Autore: Redazione

Cartina del Vietnam

Estratto dell’introduzione di “Patriottismo e internazionalismo” – Ho Chi Minh

 

[Prime pagine dell'introduzione del volume Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh pubblicato da MarxVentuno Edizioni]

 

Il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario sono inestricabilmente legati tra loro
Hồ Chí Minh (1960)

Noi, una piccola nazione, avremo così guadagnato l’onore di aver sconfitto, attraverso lotte eroiche, due grandi imperialismi – quello francese e quello americano – e di aver dato un degno contributo al movimento di liberazione nazionale mondiale
Hồ Chí Minh (1969)

È la grande vittoria dell’invincibile unità e della lotta dei lavoratori e dell’intera nazione nella battaglia per l’indipendenza e la libertà, per il socialismo
Lê Duẩn

Cento anni fa, il 2-6 marzo 1919, si riuniva a Mosca il I congresso dell’Internazionale comunista, la Terza Internazionale (il Comintern).
Cinquanta anni fa, il 2 settembre 1969, moriva ad Hanoi Hồ Chí Minh.
Al suo nome è legata un’intera epoca storica, quella delle lotte anticoloniali e antimperialiste di liberazione nazionale promosse e dirette dai partiti comunisti e di ispirazione socialista nati in Asia, Africa, America Latina su impulso della Rivoluzione d’Ottobre e della III Internazionale. Essa, con Lenin e la sua analisi dell’imperialismo, aveva ampliato l’appello conclusivo del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels – “Proletari di tutti i paesi unitevi!” – nella proposta di unità tra i proletari e i popoli oppressi di tutto il mondo.
La soluzione della “questione coloniale”, per cui “i sette decimi della popolazione mondiale si trovano in una condizione di asservimento [...] esposti alle torture inflitte loro da un pugno di paesi” capitalistici [Lenin, vol. XXXI, p. 313], diventa parte integrante e imprescindibile della strategia dei comunisti. Se tracciamo, a un secolo di distanza, un bilancio storico della rivoluzione d’Ottobre e del leninismo, osserviamo che uno dei suoi effetti più dirompenti e duraturi, che maggiormente hanno inciso sul corso della storia del mondo, è stato il risveglio alla lotta anticoloniale e antimperialista dei “popoli d’Oriente”, con le due grandi, simili e diverse a un tempo, rivoluzioni cinese e vietnamita.
Il secondo congresso della III Internazionale, svoltosi tra Pietrogrado e Mosca dal 19 luglio al 7 agosto 1920, pone le 21 condizioni per l’adesione ad essa. Il punto 8 affronta di petto la questione coloniale:

Un atteggiamento particolarmente esplicito e chiaro sulla questione delle colonie e dei popoli oppressi s’impone a quei partiti nelle cui nazioni la borghesia possiede delle colonie ed opprime altre nazioni. Ogni partito che desideri far parte dell’Internazionale comunista è tenuto a denunciare i trucchi e gli artifici dei “suoi” imperialisti nelle colonie nell’intento di aiutare ogni movimento di liberazione coloniale non solo a parole ma coi fatti, ad esigere l’espulsione dei suoi imperialisti da queste colonie, ad inculcare nei lavoratori del loro paese un atteggiamento sinceramente fraterno verso i lavoratori delle colonie e delle nazioni oppresse e a condurre agitazioni sistematiche tra le truppe del loro paese contro ogni oppressione dei popoli delle colonie.

Ma ancor più esplicitamente, il II congresso dedica una sezione specifica dei suoi lavori alla questione nazionale e coloniale. Il primo abbozzo di tesi redatto da Lenin affermava tra l’altro:

la pietra angolare di tutta la politica dell’Internazionale comunista nelle questioni nazionale e coloniale deve essere l’avvicinamento dei proletari e delle masse lavoratrici di tutte le nazioni e di tutti i paesi ai fini della lotta rivoluzionaria comune per rovesciare i grandi proprietari terrieri e la borghesia. Solo questo avvicinamento potrà infatti garantire la vittoria sul capitalismo, senza la quale è impossibile abolire l’oppressione e la disuguaglianza nazionale. […] oggi non ci si può più limitare a riconoscere o a proclamare il ravvicinamento dei lavoratori delle diverse nazioni, ma è necessario condurre una politica che realizzi la più stretta alleanza fra tutti i movimenti di liberazione nazionale e coloniale e la Russia sovietica […] Riguardo alle nazioni e agli Stati più arretrati, dove predominano i rapporti feudali o patriarcali e patriarcali-contadini, è particolarmente necessario tener presente la necessità per tutti i partiti comunisti di aiutare il movimento democratico borghese di liberazione in questi paesi; l’obbligo di aiutare nel modo più attivo un movimento di questo genere spetta anzitutto agli operai del paese dal quale dipende, dal punto di vista coloniale o finanziario, la nazione arretrata [Lenin, vol. XXXI, pp. 161-164].

Le tesi di Lenin, pubblicate su l’Humanité del 16 e 17 luglio 1920, furono lette e studiate da Nguyễn Ái Quốc (Nguyễn il patriota, che, a partire dal 1944 sarà noto come Hồ Chí Minh: Portatore di luce). Quaranta anni dopo, il patriota comunista vietnamita spiega perché abbia abbracciato il leninismo:

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam. A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’Ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. [...] Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale” di Lenin, pubblicate da l’Humanité. [...] Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. […] sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro [T83: Il cammino che mi ha portato al leninismo].

Un passato coloniale

Il Viet Nam si estende come un’immensa S sulle rive del Pacifico: comprende il Bắc Bộ al Nord, che forma col delta del Fiume Rosso una regione ricca di possibilità agricole e industriali, il Nam Bộ al Sud, vasta pianura alluvionale bagnata dal Mekong ed essenzialmente agricola, e il Trung Bộ al centro, lunga e stretta striscia di terra che collega i due delta. Per descrivere la configurazione del loro paese, i vietnamiti amano evocare un’immagine che è loro familiare: quella del bastone che porta una cesta di paddy [riso greggio] su ciascuno dei suoi estremi” [Giáp, 1968, p. 17].

Attorno alla metà del XIX secolo inizia l’avventura coloniale francese in Indocina, con la conquista di Laos, Cambogia e Vietnam e la formazione della Federazione dell’Indocina francese. Nel Nam Bộ, la porzione meridionale di terra vietnamita che i colonizzatori francesi chiameranno Cocincina, gli europei incontrano una monarchia locale inetta, retta da un sistema burocratico mandarinale corrotto e da una struttura economica di tipo feudale. Dopo una serie di operazioni di conquista nel delta del Mekong e i bombardamenti sulla capitale, si giunge all’atto finale: nel 1884 la monarchia accetta di firmare con gli aggressori un trattato di protettorato, che viene riconosciuto dal confinante cinese. Iniziano qui venticinque anni di insediamento coloniale, che viola con la forza tutti i trattati e finisce con l’estendersi dalla Cocincina all’intero paese.

Gli annamiti sono in generale soffocati dalle molte cure della protezione francese. I contadini annamiti lo sono ancora di più e in modo più odioso: come annamiti vengono oppressi, come contadini vengono derubati, saccheggiati, espropriati e condotti alla rovina. Ad essi tocca tutto il lavoro pesante; ad essi toccano tutte le opere di prestazione. Sono i contadini che producono per tutta l’orda di parassiti, oziosi, rappresentanti della civiltà e altri. E sono i contadini che vivono in povertà mentre i loro oppressori vivono nella ricchezza, e che muoiono di fame se il raccolto non è buono. Questo succede perché sono derubati da tutte le parti e in tutti i modi dall’amministrazione, dal feudalesimo moderno e dalla Chiesa [T15: Condizioni di vita dei contadini annamiti].

La questione coloniale in Vietnam si configura come una questione agraria. La popolazione del paese, essenzialmente agricolo, è composta da masse popolari di estrazione contadina, quasi del tutto analfabete, vessate dal peso della società mandarinale tradizionale a cui va a sommarsi, e non a sostituirsi, il giogo francese. Le classi dominanti, la piccola borghesia tradizionale e i proprietari terrieri vietnamiti, specie in Cocincina, sono collusi con i colonizzatori, con i quali condividono alcuni interessi in chiave antirivoluzionaria, mentre le masse popolari tentano di ostacolare l’azione di conquista fin dal 1860 dando luogo a continui disordini e tentativi insurrezionali. Tuttavia, la resistenza non gode di una direzione centrale e ha il suo principale tratto di debolezza nella profonda disorganizzazione. Le forze partigiane sono arruolate per lo più su base locale e danno vita a bande autonome, spesso isolate le une dalle altre; i loro capi coltivano un rapporto personale con i propri uomini, mirano a conseguire successi locali e sono restii a organizzare un movimento unificato in tutto il paese. Profonde divisioni attraversano sia il nascente movimento nazionale che la popolazione: la componente cattolica collabora con i francesi e fornisce aiuto materiale e logistico alle truppe, mentre associazioni e gruppi borghesi, che auspicano l’indipendenza e la repubblica ma non prevedono riforme progressiste o agrarie, si alienano le masse lavoratrici. Tra gli agitatori della resistenza anticoloniale i più popolari sono i confuciani, conservatori e tradizionalisti, che auspicano la restaurazione della monarchia tradizionale in nome del thiên mện, l’“ordine del mondo” confuciano.
Gli aggressori hanno ragione della frammentata resistenza vietnamita e procedono a consolidare la conquista con l’installazione di un apparato amministrativo costoso ma indispensabile a mantenere il controllo della regione. Il successo coloniale non porta buon umore tra gli abitanti della metropoli, che si rendono immediatamente conto di quanto siano gravosi i costi dell’amministrazione del nuovo regime d’oltremare, auspicano che il Vietnam riesca a mantenersi con le proprie forze economiche e si riveli anzi una fonte di profitto per la “madrepatria” francese. I costi di gestione della colonia vengono trasferiti dunque ai suoi abitanti, gli annamiti si ritrovano vessati da un sistema fiscale gravosissimo che serve a mantenere una gestione brutale della sicurezza, l’esercizio di una giustizia sommaria, l’istituzione delle tristemente note carceri di Poulo Condore nell’omonimo isolotto dell’Oceano Indiano, noto anche col nome vietnamita di Côn Sơn. La maturazione dell’amministrazione da un livello più “artigianale” ad uno di organizzazione sistematica, con l’arrivo del nuovo governatore generale Paul Doumer, passa anche attraverso un grande piano infrastrutturale, che dota il paese di ferrovie e di un grande porto sul Fiume Rosso. Doumer si rivela molto abile nel conquistare alla causa coloniale il favore dei cittadini metropolitani: durante la sua amministrazione gli investitori francesi iniziano a riporre fiducia nella possibilità che l’Annam si riveli una fonte di profitto; l’anticolonialismo in Francia si riduce a pochi circoli intellettuali e al movimento operaio. La maggioranza dell’opinione pubblica francese viene conquistata alla causa colonialista e persuasa di una triplice «illusione» [Chesneaux, p. 221], la cui natura fallace sarà rivelata dall’incrinarsi del sistema economico coloniale: secondo la propaganda, il Vietnam era e sarebbe ancora stato fonte di prosperità economica per la Francia; era garantita la “riconoscenza” e l’adesione politica del popolo colonizzato a quello colonizzatore; la sicurezza internazionale della Francia risultava rafforzata e tutelata dal rapporto tra i due paesi.
A Doumer è da attribuirsi anche la suddivisione del Vietnam in tre tronconi, estranei alla tradizione vietnamita, dotati di istituzioni proprie e autonome tra loro: il Tonchino, un vero e proprio regime coloniale, nel nord; il protettorato dell’Annam, che conserva l’amministrazione mandarinale, nel centro; la Cocincina, che gode di istituzioni rappresentative e invia un deputato a Parigi, sebbene eletto solo da francesi e naturalizzati, nel sud. Questa distinzione formale e istituzionale, che va a sovrapporsi alla suddivisione geografica tra Bắc Bộ al nord, Trung Bộ al centro e Nam Bộ al sud, è il primo di una serie di tentativi di balcanizzazione del territorio vietnamita, in vista di un’ulteriore frammentazione della resistenza, mai del tutto sopita, e di una più facile gestione del potere da parte dell’amministrazione francese. Parallelamente alle nuove istituzioni sopravvive il potere imperiale tradizionale, ridotto a stampella del potere coloniale. I rappresentanti della monarchia sono soggetti all’arbitrio dell’amministrazione francese, che ne manovra la politica e influisce sulle successioni dinastiche fino a detronizzare e imporre sovrani secondo convenienza.
Gli anni Venti vedono lo sviluppo di una rete stradale che, tuttavia, non risponde alle esigenze produttive ed economiche del paese ma esclusivamente alle necessità amministrative dei colonizzatori, mentre i costi dei mezzi di trasporto gravano sui piccoli contribuenti che non possono permettersi di usufruirne. Il vantaggio che il popolo vietnamita trae dallo sviluppo delle infrastrutture e delle vie di comunicazione è ancor più ridotto dall’obbligo, sancito dal sistema di controllo rigido e capillare allestito dall’autorità francese, di munirsi di un’apposita licenza per potersi spostare tra province. I pochi spostamenti sono spesso correlati al trasporto delle materie prime per il mercato francese e allo spostamento della manodopera.
Nei primi decenni del Novecento nasce una vera e propria classe operaia vietnamita: di origine contadina, essa rappresenta appena il 2-3% della popolazione ed è composta dagli operai delle poche fabbriche, dai portuali, dai braccianti delle piantagioni chiamati spregiativamente coolie, dai minatori.
Questi anni sono caratterizzati da sollevazioni sporadiche e disorganizzate, tutte represse sul nascere. I malumori coinvolgono gruppi sociali diversi e arrivano a contagiare la rachitica borghesia indigena, cui il pesante giogo francese impedisce di crescere ed espandere i propri interessi. Il maggior antagonismo economico, in questa fase, intercorre tra i colonizzatori e il complesso della popolazione indigena, soffocata dalla pesante fiscalità e dal severo autoritarismo del regime coloniale francese. Le sue pratiche e istituzioni, che particolarmente nell’Annam si sommano ai retaggi dell’aristocrazia e dell’apparato mandarinale e feudale, sono impopolari e penalizzanti per gli indigeni: questi ultimi sono soggetti a perquisizioni arbitrarie presso il loro domicilio, che non è considerato inviolabile, sono giudicati da tribunali le cui giurie sono composte esclusivamente da francesi, hanno bisogno di una speciale autorizzazione per le riunioni; la stampa è soggetta a pesanti restrizioni e ad autorizzazioni preventive; il governatore generale e il suo apparato possono disporre della libertà e dei beni degli indigeni con grande arbitrio; le condizioni schiavili di alcuni lavoratori indigeni possono sconfinare impunemente nella tortura.

