modo. Sulla stampa statunitense si possono leggere articoli, la cui tesi di fondo è questa: in fin dei conti, le vittime provocate in Cina dall’aggressione dell’Impero del Sol Levante sono inferiori a quelle che hanno fatto seguito alla terribile carestia della fine degli anni Cinquanta. In base a questa logica dovremmo assolvere un bel po’ di criminali: sono numerosi gli incidenti stradali che provocano più vittime che non un singolo assassinio! Ma prendiamo pure sul serio un paragone che mette a confronto grandezze così eterogenee. Per coerenza dovremmo allora ridurre a un’insignificante bagattella Pearl Harbor: il «giorno dell’infamia» (nel linguaggio di F. D. Roosevelt) è ben poca cosa rispetto alla guerra di secessione che, per gli Usa, ha provocato più vittime che i due conflitti mondiali messi assieme. Ma forse ha poco senso impegnarsi a confutare sul piano logico un ragionamento che mira soltanto a negare alla Cina il risarcimento morale.
Una volta conseguito questo obiettivo, non ci sono più ostacoli al dispiegamento del terrorismo dell’indignazione morale, che impicca Mao all’immagine di una vittima della grande fame e Deng all’immagine del carro armato di Piazza Tienanmen.
L’attuale presidente cinese Xi Jinping ha dimostrato di aver ben compreso la reale posta in gioco, allorché ha chiamato il suo paese a respingere il «nichilismo storico», e a respingerlo in relazione sia a Mao Zedong che a Deng Xiaoping.

Il Movimento 5 Stelle e la riduzione del numero dei parlamentari

di Vincenzo De Robertis1

Il Movimento 5 stelle sta sbandierando come una grande conquista la proposta di legge costituzionale che prevede la riduzione di un terzo del numero dei Parlamentari, al Senato ed alla Camera, per ottenere così un risparmio annuo di 500 milioni di euro!
Ponendo la questione in termini economici, il partito fondato da Grillo ne svilisce i termini, nascondendo le reali conseguenze del provvedimento.
Infatti, la questione del numero dei Parlamentari attiene a temi costituzionali ben più rilevanti.
Per un verso, attiene alla funzionalità delle massime Assemblee elettive del Paese, che articolano la loro attività in Commissioni, a cui i Parlamentari eletti partecipano e dove vengono presentate le proposte di legge che nelle stesse commissioni vengono poi discusse, prima di essere presentate all’aula per l’approvazione. Purtroppo, una pratica nefasta degli ultimi anni ha fatto del Governo il principale protagonista dell’attività legislativa, sia per l’abuso della decretazione di urgenza, anche quando quell’urgenza non c’è, sia per la presentazione sempre più frequente di proposte di legge governativa, sia per l’uso eccessivo di legislazione delegata al Governo. Questa pratica ha finito per sminuire di fatto il ruolo del Parlamento rispetto al Governo ed una riduzione del numero dei Parlamentari finirebbe per accentuare questo fenomeno.
Per altro verso, la riduzione del numero dei Parlamentari incide sulla rappresentatività dell’elettorato ed in particolare delle forze politiche di minoranza, perché al netto di qualsiasi sistema elettorale venga praticato, riducendone il numero, occorrerà una quantità maggiore di voti per eleggere un Parlamentare. Privata della possibilità di esprimere propri rappresentanti, “per concorrere democraticamente alla vita politica del Paese”, come dice la Costituzione, una parte sempre più crescente dell’elettorato rinuncerà al diritto di voto, come sta avvenendo già da tempo. Ed oggi non meraviglia più che i dati elettorali vengano espressi in percentuale e non in valori assoluti, che chiaramente evidenzierebbero la perdita di consenso dei grossi partiti o delle grosse coalizioni, veri ed unici beneficiari di questo fenomeno antidemocratico.
Per quanto, poi, attiene al risparmio economico, un risultato ben più consistente si sarebbe ottenuto riducendo gli emolumenti ed i privilegi accordati ancora oggi ai Parlamentari, le cui retribuzioni sono il parametro di riferimento per tutto l’apparato pubblico, politico (Regioni, grossi Comuni, ecc.), amministrativo (alti militari e magistrati, funzionari di grado elevato) ed economico (manager). Per non parlare dei privilegi ancora accordati, come il vitalizio, che ancora si somma alle varie pensioni che il Parlamentare percepirà all’età prevista, perché titolare delle stesse, mentre i comuni mortali hanno diritto ad un’unica pensione, in cui confluiscono i vari contributi versati.
La riduzione del numero dei Parlamentari è quindi un grosso inganno per i cittadini, che vengono imboniti con la favoletta del risparmio, mentre viene tolta loro un’altra fetta di democrazia.
Una democrazia che la nostra Costituzione ha disegnato come democrazia rappresentativa, che ha nel Parlamento l’espressione più alta della sovranità popolare e che presuppone quei “corpi intermedi” (Partiti, Sindacati, Associazioni), dove in passato veniva filtrata la volontà popolare, prima che divenisse delega di rappresentatività ai candidati proposti per l’elezione. Oggi, una volta che i vecchi partiti di massa si sono autodistrutti, ad essi sono stati sostituiti organismi verticistici, poco o per nulla democratici, più permeabili alle volontà dei singoli, delle lobbie e/o alla criminalità organizzata.
Sono questi organismi, i nuovi partiti, i padroni delle “candidature”, della possibilità, cioè, di proporre all’elettorato “la rosa dei papabili”, con l’obbligo anche di rinunciare a scegliere i più graditi, quando il sistema elettorale non consente all’elettore di esprimere preferenze. Nel contrasto sulla maggiore importanza fra il diritto dell’apparato di partito di proporre i candidati ed il diritto dell’elettorato di scegliere i propri preferiti, quello vincente sembra oggi il primo, se guardiamo i sistemi elettorali. E diventa sicuramente vincente il primo, se un’altra proposta del M5s dovesse trovare attuazione.
Parlo della proposta di modifica costituzionale della libertà di mandato, di cui oggi godono i Parlamentari, i quali possono votare secondo coscienza, senza il vincolo di seguire le direttive del Partito che li ha candidati. Una volta che fosse imposto il vincolo di mandato, con la conseguente sanzione della decadenza, il Parlamentare dovrebbe solo rispondere all’apparato di partito che lo ha candidato ed il voto degli elettori, che hanno consentito la sua elezione, varrebbe zero!
Una riflessione a parte meriterebbe, in questo contesto, anche il processo di formazione del consenso, che si è modificato con la scomparsa dei partiti di massa e che vede esaltato il ruolo dei media, il cui controllo è parte determinante dello scontro politico. In quest’ottica il controllo dei social network sta assumendo un’importanza sempre più determinante e sotto molti aspetti grottesca. Lo dimostra l’importanza che viene attribuita per la formazione dell’opinione pubblica alle fake news presenti nei social, come se non vi fossero fake a go-go sulla stampa quotidiana e sulla tv (una per tutte le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein).
Il M5S, con la sua proposta di riduzione di un terzo dei Parlamentari, che in prima lettura ha già avuto il consenso dei due rami del Parlamento, rischia di imprimere una svolta tragica alle vicende istituzionali della nostra Repubblica che si è trovata a confrontarsi non più tardi di tre anni fa con una campagna referendaria su di una riforma, quella di Renzi, che in altro modo stravolgeva l’assetto costituzionale.
Se mettiamo insieme questa proposta sulla riduzione dei Parlamentari con quella sull’autonomia regionale differenziata, tanto cara a Salvini ed inserita nel “contratto” di Governo, se vi aggiungiamo quella sul Presidenzialismo, oggi messa in stand by, ma pronta ad essere ripresa, magari come contro-bilanciamento all’autonomia regionale differenziata, come propone la Meloni, allora il quadro è più che preoccupante.
E questa preoccupazione, non pensando ai grandi temi istituzionali e guardando terra-terra al proprio interesse “ di bottega”, dovrebbe averla anche il M5S, che a fronte di una riduzione del numero dei Parlamentari ed in presenza di una legge elettorale che in nome della governabilità assegna un terzo dei parlamentari con seggi in collegi uninominali, potrebbe vedersi soffiare il ruolo di “ago della bilancia”, se perdesse una parte di consensi conseguiti a marzo del 2018.
Sarebbe l’espressione di un’idiozia politica al massimo livello, maggiore di quella manifestata dalle formazioni di quella sinistra minore che, quando furono introdotte le soglie di sbarramento, le accettò senza battere ciglio, sicura che barattando i principi avrebbe guadagnato in consensi a discapito di quelli, pure di sinistra, che sarebbero stati costretti ad unirsi.
Oggi quella sinistra rischia di sparire del tutto dalle assemblee elettive.

