Autore: Redazione

LA CELEBRAZIONE DEL 1° OTTOBRE 2019 A PECHINO

70° della Rpc: la cancellazione della storia

di Manlio Dinucci

LA CELEBRAZIONE DEL 1° OTTOBRE 2019 A PECHINO

Settanta anni fa, il 1° ottobre 1949, Mao Zedong proclamava, dalla porta di Tien An Men, la nascita della Repubblica popolare cinese. L’anniversario viene celebrato oggi con una parata militare, di fronte alla storica porta a Pechino.

Dall’Europa al Giappone e agli Stati uniti, i grandi media la presentano come una ostentazione di forza di una potenza minacciosa. Praticamente nessuno ricorda le drammatiche vicende storiche che portarono alla nascita della Nuova Cina.

Scompare così la Cina ridotta allo stato coloniale e semicoloniale, sottomessa, sfruttata e smembrata, fin dalla metà dell’Ottocento, dalle potenze europee (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Austria e Italia), dalla Russia zarista, dal Giappone e dagli Stati uniti.

Si cancella il sanguinoso colpo di stato effettuato nel 1927 da Chiang Kai-shek – sostenuto sia dagli anglo-americani che da Hitler e Mussolini, alleati del Giappone – che stermina gran parte del Partito comunista (nato nel 1921) e massacra centinaia di migliaia di operai e contadini.

Non si fa parola della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso che, iniziata nel 1934 quale disastrosa ritirata, viene trasformata da Mao Zedong in una delle più grandi imprese politico-militari della storia.

Si dimentica la guerra di aggressione alla Cina scatenata dal Giappone nel 1937: le truppe nipponiche occupano Pechino, Shanghai e Nanchino, massacrando in quest’ultima oltre 300 mila civili, mentre oltre dieci città vengono attaccate con armi biologiche.

Si ignora la storia del Fronte unito antigiapponese, che il Partito comunista costituisce con il Kuomintang: l’esercito del Kuomintang, armato dagli Usa, da un lato combatte gli invasori giapponesi, dall’altro sottopone a embargo le zone liberate dall’Esercito rosso e fa sì che si concentri contro di esse l’offensiva giapponese; il Partito comunista, cresciuto da 40 mila a 1,2 milioni di membri, guida dal 1937 al 1945 le forze popolari in una guerra che logora sempre più l’esercito nipponico.

Non si riconosce il fatto che, con la sua Resistenza costata oltre 35 milioni di morti, la Cina contribuisce in modo determinante alla sconfitta del Giappone il quale, battuto nel Pacifico dagli Usa e in Manciuria dall’Urss, si arrende nel 1945 dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki.

Si nasconde cosa avviene subito dopo la sconfitta del Giappone: secondo un piano deciso a Washington, Chiang Kai-shek tenta di ripetere quanto aveva fatto nel 1927, ma le sue forze, armate e sostenute dagli Usa, si trovano di fronte l’Esercito popolare di liberazione di circa un milione di uomini e una milizia di 2,5 milioni, forti di un vasto appoggio popolare. Circa 8 milioni di soldati del Kuomintang vengono uccisi o catturati e Chiang Kai-shek fugge a Taiwan sotto protezione Usa.

Questo, in estrema sintesi, è il percorso che porta alla nascita della Repubblica popolare cinese 70 anni fa.

Una storia scarsamente o per niente trattata nei nostri testi scolastici, improntati a una ristretta visione eurocentrica del mondo, sempre più anacronistica.

Una storia volutamente cancellata da politici e opinion makers perché porta alla luce i crimini dall’imperialismo, mettendo sul banco degli imputati le potenze europee, il Giappone e gli Stati uniti: le «grandi democrazie» dell’Occidente che si autoproclamano giudici supremi col diritto di stabilire, in base ai loro canoni, quali paesi siano e quali non siano democratici.

Non siamo però più all’epoca delle «concessioni» (aree urbane sotto amministrazione straniera) che queste potenze avevano imposto alla Cina, quando al parco Huangpu a Shanghai veniva «vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi».

(il manifesto, 1° ottobre 2019)

[APPELLO] La Repubblica parlamentare disegnata dai padri costituenti è in grave pericolo!

A difesa della Costituzione e del governo parlamentare

Il 7 ottobre la Camera dei Deputati è convocata per la definitiva approvazione della legge costituzionale che riduce di un terzo il numero dei Parlamentari.
Al tempo stesso, con manovra oggettivamente convergente, tutte le Regioni governate dalla Lega depositano la richiesta di Referendum popolare, da tenere nel 2020, per una legge elettorale integralmente maggioritaria, cosi che “dopo le elezioni si sappia chi deve governare”…
Se non bastasse, Fratelli d'Italia rilancia la proposta delle destre di elezione diretta del Presidente della Repubblica, che sancirebbe la fine della repubblica parlamentare disegnata dalla Costituzione.
Siamo di fronte ad una manovra a tenaglia di trasformazione dell'assetto istituzionale e costituzionale del nostro Paese, la cui enormità non può sfuggire neanche ad un osservatore distratto.
La campagna politico-culturale contro “la casta” disvela finalmente i suoi veri obbiettivi: non ridurre i privilegi di quanti sono investiti del compito di rappresentare la collettività, ma attaccare la democrazia rappresentativa, la Repubblica Parlamentare, il governo parlamentare così come disegnati in Costituzione, presentando la democrazia come un costo inutile, uno spreco, da sostituire con l'esaltazione della governabilità, ancorché esercitata da chi rappresenta una minoranza di cittadini.
La richiesta di ridurre il numero dei Parlamentari, per nulla originale, un tempo parte integrante del programma della Loggia P2 di Gelli ed oggi posta dal pentastellato Di Maio come vincolante e indifferibile nell’accordo di programma della nuova coalizione di governo PD-M5S (come se fosse questa la fondamentale priorità per il nostro Paese!), mentre di fatto ridimensiona il peso istituzionale del Parlamento, da tempo già soffocato da una ipertrofia dell'attività legislativa esercitata dal Governo, contemporaneamente riduce la rappresentanza politica, poiché sarà necessario un numero più alto di elettori per eleggere un proprio rappresentante in Parlamento.
Sulla nuova legge elettorale, che necessariamente il Parlamento dovrà elaborare, per garantire, soprattutto al Senato, che le Regioni più piccole possano avere un numero adeguato di propri rappresentanti, si stanno appuntando le pressioni politiche della destra, che promuove, grazie al voto di 5 consigli regionali in cui essa è maggioranza, un referendum abrogativo della quota di eletti con sistema proporzionale. Ciò produrrebbe un sistema elettorale totalmente maggioritario uninominale: così che si potrebbe conquistare la maggioranza assoluta del parlamento anche solo con 1/3 dei voti validi.
Si spinge da destra per ottenere una trasformazione della Repubblica parlamentare in Repubblica presidenziale o premierato, dove il Governo ed il suo Capo non riceveranno più la fiducia dal Parlamento, ma direttamente dal popolo, attraverso elezioni-plebiscito, nelle quali la rappresentanza politico-sociale verrà ulteriormente compressa dalla necessità di garantire un Governo, che sarà necessariamente minoritario.
La demagogia di bassa lega del M5S sulla riduzione del numero dei parlamentari spiana la strada al disegno organico reazionario, da anni coltivato dalle destre tradizionali e dalle grandi oligarchie finanziarie, di abbattimento della Costituzione antifascista e del governo parlamentare.
Si prospetta, così, un esito inequivocabilmente reazionario ed anticostituzionale alla crisi politica apertasi dopo la sconfitta referendaria della proposta di modifica costituzionale Renzi-Boschi, che di per sé era già reazionaria, a cui va ad aggiungersi la spaccatura di fatto del Paese se il progetto leghista delle autonomie regionali differenziate dovesse trovare un qualche accoglimento.
Nonostante queste modifiche istituzionali e costituzionali siano di gran lunga più pericolose e reazionarie di quelle presentate da Renzi, non sembra attivarsi lo stesso fervore democratico che allora portò a sviluppare quel movimento dal basso, fondamentale per la vittoria referendaria del 4 dicembre 2016.
Occorre reagire! Occorre una mobilitazione democratica a difesa della Repubblica parlamentare!
Di fronte alla prevedibile approvazione della legge costituzionale di riduzione dei Parlamentari diamo vita in tutto il Paese a Comitati unitari per organizzare la raccolta di firme (ne occorrono almeno 500mila) per sottoporre questa legge costituzionale a referendum. Sarà una battaglia estremamente dura e difficile. Sarà una battaglia per la democrazia, che richiede di allargare e non ridurre la rappresentanza, contro la demagogia, che presenta tutta l’attività politica come una spesa inutile e parassitaria, spianando la strada a regimi autoritari.
Battiamoci per una legge elettorale integralmente proporzionale e senza sbarramenti, che faccia del Parlamento lo specchio fedele, la “carta geografica” del Paese, così come era nell’impianto originario della nostra Costituzione, estremamente attenta, dopo l’amara esperienza del fascismo, a valorizzare il pluralismo – ideologico, politico, economico, sociale – del Paese!
Riappropriamoci della cultura democratica della Costituzione antifascista! Nelle scuole e università, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nei luoghi di aggregazione, nei mass media e nei social network, avviamo un’intensa campagna culturale sui valori fondamentali della nostra Costituzione!
Per il governo parlamentare!
Contro il sistema elettorale maggioritario!
Contro il presidenzialismo!

 

Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la costituzione

La proposta strategica della Cina nel mondo attuale. Per i 70 anni dalla nascita della RPC

di Andrea Catone

Caratteri della rivoluzione cinese

Il 1° ottobre 1949 Mao Zedong proclama a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. È l’annuncio della prima grande vittoria nella lunga lotta di emancipazione del popolo cinese, sorta dal “secolo delle umiliazioni”, quando le potenze imperialiste lo avevano ridotto allo status di paese semicoloniale.
La nascita della RPC segna una svolta nella storia mondiale. Dopo la Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione russa del 1917, la Rivoluzione cinese è la terza grande rivoluzione della storia contemporanea.
La Rivoluzione cinese è importante non solo perché si è svolta nel paese più popoloso del mondo, ma anche perché, come la Rivoluzione vietnamita, è la rivoluzione dei popoli oppressi dal colonialismo e dall’imperialismo, che apre la strada all’emancipazione e al superamento dell’arretratezza e del divario con i paesi capitalistici avanzati.
La nascita della RPC nel 1949 è il culmine della grande intuizione di Lenin e della Terza Internazionale (di cui celebriamo quest’anno il centenario) che, ampliando lo slogan di Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, unifica la lotta dei lavoratori del mondo capitalista con quella dei popoli oppressi e sfruttati dall’imperialismo: Proletari e popoli oppressi del mondo intero, unitevi!
Nella lotta vittoriosa condotta dal PCC si fondono due rivoluzioni: quella anticoloniale e antimperialista e quella socialista. Sono rivoluzioni che, da un lato, hanno tempi e tappe distinte, ma che, dall’altro lato, si intrecciano e sono intimamente connesse.

La rivoluzione cinese anticoloniale e antimperialista di liberazione nazionale è stata possibile in Cina solo grazie al fatto che è stata guidata dal Partito Comunista, come esplicitamente affermato e ribadito in molti scritti di Mao e dei principali leader cinesi. Le altre forze politiche e culturali presenti in Cina non avevano la forza politica o l’apparato teorico adeguato per analizzare correttamente la situazione e indicare la via della salvezza della Cina dal secolo delle umiliazioni. Solo i comunisti e il marxismo-leninismo sono in grado di indicare la via della salvezza, della liberazione. Perché il marxismo-leninismo e il Partito comunista hanno rappresentato il risultato più avanzato della cultura e della politica di emancipazione dell’umanità a livello mondiale, perché il marxismo, come ha chiarito Lenin in un famoso testo (Tre fonti e tre parti integrali del marxismo, 1913), è stato l’erede della cultura più avanzata - economica, politica, filosofica - del tempo, sviluppatasi nei Paesi europei, dove le forze produttive erano le più sviluppate. Possiamo dire con una metafora che la RPC, nata nel 1949, ha come madre la grande lotta eroica del popolo cinese sfruttato e oppresso dalle “tre grandi montagne” dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico, e come padre il marxismo internazionale e il comunismo, che, con la vittoriosa rivoluzione russa, che rompe l’anello più debole della catena imperialista, e la creazione della Terza Internazionale, si pongono come il partito mondiale dell’emancipazione dei popoli.

La rivoluzione cinese, che ha superato la sua prima tappa con la fondazione della RPC, ha quindi, ancor più della rivoluzione russa del 1917, un carattere sia nazionale che internazionalista: nazionale, perché libera il popolo cinese dall’oppressione delle potenze coloniali e imperialiste e crea una repubblica indipendente e sovrana; internazionalista, per il ruolo fondamentale svolto in essa dal marxismo e dal comunismo. La Repubblica Popolare Cinese è parte integrante del movimento operaio e comunista internazionale. I leader cinesi lo hanno ribadito in diverse occasioni. Uno dei testi più chiari e completi del rapporto tra la rivoluzione cinese e il movimento comunista internazionale è certamente La nuova democrazia (1940) di Mao Zedong. In essa, il paragrafo IV è significativamente intitolato “la rivoluzione cinese è parte della rivoluzione mondiale”:

Per il suo carattere sociale, nella sua prima fase o primo passo, la rivoluzione in una colonia o semicolonia resta fondamentalmente una rivoluzione democratica borghese e oggettivamente il suo obiettivo è quello di sgombrare il terreno per lo sviluppo del capitalismo; tuttavia questa rivoluzione non è più una rivoluzione del vecchio tipo, diretta dalla borghesia e mirante all’edificazione di una società capitalista e di uno Stato di dittatura borghese. Essa fa parte del nuovo tipo di rivoluzione, diretta dal proletariato e mirante all’edificazione, nella prima fase, di una società di nuova democrazia e di uno Stato di dittatura congiunta delle varie classi rivoluzionarie. Perciò questa rivoluzione ha il compito effettivo di aprire una strada ancora più larga per lo sviluppo del socialismo. Nel corso del suo sviluppo, essa può percorrere altre fasi minori, in relazione ai mutamenti nel campo nemico e nelle file dei suoi alleati; ma il suo carattere fondamentale resterà immutato. Questa rivoluzione attacca l’imperialismo nelle sue radici, perciò non è tollerata, ma combattuta dall’imperialismo. Essa ha invece l’approvazione e l’appoggio del socialismo ed è aiutata dallo Stato socialista e dal proletariato socialista internazionale. Ecco perché una tale rivoluzione non può non diventare parte della rivoluzione mondiale socialista proletaria.

Il Preambolo della Costituzione cinese afferma chiaramente che la Rivoluzione cinese e la sua prima conquista fondamentale, la nascita della RPC, sono parte integrante della rivoluzione socialista mondiale, del movimento operaio internazionale e dei popoli che lottano contro l’imperialismo:

Le conquiste della Cina nella rivoluzione e nella costruzione sono inseparabili dal sostegno dei popoli del mondo. Il futuro della Cina è strettamente legato a quello del mondo intero.