 

[Introduzione completa nel volume Patriottismo e internazionalismo.]

Foto di Ho Chi Minh

Il cammino che mi ha portato al leninismo – Ho Chi Minh

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh

 

Articolo scritto per la rivista sovietica Problemy Vostokovedenija (Problemi di studi orientali) n° 2, 1960, in occasione  del novantesimo anniversario della nascita di Lenin.

22 aprile 1960

 

Subito dopo la Prima Guerra Mondiale sono andato a vivere a Parigi, facendo allo stesso tempo l’impiegato presso un fotografo e il disegnatore di antichità cinesi (fabbricate da una ditta francese!). Spesso distribuivo volantini che denunciavano i crimini commessi dai colonialisti francesi in Vietnam.

A quel tempo, sostenevo la Rivoluzione d’ottobre semplicemente per una specie di simpatia spontanea. Non avevo ancora compreso tutta la sua importanza storica. Amavo e rispettavo Lenin, semplicemente perché era un grande patriota che aveva liberato i suoi compatrioti; fino ad allora non avevo letto nessuno dei suoi libri.

Aderii al Partito Socialista Francese perché quei “signore e signori” — così chiamavo i miei compagni in quei giorni — avevano manifestato la loro simpatia per me e per la causa dei popoli oppressi. Ma non avevo ancora capito cosa fossero un partito, un sindacato, il socialismo, il comunismo.

A quell'epoca, nelle sezioni del Partito Socialista si tenevano discussioni accalorate: restare nella Seconda Internazionale, fondare una Internazionale “Due e mezzo”[1] o unirsi alla Terza Internazionale di Lenin? Io partecipavo regolarmente agli incontri, due o tre volte alla settimana, e ascoltavo con attenzione chi parlava. All'inizio, non capivo. Perché quelle discussioni li accaloravano tanto? Forse che non si poteva fare la rivoluzione con la II Internazionale, o con quella “Due e mezzo” o con la Terza? Perché accanirsi a discutere? E la Prima Internazionale? Cosa ne era stato?

Quello che volevo sapere soprattutto — e che non veniva dibattuto alle riunioni — era: quale Internazionale sta al fianco dei popoli dei Paesi coloniali?

Sollevai la questione — la più importante per me — durante una riunione. Qualche compagno rispose: è la Terza, non la Seconda Internazionale. Un compagno mi diede da leggere le “Tesi sulla questione nazionale e coloniale”[2] di Lenin, pubblicate da l’Humanité.

In quelle tesi c’erano termini politici difficili da capire. Ma leggendole e rileggendole parecchie volte riuscii infine a coglierne l’essenziale. Le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi. Ho persino pianto di gioia. Come se mi rivolgessi alle masse, ho gridato: “Compatrioti oppressi e miseri, questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Questa è la strada per la nostra liberazione!“.

Da allora, ho riposto la mia intera fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale.

Prima di quel momento, durante le riunioni della sezione, avevo solo ascoltato gli altri discutere. Avevo un vago sentimento che ciò che ogni oratore diceva avesse un che di logico, e non ero capace di distinguere chi avesse ragione e chi avesse torto. Ma da quel momento in poi, anch'io presi a tuffarmi nei dibattiti e a partecipare con fervore alle discussioni. Nonostante l’insufficiente conoscenza della lingua francese non mi consentisse di esprimere in modo completo le mie idee, mi opponevo vigorosamente a tutti quelli che erano contrari a Lenin, alla Terza Internazionale. La mia unica argomentazione consisteva nel dire: “Come potete ritenervi rivoluzionari se non condannate il colonialismo, se non difendete i popoli oppressi e sfruttati?”.

Non solo presi parte alle riunioni della mia sezione, ma andai anche nelle altre sezioni del partito per difendere la “mia” posizione. Qui devo dire ancora che i compagni Marcel Cachin, Vaillant-Couturier, Monmousseau e molti altri mi aiutarono ad ampliare le mie conoscenze. In effetti, al Congresso di Tours, votai con loro perché ci unissimo alla Terza Internazionale.

All'inizio fu il patriottismo, non ancora il comunismo, a portarmi ad avere fiducia in Lenin, nella Terza Internazionale. Solo gradualmente, nel corso della lotta, studiando la teoria marxista-leninista e partecipando al lavoro pratico, sono giunto alla conclusione che solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra loro.

C’è una leggenda, nel nostro Paese come in Cina, su una magica “borsa di broccato”. Quando si trova di fronte a grandi difficoltà, uno la apre e ci trova dentro una via d’uscita. Per noi rivoluzionari vietnamiti e per il nostro popolo, il leninismo non è solo una miracolosa “borsa di broccato”, una bussola, ma anche un sole raggiante che illumina il nostro cammino verso la vittoria finale, il socialismo e il comunismo.


[1] Dopo il fallimento della II Internazionale, decretato, ai primi di agosto 1914, dal voto della maggior parte dei partiti socialisti europei (francese, tedesco, austriaco, inglese) per i crediti di guerra dei rispettivi Paesi l’un contro l’altro armati, e la fondazione dell’Internazionale comunista (2 marzo 1919), alcuni esponenti socialisti — tra cui Friedrich Adler, Karl Kautsky, Otto Bauer, Jean Longuet, Robert Grimm — lanciarono il progetto, che non ebbe però grande seguito, di un’altra Internazionale che si collocasse a metà tra la II e la III (e perciò chiamata “Due e mezzo”) per  riunificare tutte le correnti del movimento operaio internazionale.

[2] Le Tesi furono approvate dal II Congresso della III Internazionale (19 luglio-l 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca). Lenin vi apportò un contributo fondamentale: cfr. il “Primo abbozzo di Tesi sulle questioni nazionale e coloniale”, in V. I. Lenin, Opere complete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 159-165.

Copertina Patriottismo e internazionalismo Ho Chi Minh
 

 

 

 

 

Testo contenuto nella raccolta pubblicata da MarxVentuno Edizioni: Patriottismo e internazionalismo | Scritti e discorsi 1919-1969 – Ho Chi Minh

L’Anti-Trump : la pensée de Xi Jinping sur le socialisme avec des caractéristiques chinoises pour une nouvelle ère

Face à la crise de la mondialisation impérialiste

L’Anti-Trump : la pensée de Xi Jinping sur le socialisme avec des caractéristiques chinoises pour une nouvelle ère

 

par Andrea Catone, Directeur de la revue MarxVentuno

 


VERSIONE ITALIANA


ENGLISH VERSION


 

Stimulé par une série de questions posées lors d’une interview lors du IXe Forum mondial sur le socialisme - un événement annuel organisé à l’automne à Beijing par le Centre de recherche sur le socialisme mondial de l’Académie chinoise des sciences sociales (CASS) et d’autres organisations politiques et culturelles en RPC - je propose les réflexions suivantes sur la pensée de Xi Jinping concernant l’entrée du socialisme chinois dans une nouvelle ère.

Foto del presidente Xi Jinping

La pensée du Secrétaire général du Parti communiste chinois a une valeur stratégique non seulement pour la Chine - et ceci en soi, étant donné la taille du territoire, de la population et de l’économie chinoises, a des répercussions sur le reste du monde - mais aussi pour les partis et les travailleurs communistes, pour les mouvements anti-impérialistes et contre le néocolonialisme, pour toutes les forces démocratiques et progressistes authentiques du monde.

“Nouvelle ère” implique que nous laissons derrière nous une “vieille ère”, que nous entrons dans une nouvelle phase de l’histoire de la Chine et du monde : non seulement de la Chine, mais de l’humanité entière. Et ceci non seulement parce que l’histoire de la Chine ne peut qu’influencer les destinées du monde, mais aussi parce que, comme l’écrit Xi, les destinées de la Chine et du monde sont interconnectées : “ En Chine, nous croyons que la Chine ne réussira que lorsque le monde réussira, et vice versa.” [1].

L’ère dans laquelle nous entrons est nouvelle, tant pour la Chine que pour le monde.

 

  1. La nouvelle ère pour la Chine

Qu’est-ce qui est nouveau et change pour la Chine ?

Quarante ans après le début de la politique de réforme et d’ouverture, le visage de la Chine a profondément changé. La RPC a fait un bond en avant extraordinaire dans le développement de ses forces productives. D’un point de vue économique et social, c’est la plus grande transformation que l’histoire de l’humanité n’ait jamais connue, qui a eu lieu dans des temps extrêmement courts sur le plan historique, qui mesure les grandes transformations en siècles et non en années ou décennies. Une transformation qui a touché un milliard et 300 millions de personnes, qui a sorti la grande majorité de la population chinoise de la pauvreté et conduit des centaines et des centaines de millions d’agriculteurs à s’urbaniser rapidement. Du point de vue de l’historien, il s’agit d’une entreprise extraordinaire, dont nous ne sommes peut-être pas encore pleinement conscients. Comme toutes les transformations majeures, elle ne se limite pas aux données économiques et à une croissance ininterrompue extraordinaire du PIB d’environ 10% en moyenne par an. La grande transformation de la Chine embrasse tous les domaines : social, culturel, politique, mentalités collectives, …

On peut observer une autre caractéristique extraordinaire de cette grande transformation : la compactesse, la sagesse, la capacité à corriger les erreurs, de la “classe dirigeante” chinoise, à savoir le parti communiste chinois. Quand je dis cela, je n’ignore pas les moments de tension et même de lutte aiguë qui se sont manifestés au sein du groupe dirigeant chinois sur les lignes à suivre ; cela fait partie de l’histoire et de la vie, qui se développent par contradictions. Mais l’équipe dirigeante chinoise a eu la sagesse et la capacité de surmonter positivement les contradictions, de maintenir fermement l’unité du parti, d’élargir la base des membres, d’étendre son influence dans la société. Et elle l’a fait en maintenant fermement en place les racines de son histoire et ses fondements, en les combinant avec les caractéristiques les plus avancées et les plus progressistes de la riche culture nationale chinoise : ce fut la sinisation du Marxisme.