Costruiamo comitati unitari contro l’autonomia differenziata

Sul nostro Paese pende la spada di Damocle delle intese sulla autonomia rafforzata delle regioni del Nord. È un profondo e deleterio rivolgimento della forma di Stato della Repubblica nata dalla Resistenza, che potrebbe essere realizzato immediatamente con un semplice passaggio parlamentare, senza possibilità di referendum confermativo, poiché formalmente non si presenta come una riforma costituzionale.
È fondamentale sviluppare il più ampio movimento unitario di massa contro l’autonomia differenziata, costituendo comitati radicati nel territorio che si coordinino a livello nazionale.
Riteniamo utile riportare qui il preambolo dello statuto del “Comitato per l’unità della Repubblica di Terra di Bari”, che si propone “valutando le attuali intese tra Governo e Regioni Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna – che accentuano il divario tra le diverse aree del Paese e tra cittadini – come fortemente lesive e diametralmente opposte ai principi fondanti della Costituzione”, di “contrastare, con tutti i mezzi democratici e di lotta politica previsti dalla Costituzione repubblicana (iniziative di conoscenza, approfondimento, propaganda nei luoghi di lavoro, nelle scuole e università, nelle piazze e nelle strade e in ogni luogo di aggregazione dei cittadini) l’approvazione da parte delle Camere delle attuali intese con le regioni del Nord sull'autonomia rafforzata e il regionalismo differenziato” e “contrastare qualsiasi altro disegno di legge e atto politico che miri a riproporre in futuro, anche in forme e modi diversi, analoghe misure”.
Nella stesura del Preambolo gli estensori hanno fatto ampiamente ricorso al recentissimo libro di Massimo Villone: Italia, divisa e diseguale. Regionalismo differenziato o secessione occulta?, Editoriale Scientifica srl, Napoli, 2019.