Si tratta di un’affermazione molto importante, che non troviamo nemmeno nella Costituzione sovietica. Per certi versi, anticipa l’obiettivo, iscritto dal 19° Congresso (2017) nello statuto del PCC, di lottare per costruire una comunità di futuro condiviso dell’umanità.
Dunque:
1) grazie alla vittoria della rivoluzione cinese il movimento comunista diventa di fatto e non solo in teoria un movimento mondiale;
2) la vittoria della rivoluzione cinese suggella l’unità tra il proletariato dei paesi capitalisti avanzati e le lotte di liberazione dei popoli oppressi dall’imperialismo;
3) la vittoria della Rivoluzione cinese indica ai popoli oppressi dall’imperialismo che è possibile - ciascuno secondo le specifiche condizioni nazionali - intraprendere la strada della liberazione nazionale e sociale;
4) la Rivoluzione cinese e la formazione della RPC sono parte integrante del movimento comunista internazionale.

 

Lo straordinario sviluppo della Cina

Oggi la Cina è un paese straordinario nel mondo. Storicamente siamo di fronte alla più grande trasformazione economica, sociale, culturale (per oltre un miliardo e 300 milioni di persone, quasi 1/5 della popolazione del pianeta) che si è verificata nella storia del mondo in un periodo storicamente breve (la storia della “lunga durata” si misura in secoli e non in anni o decenni). Non un numero limitato di persone, ma il paese più popoloso del mondo è uscito dalla povertà e nel corso del suo sviluppo riduce sempre più le sacche di povertà ancora presenti.
Questo straordinario sviluppo - anche se è stato segnato da quelle contraddizioni che il rapporto di Xi Jinping al XIX congresso del CPC ha sottolineato - è stato tuttavia caratterizzato da minori contrasti di classe, minori disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, rispetto allo sviluppo storico del capitalismo occidentale.
Inoltre - e questo va sottolineato - contrariamente allo sviluppo del capitalismo occidentale, che si è avvalso della conquista e dello sfruttamento delle colonie e del dominio imperialista, che hanno contribuito alla accumulazione primitiva del capitale (si veda il capitolo 24 del I Libro del Capitale e i numerosi saggi di Samir Amin in proposito) - è intervenuto in un sistema di relazioni internazionali basato su quanto scritto nel preambolo della Costituzione della RPC:

La Cina attua costantemente una politica estera indipendente e aderisce ai cinque principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non interferenza negli affari interni degli altri paesi, dell’uguaglianza e del vantaggio reciproco e della coesistenza pacifica nello sviluppo delle relazioni diplomatiche e degli scambi economici e culturali con gli altri paesi. La Cina si oppone costantemente all’imperialismo, all’egemonismo e al colonialismo, lavora per rafforzare l’unità con i popoli di altri paesi, sostiene le nazioni oppresse e i paesi in via di sviluppo nella loro giusta lotta per conquistare e preservare l’indipendenza nazionale e sviluppare le loro economie nazionali, e si sforza di salvaguardare la pace nel mondo e promuovere la causa del progresso umano.

Pertanto, nonostante le contraddizioni interne che l’impetuoso processo di riforma e apertura ha provocato, il modello di sviluppo cinese rappresenta uno degli esempi più avanzati della storia universale del mondo: dalla fondazione della RPC nell’ottobre 1949, di cui celebriamo quest’anno il 70° anniversario, la ricchezza attuale della Cina è stata costruita con il duro lavoro dei suoi lavoratori, non sulla pelle o con lo sfruttamento di altri popoli.
Lo sviluppo che la Repubblica Popolare Cinese ha realizzato nei 70 anni della sua esistenza è stato ancora maggiore di quello del primo paese socialista del mondo, l’Unione Sovietica, che, grazie alla sua rapida industrializzazione, è riuscita a sconfiggere gli eserciti nazisti nella seconda guerra mondiale, ad impedire agli Stati Uniti di avere il monopolio dell’arma atomica, a mandare il primo uomo nello spazio.
Lo sviluppo non deve essere inteso solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Ci può essere anche crescita economica, ma essa rimane subordinata alle grandi potenze se non si appropria delle tecnologie e delle scienze più avanzate. Il modello di sviluppo cinese, aperto alle conquiste universali della scienza e della tecnologia e che investe massicciamente nell’istruzione e nella ricerca, è riuscito a stabilire una propria base indipendente.
Questa straordinaria rivoluzione economico-sociale, culturale e politica della RPC è ancora più importante perché guidata dal più grande partito comunista del mondo, perché fa parte della grande storia del socialismo e dell’emancipazione dell’umanità dalle catene della miseria, dello sfruttamento, dell’oppressione, e fa esplicito riferimento al pensiero e all’azione dei fondatori del marxismo (lo scorso anno la Cina ha dedicato più di ogni altro paese conferenze e celebrazioni per i 200 anni della nascita di Marx).

 

Una periodizzazione del mondo post 1991

È indubbio che il crollo dell’URSS e dei paesi socialisti dell’Europa centro-orientale segni una svolta radicale nel movimento comunista internazionale, non solo perché è accaduto, ma anche per il modo in cui è accaduto. Nel 1871 il primo tentativo di “assalto al cielo” del movimento operaio, la Comune di Parigi, fu stroncato dalla repressione dell’esercito borghese. Migliaia di comunardi resistettero con le armi in pugno, fino alla morte. Fu una sconfitta. Ma essa apriva la strada a futuri “assalti al cielo” del proletariato organizzato, che aveva studiato e appreso la lezione della Comune: la rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Il crollo dell’URSS nel 1991 non ebbe queste caratteristiche, l’URSS fu presa dall’interno e gli autentici comunisti non riuscirono ad organizzare un’efficace resistenza di massa all’ondata controrivoluzionaria.
Il crollo dell’URSS nel 1991, a meno di 20 anni dalla disfatta dell’imperialismo yankee in Vietnam (1975), rivela anche la capacità dei maggiori paesi capitalistici guidati dagli USA di rinnovarsi, portare avanti una nuova rivoluzione tecnologica, sviluppare ancora le forze produttive e sapersi dotare di una strategia a tutto campo che si è rivelata vincente nei confronti dell’URSS e nei paesi dell’Europa centro-orientale, in cui possiamo vedere già alla fine degli anni 80 i primi modelli di “rivoluzioni colorate”, caratterizzate da una sapiente combinazione di soft e hard power (ad esempio la cosiddetta Velvet Revolution di Praga, 1989).
La disfatta dell’URSS pose i vincitori della guerra fredda in una posizione dominante non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche ideologico-culturale. Gli ideologi borghesi potevano proclamare che l’unico regime sociale e politico per tutta l’umanità era quello capitalistico-borghese nella sua versione più dura e antioperaia, il neoliberismo, e che con la fine dell’URSS finiva il comunismo, era la “fine della storia”.
La disfatta del 1991 pose i partiti comunisti e operai del mondo in una situazione di grandissima difficoltà, sia dal punto di vista ideologico-culturale che economico-politico. La propaganda borghese martellava sul “fallimento del comunismo”, mentre le forze capitalistiche e imperialiste scatenavano una offensiva pesantissima contro i lavoratori e le conquiste economiche, sociali, politiche da essi ottenute in un secolo e mezzo di lotte. Finita l’URSS, dopo il 1991 si può dispiegare pienamente la globalizzazione imperialista portata avanti dall’imperialismo USA, che proclama apertamente, nei documenti ufficiali della Casa Bianca, l’unipolarismo. Essi programmano di impiegare qualsiasi mezzo per evitare che, scomparsa la potenza sovietica, qualsiasi altra potenza possa emergere e fare ombra al dominio assoluto degli USA, che battezzano il secolo futuro come il “secolo americano”.
Tuttavia, la storia non era alla fine e il comunismo non era stato spazzato via. Continuavano ad esistere e svilupparsi alcuni paesi socialisti, diretti da partiti comunisti: in primo luogo il più popoloso paese del mondo, la RPC, in cui il PCC aveva saputo fronteggiare il pericoloso tentativo di stravolgimento del suo assetto politico e sociale nel maggio 1989; e poi Cuba, che aveva resistito anch’essa a tentativi di esportare in essa la “perestrojka”, la Repubblica socialista del Vietnam, la Repubblica Popolare Democratica di Corea, la Repubblica Popolare Democratica del Laos.
La resistenza di questi paesi all’ondata controrivoluzionaria del 1989-91 è stata un importantissimo supporto alla resistenza e riorganizzazione degli altri partiti operai comunisti del mondo.
Possiamo schematicamente periodizzare (sapendo che nella storia non vi sono quasi mai delle cesure nette, ma elementi di una fase si ritrovano anche nell’altra) gli anni post 1991 in due fasi:
La prima è caratterizzata dall’offensiva della globalizzazione imperialista, dagli sforzi degli USA per affermare l’unipolarismo con ogni mezzo, dispiegando un enorme apparato militare, oltre che economico-finanziario, e ricorrendo alla guerra diretta contro paesi sovrani colpevoli di non volersi piegare ai diktat dell’Occidente: Iraq (1991; 2003); Serbia (1999); Afghanistan (2001); Libia (2011), Siria (2011). Per il movimento operaio e comunista è la fase della resistenza all’offensiva ideologica e politica dell’imperialismo, e della riorganizzazione delle forze. Tutti i partiti comunisti in lotta contro le rispettive borghesie del proprio paese hanno subito il contraccolpo del crollo dell’URSS, ma ciò non è avvenuto – e non poteva accadere - in modo uniforme, dipendendo dalle basi ideologiche, politiche, organizzative dei diversi partiti, dalla loro storia. In alcuni paesi il movimento comunista si è ripreso in tempi brevi, in altri vive ancora situazioni di difficoltà.
I comunisti hanno cercato di risollevare la bandiera rossa su cui i capitalisti gettavano palate di fango; hanno cercato di riappropriarsi dell’orgoglio di essere comunisti, portatori del più grande ideale di liberazione dell’umanità. Hanno cercato anche di analizzare e studiare la nuova situazione mondiale che si era creata con la caduta dell’URSS. Hanno cercato di rilanciare un movimento sociale e politico di lotta e opposizione all’imperialismo neoliberista, promuovendo e organizzando movimenti contro la guerra e contro le politiche neoliberiste imposte dai governi occidentali. Hanno dovuto fare ciò in condizioni sempre più difficili, poiché la classe dominante conquistava una dopo l’altra le roccaforti ideologiche e politiche dei comunisti, la campagna anticomunista era sempre più forte (ricordiamo ad esempio il documento votato dal parlamento della UE che equipara vergognosamente fascismo e comunismo, Germania nazista e URSS come parimenti responsabili della II guerra mondiale) e mirava all’annientamento definitivo di essi, senza cessare di ricorrere alle vecchie tattiche di corrompere i capi del movimento comunista, di lavorare per la loro divisione. Inoltre, l’attacco ai lavoratori procedeva velocemente sul terreno economico-sociale: le grandi imprese che radunavano migliaia di lavoratori venivano smantellate, i lavoratori venivano divisi anche fisicamente, sempre più sottoposti al ricatto del licenziamento. In queste difficili condizioni oggettive i comunisti hanno dato vita a conferenze annuali dei partiti comunisti e operai del mondo, che giungono ora al loro ventesimo appuntamento.

Possiamo periodizzare gli inizi della seconda fase, o meglio ancora di una “nuova era” intorno al 2007-2009. Sono gli anni in cui scoppia la grande bolla finanziaria americana dei mutui subprime, che gli USA scaricano su tutti i paesi capitalistici e che si rovescia pesantemente sui paesi UE, in cui le scelte di politica finanziaria ed economica dei paesi più forti (in primis la Germania) producono effetti catastrofici sui paesi meno forti (in primis la Grecia), col risultato di aprire all’interno della UE, che fino ad allora era stata capace di esercitare una forte attrazione sugli altri paesi, un periodo di crisi non solo economica, ma anche politica e culturale, con una crescente divaricazione tra le masse e i tradizionali gruppi dirigenti, che si è espressa nella grande avanzata di forze populiste, prevalentemente di destra.
In quegli stessi anni la RPC superava il Pil del Giappone e si collocava come seconda economia mondiale dopo gli USA. Mentre le economie occidentali dovevano fare i conti con la crisi, la RPC, utilizzando le leve della politica economica e finanziaria disponibili grazie al suo sistema economico-sociale , allargava ampiamente il suo mercato interno, aumentava più volte il salario minimo, estendeva il welfare per sanità e pensioni, e continuava a crescere a ritmi molto sostenuti. Era una brillante dimostrazione della forza del socialismo con caratteristiche cinesi.
Ma non solo. L’unipolarismo USA, nonostante le diverse guerre scatenate contro i paesi riluttanti a piegarsi ai suoi diktat, doveva riconoscere il suo fallimento di fronte alla straordinaria crescita della Cina, la formazione di nuovi poli, quali i BRICS, l’accordo di Shanghai, la consistenza della Federazione russa sotto la guida di Putin, che, resiste ai tentativi di disgregazione da parte dell’Occidente attraverso le diverse “rivoluzioni colorate” e la minacciosa avanzata della NATO fino ai suoi confini. L’elezione di Donald Trump e la sua politica protezionistica dell’America first e di guerra commerciale contro la Cina (ma anche contro i paesi capitalistici europei) rappresentano il riconoscimento della fallimentare politica perseguita dagli USA dopo il 1991 di affermare il loro primato assoluto e, ad un tempo, il tentativo di rilanciare il primato degli USA attraverso politiche diverse da quelle dei suoi predecessori. Ma, diversamente dal precedente “sogno americano”, che si proponeva come modello espansivo e di sviluppo all’intero mondo (ad esempio il piano Marshall dopo la II guerra mondiale, o la “nuova frontiera” di J.F. Kennedy negli anni 60), gli USA di Trump sono chiusi in se stessi, non hanno una nuova frontiera da proporre al mondo, gli interessi degli USA si contrappongono a quelli dell’intero pianeta, a cominciare dagli accordi sul clima, che Trump straccia.