Le PCC a étudié très attentivement l’expérience du socialisme soviétique et a tiré les leçons de la dissolution de l’URSS et des démocraties populaires en Europe centrale et orientale et dans les Balkans entre 1989 et 1991. (Parmi les nombreuses études, j’aimerais mentionner la conférence internationale organisée par la CASS en 2011, dont les actes ont été publiés par Li Shenming[2]). Parmi les causes diverses et complexes qui ont conduit à la catastrophe de 1989-91, l’échec politique, idéologique et organisationnel du PCUS, qui aurait dû jouer le rôle principal dans le processus de transition socialiste, joue un rôle décisif.

La Pensée de Xi accorde une attention particulière au Parti communiste, sous tous les angles : elle rappelle à chaque membre du parti, et en particulier aux dirigeants, que les règles et la discipline du parti doivent être strictement respectées[3], que dans un parti communiste il ne peut y avoir place pour la corruption, que celle-ci doit être combattue avec une extrême vigueur[4] ; elle appelle au travail quotidien pour un rapprochement toujours plus étroit entre le parti communiste et les masses[5]. De plus, Xi réaffirme la fondamentalité du marxisme : “ Nous ne devons jamais oublier nos origines et nous devons rester engagés dans notre mission. Le communisme chinois trouve son origine dans l’adhésion au marxisme, au communisme et au socialisme chinois et dans la loyauté au Parti et au peuple”[6]. Xi Jinping travaille pour l’étude et le développement du marxisme, en donnant une impulsion aux écoles du marxisme qui se répandent dans les instituts et les universités de Chine.

L’extraordinaire progrès économique, social et politique de la Chine au cours des dernières décennies lui a permis d’atteindre un certain stade dans le développement des forces productives. Le chemin de cette avancée extraordinaire a été marqué - comme toujours dans tout processus historique complexe - par des contradictions : entre classes sociales, entre ville et campagne, entre zones côtières et intérieures, entre régions plus ou moins avancées. Dans le rapport de Xi Jinping au 19e Congrès du PCC (octobre 2017), ils ont été condensés dans la formule “développement déséquilibré et inadéquat”. La qualité et l’efficacité du développement ne sont pas ce qu’elles devraient être, la protection de l’environnement est insuffisante, il existe encore de grandes disparités dans la répartition des revenus, dans le développement des zones urbaines et rurales et entre les différentes régions du grand pays ; le niveau de bien-être est encore insuffisant. Le PCC, qui a été formé sur l’étude et l’analyse concrète des contradictions (je me souviens des écrits bien connus de Mao Sur la contradiction, 1937, De la juste solution des contradictions au sein du peuple, 1957), dans le 19e Congrès saisit le caractère des contradictions et le changement de la principale contradiction :

Le principal problème est que notre développement est déséquilibré et inadéquat. C’est devenu le facteur limitant le plus sérieux pour répondre aux besoins croissants de la population en vue d’une vie meilleure. Nous devons reconnaître que l’évolution de la contradiction principale qui afflige la société chinoise représente un changement historique qui affecte l’ensemble du scénario et impose de nombreuses nouvelles exigences au travail du Parti et au pays. Sur la base d’efforts continus pour soutenir le développement, nous devons consacrer beaucoup d’énergie à remédier aux déséquilibres et aux insuffisances du développement et faire tout notre possible pour améliorer la qualité et les effets du développement. Nous serons ainsi mieux à même de répondre aux besoins économiques, politiques, culturels, sociaux et écologiques sans cesse croissants de notre peuple et de promouvoir le développement humain global et le progrès social global.

La nouvelle ère pour la Chine est donc celle du dépassement d’un développement déséquilibré et inadéquat et de la transition vers un développement harmonieux, respectueux de l’homme et de l’environnement, qui soit écologique et qui privilégie une croissance qualitative plutôt que quantitative. La construction moderne du socialisme aux caractéristiques chinoises se divise en trois phases : d’ici à 2020, elle vise à achever la création d’une société avec un niveau de bien-être généralisé ; de 2020 à 2035, elle vise à jeter les bases de la modernisation socialiste ; de 2035 au milieu du siècle, elle vise à transformer la Chine en un pays socialiste moderne fondé sur l’harmonie, la beauté et une civilisation démocratique.

Dans son rapport au XIXe Congrès, Xi a énuméré 14 points :

  1. la direction du parti sur tous les aspects de la société ;
  2. la politique doit être axée sur les personnes ;
  3. approfondir la réforme dans son ensemble ;
  4. un nouveau concept de développement (innovation, coordination, économie verte, ouverture et partage) ;
  5. le peuple est le maître du pays ;
  6. respecter la primauté du droit, gouverner le pays dans son ensemble conformément à la loi ;
  7. développer un système de valeurs socialistes et de confiance dans leur propre culture ;
  8. soutenir et améliorer les moyens d’existence de la population ;
  9. la coexistence harmonieuse de l’homme et de la nature (civilisation écologique) ;
  10. la sécurité nationale ;
  11. la pleine direction du Parti sur l’armée ;
  12. « Un pays, deux systèmes » : promouvoir la réunification avec Taiwan ;
  13. lutter pour une communauté internationale avec un avenir commun pour toute l’humanité (ceci a été inclus dans le nouveau statut du PCC) ;
  14. gouverner le parti d’une manière complète et rigoureuse.

 

  1. La nouvelle ère pour le monde

La nouvelle ère ne concerne pas seulement la Chine, mais le monde entier. Quelle ère touche à sa fin et laquelle doit-on commencer ? Quel est le caractère de la nouvelle ère ?

Il y a une trentaine d’années, après 1989-1991, qui a mis fin à l’URSS et aux démocraties populaires en Europe, la mondialisation impérialiste, menée par les États-Unis, qui se sont présentés comme les gagnants absolus de la guerre froide, a gagné du terrain dans le monde.

Cette mondialisation, mise en œuvre par des guerres bellicistes, a bouleversé d’importantes régions de la planète, la zone des pays de la région MENA (Moyen-Orient et Afrique du Nord) ; elle a conduit à l’absorption par l’OTAN et l’UE, sous le contrôle du capital occidental, des anciens pays socialistes d’Europe orientale et des Balkans et certaines anciennes républiques soviétiques ; elle a perturbé les économies des pays africains.

Mais l’avancée de la mondialisation impérialiste s’est arrêtée devant la résistance de la Russie qui, depuis 1999, a viré Eltsine et a été gouvernée sous la direction de Poutine ; et qui n’a pu faire face aux contradictions croissantes au sein du système capitaliste. La crise qui a débuté aux États-Unis en 2007-2008 (une bulle financière résultant d’une expansion aveugle du crédit - les prêts hypothécaires à risque - pour répondre à une demande insuffisante) a été répercutée sur les économies de l’UE, dont le système interne inspiré de l’”ordolibéralisme” allemand a permis à certains pays plus forts - l’Allemagne en premier lieu - de transmettre la crise aux pays plus fragiles, les “PIIGS”, qui ont dû adopter une politique de rigueur, de baisse ou d’élimination des prestations, d’ajustement des salaires. Cela a aggravé la crise dans ces pays, avec une baisse de la demande intérieure et un recul du PIB dans une spirale récessive. Cela a conduit à une chute verticale du soutien aux partis politiques qui ont gouverné pendant la crise, avec une croissance exponentielle des mouvements populistes et “ souverainistes “, qui proclament la dissolution de l’UE comme seule solution possible.

La mondialisation libérale a également affecté la structure économique des États-Unis, qui est devenue de plus en plus financiarisée, soutenue par le dollar, dont le poids mondial en tant que monnaie de réserve et la dénomination des prix internationaux des matières premières, à partir du pétrole, est soutenu par la force militaire (les États-Unis seuls dépensent presque autant en armes que le reste du monde pris ensemble). Malgré l’énorme force militaire, les États-Unis ont dû faire face à la résistance des pays occupés, que les États-Unis et leurs alliés les plus fidèles, le Royaume-Uni, n’ont pas été en mesure de normaliser. Ils ont donc remplacé l’objectif de normalisation et de pacification de ces pays sous le contrôle direct ou indirect des États-Unis par la “stratégie du chaos” (adoptée par Obama et Hillary Clinton), qui ne visait plus à normaliser, mais à rendre ingouvernable une région cruciale du monde afin d’empêcher les autres pays d’en bénéficier. C’est une stratégie désespérée qui a affecté le consensus au sein de l’establishment américain. La victoire électorale de Trump fut la réponse au malaise interne américain [7]. Trump tente maintenant une autre voie, y compris la guerre commerciale pour regagner la place des États-Unis (“America first”).

La montée de Trump à la présidence américaine et l’avancée des forces populistes en Europe et au-delà sont une réponse à la crise d’hégémonie des classes dirigeantes occidentales, qui avaient tout centré sur la mondialisation impérialiste et sur l’unipolarité des États-Unis et de leur branche armée de l’OTAN. Cette réponse n’est pas progressiste, mais régressive : face à un monde de plus en plus interconnecté et à la construction possible d’une communauté de destin partagé pour l’humanité, Trump et les populistes-souverainists proposent une fermeture protectionniste dans leur cour intérieure, la priorité absolue de leur État par rapport aux autres (Donald Trump : “ America first “ ; Matteo Salvini : “ Les Italiens d’abord “). Face à la crise des démocraties libérales, ils proposent un retour à la démagogie populiste, qui a caractérisé le fascisme des années 20 et 30 du XXe siècle. Au XXe siècle également, avec la Première Guerre mondiale, un premier cycle de mondialisation s’est achevé, de ce que Marx définissait comme la tendance inhérente au développement bourgeois vers la réalisation d’un marché mondial. A la première mondialisation de la fin du XIXe et du début du XXe siècle, il y avait deux réponses : l’une progressiste, socialiste et internationaliste, représentée par l’URSS ; l’autre réactionnaire, représentée par le fascisme et le nazisme. Un siècle plus tard, nous nous trouvons - avec toutes les différences nécessaires - dans une situation similaire : d’une part, la crise de la mondialisation impérialiste, de son faux internationalisme qui, au nom des droits de l’homme, a bombardé la Serbie et l’Irak, l’Afghanistan et la Libye, et a encouragé des révolutions colorées de la Géorgie à l’Ukraine, en essayant également d’attaquer Hong Kong ; d’autre part, les réponses réactionnaires de la fermeture protectionniste, de la réaffirmation de l’unipolarisme qui ne fixe aucune limite à l’exercice absolu de la souveraineté, avec pour conséquence la négation de l’existence d’une communauté mondiale (Trump nie les traités internationaux sur le climat et l’environnement, ne reconnaît aucun autre droit que celui de son propre super État). Ces deux positions - mondialisation impérialiste et souveraineté populiste - sont réactionnaires et mauvaises pour les peuples et le développement de la planète.

  1. La Chine et le monde dans la nouvelle ère

Face à la crise structurelle - économique, politique et culturelle - de la mondialisation impérialiste, nous avons assisté ces dernières décennies à la croissance extraordinaire de la Chine - et d’autres pays dans lesquels la révolution menée par les partis communistes, comme le Vietnam, a gagné.