***

La Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 dopo un anno e mezzo di lavori dell’Assemblea Costituente, è a fondamento del nuovo Stato unitario italiano, nato dalla Resistenza antifascista diretta dal Comitato di Liberazione Nazionale. Alla base di essa vi sono principi e valori alla cui elaborazione concorsero, in una avanzata sintesi organica, le culture di ispirazione marxista, cristiana e liberale in cui si riconoscevano i padri costituenti.
A 70 anni e più di distanza dall’entrata in vigore della Costituzione affermiamo con forza che i principi e valori che ne ispirarono l’intero impianto sono – nelle nuove condizioni di un mondo conflittualmente globalizzato – più vivi e vitali che mai, sono la bussola fondamentale che deve orientare il pensiero e l’azione politica, culturale, morale della Repubblica, sono la base essenziale su cui si costruisce l’unità della nazione e il suo progresso civile, sociale, economico, culturale.
La prima parte della Costituzione, I principi fondamentali, orienta e supporta i titoli successivi, che da essa dipendono e ad essa devono conformarsi. I principi fondamentali costituiscono un tutto organico: non se ne può estrapolare uno senza tener conto della totalità.
Così l’articolo 5 – “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento” – va coordinato organicamente sia con l’articolo 2, fondato sul principio personalistico – “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” –, che con l’articolo 3, comma 2: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Autonomia e decentramento amministrativi non possono attuarsi a discapito dell’azione di rimozione degli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Il principio posto dall’articolo 3 implica un’azione della Repubblica per contrastare lo sviluppo ineguale tra le diverse aree del paese, per superare l’arretratezza di alcune di esse, derivante sia dalla diversa storia che nei lunghi secoli precedenti l’unità nazionale le ha caratterizzate, sia dalle modalità con cui si è costituito e organizzato economicamente e socialmente il Regno d’Italia (dal 1861), che ha di fatto utilizzato il Mezzogiorno come serbatoio di risorse – uomini e mezzi – per lo sviluppo delle aree settentrionali, accentuando il divario tra Nord e Sud. In radicale rottura con lo Stato precedente, la Costituzione repubblicana nei suoi principi fondamentali si pone il compito di risolvere la questione meridionale (cfr. art. 119, 3° co. Cost. ante riforma 2001). Autonomia e decentramento amministrativo posti dall’articolo 5 sono al servizio dell’azione di superamento del divario tra diverse aree del Paese. Il principio personalistico alla base della Costituzione repubblicana, ponendo la centralità della persona umana, comporta l’eguaglianza nei diritti, a prescindere dal luogo in cui il cittadino risieda.
È interesse precipuo di tutta la nazione, e non di una sola parte di essa, operare in direzione di uno sviluppo equilibrato e sostenibile superando il divario tra le diverse aree del paese. In funzione di questo obiettivo devono muoversi tutti i cittadini che si riconoscono nei principi della Costituzione repubblicana.
Nell’ultimo trentennio la Costituzione repubblicana è stata sottoposta a durissimi attacchi, alcuni dei quali, pur non riuscendo a cambiare la prima parte dei Principi fondamentali, hanno prodotto serie incrinature nel suo impianto. A partire dagli ultimi anni 80 la “Repubblica una e indivisibile” è stata messa in discussione da una formazione politica – La Lega Nord per l’indipendenza della Padania – che a più riprese ha rivendicato la secessione delle regioni del Nord (cfr. l’art. 1 dello statuto della Lega di Salvini, approvato il 12 ottobre 2015, che assume come finalità “il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”).
Pur non riuscendo a conseguire questo obiettivo, essa è riuscita ad ottenere – grazie ad un misto di complicità, arrendevolezza e insipienza delle altre forze politiche, indegne eredi dei padri costituenti – una serie di risposte politiche e istituzionali realizzate nel corso della XIII legislatura: federalismo amministrativo con le “leggi Bassanini”, l’elezione diretta dei presidenti delle regioni, e, soprattutto, la pesante revisione, gravida di negative conseguenze, del Titolo V della Costituzione, che modifica il rapporto tra Regioni e Stato, lasciando a quest’ultimo una potestà legislativa esclusiva in un limitato elenco di materie, mentre la potestà legislativa concorrente si gonfia a dismisura e si crea una nuova categoria di potestà legislativa regionale residuale ed esclusiva. Tale revisione reinterpreta il concetto di interesse nazionale; cancella i controlli preventivi sugli atti di regioni ed enti locali; prevede livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali affidati alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, così introducendo implicitamente in Costituzione il concetto di una diversità costituzionalmente compatibile tra ciò che è essenziale e ciò che essenziale non è ed è pertanto rimesso alla legge di ciascuna regione. Elimina il richiamo al Mezzogiorno e alle Isole contenuto del testo originario del 1948. Infine, il nuovo art. 116 introduce forme particolari e ulteriori di autonomia a richiesta.
Approvata la riforma del Titolo V, partono ben presto i tentativi di attivare il percorso di cui all’art. 116. La Toscana nel 2003, la Lombardia e il Veneto nel 2006-2007, il Piemonte nel 2008 adottano atti prodromici alla stipula di un’intesa. Successivamente, la legge 147/2013, art. 1 co. 571 definisce la parte iniziale del procedimento, disponendo che la proposta della regione sia presentata al presidente del consiglio e al ministro per gli affari regionali, impegnando tassativamente il governo ad attivarsi sulla proposta entro sessanta giorni dalla richiesta.