 

La proposta strategica della RPC nel mondo attuale

Al contrario, la RPC, che in passato, concentrata nello sviluppo interno delle forze produttive, ha tenuto a livello internazionale un profilo piuttosto basso (seguendo allora l’indicazione di Deng Xiaoping), si propone oggi sulla scena mondiale come un soggetto, l’unico a ben guardare, portatore di un grandioso progetto di sviluppo economico, sociale, culturale win-win per l’intero pianeta, che si articola e concretizza sempre più con la Belt and Road Initiative. Esso procede di pari passo con una delle più importanti decisioni del XIX Congresso del PCC nel 2017: l’iscrizione nello statuto del partito dell’attività volta a costruire una comunità di futuro condiviso per tutta l’umanità.
Questo tema è stato sviluppato più volte e in più occasioni - in particolare dal 2013 - dal Presidente Xi Jinping e in numerosi articoli e saggi di studiosi cinesi su molte riviste. La proposta di una Comunità di destino condiviso ha un ampio spettro, è una strategia di trasformazione del mondo nel suo complesso che guarda al mondo intero nei suoi molteplici aspetti, anche culturali e spirituali. È una bussola che può orientare l’azione dei partiti comunisti, del movimento operaio, delle forze socialiste e progressiste. È il fronte unito dei popoli del mondo per rovesciare l’oppressione, lo sfruttamento, la fame, la miseria e l’arretratezza.
La Belt and Road Initiative non è solo una proposta concreta per i paesi dell’Asia, Europa, Africa, America Latina; è anche una metafora dell’idea della nuova globalizzazione che Xi ha esposto in molti discorsi critici contro la politica protezionista. Xi propone una “nuova globalizzazione”. Non è solo un progetto economico ma anche culturale di universalismo concreto nel riconoscimento della diversità e nella proposta di agire per la costruzione di una comunità di futuro condiviso per l’umanità. È la visione strategica del futuro del mondo intero come mondo sempre più interconnesso, che richiede un nuovo tipo di globalizzazione, completamente diversa da quella, in atto dal 1991, guidata dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali,.

In definitiva, possiamo dire che oggi nel mondo ci sono due concezioni opposte sul futuro, e di conseguenza due politiche opposte: la nuova globalizzazione proposta dalla Cina e un nazionalismo esclusivista, che è una vera e propria regressione per l’umanità. Siamo ad un bivio. La vecchia strada - che, nonostante il fumo della novità è anche quella della “America first” di Trump - è chiusa, è in bancarotta. In questo senso, il pensiero di Xi Jinping è l’opposto di quello di Trump di “America first”: Xi pensa alla comunità del futuro condiviso dell’umanità, non solo al destino della sua nazione. Il pensiero di Xi è universalistico, non particolaristico.
Nella “nuova era” incontriamo la nuova fase di sviluppo della Cina e la proposta ai popoli del mondo, al movimento operaio e a tutte le forze autenticamente democratiche e progressiste di una progressiva uscita in avanti (e non reazionaria e regressiva) dalla crisi della globalizzazione imperialista.
È dovere dei partiti comunisti e dei lavoratori del mondo, delle forze autenticamente democratiche e progressiste, raccogliere la sfida strategica che il pensiero di Xi Jinping propone. La proposta cinese dell’Iniziativa Belt and Road e la costruzione di una comunità di un futuro condiviso per l’umanità può contribuire enormemente allo sviluppo del movimento comunista internazionale: essa fornisce ad ogni partito comunista e operaio, così come alle forze autenticamente progressiste, una prospettiva concreta di costruzione di un fronte unito nella lotta per uno sviluppo sostenibile. Contribuisce a far rivivere il grande ideale dell’internazionalismo comunista dandogli una base concreta. È una proposta con grandi potenzialità e sviluppi per l’intero movimento internazionale dei lavoratori.

[BARI – 20 settembre] La grande truffa dell’autonomia differenziata

Venerdì 20 settembre 2019

ore 17:00

presso la sede di

MarxVentuno Edizioni

Bari, II strada privata Borrelli 32

 

Per anni al Sud sono stati sottratti fondi da destinare ai servizi per i cittadini.

Tutti i dati in una relazione di Andrea Del Monaco (esperto di Fondi Europei).

A seguire riunione del Comitato per l'unità delle Repubblica di Terra di Bari. Si discuterà di:

  • partecipazione all'assemblea nazionale del 29 seetembre;
  • prossime iniziative a Bari e provincia;
  • elezione delle cariche sociali.

INIZIO ALLE ORE 17

Una battaglia per la democrazia

di Vincenzo De Robertis

Ridurre il numero dei Parlamentari” è la parola d'ordine attuale e principale del Movimento 5 stelle, ed in particolare del suo leader (o capo politico, come preferisce farsi chiamare), Luigi Di Maio, che la utilizza per magnificare il proprio partito, primo ed unico artefice, a suo dire, di una riforma originale, e per attaccare gli avversari di turno, prima il PD, ora la Lega, quali “difensori della casta”.

Si tratta, invero, di pura propaganda, perché di originale e di unico non vi è nulla.

La questione del numero di Deputati e Senatori è regolata dagli articoli 56 e 57 della Carta Costituzionale e, quindi, la loro riduzione deve seguire la procedura complessa che segue ogni riforma costituzionale.

Con molta chiarezza il travagliato e pluridecennale iter legislativo di una riduzione del numero dei Parlamentari viene ricordato in un articolo a firma di Marta Paris, apparso sul Sole 24 ORE già il 7 febbraio 2014, quando Renzi, cavalcando prima dei grillini i temi dell'antipolitica e della riduzione dei costi della politica, presentò la sua riforma costituzionale che prevedeva l'abolizione del Senato, come assemblea elettiva, e la sua sostituzione con un consesso di poco più di 100 componenti, scelti prevalentemente dalle Regioni e da esse pagati.

Spiega l'articolo che di riduzione del numero dei Parlamentari si cominciò a parlare più di 30 anni fa, negli anni '80: “A partire, nella IX legislatura, dalla "Commissione Bozzi" (30 novembre 1983-29 gennaio 1985) che non formalizzò però su questo tema una propria proposta, così come non lo fece nella XI legislatura la "Commissione De Mita-Iotti" (1992-1994). La Bicamerale presieduta nel 1997 da Massimo D'Alema, aveva esaminato invece un progetto che indicava da 400 a 500 deputati e 200 senatori. Il primo testo di riforma che arrivò fino al referendum del giugno 2006, per essere bocciato, fu quello varato dal Parlamento nella XIV legislatura [Governo Berlusconi N.d.R.] cui era prevista una Camera composta da 518 deputati e 252 senatori. Nella legislatura successiva la bozza Violante (il testo unificato approvato alla Commissione affari costituzionali di Montecitorio) prevedeva invece 512 deputati e un Senato con composizione «di secondo grado» (salvo i sei senatori eletti nella circoscrizione Estero) ad elezione indiretta di 186 componenti. Nella scorsa legislatura infine l'aula del Senato arrivò ad approvare una proposta che prevedeva 508 deputati e 250 senatori.

Come si può ben vedere niente di originale e di unico sotto il cielo a 5 stelle!

Una delle argomentazioni a sostegno della riforma sostenuta dal Movimento di Di Maio è quella che il numero dei parlamentari italiani in rapporto alla popolazione sarebbe il più alto d'Europa.

Niente di più falso, secondo il citato articolo, pubblicato nel 2014 dal Sole 24 ORE: “La classifica del numero di parlamentari in relazione alla popolazione vede le prime tre posizioni occupate da Malta con 16,4 "onorevoli" ogni 100mila abitanti, Lussemburgo (11,2) ed Estonia (7,6). Utilizzando questo criterio per arrivare alla posizione dell'Italia - che di parlamentari ne ha solamente 1,6 - bisogna scendere fino al ventiduesimo posto, dietro Danimarca (tredicesima con 3,2 parlamentari ogni centomila abitanti), Regno Unito (al diciannovesimo posto con 2,2 parlamentari). Meglio fanno la Francia, ventiquattresima (1,4), Spagna e Olanda (con 1,3) e la Germania, "ultima" con meno di un parlamentare (0,9) sullo stesso campione. Se si passa invece ad analizzare la graduatoria in termini assoluti, l'Italia con 950 tra deputati e senatori è al secondo posto, dopo i 1.431 del Regno Unito. Seguita da Francia (925), Germania (700) e Spagna (616).

In realtà, ferma restando la storia diversa con cui le varie nazioni europee sono pervenute alla democrazia parlamentare, il numero dei Parlamentari è direttamente collegato alla funzionalità dell'Assemblea di appartenenza, Senato o Camera, in relazione al processo legislativo di competenza ed al rapporto con l'Esecutivo.

Come ho già scritto: “[Il numero dei Parlamentari] attiene alla funzionalità delle massime Assemblee elettive del Paese, che articolano la loro attività in Commissioni, a cui i Parlamentari eletti partecipano e dove vengono presentate le proposte di legge che nelle stesse commissioni vengono poi discusse, prima di essere presentate all'aula per l'approvazione. Purtroppo, una pratica nefasta degli ultimi anni ha fatto del Governo il principale protagonista dell'attività legislativa, sia per l'abuso della decretazione di urgenza, anche quando quell'urgenza non c'è, sia per la presentazione sempre più frequente di proposte di legge governativa, sia per l'uso eccessivo di legislazione delegata al Governo. Questa pratica ha finito per sminuire di fatto il ruolo del Parlamento rispetto al Governo ed una riduzione del numero dei Parlamentari finirebbe per accentuare questo fenomeno.

Ridurre il numero dei Parlamentari è, quindi, un modo come un altro per ridurre la funzionalità del Parlamento, trasformandolo più facilmente in un'appendice dell'Esecutivo, secondo una linea d'azione seguita negli ultimi decenni da forze politiche di orientamento diverso, talvolta apparentemente opposto.

Anche in questo caso, niente di nuovo sotto il cielo a 5 stelle!

La questione della riduzione del numero dei Parlamentari è connessa altresì al sistema elettorale vigente per l'elezione delle Assemblee parlamentari.

Infatti, già di per sé “la riduzione del numero dei Parlamentari incide sulla rappresentatività dell'elettorato ed in particolare delle forze politiche minori, perché al netto di qualsiasi sistema elettorale venga praticato, riducendone il numero, occorrerà una quantità maggiore di voti per eleggere un Parlamentare. Privata, così, della possibilità di esprimere propri rappresentanti, “per concorrere democraticamente alla vita politica del Paese”, come dice la Costituzione, una parte sempre più crescente dell'elettorato rinuncerà al diritto di voto, come sta avvenendo già da tempo. Ed oggi non meraviglia più che i dati elettorali vengano espressi in percentuale e non in valori assoluti, che chiaramente evidenzierebbero la perdita di consenso dei grossi partiti o delle grosse coalizioni, veri ed unici beneficiari di quel fenomeno antidemocratico, che è l'astensionismo.”

Siamo all'epilogo di una stagione politica e culturale, iniziata più di venticinque anni fa e che ha considerato prioritaria la governabilità del sistema rispetto alla rappresentatività delle varie sue componenti.

Una governabilità che nei primi quarant'anni della Repubblica, nell'ambito di un sistema elettorale proporzionale senza soglie di sbarramento, era stata garantita dalla Democrazia Cristiana coinvolgendo nel Governo forze politiche minori, come ad esempio il Partito Repubblicano o il Partito Liberale, ma che successivamente si è voluto ottenere con la coercizione e l'inganno, sia attraverso l'eliminazione di ogni possibilità di rappresentanza per forze politiche più piccole con le soglie di sbarramento, sia con la polarizzazione della vita politica su due poli, in apparente contrapposizione fra loro, il più votato dei quali avrebbe governato, grazie ad un sistema premiale maggioritario.

La fine oggettiva del bipolarismo con la comparsa sulla scena politica del Movimento 5 stelle, che in un tempo relativamente breve ha raggiunto percentuali di consenso elettorale da sparigliare la dialettica politica previgente, lasciava sperare in una stagione politica diversa, nella quale anche un quarto polo, di sinistra, poteva trovare uno proprio spazio politico autonomo dal PD.

Ma ben presto la speranza è svanita, sia per l'incapacità dei soggetti interessati di coalizzarsi in un quarto polo di sinistra, sia per il riposizionamento del M5s che a dispetto di quanto detto in campagna elettorale ha abbandonato, fra le tante cose, anche ogni proposito di revisione della legge elettorale, il cd Rosatellum, che con il suo 37% di maggioritario uninominale aveva consentito proprio al Partito di Grillo di fare man bassa di poltrone nei collegi meridionali, mentre ora rappresenta lo spauracchio di un successo elettorale autonomo della Lega di Salvini o di una coalizione di centro-destra.

L'ostinazione nel perseguire la riduzione del numero dei Parlamentari, nel contesto di una legge elettorale che non è completamente proporzionale e che contiene soglie di sbarramento, rende ancora più pericoloso il rischio che si attui un sistema di potere autoritario, dove lo spazio politico che ricaverebbe il M5s, oggi in caduta di consensi rispetto al 2018, sarebbe sicuramente inferiore e non determinante nello scenario politico futuro. Un capolavoro di idiozia!

La nostra democrazia, che la Costituzione ha disegnato come democrazia rappresentativa, ha nel Parlamento l'espressione più alta della sovranità popolare e presuppone quei corpi intermedi (Partiti, Sindacati, Associazioni), dove in passato veniva filtrata la volontà popolare, prima che divenisse delega di rappresentatività ai candidati proposti per l'elezione. Oggi, una volta che i vecchi partiti di massa si sono autodistrutti, ad essi sono stati sostituiti organismi verticistici, poco o per nulla democratici, più permeabili alle volontà dei singoli e delle lobbies e/o alla criminalità organizzata.

Sono questi organismi, i nuovi partiti, i padroni delle “candidature”, della possibilità, cioè, di proporre all'elettorato “la rosa dei papabili”, con l'obbligo anche di rinunciare a scegliere i più graditi, quando il sistema elettorale non consente all'elettore di esprimere preferenze. Nel contrasto sulla maggiore importanza che dovrebbe avere il diritto dell'apparato di partito di proporre i candidati ed il diritto dell'elettorato di scegliere i propri preferiti, quello vincente sembra oggi il primo, se guardiamo i sistemi elettorali.

Ma diventa sicuramente vincente il primo, se un'altra proposta del M5s dovesse trovare attuazione.

Parlo della proposta di modifica costituzionale della libertà di mandato, di cui oggi godono i Parlamentari, i quali possono votare secondo coscienza, senza il vincolo di seguire le direttive del Partito che li ha candidati. Una volta che fosse imposto il vincolo di mandato, con la conseguente sanzione della decadenza, il Parlamentare dovrebbe solo rispondere all'apparato di partito che lo ha candidato ed il voto degli elettori, che hanno consentito la sua elezione, varrebbe zero!

Infine, l'argomento principe per convincere il popolo italiano della bontà di una riduzione del numero dei Parlamentari è costituito dal risparmio per l'Erario (500 milioni di euro annui) che si determinerebbe con quella riduzione.

Invero, un risultato ben più consistente si otterrebbe riducendo gli emolumenti ed i privilegi accordati ancora oggi ai Parlamentari, che potrebbero vivere con uno stipendio netto di 7-8 mila euro, senza gli aumenti oggi accordati alle varie cariche come quelle dei capi-gruppo, o capi-commissione ecc. Le loro retribuzioni sono il parametro di riferimento per tutto l'apparato pubblico, politico (Regioni, grossi Comuni, ecc.), amministrativo (alti militari e magistrati, funzionari di grado elevato) ed economico (manager) per cui una riduzione dello stipendio avrebbe inevitabilmente un effetto a cascata con un risparmio ben più consistente dei tanto sbandierati 500 milioni annui.