La réforme et l’ouverture initiées par Deng Xiaoping en 1978 signifiaient l’ouverture de la Chine au marché mondial ; mais cette ouverture n’était pas aveugle, elle était plutôt dirigée et contrôlée par le PCC, qui avait son propre projet stratégique clair pour le développement des forces productives. Alors que la mondialisation menée par les États-Unis était caractérisée par l’impérialisme, et donc, comme l’écrivait l’économiste Chossudovski, la “mondialisation de la pauvreté” [8], l’ouverture de la Chine au marché mondial peut être définie comme une “mondialisation anti-impérialiste”, en ce sens que la Chine a adopté des stratégies et méthodes qui, en ouvrant ses régions et secteurs économiques au capital mondial, ont orienté le développement interne du pays.

Au cours des trois décennies qui ont suivi 1978, jusqu’au seuil du 18e Congrès du PCC (2012), la Chine s’est efforcée de rester discrète au niveau international, a soigneusement évité de devenir un protagoniste, tout en tissant - le Forum de Shanghai, les BRICS - un réseau important de liens avec les autres pays. Il s’agissait d’un choix judicieux qui a permis à la Chine de se concentrer sur les questions de développement interne et de se doter d’une base économique pour faire un nouveau bond en avant. Le développement des forces productives chinoises a été la principale préoccupation et, comme à l’époque du front uni antijaponais, tout devait être subordonné à l’objectif principal. Mais de même qu’après la défaite du Japon, le PCC a repris les objectifs stratégiques de la Révolution chinoise, de même, une fois qu’il a atteint un niveau de développement adéquat, la Chine se prépare à une nouvelle phase qui nécessite le développement d’une nouvelle politique.

C’est là qu’intervient le programme chinois d’une “ nouvelle mondialisation “ non impérialiste, par opposition à la mondialisation défaillante des États-Unis. L’idée fondatrice de cette “nouvelle mondialisation” est innervée et articulée dans une grande initiative, l’initiative Belt and Road, la nouvelle Route de la Soie. Il s’agit d’une initiative concrète de développement pour la Chine et le monde, et en même temps d’une proposition culturelle, étroitement liée au nouvel internationalisme de la Chine, à la lutte pour construire une communauté de destin partagé pour l’humanité entière.

Aujourd’hui, la Chine est le seul pays au monde qui propose au monde entier, à l’humanité entière, un projet extraordinaire de développement humain, qui peut devenir hégémonique, une idée clé acceptée et partagée par les peuples du monde.

Nous sommes à la croisée des chemins. L’ancienne route - qui malgré la fumée de la nouveauté est aussi celle de “America first” de Trump - est fermée, est en faillite. Tant la mondialisation impérialiste que le protectionnisme souverainiste et exclusif sont désastreux : ce sont deux formes réactionnaires spéculaires.

Xi propose une “nouvelle mondialisation”. C’est un projet non seulement économique, mais aussi culturel, d’universalisme concret dans la reconnaissance de la diversité et dans la proposition de lutter pour la construction d’une communauté de destin partagé pour l’humanité. C’est la vision stratégique de l’avenir du monde entier en tant que monde de plus en plus interconnecté, qui exige un nouveau type de mondialisation, complètement différent de celui mené par les États-Unis et les pays occidentaux, qui est en place depuis 1991. Les relations entre les pays du monde entier doivent être fondées sur une réciprocité gagnant-gagnant. En ce sens, la pensée de Xi Jinping est à l’opposé de celle de Trump sur “l’Amérique d’abord” : Xi pense à la communauté du destin commun de l’humanité, pas seulement à la destinée de sa nation. La pensée de Xi est universaliste, pas particulariste. Cet universalisme n’est cependant pas un universalisme abstrait, mais un universalisme concret, qui considère les conditions économiques et sociales concrètes, les contradictions entre classes sociales et États.

Dans son discours à l’ONU pour le 70e anniversaire, le 28 septembre 2015, Xi Jinping a dit :

Nous devons accroître les échanges entre les civilisations pour promouvoir l’harmonie, l’inclusion et le respect des différences. Le monde est plus coloré en raison de sa diversité culturelle. La diversité génère le commerce, le commerce crée l’intégration et l’intégration rend possible le progrès.

Dans leurs interactions, les civilisations doivent accepter leurs différences. Ce n’est que par le respect mutuel, l’apprentissage mutuel et la coexistence harmonieuse que le monde pourra maintenir sa diversité et prospérer. Chaque civilisation représente la vision et la contribution uniques de son peuple, et aucune civilisation n’est supérieure aux autres. Les différentes civilisations devraient avoir un dialogue et des échanges au lieu d’essayer de s’exclure ou de se remplacer les unes les autres. L’histoire humaine est un processus d’échange actif, d’interaction et d’intégration entre différentes civilisations. Nous devons respecter toutes les civilisations et nous traiter d’égal à égal. Nous devrions nous inspirer les uns des autres pour stimuler le développement créatif de la civilisation humaine [9].

Pour la Chine, la pensée de Xi est une innovation et s’inscrit dans la continuité de celle de Mao Zedong, Deng Xiaoping et d’autres leaders et théoriciens du socialisme à caractères chinois. La continuité s’inscrit dans une vision de la Chine en tant que pays en développement qui a besoin d’une période relativement longue pour développer ses forces productives et doit se concentrer sur cet objectif énorme : la Chine a obtenu de nombreux succès en quelques décennies et est maintenant la deuxième économie en importance dans le monde et se développe de plus en plus. Mais le changement que Xi a apporté n’en est pas moins important, car, compte tenu du niveau de développement des forces productives chinoises, Xi indique que la Chine est entrée dans une nouvelle phase, qui nécessite une nouvelle mondialisation. L’initiative Belt and Road n’est pas seulement une proposition concrète pour les pays d’Asie, d’Europe et d’Afrique ; c’est aussi une métaphore de l’idée de projeter la Chine dans le monde. C’est l’idée de la nouvelle mondialisation que Xi a exposée dans de nombreux discours contre la politique protectionniste de l’administration Trump.

En résumé, on peut dire qu’aujourd’hui dans le monde il y a deux visions opposées de l’avenir, et donc deux politiques opposées : la nouvelle mondialisation proposée par la Chine et un nationalisme exclusif, qui est une véritable régression pour l’humanité.

La conception internationaliste de Xi n’est pas l’effacement des intérêts nationaux de la Chine et du socialisme aux caractéristiques chinoises ; au contraire, c’est la reconnaissance que ces intérêts peuvent mieux se développer dans un monde interconnecté. C’est la dialectique de l’universel et du particulier, du national et de l’international.

Dans la “nouvelle ère”, nous entrons dans la nouvelle phase du développement de la Chine, qui vise à surmonter sa principale contradiction actuelle, comme l’a indiqué le 19e Congrès du PCC, et la proposition aux peuples du monde, au mouvement ouvrier et à toutes les forces authentiquement démocratiques et progressistes d’une sortie en avant (et non réactionnaire et rétrograde) de la crise de la mondialisation impérialiste.

C’est aux partis communistes et aux travailleurs du monde, aux forces véritablement démocratiques et progressistes, de relever le défi stratégique que propose la pensée de Xi.


NOTES

[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

2] Voir: Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [Voilà de quoi parle l’histoire. Notes pour le 20e anniversaire de l’effondrement de l’URSS], Social Sciences Academy Press, Beijing, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, e diversi altri scritti e discorsi.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] Je vous renvoie à mon « Mutamenti nel quadro mondiale. Trump, la Ue, L’Italia », in MarxVentuno n. 1-2/2018, également disponible sur https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ ou http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] Cfr. “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.

Foto del presidente Xi Jinping

The Anti-Trump: Xi Jinping’s thought on socialism with Chinese characteristics for a new era

Confronting the crisis of imperialist globalisation

The Anti-Trump: Xi Jinping’s thought on socialism with Chinese characteristics for a new era

 

by Andrea Catone, Director of the magazine MarxVentuno

 


VERSIONE ITALIANA


VERSION FRANÇAISE


Motivated by a series of questions asked in an interview during the IX World Socialism Forum - an annual event now organized in autumn in Beijing by the World Socialism Research Center at the Chinese Academy of Social Sciences (CASS) and other political and cultural organizations in the PRC - I propose the following reflections on the thinking of Xi Jinping about the entry of Chinese socialism into a new era.

Foto del presidente Xi Jinping

The thinking of the General Secretary of the Chinese Communist Party has a strategic value not only for China - and this in itself, given the size of the Chinese territory, population and economy, impacts on the rest of the world - but also for the Communist parties and workers, for the anti-imperialist movements of struggle and against neo-colonialism, for all the authentic democratic and progressive forces of the world.

“New era” implies that we leave behind an “old era”, that we enter a new phase in the history of China and of the world: not only of China, but of the whole humanity. And this not only because the history of China cannot but influence the destinies of the world, but also because, as Xi writes, the destinies of China and the world are interconnected: “We in China believe that China will do well only when the world does well, and vice versa” [1].

The era we enter is new for both China and the world.

  1. The new era for China

What is new and changes for China?

Forty years after the start of the policy of reform and opening up the face of China has profoundly changed. The PRC has made an extraordinary leap forward in the development of productive forces. From an economic and social point of view it has been the greatest transformation that the history of mankind has ever known, which took place in extremely short times from the point of view of history, which measures the great transformations in terms of centuries and not years or decades. A transformation that has involved one billion and 300 million people, which has brought the vast majority of the Chinese population out of poverty and has led hundreds and hundreds of millions of farmers to urbanize quickly. Seen through the eyes of the historian, it was an extraordinary achievement, which we may not yet be fully aware of. Like all major transformations, it does not only embrace economic data and an extraordinary uninterrupted GDP growth of around 10% on average per year. The great Chinese transformation embraces all fields: social, cultural, political, collective mentality…

We can observe another extraordinary characteristic of this great transformation: the compactness, the wisdom, the ability to correct errors, of the Chinese “ruling class”, that is, the Chinese Communist Party. When I say this, I do not ignore the moments of tension and even acute struggle that have manifested within the Chinese leadership group on the lines to be followed; this is part of history and life, which develops through contradictions. But the Chinese ruling group has had the wisdom and the ability to positively overcome contradictions, to maintain the unity of the party firmly, to broaden the membership base, to extend its influence in society. And it has done so by keeping the roots of its history and its foundations firmly in place, combining them with the most advanced and progressive characteristics of the rich and articulated Chinese national culture: it was the sinization of Marxism.

The CPC studied the experience of Soviet socialism very carefully and drew lessons from the dissolution of the USSR and popular democracies in Central and Eastern Europe and the Balkans between 1989 and 1991. (Among the many studies, I would like to mention the international conference promoted by the CASS in 2011, the proceedings of which were published by Li Shenming [2]). Among the various and complex causes that led to the 1989-91 disaster, a decisive role is played by the political, ideological and organizational failure of the CPSU, which should have played the leading role in the process of socialist transition.

Xi’s Thought devotes particular care and attention to the Communist Party, from every point of view: it reminds every member of the party, and in particular the leaders, that party rules and discipline must be strictly observed [3], that in a Communist Party there must be no room for corruption, that it must be fought with extreme vigour [4]; it calls for daily work for an ever closer link between the Communist Party and the masses [5]. In addition, Xi reconfirms the fundamentality of Marxism: “We should never forget our origins and we must remain committed to our mission. Chinese communism has its origins in a belief in Marxism, communism and Chinese socialism, and loyalty to the Party and the people” [6]. Xi Jinping works for the study and development of Marxism, giving a boost to the schools of Marxism that are spreading among institutes and universities throughout China.