In questo nuovo contesto normativo la Regione Veneto approva le leggi 15/2014 (Referendum consultivo sull’autonomia del Veneto) e 16/2014 (Indizione del referendum consultivo sull’indipendenza del Veneto). La Corte costituzionale, nel ritenere legittimo – dopo aver censurato tutti gli altri – il quesito referendario che chiede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” per la Regione Veneto, non coglie l’incostituzionalità di un referendum che coinvolge scelte tali da modificare profondamente nella sostanza, anche se non nella forma, l’assetto dei rapporti Stato-Regioni definito nella Costituzione. Svoltosi il 22 ottobre 2017 il referendum, il Consiglio regionale del Veneto approva una proposta di legge statale ai sensi dell’art. 121 Cost. che vorrebbe riconoscere alla regione il 90% del gettito Irpef, Ires e Iva. Anche la Lombardia svolge un referendum, in simultanea con il Veneto, mentre l’Emilia-Romagna avvia il percorso il 3 ottobre 2017 con una risoluzione del Consiglio regionale, che impegna la giunta ad avviare il negoziato con il governo ai fini dell’intesa di cui all’art. 116, co. 3.
Il 28 febbraio 2018, qualche giorno prima delle elezioni politiche generali, il governo Gentiloni, in carica solo per gli affari correnti, in violazione di una prassi consolidata che richiede un governo nella pienezza dei poteri per affrontare questioni non di ordinaria amministrazione, invece che sospendere la trattativa al momento dello scioglimento delle Camere e rinviarla per il prosieguo all’approvazione del voto di fiducia al governo in carica da parte delle camere di nuova elezione, firma con i presidenti delle regioni richiedenti il regionalismo differenziato un irrituale “pre-accordo” di dubbia legittimità. Negli accordi si stipula anche che per la ristrettezza dei tempi ci si limita solo ad alcune delle materie di interesse: tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, la tutela della salute, l’istruzione, la tutela del lavoro e i rapporti internazionali e con l’Unione europea. Ma ci si riserva di estendere successivamente il negoziato ad altre.
Si stabilisce una quanto mai anomala e ingiustificabile – trattandosi di materia posta a tutela delle minoranze costituzionalmente protette – analogia nel percorso di approvazione delle intese da parte delle camere secondo la prassi adottata per quelle con i culti acattolici ex art. 8 della Costituzione, per cui le intese sarebbero inemendabili e oggetto di mera ratifica da parte dei parlamentari. È evidente l’esproprio di fatto delle prerogative parlamentari.
Nei tre pre-accordi stipulati si considera anche la questione delicatissima delle risorse. Non si fissano percentuali, ma si usa una formula che è comunque volta a garantire che i soldi del Nord rimangano al Nord. Si prevede infatti il principio della compartecipazione ai tributi erariali; il superamento della spesa storica e la determinazione di fabbisogni standard riferiti, oltre che alla popolazione, al gettito dei tributi maturati nel territorio, e la garanzia di un livello dei servizi mai suscettibile di diminuzione. Si prevede una riserva sui fondi infrastrutturali. Si concorda che la assegnazione delle risorse sia affidata a una commissione paritetica Stato-Regione, e sia dunque sottratta a un percorso parlamentare. Si tratta di una vera e propria “secessione dei ricchi”, con la creazione di steccati insuperabili tra cittadini di serie A e di serie B e la violazione di principi fondamentali di eguaglianza e di solidarietà.
La firma dei pre-accordi rappresenta l’esito di un processo da tempo in atto. Come già detto, la riforma del 2001, pur cancellando il richiamo al Mezzogiorno e alle isole e pur introducendo con i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) il principio di una diversità costituzionalmente compatibile, disegnava comunque un quadro in cui esistono supporti per l’unità del paese: perequazione, solidarietà territoriale, finanziamento integrale delle funzioni per regioni ed enti locali (art. 119). Un disegno poi integrato dalla legge 42/2009 sul federalismo fiscale, che implementa i concetti di fabbisogni e costi standard. Ma il quadro descritto rimane ancora lettera morta.
Non sono definiti i LEP, insieme ai costi e fabbisogni standard, e nella complessiva inattuazione del quadro normativo viene richiesto con forza dalle regioni del Nord il recupero del cosiddetto “residuo fiscale”. È qui il nucleo fondamentale della grande mistificazione. Il concetto stesso di residuo fiscale non trova spazio in Costituzione: “Data la struttura fortemente accentrata, nel nostro ordinamento, della riscossione delle entrate tributarie e quella profondamente articolata dei soggetti pubblici e degli interventi dagli stessi realizzati sul territorio, risulta estremamente controversa la possibilità di elaborare criteri convenzionali per specificare su base territoriale la relazione quantitativa tra prelievo fiscale e suo reimpiego” (Corte cost., sent. 69/2016). È del tutto evidente la difficoltà di imputare la produzione del provento fiscale a questo o quel territorio, in presenza di un mercato fortemente integrato, dove una parte consistente del fatturato delle imprese del Nord viene dalla produzione e vendita di beni e servizi nel Mezzogiorno e dai benefici fiscali legati al meccanismo del sostituto d’imposta.
Il nuovo governo Lega-Movimento 5 Stelle, nato dopo le elezioni del 4 marzo 2018, prevede nel suo “contratto” di “porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse”. A questo richiamo non si accompagna alcuna considerazione sulla compatibilità di sistema, in termini di risorse e di efficienza, di un regionalismo differenziato esteso a tutto il paese. L’ispirazione di fondo è trasparente: “Alla maggiore autonomia dovrà infatti accompagnarsi una maggiore responsabilità sul territorio, in termini di equo soddisfacimento dei servizi a garanzia dei propri cittadini e in termini di efficienza ed efficacia dell’azione svolta”. È il mito delle regioni virtuose ed efficienti che vanno premiate, a fronte di altre che non meritano e vanno dunque punite. Si assume quindi acriticamente la trattativa al punto in cui è arrivata, con i punti già acquisiti nei pre-accordi, con specifici richiami a una distribuzione delle risorse chiaramente di privilegio per i territori economicamente più forti, e di danno per quelli più deboli, come la connessione tra fabbisogno e gettito tributario riferito al territorio. In sintesi, i più ricchi hanno diritto ad avere più diritti. Nessuna considerazione viene data nel “contratto” di governo alla possibile riduzione delle risorse disponibili per le altre regioni. Si afferma solo, in via del tutto apodittica, che bisogna “dare sempre più forza al regionalismo applicando, regione per regione, la logica della geometria variabile che tenga conto sia delle peculiarità e delle specificità delle diverse realtà territoriali sia della solidarietà nazionale”.