Per non parlare dei privilegi ancora accordati, come il vitalizio, che si somma alle varie pensioni che il Parlamentare percepirà all'età prevista, mentre i comuni mortali hanno diritto ad un'unica pensione, in cui confluiscono i vari contributi versati. Questa dovrebbe essere la vera riforma dei vitalizi: versare i vari contributi in un unico calderone per veder garantita alla fine della propria attività un'unica pensione che equiparerebbe i Parlamentari ai comuni mortali e che avrebbe anche un effetto sulla dialettica politica, perché attenuerebbe la sconcezza che oggi spinge i Parlamentari a mantenere in vita una Legislatura esaurita, pur di raggiungere la fatidica soglia dei 4 anni e 6 mesi, che garantiscono il vitalizio.

In conclusione, se la riforma costituzionale della riduzione del numero dei Parlamentari, che tanto sta a cuore a Di Maio, dovesse andare in porto, dovremo da subito prepararci alla raccolta delle 500mila firme necessarie per la indizione del referendum abrogativo, dato che la riforma non ha avuto in Parlamento il quorum di consensi per impedire la consultazione popolare.

Sarà una bella battaglia dove i sostenitori della democrazia rappresentativa e parlamentare, della supremazia del potere Legislativo sugli altri poteri, del Parlamento sul Governo, dovranno fare i conti con la demagogia e l'imbroglio che tanto caratterizzano le attuali forze politiche.

Sarà una battaglia sicuramente difficile.

Ma le difficoltà si parano sempre di fronte a noi per il piacere di essere superate.

Vincenzo De Robertis

 

 
Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la costituzione

[TORINO] Presentazione degli scritti di Ho Chi Minh – 10 agosto 2019

Presentazione del volume "Ho Chi Minh. Patriottismo e internazionalismo. Scritti e discorsi 1919-1969" a cura di Andrea Catone e Alessia Franco.

Sabato 10 agosto alle ore 17.30

Circolo Arci Viet Caffe

Via Federico Campana, 24 - Torino

Nel volume della casa editrice MarxVentuno sono raccolti alcuni testi che ripercorrono la vita di Ho Chi Minh, dalla militanza nel Partito Socialista Francese fino alla fine degli anni Sessanta.
Articoli di giornale, interviste e discorsi che permettono al lettore di approfondire, attraverso i suoi scritti, le varie fasi della vita di Ho Chi Minh.
Una vita dedicata al Vietnam e al suo popolo con la consapevolezza “della dimensione internazionale della lotta dei popoli per la propria autodeterminazione”. Una vita di lotta, prima contro il colonialismo francese poi contro l’imperialismo statunitense.

Saranno presenti:

  • Guglielmo Pellerino (dottore magistrale) storico del Centro Studi Vietnamiti a Torino
  • Alessia Franco (dottoranda dell’Università di Bari) curatrice, insieme ad Andrea Catone, del volume

Presentazione organizzata dall'Associazione Italia Vietnam Giovani

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/377130739541862/

L’ingresso è aperto a tutti i soci Arci. Per chi non avesse ancora sottoscritto la tessera, sarà possibile farla all'ingresso.

Seminario di formazione sull’Autonomia Differenziata a Bari

Bari - Martedì 30 luglio – ore 17.30

Introduzioni di
- Marina Calamo Specchia, docente di Diritto Costituzionale Comparato (Università di Bari)
- Michele Capriati, docente di Politica Economica (Università di Bari)

La minacciata approvazione dell’autonomia differenziata dissesterebbe buona parte dell'impianto costituzionale; per di più, tramite una legge ordinaria. Una volta approvata sarebbe estremamente difficile tornare indietro.
L’autonomia differenziata ha una portata eversiva e reazionaria, la sua attuazione segnerebbe la cesura più decisiva nella storia d’Italia, è quanto di più pericoloso si presenta oggi.
È fondamentale la mobilitazione più ampia per contrastarla. Occorre per questo la maggiore conoscenza e preparazione possibile su tutti i suoi aspetti, le sue implicazioni, gli inganni che essa cela.
A questo scopo il comitato di Terra di Bari per l’unità della Repubblica organizza un Seminario di formazione aperto a tutti i cittadini interessati e in particolare agli attivisti del Comitato.
Dopo brevi introduzioni dei due principali relatori, che si avvarranno anche di supporti audiovisivi, il seminario si svolgerà in forma dialogica, presentando i principali argomenti pro e contro l’autonomia differenziata.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/490912028368359/

Invitiamo gli interessati ad iscriversi compilando la seguente scheda, da inviare a:
no.autonomia.diff@gmail.com

Cognome e nome
Luogo e data di nascita
Indirizzo
e-mail
Telefono
Attività professionale
(Per chi voglia indicarlo) partito, associazione, sindacato di riferimento

Per info:
Vincenzo De Robertis: 345 034 0430
Tonia Guerra: 338 506 5661
Andrea Catone: 345 411 4728

Bari - Martedì 30 luglio – ore 17.30
Sala della biblioteca delle edizioni MarxVentuno
II strada privata Borrelli 32, 70124 Bari
[per richiedere l’apertura dei cancelli da via Borrelli o da via Gargasole citofonare al n. 51]

On Building a Human Community with a Shared Future – Xi Jinping

Xi Jinping
On Building a Human Community with a Shared Future
CCTP – Central Compilation & Translation Press, Beijing, 2019

 

[The Institute of Party History and Literature of the Central Committee of the Communist Party of China]

 


CLICCA QUI PER LA VERSIONE IN ITALIANO


Since ancient times, the Chinese nation has upheld the belief that “ail under Heaven are of one family” and has advocated the ideas of peace among all nations and harmony under Heaven. The Communist Party of China (CPC) regards making new and greater contributions to humanity as its abiding mission. Since the CPC’s 18th National Congress in November 2012, Xi Jinping has called for the building of a human community with a shared future. As General Secretary of the CPC Central Committee, President of the People’s Republic of China, and the highest military leader of China, Xi Jinping has put forward this concept from the perspective of humankind’s development throughout history. It is based on the profound changes in the international situation, on the trend of our times toward peace, development, cooperation, and mutual benefit, and on an in- depth reflection of the major questions concerning the future of humanity, namely what kind of world should we build and how should we build it.
The concept reflects the shared values of humankind — peace, development, fairness, justice, democracy, and freedom; and it embodies the aspirations for peace, development, and prosperity, which represent the common interests of the people of all countries. In February 2017, the concept of building a community of shared future for mankind was written into a United Nations resolution for the first time. Later, it was also included in UN Security Council Resolution 2344 (2017) and the resolutions of the UN Human Rights Council’s 34th and 37th sessions.
This book is a collection of translations of 85 articles and speeches written by Xi Jinping since 2012. The purpose of the book is to help readers gain a clearer understanding of President Xi’s thinking on building a human community with a shared future.

[The Institute of Party History and Literature of the Central Committee of the Communist Party of China]
March 2019

 

***

 

WORKING TOGETHER TO BUILD A HUMAN COMMUNITY WITH A SHARED FUTURE

by Xi Jinping

Your Excellency Mr. Peter Thomson, President of the 71st Session of the UN General Assembly,
Your Excellency Mr. Antonio Guterres, UN Secretary-General,
Your Excellency Mr. Michael Moller, Director-General of the UN Office at Geneva,
Ladies and Gendemen,
Friends,
As a new year begins, everything takes on a new look. And as we start 2017, it gives me great pleasure to be able to visit the United Nations Office in Geneva to discuss with you an issue for our time — the building of a human community with a shared future.
I just attended the World Economic Forum Annual Meeting. In Davos, many speakers pointed out that today’s world is full of uncertainties and that people long for a bright future but are unsure about what lies in store. What is happening to the world? And how should we respond? These are questions that everyone is reflecting on and that are also very much on my mind.
I believe that to answer this question, we need to first clarify some basic questions: Where did we come from? Where are we now? And where are we going?
Over the past century or more, mankind has endured both bloody hot wars and a chilling Cold War; but it has also achieved remarkable development and tremendous progress. In the first half of the last century, humanity suffered the scourge of two world wars. What the people of that era yearned for most was the end of war and the advent of peace. In the 1950s and 1960s, people across the colonies were awakened, and with a powerful voice, proclaimed that they would shake off their shackles and struggle for independence. Since the end of the Cold War, the most ardent aspiration of people everywhere has been to foster greater cooperation and pursue common development.
Peace and development: throughout the past century this has been the prevailing aspiration of humanity. However, this is a mission far from fulfilled. It is now up to us to respond to the people’s call, take up the baton of history, and continue on the marathon toward peace and development.
Mankind is currently in an era of great development, profound transformation, and dramatic change. The trend toward multipolarity and economic globalization is deepening. IT application in social development and cultural diversity continues to progress. A new round of scientific and industrial revolution is in the making. Interconnection and interdependence between countries have become crucial for human survival. And the forces for peace far outweigh the factors causing war. In a word, the trend of our times toward peace, development, cooperation, and mutually beneficial outcomes grows only stronger.
At the same time, however, mankind is also in an era of myriad challenges and proliferating risks. Global economic growth is sluggish, the impact of the financial crisis lingers, and the development gap continues to widen. Armed conflicts are a frequent occurrence, the mentality of the Cold War and power politics persist, and non- conventional security' threats, particularly terrorism, refugee crises, major communicable diseases, and climate change, are spreading.
Our universe has only one earth and we humans have only one homeland. Stephen Hawking has raised the proposition of a “parallel universe,” in the hope of finding another place where mankind may setde. When, or if, this wish can be realized is anyone’s guess. Whatever the case, at present, earth remains the only home mankind has, thus caring for and cherishing this earth is the only option we have. In the dome of the Federal Palace of Switzerland is inscribed the Latin motto, “Unus pro omnibus, omnes pro uno” (One for all, and all for one). We must not only think about our own generation, but also fulfill our responsibility to the generations of the future.

Ladies and Gendemen,
Friends,
To let the torch of peace pass from generation to generation; to let the forces of development flow eternally; and to let the light of civilization shine through the ages — this is what the peoples of all nations long for; thus this is the responsibility all statesmen of our generation must shoulder. To see this fulfilled, China’s solution is this: to build a human community with a shared future and to realize mutually beneficial development.
Vision guides action and direction determines the future. As modern history shows, to establish a just and equitable international order is the goal mankind has always striven for. From the principles of equality' and sovereignty established in the Peace of Westphalia over 360 years ago to international humanitarianism affirmed in the Geneva Convention 150-plus years ago; from the four purposes and seven principles enshrined in the UN Charter more than 70 years ago to the Five Principles of Peaceful Coexistence championed by the Bandung Conference over 60 years ago, many principles have emerged in the evolution of international relations and become widely accepted. These principles should guide us in building a human community with a shared future.
Sovereign equality has been the most important norm governing state-to-state relations over the past several centuries and the cardinal principle observed by the United Nations and all other international organizations. The essence of sovereign equality is that the sovereignty and dignity of all countries, whether big or small, strong or weak, rich or poor, must be respected, their internal affairs are not subject to interference, and they have the right to independently choose their social system and development path. In organizations such as the United Nations, World Trade Organization, World Health Organization, World Intellectual Property Organization, World Meteorological Organization, International Telecommunication Union, Universal Postal Union, International Organization for Migration, and International Labor Organization, all countries have been afforded an equal voice in decision-making, thus they constitute an important force for the improvement of global governance. Under new circumstances, we should uphold sovereign equality and work for equality in rights, opportunities, and rules for all countries.
Geneva witnessed the adoption of the Final Declaration on the Problem of Restoring Peace in Indo-China, the first summit meeting for reconciliation between the two blocs during the Cold War, and dialogue and negotiations on hotspot issues like the Iranian nuclear issue and the Syrian issue. What we can learn from both past and present is that dialogue and consultation are an effective way to bridge differences and political negotiation is the fundamental solution to end conflict. When we have sincere desire, goodwill, and political wisdom, no ice is too thick to break, no conflict too big to settle.
An ancient Chinese philosopher said, “Law is the very foundation of governance.”[1] Here in Geneva, countries, on the basis of the UN Charter, have concluded many international conventions and legal documents on political security, trade, development, social issues, human rights, science and technology, health, labor, intellectual property, culture, and sports. The essence of the law lies in enforcement. It is thus incumbent on all countries to uphold the authority of the international rule of law, to exercise their rights in accordance with law, and to fulfill their obligations in good faith. The essence of law also lies in fairness and justice. All countries and international judicial institutions should ensure equal and uniform application of international law. They cannot apply double standards or apply international laws in a selective way; they should ensure that they are “without bias or favor, just as was espoused in the great way of governance of old.[2]
“The ocean is vast because it admits all rivers.” Openness and inclusiveness have made Geneva a center of multilateral diplomacy. We should advance democracy in international relations and reject dominance by just one or several countries. All countries should involved in shaping the future of the world, writing international rules, and managing global affairs, and should share in the outcomes development.
In 1862, in his book A Memory of Solferino, Henry Dunant pondered the question of whether it was possible to set up humanitarian organizations and formulate humanitarian conventions. The answer came one year later with the founding of the International Committee of the Red Cross. Over more than 150 years, the Red Cross has become a symbol and a banner. In the face of frequent humanitarian crises, we should champion the spirit of humanitarianism, compassion, and dedication and give love and hope to ordinary innocent people caught in dire situations. We should uphold the basic principles of neutrality, impartiality, and independence, refrain from politicizing humanitarian issues, and remain committed to the non-militarization of humanitarian assistance.