The extraordinary economic, social and political advance of China in recent decades has allowed it to reach a certain stage in the development of productive forces. The path of this extraordinary advance has been marked - as always happens in every complex historical process - by contradictions: between social classes, between city and country, between coastal and inland areas, between more and less advanced regions. In Xi Jinping’s report to the 19th CCP Congress (October 2017) they were condensed into the formula of “unbalanced and inadequate development”. The quality and effectiveness of development is not as it should be, environmental protection is inadequate, there are still large disparities in income distribution, in the development of urban and rural areas and between the different regions of the big country; the level of welfare is still inadequate. The CPC, which was formed on the study and concrete analysis of contradictions (I remember the well-known writings of Mao On Contradiction, 1937, On the correct handling of contradictions among the people, 1957), in the 19th congress grasped the character of contradictions and the change in the main contradiction:

The main problem is that our development is unbalanced and inadequate. This has become the most serious limiting factor in meeting the growing needs of the people for a better life. We must recognize that the evolution of the main contradiction afflicting Chinese society represents a historical change that affects the entire scenario and places many new demands on the work of the Party and the country. Based on continuous efforts to support development, we must devote great energy to addressing the imbalances and inadequacies of development and push hard to improve the quality and effects of development. With this, we will be in a better position to meet the ever-increasing economic, political, cultural, social and ecological needs of our people and to promote comprehensive human development and all-round social progress.

The new era for China is therefore the overcoming of unbalanced and inadequate development and the transition to harmonious development, respectful of man and the environment, environmentally friendly, which puts qualitative rather than quantitative growth first. The modern construction of socialism with Chinese characteristics is divided into three phases: by 2020 it aims to complete the creation of a society with a level of widespread well-being; from 2020 to 2035 it aims to create the foundations of socialist modernization, while from 2035 to the middle of the century it aims to transform China into a modern socialist country based on harmony, beauty and democratic civilization.

 

In his report to the XIX Congress Xi listed 14 points:

  1. party leadership on all aspects of society;
  2. politics must be people-centered;
  3. deepen the reform as a whole;
  4. a new concept of development (innovation, coordination, green economy, openness and sharing);
  5. the people are the sovereign of the country;
  6. adhere to the rule of law, govern the country as a whole according to the law;
  7. develop a system of socialist values and trust in our own culture;
  8. to support and improve the livelihoods of the people;
  9. harmonious coexistence of man and nature (ecological civilization);
  10. national security;
  11. full leadership of the Party over the army;
  12. “one country, two systems”: promoting reunification with Taiwan;
  13. to fight for an international community with a shared future for all of humanity (this has been included in the new CPC statute);
  14. govern the party fully and rigorously.

 

  1. The new era for the world

The new era is not just about China, it’s about the whole world. Which era is coming to an end and which one is it to start? What is the character of the new era?

About 30 years ago, after 1989-91 which brought the end of the USSR and the popular democracies in Europe, imperialist globalization, led by the USA, which presented itself as the absolute winners of the Cold War, gained momentum in the world.

That globalization, implemented through heated wars, has shaken important regions of the planet, the area of the MENA countries (Middle East and North Africa); it has led to the absorption into NATO and the EU, under the control of Western capital, of the former socialist countries of Eastern and Balkan Europe and some former Soviet republics; it has shaken the economies of the African countries.

But the advance of imperialist globalization has stopped before the resistance of Russia, which since 1999 has fired El’cin and has been governed under Putin’s leadership; nor has it managed to cope with the growing contradictions within the capitalist system. The crisis that began in the USA in 2007-2008 (financial bubble following an indiscriminate expansion of credit - subprime mortgages - to dope an insufficient demand) has been passed on to the economies of the EU, whose internal system inspired by German “ordoliberalism” has allowed some stronger countries - Germany in primis - to pass the crisis on to the most fragile countries, the so-called PIIGS, forced to adopt policies of austerity, of reduction or cancellation of welfare, of lowering wages. This has aggravated the crisis in these countries, with a fall in domestic demand and GDP in a recessive spiral. This in turn has led to a vertical fall in support for the political parties that governed during the crisis, with an exponential growth of populist and “sovranist” movements, which proclaim the break-up of the EU as the only possible solution.

Liberal globalization has also affected the economic structure of the United States, which has become increasingly financialized, focusing on the issue of dollars, whose world weight as a reserve currency and denomination of international prices of raw materials, starting from oil, is supported by military force (the U.S. alone spend almost as much in arms as the rest of the world put together). Despite the enormous military force, however, the USA has had to deal with the resistance of the occupied countries, which the USA and its most loyal allies, the United Kingdom, have not been able to normalize. So they have replaced the goal of normalizing and pacifying these countries under the direct or indirect control of the United States with the “strategy of chaos”. (adopted by Obama and Hillary Clinton), which no longer aimed to normalize, but to make ungovernable a crucial area of the world in order to prevent other countries from benefiting from it. It is a desperate strategy, which has affected the consensus within the US establishment. Trump’s electoral victory was the answer to the American internal malaise [7]. Trump is now attempting another path, including trade war to regain US leadership (“America first”).

Both Trump’s rise to the US presidency and the advance of populist forces in Europe and beyond are a response to the crisis of hegemony of the ruling classes of the West, who had focused everything on imperialist globalization and on the unipolarity of the US and its NATO armed wing. This response is not progressive, but regressive: with respect to an increasingly interconnected world and the possible construction of a community of shared destiny for humanity, Trump and the populist-sovereignists propose a protectionist closure in their inner courtyard, the absolute priority of their state in opposition to the others (Donald Trump: “America first”; Matteo Salvini: “ the Italians first”). Faced with the crisis of liberal democracies, a return to populist demagogy is proposed, which characterized the fascism in the 1920s and 1930s of the 20th century. Also in the 20th century, with the First World War, a first cycle of globalization was closed, of what Marx defined as the tendency inherent in bourgeois development to the realization of a world market. To the first globalization of the end of the 19th and the beginning of the 20th century there were two answers: a progressive, socialist and internationalist one, represented by the USSR; a reactionary one, represented by Fascism and Nazism. A century later, we find ourselves - with all the appropriate differences - in a similar situation: on the one hand, the crisis of imperialist globalization, of its false internationalism, which in the name of human rights has bombed Serbia and Iraq, Afghanistan and Libya, and has promoted colorful revolutions from Georgia to Ukraine, also trying to attack Hong Kong; on the other hand, the reactionary responses of the protectionist closure, of the reaffirmation of unipolarism that sets no limits to the absolute exercise of sovereignty, with the consequent disallowance of the existence of a world community (Trump denies the international treaties on climate and environment, recognizes no other right than that of its superstate). Both these positions - imperialist globalization and populist sovereignty - are reactionary and wrong for the peoples and the development of the planet.

  1. China and the world in the new era

Faced with the structural crisis - economic, political and cultural - of imperialist globalization we have seen in recent decades the extraordinary growth of China - and other countries in which it won the revolution led by communist parties, such as Vietnam.

The reform and opening initiated by Deng Xiaoping in 1978 meant China’s opening to the world market; but this opening was not indiscriminate, it was instead directed and controlled by the CPC, which had its own clear strategic project for the development of the productive forces. While the US-led globalization was characterized by imperialism, and therefore was, as the economist Chossudovski wrote, the “globalization of poverty” [8], the opening of China to the global market can be defined as an “anti-imperialist globalization”, in the sense that China has adopted strategies and methods that, opening regions and sectors of its economy to world capital, has directed it to the internal development of the country.

In the three decades since 1978, up to the threshold of the 18th CPC Congress (2012), China has tried to maintain a low profile at the international level, has carefully avoided becoming a protagonist, while weaving - the Shanghai Forum, the BRICS - an important network of ties with other countries. This was a wise choice, which allowed China to focus on internal development issues, and to provide an economic basis for a further leap forward. The development of the Chinese productive forces was the main concern and to it - as in the times of the united anti-Japanese front - everything had to be subordinated. But just as, after the defeat of the Japanese, the CCP resumed its strategic objectives of the Chinese Revolution, once it reached an adequate level of development, China is preparing for a new phase that requires the development of a new policy.

This is where the Chinese program of a non-imperialist “new globalization” intervenes, as opposed to the failed globalization of the United States. The founding idea of this “new globalization” is innervated and articulated in a great initiative, the Belt and Road Initiative, the new Silk Road. It is a concrete development initiative for China and the world, and at the same time a cultural proposal, closely linked to China’s new internationalism, to the struggle to build a community of shared destiny for all humanity.

Today China is the only country in the world that proposes to the whole world, to the whole of humanity, an extraordinary human development project that can become hegemonic, a key idea accepted and shared by the peoples of the world.

We are at a crossroads. The old road - which despite the smoke of novelty is also that of the “America first” of Trump - is closed, is bankrupt. Both imperialist globalization and sovranistic and exclusionary protectionism are disastrous: they are two specular reactionary forms.

Xi proposes a “new globalization”. It is not only an economic but also a cultural project of concrete universalism in the recognition of diversity and in the proposal to fight for the construction of a community of shared destiny for humanity. It is the strategic vision of the future of the entire world as an increasingly interconnected world, which requires a new type of globalization, completely different from that led by the United States and Western countries, which has been underway since 1991. Relations between countries around the world must be based on win-win reciprocity. In this sense, Xi Jinping’s thinking is the opposite of Trump’s thinking of “America first”: Xi thinks of the community of common destiny of humanity, not just the destiny of his nation. Xi’s thinking is universalistic, not particularistic. This universalism is not, however, an abstract universalism, but a concrete universalism, which considers the concrete economic and social conditions, the contradictions between social classes and states.

In his speech to the UN for the 70th anniversary, Xi Jinping said on September 28, 2015:

We should increase inter-civilization exchanges to promote harmony, inclusiveness, and respect for differences. The world is more colourful as a result of its cultural diversity. Diversity breeds exchanges, exchanges create integration, and integration makes progress possible.

In their interactions, civilizations must accept their differences. Only through mutual respect, mutual learning, and harmonious coexistence can the world maintain its diversity and thrive. Each social model represents the unique vision and contribution of its people, and no model is superior to others. Different civilizations should engage in dialogue and exchanges instead of trying to exclude or replace each other. The history of humanity is a process of exchanges, interactions, and integration among different civilizations. We should respect all civilizations and treat each other as equals. We should draw inspiration from each other to boost the creative development of human civilization [9].

For China, Xi’s thinking is an innovation and at the same time is in continuity with the thinking of Mao Zedong, Deng Xiaoping and other leaders and theorists of socialism with Chinese characters. Continuity is in a vision of China as a developing country that needs a relatively long period to develop the productive forces and must concentrate on this enormous goal: here China has achieved many successes in a few decades, and it is now the second most important economy in the world, and it is developing more and more. But the change that Xi has brought about is no less important, because, considering the level of development of the Chinese productive forces, Xi indicates that China has entered a new phase, which needs a new globalization. The Belt and Road Initiative is not only a concrete proposal for the countries of Asia, Europe and Africa; it is also a metaphor for the idea of projecting China into the world. It’s the idea of the new globalization that Xi has exposed in many speeches against the protectionist policy of the Trump administration.

In short, we can say that today in the world there are two opposing conceptions about the future, and consequently two opposing policies: the new globalization proposed by China and an exclusivist nationalism, which is a real regression for humanity.

Xi’s internationalist conception is not the erasure of China’s national interests and of socialism with Chinese characteristics; on the contrary, it is the recognition that these interests can be better developed in an interconnected world. It is the dialectic of universal and particular, national and international.

In the “new era” we meet the new phase of China’s development, aimed at overcoming its current main contradiction, as indicated by the 19th CPC Congress, and the proposal to the peoples of the world, to the workers’ movement and to all authentically democratic and progressive forces of a progressive exit onwards (and not reactionary and regressive) to the crisis of imperialist globalization.

It is the duty of the Communist parties and workers of the world, of the genuinely democratic and progressive forces, to take up the strategic challenge that Xi’s thought proposes.


NOTES

[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

[2] See Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [This is what history is about. Notes for the 20th anniversary of the collapse of the USSR], Social Sciences Academy Press, Beijing, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, and several other writings and speeches.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] I would like to refer to my “Changes in the global framework. Trump, EU, Italy”, in MarxVentuno n. 1-2/2018, also available at https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ or http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] See “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.