Il nuovo ministro per le autonomie locali, la leghista Stefani, tiene numerosi incontri con i tecnici delle regioni senza che vi sia alcun dibattito pubblico. L’11 febbraio 2019 sono finalmente rese pubbliche le bozze, ma non sul sito del Ministero, che ne pubblica invece una versione ridotta il 25 febbraio definita “parte generale – versione concordata”. Essa, per quanto riguarda l’assegnazione delle risorse, fa una ripulitura estetica: scompare la connessione tra fabbisogni e gettito tributario, ma si introducono meccanismi di privilegio fiscale che comunque avvantaggiano le regioni richiedenti rispetto alle altre. Inoltre, rimane un elenco di materie coincidente con quello già noto nelle bozze disconosciute. Scompare la parte speciale con il dettaglio dei trasferimenti, che pure è esistita. Deve intendersi abbandonata, o è stata riposta nel cassetto per tirarla fuori nuovamente al momento opportuno? È difficile credere che il disegno, portato quasi a compimento, venga del tutto abbandonato. In sostanza, le richieste delle regioni sono tutte accettate. Si conferma l’impianto dei pre-accordi Gentiloni, estendendolo da 5 a 23 materie per la Lombardia e il Veneto, 15 per l’Emilia-Romagna; per le prime due, tutto il catalogo delle competenze consentite dall’art. 116, comma 3.
Non si esclude che nel futuro anche altre regioni possano avviare il procedimento, favorendo la scomposizione dell’Italia in blocchi geopolitici.
È uno scenario che potrebbe rendere impossibile qualunque politica nazionale di eguaglianza nei diritti e di superamento del divario territoriale.

Siamo di fronte ad una situazione estremamente grave e preoccupante, che potrebbe dar corpo a un disegno eversivo. Vi è oggi il rischio concretissimo che le intese stipulate dalla ministra leghista Stefani con le regioni Veneto, Lombardia, Emilia siano approvate a breve dal Parlamento con un semplice atto di ratifica. La forma dello stato repubblicano unitario ne verrebbe stravolta, una letale frattura storica si produrrebbe tra Nord e Sud e sarebbe estremamente difficile ricomporla. Su ben 23 materie, tra cui Sanità, Scuola, infrastrutture, la competenza esclusiva passerebbe alle regioni.
Per ritrovare la via smarrita bisogna partire dalla premessa che l’architrave del sistema – come disegnato dalla Costituzione – è la persona umana, titolare di uguali diritti e doveri ovunque risieda. Non esistono, da questo punto di vista, territori più ricchi o più poveri, ma solo luoghi in cui risiedono cittadini che guadagnano di più o di meno. Non esistono territori che abbiano diritto a un ritorno maggiore o minore delle tasse pagate, perché quelle tasse saranno state pagate da tutti – ovunque residenti – in base alle stesse norme e nella stessa misura in rapporto al proprio reddito. Il soggetto pubblico che raccoglie i proventi tributari non è chiamato a garantire che alcuni cittadini per avere guadagnato di più e pagato più tasse stiano meglio di altri, ma al contrario che tutti abbiano tendenzialmente un pari livello di beni o servizi, redistribuendo a tal fine la ricchezza prodotta.

Per opporsi all’autonomia rafforzata e al regionalismo differenziato, per affermare e attuare i principi fondativi della Costituzione repubblicana, noi cittadini di terra di Bari riteniamo essenziale dare vita ad un soggetto organizzato che si proponga una vasta azione capillare di conoscenza, analisi, propaganda e contrasto politico di questo disegno: un Comitato di scopo, aperto senza preclusioni a tutti coloro – singole persone e soggetti collettivi – che condividono i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista.

[Download PDF] 20 testi di Ho Chi Minh – Patriottismo e internazionalismo

Rendiamo disponibile il download gratuito dei primi 20 testi (76 pp.) del volume "Ho Chi Minh - Patriottismo e internazionalismo. Scritti e discorsi 1919-1969".

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1. Rivendicazioni del popolo Annamita, presentate alla Conferenza della pace a Versailles, giugno 1919
2. Discorso al Congresso di Tours, dicembre 1920
3. La mostruosità della civiltà, Le Libertaire n° 141, 30 settembre 1921
4. Alcune considerazioni sulla questione coloniale, l’Humanité, 25 maggio 1922
5. In una “grande civiltà”, La Vie Ouvrière, 26 maggio 1922
6. Uguaglianza!, l’Humanité, 1° giugno 1922
7. I civilizzatori, le Paria, 1° luglio 1922
8. Odio razziale, le Paria, 1° luglio 1922
9. Donne annamite e dominazione francese, le Paria, 1° agosto 1922
10. Lettera aperta a M. Albert Sarraut, ministro delle Colonie, le Paria, 1° agosto 1922
11. Manifesto dell’Unione intercoloniale, le Paria n°5, agosto 1922
12. L’armata controrivoluzionaria, La Vie Ouvrière, 7 settembre 1923
13. Nguyễn Ái Quốc, tra gli ospiti del Comintern, Ogonek n° 39, 23 dicembre 1923
14. Il movimento operaio in Turchia, l’Humanité, 1° gennaio 1924
15. Condizioni di vita dei contadini annamiti, La Vie Ouvrière, 4 gennaio 1924
16. Lenin e i popoli coloniali, Pravda, 27 gennaio 1924
17. L’Indocina e il Pacifico, La Correspondance Internationale n° 18, 1924
18. L’URSS e i popoli coloniali, Inprekorr, n° 46, 18 aprile 1924
19. Le glorie della civiltà francese, La Correspondance Internationale n° 32, 1924
20. Relazione sulle questioni nazionale e coloniale al V Congresso dell’Internazionale Comunista, giugno-luglio 1924