Ladies and Gentlemen,
Friends,
Great visions are simple and pure; all they require is action. Action is thus the key to building a human community with a shared future. It is my belief that the international community should work on promoting partnership, security, growth, intercultural exchanges, and ecological conservation.
We should build a world of enduring peace through dialogue and consultation. When countries enjoy peace, so too will the world; when countries clash, the world suffers. From the Peloponnesian War in the fifth century BC to the two world wars and the Cold W'ar that lasted more than four decades, we have drawn painful and profound lessons. “History, if not forgotten, can serve as a guide for the future.[3]” By establishing the United Nations, those before us won more than 70 years of relative peace for the world. W'hat we must do is to improve our mechanisms and methods to more effectively resolve disputes, reduce tensions, and put an end to conflict and war.
The Swiss writer and Nobel laureate Hermann Hesse stressed the importance of serving “not war and destruction, but peace and reconciliation.” Countries should foster partnerships based on dialogue, non-confrontation, and non-alliance. Major countries should respect each other’s core interests and major concerns, keep their differences under control, and build a new model of relations based on non-conflict, nonconfrontation, mutual respect, and mutually beneficial cooperation. As long as we maintain communication and treat each other with sincerity, the “Thucydides trap” can be avoided. Big countries should treat smaller ones as equals and avoid acting as hegemons imposing their will on others. No country should open Pandora’s box by willfully waging war or undermining the international rule of law. Nuclear weapons are the Sword of Damocles that hangs over mankind. They should be completely prohibited and, ultimately, completely destroyed to realize a world free of nuclear weapons. Guided by the principles of peace, sovereignty, inclusiveness, and shared governance, we should make the deep sea, the polar regions, outer space, and the Internet new frontiers for cooperation rather than arenas of competition.
We should all build and share together a world of common security. There exists in this world no haven of complete freedom from danger. A country cannot build its security on the turmoil of others, as the threats that beset other countries have every possibility' of one day coming to haunt itself also. When neighbors are in trouble, instead of tightening our own fences, we should extend a helping hand. As the saving goes, “United we stand, divided we fall.[4]” All countries should pursue a common, comprehensive, cooperative, and sustainable approach to security.
Terrorist attacks that have shaken Europe, North Africa, and the Middle East in recent years have shown time and again that terrorism is the common enemy of mankind. Fighting terrorism is the shared responsibility of all countries. In fighting terror, we should not be content to just treat the symptoms, but must get to its root causes. We should enhance coordination and build a global united front against terrorism so as to create an umbrella of security for people around the world. The number of refugees has hit a record high since the end of the Second World War. Addressing this crisis is imperative, but we should also take time to ponder its roots. Why would anyone choose be displaced if they have a home to return to? The UNHCR and International Organization for Migration should act as the coordinators of an effort to mobilize the whole world in an effective response the refugee crisis. China has decided to provide an additional RMB 200 million of humanitarian assistance for refugees and displaced people in Syria. Terrorism and refugee crises alike are both closely tied to geopolitical conflict, thus the fundamental solution to these probblems lies in the resolution of conflicts. Parties directly involved in conflict should return to the negotiating table, other parties should work to facilitate talks for peace, and we should all respect the role of the UN as the main channel for mediation. The alarm has been sounded for international health security by pandemic diseases such as bird flu, Ebola virus, and Zika virus. It is important that the WHO plays a leading role in strengthening epidemic monitoring and the sharing of information, practices, and technologies. The international community should step up support and assistance for public health in African countries and other developing countries.
We should build a world of common prosperity through mutually beneficial cooperation. The idea that development is the top priority is applicable to all countries. Instead of beggaring thy neighbor, countries should stick together like travellers in the same boat. All countries, the main economies in particular, should strengthen macro policy coordination, pursue both current and long-term interests, and focus on resolving deep-seated problems. We should seize the historic opportunity presented by the new round of scientific and technological revolution and industrial transformation, transform our growth models, drive growth through innovation, and unlock greater social productivity and social creativity. We should uphold WTO rules, support an open, transparent, inclusive, and nondiscriminatory multilateral trading regime, and build an open world economy. Trade protectionism and self-isolation will benefit no one.
Economic globalization is an inevitable historical trend that has greatly facilitated trade, investment, the flow of people, and technological advancement. Since the turn of the century, and under the guidance of the UN, the international community has capitalized on the wave of economic globalization to set the Millennium Development Goals and the 2030 Agenda for Sustainable Development. These initiatives have helped lift 1.1 billion people out of poverty, provide access to safe drinking water for 1.9 billion people, ensure access to the Internet for 3.5 billion people, and we now are on course to eradicate extreme poverty' by 2030. All this demonstrates that economic globalization is moving in the right direction. Of course, challenges such as the development disparity, governance dilemma, digital divide, and equity deficit are also objective realities. But they are growing pains. We should squarely face these problems and come up with solutions, instead of succumbing to inaction. As we Chinese like to say, one should not stop eating for fear of choking.
We should draw on the lessons of history. Historians told us long ago that rapid economic development makes social reform inevitable; but people tend to support the former while resisting the latter. Instead of watching on with hesitation, we should have the mettle to forge ahead. Answers can also be found in reality. The 2008 international financial crisis has taught us that we need to strengthen coordination and improve governance so as to ensure economic globalization unfolds in a way that is open, inclusive, balanced, and beneficial to all. We need to make the cake bigger, but, more than that, we need to see it is shared fairly and that justice and equity are ensured.
Last September, the G20 Summit in Hangzhou focused on global economic governance and other major issues. It adopted the Blueprint on Innovative Growth, placed development within the global macro policy framework for the first time, and formulated action plans for a number of important areas.
We should strive to build an open and inclusive world through exchanges and mutual learning. Delicious soup is made by combining different ingredients [5]. The diversity of human civilization not only defines our world, but drives the progress of mankind. Our world has over 200 countries and regions, over 2,500 ethnic groups, and many different religions. Different histories, national conditions, ethnic groups, and customs have given birth to different civilizations, and for that, our world is a richer and far more colorful place. There is no such thing as superior or inferior when it comes to civilizations, only differences in traits and location. Civilizational diversity should not be a source of global conflict, but an engine powering the advance of human civilizafi- as a whole.
Every civilization, with its own appeal and essence, is a human treasure. Diverse civilizations should draw on each other’s strengths to achieve common progress. We should see that exchange among civilizations serves as a source of inspiration for advancing human society and a bond that keeps the world in peace.
We should strive to build a clean and beautiful world by pursuing green and low-carbon development. Man coexists with nature, which means that any harm it does to nature will eventually come back to haunt it. We hardly nonce natural resources such as air, water, soil, and blue skies when we have them. But once they are gone, they are gone forever. Industrialization has created material wealth hitherto unseen, but it has also inflicted irreparable damage on the environment. We must not exhaust all the resources left to us by previous generations and leave nothing to our children — we cannot pursue development that destructs and destroys. As is often said, clear waters and lush mountains are as precious as mountains of silver and gold. We must respect the unity of human and nature by pursuing a path of sustainable development.
We should advocate a green, low-carbon, circular, and sustainable approach to life and production, advance the 2030 Agenda for Sustainable Development in a balanced manner, and continue to explore a model of sound development that ensures growth, prosperity, and a good environment. The Paris Agreement is a milestone in the history of climate governance. We must ensure this endeavor is not derailed. All parties should work together to implement the Paris Agreement. For its part, China will continue to take steps to tackle climate change and fully honor its obligations.
The Swiss Army Knife is the embodiment of Swiss craftsmanship. I remember when I got my first Swiss Army Knife, I marveled at how its makers had been able to endow it with so many functions. I could not help but thinking how wonderful it would be if we could make an omnipotent Swiss Army Knife for our world. Whenever there was a problem, we would be able to use one of the tools on the knife to fix it. It is my belief that, with the unremitting efforts of the international community, we may one day create just such a knife.

Ladies and Gentlemen,
Friends,
The Chinese people have always believed that China will do well only when the world does well, and vice versa. Looking to the future, many people are interested to see what direction China will move in its policies, and there has been much discussion among the international community' about this. Here, I wish to give you an explicit answer.
First, China remains unchanged in its commitment to uphold world peace. Amity with neighbors[6], harmony in diversity[7], and peace are the cherished values of Chinese culture. The Art of War, a Chinese classic, begins with this observation, “The art of war is of vital importance to the State. It is a matter of life and death, a road to either survival or ruin. Hence it demands careful study.” What this means is that every effort should be made to avoid war and great caution must be exercised when it comes to fighting war. For several millennia, peace has coursed the veins of the Chinese people and been imprinted in our very DNA.
Several centuries ago, China was strong, such that its GDP accounted for 30 percent of the world total. Even then, China never engaged in aggression or expansion. In the century and more after the 1840 Opium War, China suffered at the hands of aggression and brutality and endured the curse of war and chaos. Confucius said, “Do not to others what you would not have others do to you.” We Chinese firmly believe that peace and stability- is the only way to prosperity and development.
China has grown from a poor and weak country to the world’s second largest economy. What it relied on was not military expansion or colonial plunder, but the hard work of its people and our efforts to uphold peace. China will never waver in its pursuit of peaceful development. No matter how strong its economy grows, China will never seek hegemony, expansion, or a sphere of influence. History has borne this out and will continue to do so.
Second, China remains unchanged in its commitment to pursue common development. An old Chinese saying tells us that when enjoying the fruit, you should remember the tree; when drinking the water, you should remember its source[8]. China’s development has been possible, because of the world, and China has also contributed to the world’s development. We will continue to pursue a mutually beneficial strategy of opening up, in order to share our development opportunities with other countries and welcome them aboard the express train of China’s development.
Between 1950 and 2016, China provided foreign countries with over RMB 400 billion of aid, and we will continue to increase assistance to others as our ability permits. Since the outbreak of the internati financial crisis, China has contributed over 30 percent of global growth each year on average. In the coming five years, China will import US$8 trillion of goods, attract US$600 billion of foreign investment, make US$750 billion of outbound investment, and Chinese tourists will make 700 million outbound visits. All this will bring more development opportunities to the countries of the world.
China pursues a path of development in keeping with its national conditions. We always put the rights and interests of the people above everything else and have worked hard to advance and uphold human rights. China has seen the basic living needs of its 1.3 billion-plus people met and helped lift over 700 million people out of poverty. These stand as significant contributions to the global cause of human rights.
The Belt and Road Initiative I have put forward aims to achieve development with mutually beneficial outcomes to be shared by all. Over 100 countries and international organizations have so far supported the Initiative, and a large number of “early harvest” projects have been launched. In order to provide more public goods to the international community, China is providing support to ensure the successful operation of the Asian Infrastructure Investment Bank and other new multilateral financial institutions.
Third, China remains unchanged in its commitment to foster partnerships. China pursues an independent foreign policy of peace, and is ready to enhance friendship and cooperation with all other countries on the basis of the Five Principles of Peaceful Coexistence. China is the first country to make partnership-building a principle guiding state-to- state relations. It has formed partnerships of various forms with over 90 countries and regional organizations. It seeks to foster a circle of friends that links every corner of the globe.
China will endeavor to put in place a framework for major-country relations based on general stability and balanced development. We will strive to build a new model of major-country relations with the United States, a comprehensive strategic partnership of coordination with Russia, a partnership with the EU based on peace, growth, reform, and civilization, and a partnership of unity and cooperation with BRICS countries. China will continue to uphold the right approach to justice and the pursuit of interests, and it will boost practical cooperation with other developing countries to achieve common development. We will further enhance mutually beneficial cooperation with our neighbors under the principles of amity, sincerity', mutual benefit, and inclusiveness. We will pursue common development with African countries on the basis of sincerity, real results, affinity', and good faith. Further, we will elevate our comprehensive cooperative partnership with Latin America to higher levels.
Fourth, China remains unchanged in its commitment to multilateralism. Multilateralism is an effective way to preserve peace and promote development. For decades, the United Nations and other international institutions have made a universally recognized contribution to maintaining global peace and sustaining development.
China is a founding member of the United Nations and the first state to sign the UN Charter. We will firmly uphold the international system of which the UN is the core, the basic norms governing international relations of which the purposes and principles of the UN Charter are the cornerstone, and the authority and position of the UN and its core role in international affairs.
The China-UN Peace and Development Fund has been officially inaugurated. Through this, China will give priority to making funds available to peace and development initiatives proposed by the UN and its agencies in Geneva. China’s support for multilateralism will only increase as it continues to develop.

Ladies and Gentlemen,
Friends,
Geneva invokes a special memory for us. In 1954, Premier Zhou Enlai led a Chinese delegation to the Geneva Conference, and worked with the Soviet Union, the United States, the United Kingdom, and France to find a political solution to the Korean issue and negotiate a ceasefire in Indo-China. This demonstrated China’s desire for peace and saw it contributing its wisdom to world peace. Since 1971 when China regained its lawful seat at the UN and began to return to international agencies in Geneva, China has gradually involved itself in disarmament, trade, development, human rights, and social issues, putting forward Chinese proposals for the resolution of major issues and the making of important rules. In recent years, China has taken an active part in dialogues and negotiations on the Iranian nuclear issue, the Syrian issue, and other hotspot issues, providing its input in order to achieve political settlements. China has successfully applied to the International Olympic Committee to host both the summer and winter Olympic and Paralympic Games. Furthermore, we have gained endorsement from the International Union for Conservation of Nature for over a dozen applications for world natural heritage sites as well as world cultural and natural heritage sites, thus allowing China to present its splendor to the world.

Ladies and Gendemen,
Friends,
The ancient Chinese believed that “one should be good at finding the laws of things and solving problems.”9 Building a community with a shared future is an exciting goal, one that will require the unceasing efforts of generation after generation. China is ready to work with all other UN member states as well as international organizations and agencies to advance the great cause of building a human community with a shared future.
On 28 January, we Chinese will celebrate the Chinese New Year, the Year of the Rooster. The rooster symbolizes bright prospects and auspiciousness. As a Chinese saying goes, the crow of the golden rooster heralds a great day for all. With this, I wish all of you the very best and a very happy Chinese New Year!
Thank you.


Note

[1] See note 1, p254.

[2] The Book of Documents (Shang Shu).

[3] Strategies of the States (Zhan Guo Ce).

[4] Wei Shou, Book of Wei (Wet Shu). Wei Shou (507—572) was a historian and writer during the Northern and Southern Dynasties.

[5] Chen Shou, Records of the Three Kingdoms (San Guo Zhi).

[6] Rites of Zhou (Zhou LT). This work is a description of the putative organization of the government during the Western Zhou period (1046-771 BC).

[7] See note 7, p.91.

[8] Yu Xjn, “Poems to the Tune of Zhi ” Yu Xin (513—581) was poet during the Northern and Southern

Costruire una comunità umana con un futuro comune – Xi Jinping

Contenuti raccolti nel n. 1-2/2019 della rivista MarxVentuno "Il vento dell'Ovest"

 


Xi Jinping
Costruire una comunità umana con un futuro comune
CCTP - Central Compilation & Translation Press, Pechino 2019

 

[Nota dell’Istituto di storia e letteratura del Partito del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese].


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Fin dai tempi antichi, la nazione cinese ha sostenuto la convinzione che “tutti sotto il cielo sono di una sola famiglia” e ha sostenuto le idee di pace tra tutte le nazioni e di armonia sotto il cielo. Il Partito Comunista Cinese (PCC) considera che dare nuovi e maggiori contributi all’umanità sia una sua costante missione. Dal 18° Congresso Nazionale del PCC nel novembre 2012, Xi Jinping ha chiesto la costruzione di una comunità umana con un futuro condiviso. In qualità di Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e massimo dirigente militare cinese, Xi Jinping ha proposto questo concetto dal punto di vista dello sviluppo dell’umanità nel corso della storia. Si basa sui profondi cambiamenti della situazione internazionale, sulla tendenza del nostro tempo verso la pace, lo sviluppo, la cooperazione e il mutuo vantaggio, e su una riflessione approfondita sulle principali questioni riguardanti il futuro dell’umanità, vale a dire che tipo di mondo dovremmo costruire e come dovremmo costruirlo.
Il concetto riflette i valori comuni dell’umanità - pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà - e incarna le aspirazioni di pace, sviluppo e prosperità, che rappresentano gli interessi comuni dei popoli di tutti i Paesi. Nel febbraio 2017, il concetto di costruire una comunità di futuro condiviso per l’umanità è stato scritto per la prima volta in una risoluzione delle Nazioni Unite. Successivamente, è stato incluso anche nella risoluzione 2344 (2017) del Consiglio di sicurezza dell’ONU e nelle risoluzioni della 34ª e 37ª sessione del Consiglio dei diritti umani dell’ONU.
Questo libro è una raccolta di traduzioni di 85 articoli e discorsi scritti da Xi Jinping dal 2012. Lo scopo del libro è di aiutare i lettori a comprendere meglio il pensiero del presidente Xi Jinping sulla costruzione di una comunità umana con un futuro comune.