Foto del presidente Xi Jinping

L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

Di fronte alla crisi della globalizzazione imperialista.

L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

 

di Andrea Catone, Direttore della rivista MarxVentuno


ENGLISH VERSION

 


VERSION FRANÇAISE


Sollecitato da una serie di domande postemi in un’intervista nel corso del IX Forum del Socialismo Mondiale – appuntamento ormai annuale organizzato in autunno a Pechino dal World Socialism Research Justify presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali (CASS) e da altre organizzazioni politiche e culturali della RPC – propongo le seguenti riflessioni sul pensiero di Xi Jinping in merito all’ingresso del socialismo cinese in una nuova era.

Foto del presidente Xi Jinping

Il pensiero del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese ha un valore strategico non solo per la Cina – e questo già di per sé, date le dimensioni del territorio, della popolazione e dell’economia cinesi, impatta sul resto del mondo – ma anche per i partiti comunisti e operai, per i movimenti di lotta anti-imperialisti e contro il neocolonialismo, per tutte le autentiche forze democratiche e progressiste del mondo.

“Nuova era” implica che ci lasciamo alle spalle una “vecchia era”, che entriamo in una fase nuova della storia della Cina e del mondo: non solo della Cina, ma dell’intera umanità. E questo non solo perché la storia della Cina non può non influire sui destini del mondo, ma anche perché, come scrive Xi, i destini di Cina e mondo sono interconnessi: “Noi in Cina crediamo che la Cina farà bene solo quando il mondo farà bene, e viceversa”[1].

L’era in cui entriamo è nuova sia per la Cina che per il mondo.

 

  1.   La nuova era per la Cina

Che cosa è nuovo e cambia per la Cina?

Quaranta anni dopo l’avvio della politica di riforme e apertura il volto della Cina è profondamente cambiato. La RPC ha compiuto uno straordinario balzo in avanti nello sviluppo delle forze produttive. Dal punto di vista economico-sociale è stata la più grande trasformazione che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, avvenuta in tempi estremamente ristretti dal punto di vista della storia, che misura le grandi trasformazioni in termini di secoli e non di anni o decenni. Una trasformazione che ha coinvolto un miliardo e 300 milioni di persone, cha ha fatto uscire la stragrande maggioranza della popolazione cinese dalla povertà e ha portato centinaia e centinaia di milioni di contadini ad urbanizzarsi rapidamente. Guardata con gli occhi dello storico, si è trattato di un’impresa straordinaria, di cui forse non ci rendiamo ancora pienamente conto. Come tutte le grandi trasformazioni, essa non abbraccia soltanto i dati economici e una straordinaria ininterrotta crescita del Pil intorno al 10% in media all’anno. La grande trasformazione cinese abbraccia tutti i campi: sociale, culturale, politico, della mentalità collettiva…

Possiamo osservare un’altra straordinaria caratteristica di questa grande trasformazione: la compattezza, la saggezza, la capacità di correggere gli errori, della “classe dirigente” cinese, cioè del Partito comunista cinese. Quando dico questo, non ignoro i momenti di tensione e lotta anche acuta che si sono manifestati all’interno del gruppo dirigente cinese sulle linee da seguire; ciò fa parte della storia e della vita, che si sviluppa attraverso contraddizioni. Ma il gruppo dirigente cinese ha avuto la saggezza e la capacità di superare positivamente le contraddizioni, di mantenere saldamente l’unità del partito, di allargare la base degli iscritti, di estendere la sua influenza nella società. E ha fatto ciò tenendo ben ferme le radici della propria storia e i propri fondamenti, combinandoli con i caratteri più avanzati e progressivi della ricca e articolata cultura nazionale cinese: è stata la sinizzazione del marxismo.

Il PCC ha studiato molto attentamente l’esperienza del socialismo sovietico e ha tratto le lezioni dalla dissoluzione dell’URSS e delle democrazie popolari nell’Europa centro-orientale e balcanica tra il 1989 e il 1991. (Tra i tanti studi, vorrei ricordare il convegno internazionale promosso dalla CASS nel 2011, i cui atti sono stati pubblicati a cura di Li Shenming[2]). Tra le diverse e complesse concause che portano al disastro del 1989-91, un ruolo determinante è svolto dal cedimento politico, ideologico, organizzativo del PCUS, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo dirigente nel processo di transizione socialista.

Il Pensiero di Xi dedica particolare cura e attenzione al partito comunista, da ogni punto di vista: ricorda ad ogni membro del partito, e in particolare ai dirigenti, che vanno strettamente osservate regole e disciplina di partito[3], che in un partito comunista non deve esserci nessuno spazio per la corruzione, che va combattuta con estremo vigore[4]; invita a lavorare quotidianamente per un legame sempre più stretto tra partito comunista e masse[5]. Inoltre, Xi riconferma la fondamentalità del marxismo: “Non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini e dobbiamo rimanere impegnati nella nostra missione. Il comunismo cinese ha le sue origini nell’adesione al marxismo, al comunismo e socialismo cinesi e nella fedeltà al Partito e al popolo”[6]. Xi Jinping opera per lo studio e lo sviluppo del marxismo, dando impulso alle scuole di marxismo che si diffondono presso gli istituti e le università di tutta la Cina.

La straordinaria avanzata, in campo economico, sociale, politico, della Cina negli ultimi decenni, ha consentito di raggiungere un determinato stadio nello sviluppo delle forze produttive. Il percorso di questa straordinaria avanzata è stato segnato – come accade sempre in ogni complesso processo storico – da contraddizioni: tra classi sociali, tra città e campagna, tra zone della costa e dell’interno, tra regioni più e meno avanzate. Nel rapporto di Xi Jinping al XIX Congresso del PCC (ottobre 2017) esse sono state condensate nella formula di “sviluppo sbilanciato e inadeguato”. La qualità e l’efficacia dello sviluppo non sono come dovrebbero essere, la difesa dell’ambiente è inadeguata, vi sono ancora grandi disparità nella distribuzione del reddito, nello sviluppo di aree urbane e rurali e tra le diverse regioni del grande paese; il livello di welfare è ancora inadeguato. Il PCC, che si è formato sullo studio e l’analisi concreta delle contraddizioni (ricordo i noti scritti di Mao Sulla contraddizione, 1937, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo, 1957), ha colto col XIX congresso il carattere delle contraddizioni e il mutamento della contraddizione principale:

Il problema principale è che il nostro sviluppo è squilibrato e inadeguato. Questo è diventato il più grave fattore limitante nel soddisfare i crescenti bisogni del popolo per una vita migliore. Dobbiamo riconoscere che l’evoluzione della contraddizione principale che affligge la società cinese rappresenta un cambiamento storico che riguarda l’intero panorama e pone molte nuove richieste per il lavoro del Partito e del Paese. Basandoci su sforzi continui per sostenere lo sviluppo, dobbiamo dedicare grande energia per affrontare gli squilibri e le inadeguatezze dello sviluppo e spingere al massimo per migliorare la qualità e gli effetti dello sviluppo. Con ciò, saremo in una posizione migliore per soddisfare le sempre crescenti esigenze economiche, politiche, culturali, sociali ed ecologiche del nostro popolo e per promuovere uno sviluppo umano completo e un progresso sociale a tutto tondo.

La nuova era per la Cina è quindi costituita dal superamento dello sviluppo squilibrato e inadeguato e dal passaggio a uno sviluppo armonico, rispettoso dell’uomo e dell’ambiente, ecocompatibile, che pone al primo posto la crescita qualitativa piuttosto che quantitativa. La costruzione moderna del socialismo con caratteristiche cinesi si articola in tre fasi: entro il 2020 punta a completare la creazione di una società con un livello di benessere diffuso; dal 2020 al 2035 punta a realizzare le basi della modernizzazione socialista, mentre dal 2035 alla metà del secolo intende trasformare la Cina in un paese socialista moderna basato su armonia, bellezza e civiltà democratica.

Nel suo rapporto al XIX Congresso Xi ha elencato 14 punti:

  1.     direzione del partito su tutti gli aspetti della società;
  2.     la politica deve essere centrata sulle persone;
  3.     approfondire la riforma nel suo complesso;
  4.     un nuovo concetto di sviluppo (innovazione, coordinamento, green economy, apertura e condivisione);
  5.     il popolo è il padrone del paese;
  6.     aderire allo stato di diritto, governare il paese nella sua globalità secondo la legge;
  7.     sviluppare un sistema di valori socialisti e la fiducia nella propria cultura;
  8.     sostenere e migliorare i mezzi di sussistenza del popolo;
  9.     coesistenza armoniosa di uomo e natura (civiltà ecologica);
  10.     sicurezza nazionale;
  11.     piena direzione del Partito sull’esercito;
  12.     “un paese, due sistemi”: promuovere la riunificazione con Taiwan;
  13.     battersi per una comunità internazionale di un futuro condiviso per tutta l’umanità (ciò è stato inserito nel nuovo statuto del PCC);
  14.     governare il partito in modo completo e rigoroso.

 

  1. La nuova era per il mondo

La nuova era non riguarda solo la Cina, ma il mondo intero. Quale era volge al termine e quale si tratta di avviare? Qual è il carattere della nuova era?

Circa 30 anni fa, dopo il 1989-91 che portò alla fine dell’Urss e delle democrazie popolari in Europa, prese slancio nel mondo la globalizzazione imperialista, guidata dagli USA, che si presentavano come vincitori assoluti della guerra fredda.

Quella globalizzazione, attuata con guerre guerreggiate, ha sconvolto regioni importanti del pianeta, l’area dei paesi del MENA (Middle East e Nord Africa); ha portato all’assorbimento nella NATO e nella UE, sotto controllo del capitale occidentale, dei paesi ex socialisti dell’Europa orientale e balcanica e alcune repubbliche ex sovietiche; ha sconvolto le economie dei paesi dell’Africa.

Ma l’avanzata della globalizzazione imperialista si è fermata davanti alla resistenza della Russia, che dal 1999 ha licenziato El’cin ed è stata governata sotto la direzione di Putin; né è riuscita a far fronte alle crescenti contraddizioni interne al sistema capitalista. La crisi iniziata negli USA nel 2007-2008 (bolla finanziaria conseguente ad un’espansione indiscriminata del credito – i mutui subprime – per drogare una domanda insufficiente) è stata scaricata sulle economie della Ue, il cui ordinamento interno ispirato all’“ordoliberismo” tedesco ha consentito ad alcuni paesi più forti – Germania in primis – di scaricare a loro volta la crisi sui paesi più fragili, i cosiddetti PIIGS, costretti ad adottare politiche di austerità, di riduzione o cancellazione del welfare, di abbassamento dei salari. Ciò ha aggravato in questi paesi la crisi, con una caduta della domanda interna e del Pil in una spirale recessiva. Il che ha prodotto a sua volta una caduta verticale dei consensi ai partiti politici che hanno governato durante la crisi, con una crescita esponenziale di movimenti populisti e “sovranisti”, che proclamano nella rottura della Ue l’unica soluzione possibile.

La globalizzazione liberista ha inciso anche sulla struttura economica degli USA, che si è sempre più finanziarizzata, puntando sull’emissione di dollari, il cui peso mondiale come valuta di riserva e di denominazione dei prezzi internazionali delle materie prime, a partire dal petrolio, viene sostenuto dalla forza militare (gli USA spendono da soli in armi quasi quanto tutto il resto del mondo messo insieme). Nonostante l’enorme forza militare, però, gli USA hanno dovuto fare i conti con le resistenze dei paesi occupati, che gli USA e i loro alleati più fedeli, il Regno Unito, non sono riusciti a normalizzare. Per cui essi hanno sostituito all’obiettivo della normalizzazione e pacificazione di questi paesi sotto controllo diretto o indiretto degli USA la “strategia del caos” (adottata da Obama e Hillary Clinton), che mirava non più a normalizzare, ma a rendere ingovernabile un’area cruciale del mondo allo scopo di impedire che altri paesi potessero trarne vantaggio. È una strategia disperata, che ha inciso sul consenso interno all’establishment USA. La vittoria elettorale di Trump è stata la risposta al malessere interno americano[7]. Trump tenta ora un’altra strada, tra cui la guerra commerciale per recuperare il primato USA (“America first”).