 

Documento presentato da No Guerra No NATO al convegno sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

Scarica la documentazione presentata dal Comitato Nazionale No Guerra No NATO - CNGNN al convegno internazionale sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

I 70 ANNI DELLA NATO: DI GUERRA IN GUERRA

GRUPPO DI LAVORO
Francesco Cappello, Giulietto Chiesa, Franco Dinelli, Manlio Dinucci, Berenice Galli, Germana Leoni von Dohnanyi, Jeff Hoffman, Giuseppe Padovano, Marie-Ange Patrizio, Jean Toschi M. Visconti, Luisa Vasconcelos, Fernando Zolli

INDICE

1. La NATO nasce dalla Bomba

2. Nel dopo-guerra fredda la NATO si rinnova

3. La NATO demolisce lo Stato Jugoslavo

4. La NATO si espande ad Est verso la Russia

5. USA e NATO attaccano l’Afghanistan e l’Iraq

6. La NATO demolisce lo Stato libico

7. La guerra USA/NATO per demolire la Siria

8. Israele ed emiri nella NATO

9. La regia USA/NATO nel colpo di stato in Ucraina

10. L’escalation USA/NATO in Europa

11. La portaerei Italia sul fronte di guerra

12. USA E NATO bocciano il Trattato ONU e schierano in Europa nuove armi nucleari

13. USA e NATO affossano il Trattato INF

14. L’Impero Americano d’Occidente gioca la carta dellla guerra

15. Il sistema bellico planetario USA/NATO

16. Per uscire dal sistema di guerra uscire dalla NATO

 

Leggi il testo completo

Documento finale Convegno di Firenze 7 aprile 2019

DICHIARAZIONE DI FIRENZE
PER UN FRONTE INTERNAZIONALE NATO EXIT

 

Il rischio di una grande guerra che, con l’uso delle armi nucleari potrebbe segnare la fine dell’Umanità, è reale e sta aumentando, anche se non è percepito dall’opinione pubblica tenuta all’oscuro dell’incombente pericolo.

È di vitale importanza il massimo impegno per uscire dal sistema di guerra. Ciò pone la questione dell’appartenenza dell’Italia e di altri paesi europei alla NATO.

La NATO non è una Alleanza. È una organizzazione sotto comando del Pentagono, il cui scopo è il controllo militare dell’Europa Occidentale e Orientale.

Le basi USA nei paesi membri della NATO servono a occupare tali paesi, mantenendovi una presenza militare permanente che permette a Washington di influenzare e controllare la loro politica e impedire reali scelte democratiche.

La NATO è una macchina da guerra che opera per gli interessi degli Stati Uniti, con la complicità dei maggiori gruppi europei di potere, macchiandosi di crimini contro l’umanità.

La guerra di aggressione condotta dalla NATO nel 1999 contro la Jugoslavia ha aperto la via alla globalizzazione degli interventi militari, con le guerre contro l’Afghanistan, la Libia, la Siria e altri paesi, in completa violazione del diritto internazionale.

Tali guerre vengono finanziate dai paesi membri, i cui bilanci militari sono in continua crescita a scapito delle spese sociali, per sostenere colossali programmi militari come quello nucleare statunitense da 1.200 miliardi di dollari.

Gli USA, violando il Trattato di non-proliferazione, schierano armi nucleari in 5 Stati non-nucleari della NATO, con la falsa motivazione della «minaccia russa». Mettono in tal modo in gioco la sicurezza dell’Europa.

Per uscire dal sistema di guerra che ci danneggia sempre più e ci espone al pericolo imminente di una grande guerra, si deve uscire dalla NATO, affermando il diritto di essere Stati sovrani e neutrali.

È possibile in tal modo contribuire allo smantellamento della NATO e di ogni altra alleanza militare, alla riconfigurazione degli assetti dell’intera regione europea, alla formazione di un mondo multipolare in cui si realizzino le aspirazioni dei popoli alla libertà e alla giustizia sociale.

Proponiamo la creazione di un fronte internazionale NATO EXIT in tutti i paesi europei della NATO, costruendo una rete organizzativa a livello di base capace di sostenere la durissima lotta per conseguire tale obiettivo vitale per il nostro futuro.

COMITATO NO GUERRA NO NATO / GLOBAL RESEARCH

Firenze, 7 Aprile 2019

https://www.globalresearch.ca/nato-exit-dismantle-nato-close-down-800-us-military-bases-prosecute-the-war-criminals/5670610

 

Scarica la documentazione presentata dal Comitato Nazionale No Guerra No NATO - CNGNN al convegno internazionale sul 70° della NATO, Firenze, 7 aprile 2019

Presentazioni degli scritti di Ho Chi Minh (Foto e video)

Presentazioni di Ho Chi Minh - Patriottismo e internazionalismo

BARI | 10 aprile 2019

Abbiamo parlato di Ho Chi Minh e di Lenin, di colonialismo e imperialismo, della guerra in Vietnam, di internazionalismo, di solidarietà tra i popoli oppressi e i lavoratori sfruttati di tutti i Paesi.
Con Andrea Catone, Mariano Leone e Alessia Franco da Prinz Zaum a Bari.