[L’Istituto di storia e letteratura del Partito del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese].

 

***

 

Lavorare insieme per costruire una comunità umana con un futuro condiviso [1]

di Xi Jinping

L’idea di una battaglia per la costruzione di una comunità di destino condiviso per tutta l’umanità si è fatta strada da alcuni anni all’interno della dirigenza cinese, fino ad iscriverla nello Statuto del PCC approvato dal 19° Congresso del 2017. In questo discorso tenuto nei primi giorni del 2017 alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra il Presidente cinese, invitando ad apprendere le lezioni di una storia millenaria, afferma con forza l’importanza e la ricchezza di un mondo in cui diverse storie, condizioni nazionali, gruppi etnici e costumi hanno dato vita a diverse civiltà, per cui il mondo è un luogo più ricco e molto più colorato. Ogni civiltà è un tesoro dell’umanità, non esiste niente di superiore o inferiore quando si tratta di civiltà, ma solo differenze nei tratti e nella posizione; civiltà diverse dovrebbero attingere ai punti di forza l’una dell’altra per raggiungere il progresso comune.
Il riconoscimento di un mondo multicolore e multipolare è la premessa indispensabile per stabilire – in un mondo in profonda e rapida trasformazione, spinta dalla globalizzazione economica che va riconosciuta come tendenza storica inevitabile – un percorso comune, una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra tutti i paesi del mondo. Xi Jinping ribadisce le quattro direttrici di fondo della politica estera cinese: 1) sostenere la pace nel mondo; 2) perseguire uno sviluppo comune: lo sviluppo della Cina è stato possibile grazie al mondo e la Cina ha contribuito allo sviluppo mondiale; l’iniziativa “Belt and Road” mira a raggiungere uno sviluppo con risultati reciprocamente vantaggiosi che devono essere condivisi da tutti; 3) promuovere partenariati, amicizia e cooperazione con tutti i paesi del mondo sulla base dei cinque principi della coesistenza pacifica (affermati nella Conferenza di Bandung del 1955); 4) Multilateralismo come via efficace per preservare la pace e promuovere lo sviluppo.

Sua Eccellenza Peter Thomson, presidente della 71a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
Sua Eccellenza signor Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite,
Sua Eccellenza Michael Moller, Direttore Generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra,
Signore e signori,
Amici,
con l’inizio di un nuovo anno, tutto assume un nuovo aspetto. E mentre iniziamo il 2017, è per me un grande piacere poter visitare l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra per discutere con voi un tema del nostro tempo: la costruzione di una comunità umana con un futuro comune.
Ho appena partecipato alla riunione annuale del Forum economico mondiale. A Davos, molti oratori hanno sottolineato che il mondo di oggi è pieno di incertezze e che la gente desidera un futuro luminoso, ma non è sicura di ciò che è in serbo. Che cosa sta succedendo al mondo? E come dovremmo rispondere? Sono domande su cui tutti stanno riflettendo e che mi preoccupano molto.
Credo che per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima chiarire alcune questioni di base: da dove veniamo? A che punto siamo ora? E dove stiamo andando?
Nel corso dell’ultimo secolo o più, l’umanità ha sopportato sia sanguinose guerre calde che un’agghiacciante guerra fredda; ma ha anche raggiunto uno sviluppo notevole e fatto progressi enormi. Nella prima metà del secolo scorso, l’umanità ha subito il flagello di due guerre mondiali. Ciò che a quell’epoca le persone desideravano di più era la fine della guerra e l’avvento della pace. Negli anni ‘50 e ‘60 i popoli di tutte le colonie si risvegliarono e, con una voce potente, proclamarono che si sarebbero scrollati di dosso le catene e avrebbero lottato per l’indipendenza. Dalla fine della Guerra Fredda, l’aspirazione più ardente dei popoli di tutto il mondo è stata quella di promuovere una maggiore cooperazione e perseguire uno sviluppo comune.
Pace e sviluppo: nel corso dell’ultimo secolo questa è stata l’aspirazione prevalente dell’umanità. Tuttavia, questa è una missione tutt’altro che compiuta. Ora tocca a noi rispondere alla chiamata del popolo, prendere il testimone della storia e continuare la maratona verso la pace e lo sviluppo.
L’umanità è attualmente in un’epoca di grande sviluppo, profonda trasformazione e drammatico cambiamento. La tendenza al multipolarismo e alla globalizzazione economica si sta consolidando. L’applicazione dell’informatica nello sviluppo sociale e nella promozione della diversità culturale continua a progredire. È in fase di realizzazione un nuovo ciclo della rivoluzione scientifica e industriale. L’interconnessione e l’interdipendenza tra i Paesi sono diventate cruciali per la sopravvivenza umana. E le forze per la pace superano di gran lunga i fattori che causano la guerra. In una parola, la tendenza dei nostri tempi verso la pace, lo sviluppo, la cooperazione e i risultati reciprocamente vantaggiosi non fa che rafforzarsi.
Allo stesso tempo, tuttavia, l’umanità si trova anche in un’epoca di innumerevoli sfide e rischi crescenti. La crescita economica globale è lenta, l’impatto della crisi finanziaria permane e il divario di sviluppo continua ad aumentare. I conflitti armati sono eventi frequenti, la mentalità della Guerra Fredda e le politiche di potenza persistono, e le minacce non convenzionali alla sicurezza, in particolare il terrorismo, le crisi dei rifugiati, le principali malattie trasmissibili e i cambiamenti climatici continuano ad espandersi.
Il nostro universo ha una sola terra e noi umani abbiamo una sola patria. Stephen Hawking ha lanciato la proposta di un “universo parallelo”, nella speranza di trovare un altro luogo dove l’umanità possa stabilirsi. Chiunque può ipotizzare su quando, o se, questo desiderio possa realizzarsi. In ogni caso, attualmente, la terra rimane l’unica casa che l’umanità abbia, quindi prendersi cura di questa terra è l’unica opzione che abbiamo. Nella cupola del Palazzo Federale svizzero è scritto il motto latino “Unus pro omnibus, omnes pro uno” (Uno per tutti, tutti per uno). Non dobbiamo pensare solo alla nostra generazione, ma anche assumerci le nostre responsabilità nei confronti delle generazioni future.

Signore e signori,
Amici,
Lasciare che la fiaccola della pace passi di generazione in generazione, lasciare che le forze dello sviluppo fluiscano eternamente e lasciare che la luce della civiltà risplenda attraverso i secoli: questo è ciò che i popoli di tutte le nazioni desiderano; questa è quindi la responsabilità che tutti gli statisti della nostra generazione devono assumersi. Per vedere tutto ciò realizzato, la soluzione della Cina è questa: costruire una comunità umana con un futuro condiviso e realizzare uno sviluppo reciprocamente vantaggioso.
La visione guida l’azione e la direzione determina il futuro. Come dimostra la storia moderna, stabilire un ordine internazionale giusto ed equo è l’obiettivo che l’umanità ha sempre perseguito. Dai principi di uguaglianza e sovranità stabiliti nella Pace di Westfalia oltre 360 anni fa all’umanitarismo internazionale affermato nella Convenzione di Ginevra oltre 150 anni fa; dai quattro scopi e sette principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite più di 70 anni fa ai Cinque Principi di coesistenza pacifica sostenuti dalla Conferenza di Bandung oltre 60 anni fa, molti principi sono emersi nell’evoluzione delle relazioni internazionali e sono stati ampiamente accettati. Questi principi dovrebbero guidarci nella costruzione di una comunità umana con un futuro condiviso.
L’uguaglianza sovrana è stata la norma più importante che abbia governato le relazioni tra Stato e Stato negli ultimi secoli e il principio cardine osservato dalle Nazioni Unite e da tutte le altre organizzazioni internazionali. L’essenza dell’uguaglianza sovrana è che la sovranità e la dignità di tutti i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, debbano essere rispettate, i loro affari interni non debbano essere soggetti a interferenze e che essi abbiano il diritto di scegliere autonomamente il loro sistema sociale e il loro percorso di sviluppo. In organizzazioni come le Nazioni Unite, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, l’Unione Postale Universale, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, tutti i Paesi hanno avuto la stessa voce nel processo decisionale, costituendo così una forza importante per il miglioramento della governance globale. In nuove circostanze, dovremmo sostenere l’uguaglianza sovrana e lavorare per l’uguaglianza di diritti, opportunità e regole per tutti i Paesi.
Ginevra ha visto l’adozione della dichiarazione finale sul problema del ripristino della pace in Indocina, il primo incontro al vertice per la riconciliazione tra i due blocchi durante la Guerra Fredda, e il dialogo e i negoziati su questioni cruciali come la questione nucleare iraniana e la questione siriana. Ciò che possiamo imparare sia dal passato che dal presente è che il dialogo e la consultazione sono un modo efficace per superare le differenze e il negoziato politico è la soluzione fondamentale per porre fine ai conflitti. Quando ci sono un desiderio sincero, buona volontà e saggezza politica, nessun ghiaccio è troppo spesso per essere rotto, nessun conflitto troppo grande per essere risolto.
Un antico filosofo cinese ha detto: “Il diritto è il fondamento stesso dell’amministrazione”[2]. Qui a Ginevra, i Paesi, sulla base della Carta delle Nazioni Unite, hanno concluso molte convenzioni internazionali e documenti giuridici sulla sicurezza politica, il commercio, lo sviluppo, le questioni sociali, i diritti umani, la scienza e la tecnologia, la salute, il lavoro, la proprietà intellettuale, la cultura e lo sport. L’essenza della legge sta nella sua applicazione. È quindi dovere di tutti i Paesi sostenere l’autorità dello Stato di diritto internazionale, esercitare i propri diritti secondo la legge e adempiere ai propri obblighi in buona fede. L’essenza del diritto sta anche nell’equità e nella giustizia. Tutti i Paesi e le istituzioni giudiziarie internazionali devono garantire un’applicazione uguale e uniforme del diritto internazionale. Non possono applicare due pesi e due misure o applicare il diritto internazionale in modo selettivo; devono assicurare che siano “senza pregiudizi o favori, proprio come si è visto nella grande arte di governo del passato”[3].
“L’oceano è vasto perché accoglie tutti i fiumi”. L’apertura e l’inclusione hanno fatto di Ginevra un centro di diplomazia multilaterale. Dovremmo far progredire la democrazia nelle relazioni internazionali e rifiutare il dominio di uno o più Paesi. Tutti i Paesi dovrebbero essere coinvolti nel plasmare il futuro del mondo, nello scrivere regole internazionali e nel gestire gli affari globali, e dovrebbero condividere gli esiti dello sviluppo.
Nel 1862, nel suo libro Un Souvenir de Solférino, Henry Dunant si chiedeva se fosse possibile creare organizzazioni umanitarie e formulare convenzioni umanitarie. La risposta arrivò un anno dopo con la fondazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa. In più di 150 anni, la Croce Rossa è diventata un simbolo e una bandiera. Di fronte alle frequenti crisi umanitarie, dovremmo sostenere lo spirito umanitario, la compassione e la dedizione e dare amore e speranza alle persone comuni innocenti colte in situazioni terribili. Dovremmo sostenere i principi fondamentali di neutralità, imparzialità e indipendenza, astenerci dal politicizzare le questioni umanitarie e rimanere impegnati nella non militarizzazione dell’assistenza umanitaria.