Sia l’ascesa di Trump alla presidenza USA che l’avanzata di forze populiste in Europa e non solo sono una risposta alla crisi di egemonia delle classi dirigenti dell’Occidente, che avevano puntato tutto sulla globalizzazione imperialista e sull’unipolarismo degli USA e del suo braccio armato della NATO. Questa risposta non ha un carattere progressivo, ma regressivo: rispetto a un mondo sempre più interconnesso e alla possibile costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità, Trump e i populisti-sovranisti propongono una chiusura protezionistica nel proprio cortile interno, la priorità assoluta del proprio stato in contrapposizione con gli altri (Donald Trump: “America first”; Matteo Salvini: “prima gli italiani”). Di fronte alla crisi delle democrazie liberali si propone un ritorno alla demagogia populista, che caratterizzò i fascismi negli anni 20 e 30 del XX secolo. Anche nel XX secolo, con la I guerra mondiale, si chiuse un primo ciclo della globalizzazione, di ciò che Marx definiva la tendenza insita nello sviluppo borghese alla realizzazione di un mercato mondiale. Alla prima globalizzazione di fine 800 e primi 900 vi furono due risposte: una progressiva, socialista e internazionalista, rappresentata dall’URSS; una reazionaria, rappresentata dal fascismo e dal nazismo. A un secolo di distanza, ci troviamo – fatte tutte le debite differenze – in una situazione analoga: da un lato, la crisi della globalizzazione imperialista, del suo falso internazionalismo, che in nome dei diritti umani ha bombardato Serbia e Iraq, Afghanistan e Libia, e ha promosso rivoluzioni colorate dalla Georgia all’Ucraina, tentando anche di attaccare Hong Kong; dall’altro le risposte reazionarie della chiusura protezionistica, della riaffermazione dell’unipolarismo che non pone limiti all’esercizio assoluto di sovranità, col conseguente disconoscimento dell’esistenza di una comunità mondiale (Trump rinnega i trattati internazionali su clima e ambiente, non riconosce altro diritto se non quello del proprio superstato). Entrambe queste posizioni – la globalizzazione imperialista e il sovranismo populista – sono reazionarie e sbagliate per i popoli e lo sviluppo del pianeta.

 

  1. La Cina e il mondo nella nuova era

Di fronte alla crisi strutturale – economica, politica e culturale – della globalizzazione imperialista abbiamo visto negli ultimi decenni la straordinaria crescita della Cina – e di altri paesi in cui ha vinto la rivoluzione guidata da partiti comunisti, come il Vietnam.

La riforma e apertura avviate da Deng Xiaoping nel 1978 hanno significato apertura della Cina al mercato mondiale; ma questa apertura non è stata indiscriminata, essa invece è stata diretta e controllata dal PCC, che aveva un suo chiaro progetto strategico di sviluppo delle forze produttive. Mentre la globalizzazione a guida USA è stata caratterizzata dall’imperialismo, e quindi è stata, come scriveva l’economista Chossudovski, la “globalizzazione della povertà”[8], l’apertura della Cina al mercato globale può definirsi una “globalizzazione antimperialista”, nel senso che la Cina ha adottato strategie e metodi che, aprendo regioni e settori della propria economia al capitale mondiale, lo ha indirizzato allo sviluppo interno del paese.

Nei tre decenni successivi al 1978, fino alle soglie del XVIII congresso del PCC (2012) la Cina ha cercato di mantenere un basso profilo a livello internazionale, ha accuratamente evitato di porsi come protagonista, pur tessendo – il forum di Shangai, i BRICS – una importante rete di legami con altri paesi. Ciò è stata una scelta saggia, che ha consentito alla Cina di concentrarsi sui problemi dello sviluppo interno, e di dotarsi di una base economica per un ulteriore successivo balzo in avanti. Lo sviluppo delle forze produttive cinesi è stata la preoccupazione principale e ad essa – come ai tempi del fronte unito antigiapponese – bisognava subordinare ogni cosa. Ma come dopo la sconfitta dei giapponesi il PCC ha ripreso i suoi obiettivi strategici della rivoluzione cinese, così, una volta raggiunto un adeguato livello di sviluppo, la Cina si appresta ad una nuova fase che richiede di sviluppare una nuova politica.

È qui che interviene il programma cinese di una “nuova globalizzazione” non imperialista, contrapposta a quella fallimentare degli USA. L’idea fondante di questa “nuova globalizzazione” si innerva e articola in una grandiosa iniziativa, la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta. Essa è un’iniziativa concreta di sviluppo per la Cina e per il mondo, e al tempo stesso anche una proposta culturale, strettamente connessa al nuovo internazionalismo della Cina, alla lotta per costruire una comunità di destino condiviso per tutta l’umanità.

La Cina è oggi nel mondo l’unico paese che propone all’intero mondo, a tutta l’umanità, un progetto di sviluppo umano straordinario, che può divenire egemone, idea chiave accettata e condivisa dai popoli del mondo.

Siamo di fronte a un bivio. La vecchia strada – che nonostante il fumo di novità è anche quella della “America first” di Trump – è preclusa, è fallimentare. Fallimentari sono sia la globalizzazione imperialista che il protezionismo sovranista ed escludente: sono due forme reazionarie speculari.

Xi propone una “nuova globalizzazione”. È un progetto non solo economico, ma culturale, di universalismo concreto nel riconoscimento delle diversità e nella proposta di lottare per la costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità. È la visione strategica del futuro dell’intero mondo come un mondo sempre più interconnesso, che richiede un nuovo tipo di globalizzazione, del tutto diversa da quella guidata dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali, che è stata in atto dal 1991. Le relazioni tra i paesi di tutto il mondo devono basarsi su una reciprocità win-win. In questo senso il pensiero di Xi Jinping è l’opposto del pensiero di Trump di “America first”: Xi pensa alla comunità di destino comune dell’umanità, non solo al destino della sua nazione. Il pensiero di Xi è universalistico, non particolaristico. Questo universalismo non è però un universalismo astratto, ma un universalismo concreto, che considera le concrete condizioni economiche e sociali, le contraddizioni tra classi sociali e stati.

Nel suo discorso all’ONU per il 70°, il 28 settembre 2015 Xi Jinping ha affermato:

Dobbiamo aumentare gli scambi tra le civiltà per promuovere l’armonia, l’inclusione e il rispetto delle differenze. Il mondo è più colorato a causa della sua diversità culturale. La diversità genera scambi, gli scambi creano integrazione e l’integrazione rende possibile il progresso.

Nelle loro interazioni, le civiltà devono accettare le loro differenze. Solo attraverso il rispetto reciproco, l’apprendimento reciproco e la coesistenza armoniosa il mondo può mantenere la sua diversità e prosperare. Ogni civiltà rappresenta la visione e il contributo unico del suo popolo, e nessuna civiltà è superiore alle altre. Civiltà diverse dovrebbero avere dialogo e scambi invece di cercare di escludersi o sostituirsi a vicenda. La storia dell’umanità è un processo di scambi attivi, interazioni e integrazione tra civiltà diverse. Dovremmo rispettare tutte le civiltà e trattarci a vicenda come uguali. Dovremmo trarre ispirazione l’uno dall’altro per stimolare lo sviluppo creativo della civiltà umana[9].

Per la Cina, il pensiero di Xi è un’innovazione e allo stesso tempo è in continuità con il pensiero di Mao Zedong, Deng Xiaoping e gli altri dirigenti e teorici del socialismo con caratteri cinesi. La continuità è in una visione della Cina come Paese in via di sviluppo che ha bisogno di un periodo relativamente lungo per sviluppare le forze produttive e deve concentrarsi in questo enorme obiettivo: qui la Cina ha ottenuto molti successi in pochi decenni ed è oggi la seconda economia più importante del mondo e si sviluppa sempre di più. Ma il cambiamento che Xi ha apportato non è meno importante, perché, considerando il livello di sviluppo delle forze produttive cinesi, Xi indica che la Cina è entrata in una nuova fase, che ha bisogno di una nuova globalizzazione. La Belt and Road Initiative non è solo una proposta concreta per i Paesi dell’Asia, Europa, Africa; è anche la metafora dell’idea di proiezione della Cina nel mondo. È l’idea della nuova globalizzazione che Xi ha esposto in molti discorsi contro la politica protezionistica dell’amministrazione Trump.

In sintesi, possiamo dire che oggi nel mondo ci sono due concezioni opposte sul futuro, e di conseguenza due politiche opposte: la nuova globalizzazione proposta dalla Cina e un nazionalismo esclusivista, che è una vera e propria regressione per l’umanità.

La concezione internazionalista di Xi non è la cancellazione degli interessi nazionali della Cina e del socialismo con caratteristiche cinesi; al contrario, è il riconoscimento che questi interessi possono svilupparsi meglio in un mondo interconnesso. È la dialettica di universale e particolare, nazionale e internazionale.

Nella “nuova era” si incontrano la nuova fase dello sviluppo della Cina, volta al superamento della sua attuale contraddizione principale, come indicato dal XIX Congresso del PCC, e la proposta ai popoli del mondo, al movimento operaio e a tutte le forze autenticamente democratiche e progressiste di un’uscita in avanti (e non reazionaria e regressiva) alla crisi della globalizzazione imperialista.

Ai partiti comunisti e operai del mondo, alle forze autenticamente democratiche e progressiste sta il compito di raccogliere la sfida strategica che il pensiero di Xi propone.


[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

[2] Cfr. Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [È di questo che tratta la storia. Note per il ventesimo anniversario del crollo dell'URSS], Social Sciences Academy Press, Pechino, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, e diversi altri scritti e discorsi.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] Mi permetto di rinviare al mio “Mutamenti nel quadro mondiale. La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia”, in MarxVentuno n. 1-2/2018, reperibile anche https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ o http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] Cfr. “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.

Locandina forum europeo

V Forum Europeo. La via cinese e le prospettive mondiali

Per il quinto anno consecutivo, l'Accademica Cinese delle Scienze Sociali, assieme all'Associazione Marx21 e alla casa editrice MarxVentuno Edizioni, organizza un Forum internazionale sullo studio della Cina contemporanea che vede la partecipazione di decine di accademici delle migliori università cinesi.
Quest'anno, per la prima volta, il Forum si svolgerà a Bologna e vede tra gli organizzatori l'Istituto Confucio di Bologna.

L'incontro si svolgerà domenica 14 Ottobre 2018, presso le sale dell'Hotel Zanhotel Europa, in via Cesare Boldrini, 11, dalle ore 9,00 alle 17,30. È previsto coffee break e lunch.

Per partecipare è necessario iscriversi utilizzando il modulo presente all'indirizzo https://bit.ly/2I77mxs
Maggiori informazioni ed il programma del Forum verranno comunicati a tutti gli iscritti.

Per ogni richiesta di informazione, scrivere all'organizzazione dell'evento. La mail è: conferenzacina2018@gmail.com

Evento Facebook

Locandina forum europeo

Foto con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Mobilitarsi contro l’attacco alla Costituzione del governo Lega-5Stelle

di Vincenzo De Robertis*

Il 19 settembre le agenzie hanno battuto la notizia della presentazione da parte del Ministro per i rapporti con il Parlamento, Fraccaro, Deputato del Movimento 5 stelle, di due disegni di legge costituzionale contenenti, l'uno una riduzione del numero di Parlamentari per 345 unità, 230 Deputati, che passerebbero da 630 a 400, e 100 Senatori, che da 315 passerebbero a 200, l'altro per l'inserimento in Costituzione dell'istituto del Referendum propositivo.

Si tratta di due disegni di legge di carattere costituzionale perché il numero dei Parlamentari componenti la Camera ed il Senato sono fissati dalla Costituzione, mentre anche il Referendum propositivo, attualmente non previsto nel testo della Carta, comporta una modifica Costituzionale.