ROMA | 12 aprile 2019

Presentazione degli scritti e dei discorsi di Ho Chi Minh – Patriottismo e internazionalismo a cura di Andrea Catone e Alessia Franco

Saluti di Vincenzo Vita (Presidente AAMOD)

Interventi di:

Andrea Catone (curatore del volume)

Alexander Höbel (storico del movimento operaio)

Francesco della Croce (Rete Italia – Vietnam)

Con la presenza e l’intervento di Nguyen Thi Bich Hue (Ambasciatrice della Repubblica Socialista del Vietnam in Italia)

Presiede: Marco Carmeliti (Rete Italia – Vietnam)

ROMA | AAMOD Sala “Zavattini” – Via Ostiense 106

(Di seguito i video degli interventi realizzati da Labaro Tv)

Intervento dell'ambasciatrice del Vietnam in Italia Nguyen Thi Bich Hue

Intervento di Andrea Catone

Intervento di Alexander Höbel

Intervento di Francesco Valerio Della Croce

La cooperazione italo-cinese e l’alternativa del diavolo

di Francesco Maringiò

da marx21.it

Il complesso negoziato sino-americano sul commercio vive un momento non turbolento ma tuttavia segnato da oggettive difficoltà: troppa è la distanza che separa i moniti americani dalle concessioni che la Cina è disposta a fare senza penalizzare il suo sviluppo e troppo difficile diventa contenere l’impatto della guerra sul 5G (che è parte del negoziato ma che attiene, anche, ad altri aspetti strategici) negli Stati Uniti ed in Europa. Tuttavia, per quanto difficile, non è da escludere che un accordo sia ancora possibile. Ma sono tanti gli economisti che osservano come il “great deal” metterebbe sotto scacco l’Europa, stretta in un’alleanza tra le due superpotenze ed incapace di ritagliarsi un ruolo nel commercio internazionale.

È con questa premessa che va giudicata la firma di un memorandum d’intesa tra l’Italia e la Cina durante la visita di Stato del Presidente cinese, che inizierà ufficialmente il 22 p.v. con l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché di fronte al rischio concreto di fallimento del negoziato c’è l’assoluta necessità di costruire una politica estera sovrana per il Paese e capace di tutelarne gli interessi economici e geo strategici. Per fare ciò diventa imprescindibile un accordo quadro con la Cina popolare e le economie emergenti, pena il cedere ad una condizione ricattatoria che aggraverebbe ulteriormente la già precaria condizione dell’economia dell’Italia e della stessa eurozona. Infatti, di fronte alla possibilità di adesione da parte dell’Italia al club dei Paesi del Belt and Road Initiative (BRI), gli Stati Uniti hanno impostato una strategia di ricatto molto forte. Se l’Italia dovesse firmare, si esporrebbe –dicono fonti americane – a ritorsioni commerciali, economiche e nel campo della cooperazione militare e dell’intelligence; se invece dovessero decidere di stralciare l’accordo con Pechino l’alternativa sarebbe comunque il mantenimento di un quadro di subalternità con Washington da pagare a caro prezzo. L’esempio della guerra sul 5G è, da questo punto di vista, paradigmatico: si spinge l’Italia a rinunciare all’ammodernamento tecnologico attraverso le infrastrutture cinesi oggi fruibili sul mercato, in attesa di una tecnologia americana che ancora non esiste e che un domani sarà sicuramente più cara di quella cinese. La scelta è chiara: se si fa l’accordo ci si espone a ritorsioni, se si stralcia l’accordo non si ottiene nulla in cambio, se non il mantenimento dello status quo basato su accordi iniqui ed un rapporto di assoluta subalternità. Tertium non datur.

Per queste ragioni la decisione del governo di confermare la sottoscrizione del Memorandum, non rappresenta certo una strategia di uscita dal quadro di condizionamento atlantico e Nato ma traccia almeno una via per poter creare le condizioni per attrarre il surplus cinese in termini di investimenti diretti nel breve periodo e porre le basi per una politica estera che rompa col ricatto che Washington e, per ragioni diverse, Bruxelles stanno cercando di imporre al nostro Paese.

È interessante notare come il “partito contro il memorandum”, che ha goduto di una grande eco mediatica e della sponda politica della Lega al governo e del Pd e Forza Italia all’opposizione, abbia usato quasi esclusivamente l’argomento della necessità di non cooperare con Pechino perché promotore di un progetto egemonico. Gli stessi hanno poi argomentato che in ogni caso non potevamo firmare il memorandum, senza prima chiedere permesso al nostro “padrone di casa”, cioè gli Usa (a proposito di egemonismo …).