Signore e Signori,
Amici,
Le grandi visioni sono semplici e pure; tutto ciò che richiedono è l’azione. L’azione è quindi la chiave per costruire una comunità umana con un futuro comune. Sono convinto che la comunità internazionale debba lavorare per promuovere la collaborazione, la sicurezza, la crescita, gli scambi interculturali e la conservazione dell’ambiente.
Dovremmo costruire, attraverso il dialogo e la consultazione, un mondo in pace duratura. Quando i Paesi vivono in pace, lo stesso vale per il mondo; quando i Paesi si scontrano, il mondo ne soffre. Dalla guerra del Peloponneso nel V secolo a.C. alle due guerre mondiali e alla Guerra Fredda durata più di quattro decenni, abbiamo tratto lezioni dolorose e profonde. “La storia, se non dimenticata, può servire da guida per il futuro”[4]. Con l’istituzione delle Nazioni Unite, coloro che ci hanno preceduto hanno ottenuto più di 70 anni di relativa pace per il mondo. Ciò che dobbiamo fare è migliorare i nostri meccanismi e metodi per risolvere più efficacemente le controversie, ridurre le tensioni e porre fine ai conflitti e alla guerra.
Lo scrittore svizzero e premio Nobel Hermann Hesse ha sottolineato l’importanza di servire “non la guerra e la distruzione, ma la pace e la riconciliazione”. I Paesi dovrebbero promuovere collaborazioni basate sul dialogo, sulla non conflittualità. I Paesi maggiori dovrebbero rispettare gli interessi e le principali preoccupazioni reciproche, tenere sotto controllo le loro differenze e costruire un nuovo modello di relazioni basato sulla non conflittualità, la non competizione, il rispetto reciproco e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Finché manteniamo la comunicazione e ci trattiamo l’un l’altro con sincerità, la “trappola di Tucidide” può essere evitata. I Paesi maggiori dovrebbero trattare quelli più piccoli come loro pari ed evitare di agire come egemoni che impongono la loro volontà agli altri. Nessun Paese dovrebbe scoperchiare il vaso di Pandora combattendo volontariamente la guerra o minando lo Stato di diritto internazionale. Le armi nucleari sono la spada di Damocle che incombe sull’umanità. Dovrebbero essere completamente proibite e, alla fine, del tutto eliminate per realizzare un mondo libero da armi nucleari. Guidati dai princìpi di pace, sovranità, inclusività e amministrazione condivisa, dovremmo fare delle profondità marine, delle regioni polari, dello spazio esterno e di Internet nuove frontiere per la cooperazione piuttosto che arene di concorrenza.
Dovremmo tutti costruire e condividere insieme un mondo di sicurezza comune. In questo mondo non esiste un’oasi di completa libertà dal pericolo. Un Paese non può costruire la propria sicurezza sulla sovversione di altri Paesi, poiché le minacce che incombono su questi ultimi hanno tutte le possibilità di riversarsi un giorno anche su di esso. Quando i vicini sono in difficoltà, invece di rafforzare le nostre recinzioni, dovremmo tendere una mano d’aiuto. Come dice il proverbio: “Uniti stiamo in piedi, divisi cadiamo”[5]. Tutti i Paesi dovrebbero perseguire un approccio comune, globale, cooperativo e sostenibile alla sicurezza.
Gli attentati terroristici che negli ultimi anni hanno scosso l’Europa, il Nord Africa e il Medio Oriente hanno dimostrato sempre più che il terrorismo è il nemico comune dell’umanità. La lotta al terrorismo è una responsabilità condivisa da tutti i Paesi. Nella lotta al terrorismo non dobbiamo accontentarci di trattare solo i sintomi, ma dobbiamo arrivare alle sue cause profonde. Dovremmo rafforzare il coordinamento e costruire un fronte unito globale contro il terrorismo in modo da creare un ombrello di sicurezza per i cittadini di tutto il mondo. Il numero di rifugiati ha raggiunto un livello record dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Affrontare questa crisi è imperativo, ma dovremmo anche prenderci del tempo per riflettere sulle sue radici. Perché qualcuno dovrebbe scegliere di essere sfollato se ha una casa dove tornare? L’UNHCR e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dovrebbero agire come coordinatori di uno sforzo per mobilitare il mondo intero in una risposta efficace alla crisi dei rifugiati. La Cina ha deciso di fornire ulteriori 200 milioni di RMB per l’assistenza umanitaria ai rifugiati e agli sfollati in Siria. Sia la crisi del terrorismo che quella dei rifugiati sono strettamente legate ai conflitti geopolitici, per cui la soluzione fondamentale a questi problemi risiede nella risoluzione dei conflitti. Le parti direttamente coinvolte nel conflitto dovrebbero tornare al tavolo dei negoziati, le altre parti dovrebbero lavorare per facilitare i colloqui per la pace e dovremmo tutti rispettare il ruolo dell’ONU come principale canale di mediazione. L’allarme per la sicurezza sanitaria internazionale è stato lanciato a causa di malattie pandemiche come l’influenza aviaria, il virus Ebola e il virus Zika. È importante che l’OMS svolga un ruolo guida nel rafforzare il monitoraggio delle epidemie e la condivisione di informazioni, pratiche e tecnologie. La comunità internazionale dovrebbe aumentare il sostegno e l’assistenza per la salute pubblica nei Paesi africani e in altri Paesi in via di sviluppo.
Dovremmo costruire un mondo di prosperità comune attraverso una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. L’idea che lo sviluppo sia la massima priorità è applicabile a tutti i Paesi. Invece di mendicare presso il proprio vicino di casa, i Paesi dovrebbero stare insieme come viaggiatori sulla stessa barca. Tutti i Paesi, in particolare le principali economie, dovrebbero rafforzare il coordinamento delle politiche macroeconomiche, perseguire gli interessi attuali e a lungo termine e concentrarsi sulla risoluzione di problemi profondamente radicati. Dovremmo cogliere l’opportunità storica offerta dal nuovo ciclo della rivoluzione scientifica e tecnologica e della trasformazione industriale, trasformare i nostri modelli di crescita, guidare la crescita attraverso l’innovazione e sbloccare una maggiore produttività e creatività sociali. Dovremmo sostenere le regole dell’OMC, sostenere un regime commerciale multilaterale aperto, trasparente, inclusivo e non discriminatorio e costruire un’economia mondiale aperta. Il protezionismo commerciale e l’autoisolamento non andranno a vantaggio di nessuno.
La globalizzazione economica è una tendenza storica inevitabile che ha notevolmente facilitato il commercio, gli investimenti, il flusso di persone e il progresso tecnologico. Dall’inizio del secolo, e sotto la guida dell’ONU, la comunità internazionale ha sfruttato l’ondata di globalizzazione economica per fissare gli Obiettivi di sviluppo del millennio e l’Agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030. Queste iniziative hanno aiutato a far uscire 1,1 miliardi di persone dalla povertà, a garantire l’accesso all’acqua potabile sicura per 1,9 miliardi di persone, a garantire l’accesso a Internet a 3,5 miliardi di persone, e ora siamo sulla buona strada per sradicare la povertà estrema entro il 2030. Tutto ciò dimostra che la globalizzazione economica si sta muovendo nella giusta direzione. Naturalmente, sfide come la disparità di sviluppo, il dilemma della governance, il divario digitale e il deficit di equità sono anch’essi realtà oggettive. Ma sono difficoltà crescenti. Dovremmo affrontare questi problemi e trovare soluzioni, invece di soccombere all’inazione. Come piace dire a noi cinesi, non si dovrebbe smettere di mangiare per paura di strozzarsi.
Dovremmo attingere alle lezioni della storia. Gli storici ci hanno detto molto tempo fa che il rapido sviluppo economico rende inevitabile la riforma sociale; ma si tende a sostenere il primo resistendo alla seconda. Invece di guardare avanti con esitazione, dovremmo avere il coraggio di andare avanti. Le risposte si possono trovare anche nella realtà. La crisi finanziaria internazionale del 2008 ci ha insegnato che dobbiamo rafforzare il coordinamento e migliorare la governance per garantire che la globalizzazione economica si svolga in modo aperto, inclusivo, equilibrato e vantaggioso per tutti. Dobbiamo rendere la torta più grande, ma, più di questo, dobbiamo controllare che sia condivisa equamente e che giustizia ed equità siano garantite.
Lo scorso settembre, il vertice del G20 di Hangzhou si è concentrato sulla governance economica globale e su altre questioni importanti. Ha adottato il Piano per la crescita innovativa, ha inserito per la prima volta lo sviluppo nel quadro macropolitico globale e ha formulato piani d’azione per una serie di settori importanti.
Dovremmo sforzarci di costruire un mondo aperto e inclusivo attraverso gli scambi e l’apprendimento reciproco. Una zuppa deliziosa si fa combinando diversi ingredienti[6]. La diversità della civiltà umana non solo definisce il nostro mondo, ma guida il progresso dell’umanità. Il nostro mondo ha oltre 200 Paesi e regioni, oltre 2.500 gruppi etnici e molte religioni diverse. Diverse storie, condizioni nazionali, gruppi etnici e costumi hanno dato vita a diverse civiltà, e per questo il nostro mondo è un luogo più ricco e molto più colorato. Non esiste niente di superiore o inferiore quando si tratta di civiltà, ma solo differenze nei tratti e nella posizione. La diversità di civiltà non dovrebbe essere una fonte di conflitto globale, ma un motore che alimenta l’avanzamento della civiltà umana nel suo complesso.
Ogni civiltà, con il suo fascino e la sua essenza, è un tesoro umano. Civiltà diverse dovrebbero attingere ai punti di forza l’una dell’altra per raggiungere il progresso comune. Dovremmo vigilare affinché lo scambio tra civiltà serva come fonte di ispirazione per far progredire la società umana e come un legame per mantenere il mondo in pace.
Dovremmo sforzarci di costruire un mondo pulito e bello perseguendo uno sviluppo verde e a basse emissioni di carbonio. L’uomo coesiste con la natura, il che significa che ogni danno che fa alla natura alla fine tornerà a tormentarlo. Noi notiamo appena risorse naturali come l’aria, l’acqua, il suolo e i cieli azzurri, quando ne abbiamo. Ma una volta che se ne sono andati, sono andati per sempre. L’industrializzazione ha creato una ricchezza materiale mai vista prima, ma ha anche inflitto danni irreparabili all’ambiente. Non dobbiamo esaurire tutte le risorse lasciateci dalle generazioni precedenti e non lasciare nulla ai nostri figli: non possiamo perseguire uno sviluppo che distrugge. Come spesso si dice, le acque limpide e le montagne lussureggianti sono preziose come montagne d’argento e d’oro. Dobbiamo rispettare l’unità dell’uomo e della natura perseguendo un percorso di sviluppo sostenibile.
Dobbiamo sostenere un approccio alla vita e alla produzione che sia verde, a basse emissioni di carbonio, circolare e sostenibile, portare avanti l’Agenda per lo sviluppo sostenibile del 2030 in modo equilibrato e continuare a esplorare un modello di sviluppo solido che assicuri crescita, prosperità e un ambiente sano. L’accordo di Parigi è una pietra miliare nella storia della governance climatica. Dobbiamo fare in modo che questo sforzo non venga vanificato. Tutte le parti dovrebbero lavorare insieme per attuare l’accordo di Parigi. Da parte sua, la Cina continuerà ad adottare misure per affrontare il cambiamento climatico e onorare pienamente i suoi obblighi.
Il temperino svizzero è l’incarnazione dell’artigianato svizzero. Ricordo che quando ho ricevuto il mio primo temperino svizzero mi sono meravigliato di come i suoi creatori fossero stati in grado di dotarlo di così tante funzioni. Non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sarebbe stato meraviglioso se avessimo potuto realizzare un onnipotente temperino svizzero per il nostro mondo. Ogni volta che c’era un problema, saremmo stati in grado di utilizzare uno degli strumenti del coltello per risolverlo. Sono convinto che, con gli sforzi incessanti della comunità internazionale, un giorno potremo creare un coltello di questo tipo.

Signore e signori,
Amici,
Il popolo cinese ha sempre creduto che la Cina andrà bene solo quando il mondo andrà bene, e viceversa. Guardando al futuro, molte persone sono interessate a vedere in quale direzione si muoverà la Cina nelle sue politiche, e la comunità internazionale ha discusso molto su questo tema. Qui vorrei darvi una risposta esplicita.
In primo luogo, la Cina rimane ferma nel suo impegno a sostenere la pace nel mondo. L’amicizia con i vicini[7], l’armonia nella diversità[8] e la pace sono valori cari alla cultura cinese. L’arte della guerra, un classico cinese, inizia con questa osservazione: “L’arte della guerra è di vitale importanza per lo Stato. È una questione di vita o di morte, una strada per la sopravvivenza o per la rovina. Per questo richiede uno studio attento”. Questo significa che bisogna fare ogni sforzo per evitare la guerra e bisogna usare grande cautela quando si tratta di combattere la guerra. Per diversi millenni la pace ha scorso nelle vene del popolo cinese ed è stata impressa nel nostro stesso DNA.
Diversi secoli fa, la Cina era forte, tanto che il suo PIL rappresentava il 30 per cento del totale mondiale. Anche allora, la Cina non ha mai intrapreso un’aggressione o un’espansione. Nel secolo e più dopo la guerra dell’oppio del 1840, la Cina soffrì per mano dell’aggressione e della brutalità e subì la maledizione della guerra e del caos. Confucio disse: “Non fare agli altri ciò che non vorresti che gli altri facessero a te”. Noi cinesi crediamo fermamente che la pace e la stabilità siano l’unica strada per la prosperità e lo sviluppo.
La Cina è cresciuta, passando da essere un Paese povero e debole a essere la seconda economia mondiale. Ciò su cui si è basata non è l’espansione militare o il saccheggio coloniale, ma il duro lavoro del suo popolo e i nostri sforzi per sostenere la pace. La Cina non vacillerà mai nella sua ricerca di uno sviluppo pacifico. Non importa quanto rapidamente cresca la sua economia, la Cina non cercherà mai l’egemonia, l’espansione o una sfera di influenza. La storia lo ha confermato e continuerà a farlo.
In secondo luogo, la Cina rimane ferma nel suo impegno a perseguire uno sviluppo comune. Un vecchio detto cinese ci dice che quando si gusta il frutto, si dovrebbe ricordare l’albero; quando si beve l’acqua, si dovrebbe ricordarne la fonte[9]. Lo sviluppo della Cina è stato possibile grazie al mondo, e anche la Cina ha contribuito allo sviluppo del mondo. Continueremo a perseguire una strategia di apertura reciprocamente vantaggiosa, per condividere le nostre opportunità di sviluppo con altri Paesi e accoglierli a bordo del treno veloce dello sviluppo della Cina.
Tra il 1950 e il 2016 la Cina ha fornito all’estero oltre 400 miliardi di RMB di aiuti, e continueremo ad aumentare l’assistenza agli altri, se le nostre capacità lo permetteranno. Dallo scoppio della crisi finanziaria internazionale, la Cina ha contribuito in media ad oltre il 30 per cento della crescita globale ogni anno. Nei prossimi cinque anni, la Cina importerà 8 trilioni di dollari di merci, attirerà 600 miliardi di dollari di investimenti esteri, 750 miliardi di dollari di investimenti in uscita e i turisti cinesi effettueranno 700 milioni di visite in uscita. Tutto questo porterà maggiori opportunità di sviluppo per i Paesi del mondo.
La Cina persegue un percorso di sviluppo in linea con le condizioni nazionali. Abbiamo sempre posto i diritti e gli interessi delle persone al di sopra di tutto e abbiamo lavorato duramente per promuovere e difendere i diritti umani. La Cina ha visto soddisfatte le esigenze vitali di base dei suoi oltre 1,3 miliardi di abitanti e ha contribuito a far uscire dalla povertà oltre 700 milioni di persone. Si tratta di contributi significativi alla causa globale dei diritti umani.
L’iniziativa “Belt and Road” che ho proposto mira a raggiungere uno sviluppo con risultati reciprocamente vantaggiosi che devono essere condivisi da tutti. Oltre 100 Paesi e organizzazioni internazionali hanno finora sostenuto l’iniziativa e sono stati lanciati numerosi progetti di “vendemmia precoce”. Al fine di fornire maggiori beni pubblici alla comunità internazionale, la Cina fornisce sostegno per garantire il buon funzionamento della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali e di altre nuove istituzioni finanziarie multilaterali.
In terzo luogo, la Cina non ha modificato il suo impegno a promuovere le collaborazioni. La Cina persegue una politica estera indipendente di pace ed è pronta a rafforzare l’amicizia e la cooperazione con tutti gli altri Paesi sulla base dei Cinque Principi della coesistenza pacifica. La Cina è il primo Paese a fare della costruzione della collaborazione un principio guida delle relazioni tra Stato e Stato. Ha instaurato collaborazioni di vari tipi con oltre 90 Paesi e organizzazioni regionali. Cerca di promuovere una cerchia di amicizie che collega ogni angolo del globo.
La Cina si sforzerà di creare un quadro per le relazioni tra i Paesi maggiori basato sulla stabilità generale e sullo sviluppo equilibrato. Ci sforzeremo di costruire un nuovo modello di relazioni con gli Stati Uniti, una collaborazione strategico-globale di coordinamento con la Russia, una collaborazione con l’UE basata sulla pace, la crescita, le riforme e la civiltà, e una collaborazione orientata all’unità e alla cooperazione con i BRICS. La Cina continuerà a sostenere il corretto approccio alla giustizia e a perseguire interessi condivisi, e promuoverà la cooperazione effettiva con altri Paesi in via di sviluppo per raggiungere uno sviluppo comune. Rafforzeremo ulteriormente la cooperazione reciprocamente vantaggiosa con i nostri vicini secondo i principi di amicizia, sincerità, beneficio reciproco e inclusione. Perseguiremo lo sviluppo comune con i Paesi africani sulla base di sincerità, risultati reali, affinità e buona fede. Inoltre, intensificheremo ancora di più la nostra cooperazione complessiva con l’America Latina.
In quarto luogo, la Cina rimane ferma nel suo impegno a favore del multilateralismo. Il multilateralismo è un modo efficace per preservare la pace e promuovere lo sviluppo. Per decenni, le Nazioni Unite e altre istituzioni internazionali hanno dato un contributo universalmente riconosciuto al mantenimento della pace globale e al sostegno allo sviluppo.
La Cina è un membro fondatore delle Nazioni Unite e il primo Stato a firmare la Carta delle Nazioni Unite. Sosterremo fermamente il sistema internazionale di cui l’ONU è il nucleo centrale, le norme fondamentali che governano le relazioni internazionali di cui gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite sono la pietra angolare, e l’autorità e la posizione dell’ONU e il suo ruolo centrale negli affari internazionali.
È stato ufficialmente inaugurato il Fondo per la pace e lo sviluppo delle Nazioni Unite in Cina. In questo modo, la Cina darà la priorità alla messa a disposizione di fondi per le iniziative di pace e sviluppo proposte dall’ONU e dalle sue agenzie a Ginevra. Il sostegno della Cina al multilateralismo non potrà che aumentare man mano che la Cina continuerà a svilupparsi.
Signore e Signori,
amici,
Ginevra evoca in noi un ricordo speciale. Nel 1954, il premier Zhou Enlai guidò una delegazione cinese alla Conferenza di Ginevra e collaborò con l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia per trovare una soluzione politica alla questione coreana e negoziare un cessate il fuoco in Indocina. Ciò ha dimostrato la volontà di pace della Cina e l’ha vista contribuire con la sua saggezza alla pace nel mondo. Dal 1971, quando la Cina ha ottenuto il suo posto all’ONU e ha iniziato a rivolgersi alle agenzie internazionali di Ginevra, la Cina si è gradualmente impegnata nel disarmo, nel commercio, nello sviluppo, nei diritti umani e nelle questioni sociali, presentando le sue proposte per la risoluzione di importanti questioni e l’elaborazione di importanti regolamentazioni. Negli ultimi anni, la Cina ha partecipato attivamente ai dialoghi e ai negoziati sulla questione nucleare iraniana, sulla questione siriana e su altre questioni cruciali, fornendo il proprio contributo per raggiungere accordi politici. Con successo la Cina ha chiesto al Comitato olimpico internazionale di ospitare i Giochi olimpici e paraolimpici sia estivi che invernali. Inoltre, abbiamo ottenuto l’approvazione dell’Unione internazionale per la conservazione della natura per più di una dozzina di richieste di assegnazione di siti del patrimonio naturale e culturale mondiale, consentendo così alla Cina di presentare al mondo il suo splendore.

Signore e Signori,
Amici,
gli antichi cinesi ritenevano che “si dovrebbe essere abili nel trovare le leggi delle cose e risolvere i problemi”[10]. Costruire una comunità con un futuro condiviso è un obiettivo entusiasmante, che richiederà sforzi incessanti di generazione in generazione. La Cina è pronta a lavorare con tutti gli altri Stati membri dell’ONU e con le organizzazioni e agenzie internazionali per promuovere la grande battaglia per la costruzione di una comunità umana con un futuro condiviso.
Il 28 gennaio, noi cinesi celebreremo il nuovo anno cinese, l’anno del gallo. Il gallo simboleggia prospettive brillanti e di buon auspicio. Come dice un detto cinese, il canto del gallo d’oro annuncia un grande giorno per tutti. Con questo, auguro a tutti voi il meglio e un felice anno nuovo cinese!
Grazie.


[1] “Working together to build a human community with a shared future”, discorso pronunciato alle Nazioni Unite di Ginevra il 18 gennaio 2017, tratto da Xi Jinping, On Building a Human Community with a Shared Future, Central Compilation and Translation Press, Pechino, 2019, prima edizione, pp. 427-440.

[2] Xunzi, La via del Nobile (III secolo a.C.). L’opera eponima del filosofo, pensatore ed educatore Xunzi, del periodo dei Regni Combattenti (453-221 a.C.), sintetizza e sviluppa il pensiero filosofico di varie scuole del periodo precedente la dinastia Qin: Confucianesimo, Mohismo e Taoismo.

[3] Cfr. il Libro dei Documenti (o Classico della Storia, noto anche come Shangshu (“documenti stimati”), è uno dei cinque classici della letteratura cinese antica. Si tratta di una raccolta di prosa retorica attribuita a figure dell’antica Cina, e servì come fondamento della filosofia politica cinese per oltre 2.000 anni [NdT].

[4] Cfr. Strategie degli Stati Combattenti (Zhan Guo Ce). È un importante antico testo cinese che contiene aneddoti di manipolazione politica e di guerra durante il periodo degli Stati Combattenti (V-III secolo a.C.).

[5] Wei Shou, Il libro di Wei. Wei Shou (507-572): storico e scrittore durante le Dinastie
del Nord e del Sud.

[6] Chen Shou, Cronache dei Tre Regni. Scritto nel III secolo d.C. raccoglie le cronache degli stati rivali, Regno Wei, Regno di Shu e Regno Wu del “periodo dei Tre Regni” (189-280 d.C.) [NdT].

[7] Riti degli Zhou. Questo testo è una descrizione della ipotetica organizzazione del sistema di governo durante il periodo della Dinastia Zhou occidentale (1046-771 a.C.).

[8] Dialoghi di Confucio. È un classico confuciano compilato dai discepoli di Confucio, in cui si ricordano parole e atti di Confucio, nonché alcuni dialoghi tra Confucio e i suoi discepoli.

[9] Yu Xin, Poesie per la melodia di Zhi. Yu Xin (513-581) fu poeta durante le dinastie del Nord e del Sud.

[10] Cfr. Xunzi, op. cit.

[Editoriale] Il vento dell’Ovest | MarxVentuno n.1-2/2019

Presentazione del n.1-2 del 2019 della rivista MarxVentuno: Il vento dell'Ovest

Nel novembre del 1957 Mao Zedong, a capo della delegazione del Partito comunista cinese che partecipava a Mosca alla Conferenza dei 12 partiti comunisti al potere e dei 64 partiti comunisti di tutto il mondo, affermava: “Credo che nella situazione internazionale si sia verificata un’altra svolta. Oggi sul mondo soffiano due venti: il vento dell’est e il vento dell’ovest. In Cina c’è un detto: o il vento dell’est prevale sul vento dell’ovest o il vento dell’ovest prevale sul vento dell’est. Ciò vale anche per caratterizzare la situazione attuale. Io credo che il vento dell’est stia prevalendo sul vento dell’ovest. Ciò equivale a dire che le forze del socialismo sono enormemente più grandi di quelle dell’imperialismo”.
Oggi, invece, sembra che stia prevalendo un nuovo “vento dell’Ovest” potentemente alimentato da ciò che si potrebbe chiamare “populismo nazionalistico di destra”, certo diverso dal fascismo storico nelle forme e modi in cui si è affermato al potere tra gli anni Venti e Quaranta, ma, a nostro avviso, non meno insidioso e pericoloso e assolutamente avverso alla ragion d’essere e allo scopo finale del movimento operaio organizzato nei partiti di ispirazione comunista e socialista. Dagli Stati Uniti di Donald Trump al Brasile di Jair Bolsonaro, che congiuntamente attaccano, col plauso del leader leghista Salvini, la Repubblica Bolivariana del Venezuela e il suo presidente Nicolás Maduro; all’Italia, dove la Lega trionfa alle elezioni europee del 26 maggio (34,4% di consensi) grazie alla campagna d’odio contro gli immigrati e alla mobilitazione reazionaria delle masse su temi securitari; al Rassemblement National di Marine Le Pen, divenuto il primo partito in Francia; alla presenza non irrilevante (11% di voti alle europee 2019) di Alternative für Deutschland in Germania; ai numerosi partiti della destra europea in tutta la Ue, la reazione alla grande crisi capitalistica irrisolta, alla crisi di valori e prospettive del neoliberismo, assume sempre più un segno marcatamente di destra, in un pericoloso arretramento delle forze organizzate del movimento operaio, arretramento che non è solo nei consensi elettorali, ma anche e forse soprattutto, nell’elaborazione strategica di una linea capace di coniugare internazionalismo e patriottismo.
Insieme con questo grande deficit strategico del movimento operaio in Occidente vi è anche un’insufficiente e scarsa comprensione e analisi del populismo di destra, delle sue basi di classe, dei suoi programmi, delle sue ideologie, un ritardo nello studio specifico di essi. Rivolgendo tutta la loro intelligenza e attenzione critica e tutte le (poche) forze alla messa in discussione radicale dei fondamenti e dei meccanismi politici ed economici della Unione europea e dell’euro, individuati come il nemico principale e assoluto – prima ancora (o invece) della NATO, con cui gli USA, nella loro politica imperiale e imperialistica, tengono da 70 anni sotto il loro comando e controllo l’Europa – alcuni sono stati portati a sottovalutare il populismo di destra, rinunciando alla battaglia ideologica e politica. I marxisti sono chiamati a recuperare quanto prima questo ritardo e a confrontarsi seriamente sul terreno dei fondamenti culturali e delle ideologie. Se il populismo di destra è penetrato così in profondità nelle menti e nei cuori dei cittadini, che nei diversi paesi europei hanno espresso nelle elezioni ampi consensi per esso, è perché gli è stato lasciato un enorme campo libero. è un deficit di analisi e azione politica che va al più presto colmato. In un precedente numero della rivista (Mutamenti del quadro mondiale - Trump, la Ue, l’Italia: 1-2/2018) abbiamo già pubblicato un illuminante testo di Samir Amin, Il ritorno al fascismo del capitalismo contemporaneo. Riteniamo utile presentare – per avviare un lavoro che non può essere occasionale, ma ha importanza strategica e impegnerà un’intera fase storica – delle schede su alcune formazioni politiche della destra populista europea.
Su come e quanto il nazionalismo sia un nemico del comunismo e debba essere combattuto sul piano ideologico e politico rilanciando con forza l’internazionalismo proletario, che è stato uno dei fondamenti e dei punti di forza del movimento operaio organizzato sin dalla sua nascita (è la conclusione del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels) si articola il saggio di Vladimir F. Gryzlov, direttore della rivista teorica del Partito comunista della Federazione Russa “Političeskoe Prosveščenie” (con cui la nostra rivista intrattiene da tempo rapporti di collaborazione).
Fábio Palácio de Azevedo, col suo articolo apparso sulla rivista teorica del Partito comunista del Brasile, “Principios” (“Bolsonaro e il fascismo del XXI secolo”), e Valter Pomar, in un ampio saggio scritto per “MarxVentuno” (“Le implicazioni strategiche della svolta a destra in Brasile”), analizzano le basi di classe e le ragioni che hnno consentito l’ascesa di Bolsonaro alla guida del più grande e importante Paese dell’America Latina, ascesa favorita anche dalle trame di giudici asserviti che portano all’arresto di Lula (si veda qui la nota di Mauricio Escuela a p. 69), nonché le conseguenze che tale “passaggio ad ovest” può produrre per il continente americano e per il mondo.
Alessandra Riccio, storica dell’America Latina e direttrice della rivista “LatinoAmerica e tutti i Sud del mondo” indaga nella sua “Brevissima historia del Venezuela e di come e cosa si intende distruggere” ci fa comprendere la grande posta in gioco dell’attuale assedio e attacco concentrico al chavismo condotto in primis dagli USA di Donald Trump e dall’intero schieramento imperialista, e ci invita a stringere i ranghi a sostegno del presidente Maduro.
Alessandra Algostino, docente di Diritto costituzionale all’Università di Torino, analizza le implicazioni ideologiche oltre che giuridico-politiche del “Decreto Sicurezza”, approvato dal governo “giallo-verde”, il marcato segno reazionario di un provvedimento, costellato di profili di incostituzionalità, eterogeneo, ma percorso da un fil noir: un intento repressivo, di limitazione, se non negazione, dei diritti, dal diritto di asilo alla libertà di manifestazione del pensiero, nella prospettiva di un nazionalismo iure sanguinis autoritario.
Il “vento dell’Ovest” soffia anche su un altro versante, quello della unità della Repubblica italiana, fortemente minacciata dalle Intese per l’autonomia rafforzata con le regioni Veneto, Lombardia, Emilia, tenacemente sostenute dalla Lega, che nel suo statuto del 2015 poneva ancora al primo punto l’obiettivo strategico della secessione dall’Italia della cosiddetta “Padania”. Se approvate, le Intese segnerebbero la trasformazione di fatto della forma di Stato prevista dalla Costituzione antifascista. Contro la “secessione dei ricchi” occorre costruire il più ampio fronte ponendo come base comune i principi della Costituzione del 1948.

Ma il “vento dell’Est” soffia anch’esso e contrasta il “vento dell’Ovest”: da Cuba socialista, dove Raúl Castro può a giusto titolo celebrare i 60 anni della vittoria della rivoluzione rivendicando il generoso e glorioso percorso di Resistenza all’assedio USamericano e il contributo che Cuba ha dato e dà ai movimenti di emancipazione in America Latina e nel mondo.
E soffia forte dalla Repubblica Popolare Cinese, dalla quale da alcuni anni è partita forte un’offensiva internazionalistica fondata sull’assunzione da parte del Partito comunista, che l’ha iscritta nel suo statuto approvato nell’ultimo congresso (il XIX, tenutosi nel 2017), della lotta per la costruzione di “una comunità umana con un futuro condiviso”. Tale direttrice strategica è intimamente legata al progetto della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, una “globalizzazione” non imperialistica, antimperialistica. Il presidente Xi Jinping a più riprese ha insistito nei suoi interventi e discorsi, in Cina e in tutto il mondo, per illustrare in modo articolato la nuova strategia internazionale della RPC. Il Central Compilation and Translation Press di Pechino, con cui i rappresentanti di “MarxVentuno” si sono recentemente incontrati per stabilire proficui rapporti di collaborazione editoriale, ci ha consegnato fresco di stampa un libro importante – On Building a Human Community with a Shared Future – dal quale traduciamo in italiano e pubblichiamo il discorso di Xi Jinping alle Nazioni Unite a Ginevra il 18 gennaio 2017. Il “vento dell’est” dell’internazionalismo comunista – su cui ci soffermiamo ancora pubblicando la relazione di Andrea Catone al IX Forum del Socialismo Mondiale a Pechino, promosso dal World Socialism Research Center presso la Chinese Academy of Social Sciences, oltre a diversi altri istituti e centri politici della RPC, ai primi di novembre dello scorso anno – è oggi un sostegno fondamentale e una potente e indispensabile bussola per guidare il movimento operaio in Europa e nel mondo contro il “vento dell’ovest”.