Chissà come commenteranno oggi, dopo aver letto la lettera che Xi Jinping ha affidato alle pagine del Corriere e che fornisce la chiave di interpretazione della diplomazia cinese e delle regioni per il suo forte investimento nel nostro paese. Si tratta di un testo scritto a partire da una prospettiva molto chiara: Italia e Cina non sono chiamate a trovare un’intesa su una serie di dossier economici e commerciali. Non solo questo, almeno. I due paesi sono chiamati a rispettare la loro lunga storia millenaria che li pone, nelle parole di Xi Jinping, come «emblema della civiltà orientale ed occidentale», dato che «hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana». Il loro rapporto, anche la stessa vicenda della Via delle Seta, non nasce pertanto oggi, ma affonda le radici sin dai tempi dell’Impero Romano, per poi vivere occasioni speciali che hanno fatto la storia delle relazioni tra i due Paesi. Marco Polo è arrivato alla corte del Khan prima che Cristoforo Colombo scoprisse le Americhe, Matteo Ricci si fece mandarino per conquistare la fiducia dei Ming e Prospero Intorcetta tradusse Confucio in latino ed aprì un'importante finestra di conoscenza sulla filosofia orientale in tutto l’Occidente. È a questa storia che rimanda il presidente cinese quando parla delle relazioni tra il suo Paese e l’Italia, attingendo a piene mani alla grande storia dell’Italia e citando, tra gli altri, Dante, Virgilio, Moravia e la sinologia italiana.

Ma il passaggio chiave dell’intervento del presidente cinese è probabilmente il seguente: «Di fronte alle evoluzioni e alle sfide del mondo contemporaneo, i due Paesi fanno appello alla loro preziosa e lunga esperienza e immaginano insieme gli interessanti scenari capaci di creare un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità». Il racconto del “nuovo ordine mondiale con caratteristiche cinesi”, come è stato sprezzantemente definito dagli oppositori dell’accordo italo-cinese, o la retorica dell’egemonismo di Pechino si infrange sugli scogli del patto strategico che la Cina offre all’Italia, di costruzione di un nuovo modello di rapporti internazionali che archivi definitivamente l’unilateralismo andato in voga dopo il crollo dell’Urss e ponga le basi per una cooperazione tra pari tra le nazioni del mondo. Uguaglianza, giustizia e cooperazione sono valori universali che affondano le proprie radici negli ideali della Rivoluzione francese e che certo non possiamo ignorare.

Con buona pace di quanti continuano a vedere nella Cina il principale nemico e lo scrivono nei propri documenti strategici (Usa e Ue) e con buona pace dei loro rappresentanti italiani che vorrebbero che il paese adottasse una politica aggressiva verso Pechino o in una relazione privilegiata intereuropea (che non esiste, visti gli interessi divergenti che albergano nell’eurozona), oppure in una quadro di cooperazione euro-atlantica il cui obiettivo è la rottura dell’asse russo-cinese e la cooptazione di Mosca in una nuova cortina di ferro ostile a Pechino.

La politica italiana ha davanti a sé un bivio: o accetta “l’alternativa del diavolo” e si lega al declino di questa visione strategica, oppure rovescia il tavolo ed afferma la necessità di una politica basata sulla cooperazione e la pari dignità tra le nazioni. La firma del Memorandum è il primo passo per imboccare la seconda strada, ma siamo ancora alle schermaglie iniziali di un braccio di ferro che segnerà di sé il prossimo futuro.

Facebook ha cancellato la pagina dell’Associazione Marx XXI legata al sito www.marx21.it

Dopo la liquidazione (pilotata) della pagina "Con l'Ucraina antifascista", continuano gli attacchi contro l'attività del sito marx21.it, che è tra le principali voci che hanno denunciato il golpe di marca USA-NATO-UE in Ucraina e la repressione contro comunisti e antifascisti del regime di Poroshenko e dei governi reazionari al potere nei repubbliche dell’ex URSS e dei paesi che furono democrazie popolari fino al 1989.

È stato inviato un ricorso a Facebook, anche per poter conoscere le ragioni di questa censura, ma non c’è stata risposta alcuna, ed intanto i gestori della pagina non riescono più ad accedervi.

Tutti i comunisti, gli antifascisti, gli autentici democratici sono invitati a denunciare l’opera censoria di Facebook nei confronti del sito marx21.it e impedire che questa voce venga soffocata.

Ecco alcuni articoli del sito, collegato con la pagina Facebook che è stata oggi soppressa senza una giustificazione:

Fermiamo la repressione anticomunista nell'Unione Europea! Libero subito il compagno Paleckis!

Al Partito Comunista di Ucraina viene impedito di partecipare alle elezioni presidenziali

I Partiti Comunisti e Operai dell'Unione Europea contro l'aggressione alla Rivoluzione Bolivariana

La Pravda intervista il Segretario del Partito Comunista della Repubblica di Donetsk

 

Bari 3 aprile 2019 | Bombe su Belgrado: 20 anni dopo

Bombe su Belgrado: 20 anni dopo all'origine delle“guerre umanitarie”

Mercoledì 3 aprile - ore 17.30

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada priv. Borrelli 32

Intervengono

Ugo Villani
Professore emerito di Diritto internazionale, Università di Bari “A. Moro”

Rajka Veljović
Coordinatrice dei progetti di solidarietà della Zastava di Kragujevac

Augusto Ponzio
Professore emerito di Filosofia del linguaggio, Università di Bari “A. Moro”

RajkoBlagojević, Sindacato JSO-Zastava di Kragujevac

 

Coordina

Mariella Cataldo, Associazione “Most za Beograd - un Ponte per Belgrado in Terra di Bari”
e coautrice di Quel braccio di mare… e Kosovo buco nero d’Europa

Andrea Catone, direttore della rivista MarxVentuno, presenta il numero speciale sul tema edito in collaborazione con il Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia (CNJ-Onlus)

 

Bari, II strada priv. Borrelli 32

info@marx21books.com marxventuno.rivista@gmail.com +39080972 7593