La presentazione di questi due disegni di legge segue di qualche mese la presentazione in Cassazione della proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, avanzata dal Prof. Guzzetta, che vuole trasformare la Repubblica parlamentare in presidenziale, prevedendo, fra l'altro, il monocameralismo, un Presidente eletto dal popolo, che forma il Governo e decide dello scioglimento del Parlamento, ridotto alla sola Camera dei Deputati. Questa proposta ha già incassato l'appoggio di Salvini, Fratelli d'Italia e Forza Italia, oltre che il sostegno del renziano Giachetti del PD, di Parisi e Segni.

Foto con Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini

L'accoppiata dei due provvedimenti di modifica costituzionale, quello presidenzialista e quello per la riduzione dei Parlamentari, getta una luce sinistra sui contenuti di questa Legislatura che anche nelle dichiarazioni dei rappresentati dei due partiti al governo vuole accreditarsi come Legislatura di cambiamenti costituzionali, per aprire la strada alla cd. Terza Repubblica.

 

Va notato, intanto, che, com'era già successo per il Referendum sull'acqua pubblica, al di là delle dichiarazioni di facciata, a distanza di poco tempo si ripropongono modifiche tendenti a ridimensionare la funzione centrale del Parlamento, stracciando i risultati di una consultazione popolare che il 4 dicembre 2016 aveva pesantemente bocciato la riforma costituzionale renziana, tendente anch'essa a modificare l'assetto istituzionale del nostro Paese, così come descritto in Costituzione.

La riduzione del numero dei parlamentari, infatti, che viene presentata come una misura mirata ad ottenere una maggiore efficienza del Parlamento, sia sotto il profilo della spesa che sotto quello del suo lavoro, in realtà si risolve solo in una riduzione della rappresentatività del Paese nell'istituzione, poiché occorrerà un numero maggiore di voti per essere eletti, ed un numero maggiore di elettori non avrà rappresentanza in Parlamento, al netto di qualunque sistema elettorale si scelga.

Una riduzione della spesa la si poteva ottenere, invece, riducendo gli emolumenti ed i privilegi di cui ancora godono i Parlamentari, aprendo in tal modo la strada ad una riduzione analoga in altri consessi elettivi (Consigli Regionali) e nei percorsi amministrativo-istituzionali (alti Funzionari, Dirigenti pubblici, ecc.), che nello stipendio del Parlamentare hanno il loro punto di riferimento retributivo.

I risultati ottenibili, sotto il profilo economico, sarebbero di gran lunga maggiori!

Invece, con la strada intrapresa anche l'auto-riduzione dei propri emolumenti, operata in passato da alcuni Parlamentari ed eletti del M5s e di cui ora non si sente più parlare, finisce per essere declassata ad iniziativa demagogica, finalizzata al consenso politico immediato.

Il nostro ordinamento istituzionale mette al centro il Parlamento, che esprime in maniera più alta la sovranità popolare. Esso è il luogo ove trova la propria rappresentanza il Paese, in maniera tanto più articolata, quanto più la legge elettorale lo consente. Esso è il luogo principe del confronto politico fra interessi sociali differenti ed in taluni casi contrapposti, per raggiungere quelle mediazioni, quei compromessi che sono il frutto dell'arte politica.

I partiti politici, un tempo organizzatori della partecipazione popolare, insieme con sindacati e altre associazioni, sono oggi ridotti nei fatti ad espressione di interessi lobbistici, divenendo così i perpetuatori di un ceto politico interessato al mantenimento dei privilegi acquisiti, mentre si perde ogni giorno di più la pratica di assumere decisioni collegiali, su cui rendere conto ai propri sostenitori, ed un gruppo sempre più ristretto di “capi” assume le decisioni politiche.

In questo contesto, ogni cambiamento che, riducendo la partecipazione popolare, persegua a parole l'obbiettivo di accelerare il processo decisionale, nei fatti non farà altro che ridurre gli spazi di democrazia, favorendo verticismo ed autoritarismo.

20 settembre 2018

*Comitato difesa della Costituzione - Bari


Mettiamo a disposizione un articolo della costituzionalista Alessandra Algostino pubblicato sul n. 1/2013 della rivista MarxVentuno. Consultabile qui.

Name *

Email *

Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la Costituzione edito da MarxVentuno Edizioni nel 2017.

La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia

di Andrea Catone

Questo articolo è contenuto nel nuovo numero della rivista MarxVentuno n.1-2/2018

 

Copertina n. 1-2/2018
Mutamenti del quadro mondiale. Trump, l'UE, l'Italia

Abstract

Prima e dopo l’elezione di Trump assistiamo ad un duro scontro interno alla classe dominante Usa. È fallito, a quasi 30 anni dalla fine dell’Urss, il “progetto americano per il nuovo secolo” di essere la superpotenza incontrastata nel mondo (unipolarismo). La straordinaria ascesa della Cina, la riorganizzazione della Russia sotto la direzione di Putin, l’emergere di nuovi soggetti sulla scena mondiale ne determinano il fallimento. Trump cambia linea, non per accettare però un mondo veramente multipolare, ma nel tentativo di affermare su una base più solida il primato americano. Non smantella, ma rafforza il complesso militar-industriale (aumenta la spesa per il 2019), né il sistema di basi e di alleanze militari sotto stretto controllo USA, in primis la NATO. E, insieme, punta al rilancio della base industriale, indebolitasi negli ultimi decenni, con una politica protezionistica e la dura guerra commerciale non solo contro la Cina, ma anche contro i paesi capitalistici – dalla Ue al Canada al Giappone – che hanno costituito dopo il 1945 il “blocco occidentale”. Trump vuole rompere ogni organismo di cooperazione internazionale, in modo da trattare da maggiori posizioni di forza con ogni singolo paese. La Ue vive oggi una crisi profonda politica, morale, di progetto. In questa crisi si inserisce ora l’azione di Trump apertamente contro la Ue. L’implosione della Ue avrebbe oggi un forte segno di destra – come mostra in Italia la forte ascesa della Lega – e porrebbe ogni singolo paese europeo ancor più sotto il controllo USA.

 

L’irrompere sulla scena politica interna e internazionale di Donald Trump, insediatosi (nonostante abbia ricevuto 2.800.000 voti in meno della candidata del partito democratico Hillary Clinton[1]), il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca quale 45° presidente della potenza con il più alto Pil, il più forte arsenale e la più grande presenza militare del mondo, con basi istallate in oltre 150 paesi, muta il quadro dei rapporti internazionali a livello mondiale. Nessuna analisi del quadro mondiale e dei rapporti internazionali può prescindere dal ruolo degli Usa.

Donald Trump

Un duro scontro tra frazioni della classe capitalistica americana

 A quasi due anni dal suo insediamento, Trump continua ad essere oggetto di contestazioni e attacchi dei media, tra cui i ben noti The Washington Post e New York Times. Ad agosto 2018 il Boston Globe ha lanciato una campagna per la libertà di stampa negli Usa, in sostanza contro Trump, alla quale hanno aderito 350 giornali[2]. Sono numerosi ormai i libri e pamphlet contro di lui, lanciati con grande battage pubblicitario[3]. E insieme con ciò, azioni legali e iniziative per procedere all’impeachment[4]. Uno scontro di tal fatta non si presentava da molti anni nella storia americana, che pure è costellata da risoluzioni violente dei conflitti interni, compresi l’omicidio di quattro presidenti[5]: quando la classe capitalistica americana non riesce a comporre le contraddizioni interne alle sue frazioni di classe con metodi legali, ricorre al “Far West”, alla risoluzione violenta ed extralegale.
L’attuale scontro in atto negli Usa non è tra lavoro e capitale, o tra masse popolari e borghesia: la classe lavoratrice è, nella fase attuale, oggetto e strumento di manovre nello scontro interborghese, non è soggetto attivo di rivendicazioni sociali né tantomeno portatore di un progetto politico quale classe per sé. È uno scontro interno alla classe dominante e dirigente negli Usa, tra frazioni della classe capitalistica.
Il capitale non è un blocco unico, ma procede attraverso la contraddizione tra capitali: uniti contro i lavoratori, “fratelli nemici”, divisi e in competizione per la spartizione dei profitti. Non esiste il capitale, ma i capitali. La concorrenza tra imprese capitalistiche non è un accessorio del modo di produzione capitalistico, ne è parte costitutiva, fondante. Tra concorrenza e monopolio vi è una dialettica, che porta la concorrenza a generare il monopolio e il monopolio a sua volta a generare la concorrenza, come Marx scriveva già nel 1846: “Nella vita economica di oggigiorno voi trovate non soltanto la concorrenza e il monopolio, ma anche la loro sintesi, che non è una formula, ma un movimento. Il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio”[6]. Nell’analisi matura del Capitale Marx chiarisce filosoficamente la questione della concorrenza – della contraddizione intercapitalistica – come inestricabilmente connessa alla vita stessa del capitale: “Il capitale esiste e può esistere soltanto come molteplicità di capitali, e perciò la sua autodeterminazione si presenta come la loro azione e reazione reciproca”. Poiché esso è per sua natura “autorepulsione, pluralità di capitali in completa indifferenza reciproca”, deve necessariamente “respingersi da se stesso”. “Poiché il valore costituisce la base del capitale, e questo esiste necessariamente solo in quanto si scambia contro un equivalente, esso si respinge necessariamente da se stesso. Un capitale universale che non abbia di fronte a sé altri capitali con cui scambiare [...] è perciò un assurdo. La reciproca repulsione di capitali è già implicita in esso in quanto valore di scambio realizzato”[7].
Occorre sgomberare il campo da un equivoco, alimentato anche dalla narrazione dei “trumpiani”: dell’outsider che sfida il cosiddetto establishment. Con l’uso di questi termini la retorica populista tende a rimuovere la connotazione di classe: se Trump è contro l’élite e l’élite è separata e contro il “popolo”, l’immobiliarista ultramiliardario diventa miracolosamente vicino al popolo o uomo del popolo. D’altra parte, la rimozione dell’analisi di classe caratterizza anche l’approccio di una parte consistente degli acerrimi nemici di Trump, che lo dipingono come “squilibrato”, “pazzo” (come nel libro Fear del giornalista Bob Woodward), nascondendo una fortissima contraddizione politica dietro il paravento dei limiti caratteriali del personaggio.
Trump sembra aver ottenuto notevoli successi in campo economico, anche se il dato statistico generale nasconde il crescere delle disuguaglianze sociali e delle contraddizioni nella società americana, come osserva nella sua analisi Ni Feng dell’American Institute of Chinese Academy of Social Sciences[8]. I dati del II trimestre 2018 segnano un aumento del PIL del 4,1%. Anche se – come segnalano alcuni analisti – parte di esso è dovuto all’eccezionale e non ripetibile incremento delle esportazioni (+9,3%) dovute all’acquisto di scorte prima che scattassero le contromisure ai dazi imposti da Trump (ad esempio, lo straordinario incremento di vendita di soia), il dato è indubbiamente significativo. “Con gli accordi commerciali che stanno arrivando cresceremo anche di più”, sostiene Trump, prevedendo una crescita annuale ben superiore al 3% rispetto a una media dell’1,8%” delle due precedenti amministrazioni. E ogni punto percentuale significa 3.000 miliardi di dollari e 10 milioni di posti di lavoro[9]. A spingere la crescita anche i consumi, balzati del 4,3%, in parte grazie al taglio delle tasse da 1.500 miliardi di dollari[10]. La disoccupazione è ai minimi storici: ad agosto 2018 6.200.000 persone, il 3,9%[11].
La guerra che a diversi livelli continua ad essere scatenata contro Trump negli Usa nonostante i buoni risultati dell’economia suggerisce che lo scontro in atto tra frazioni del capitalismo Usa non è dovuto essenzialmente a questioni di politica interna. Non è l’attacco all’Obamacare, né la riforma fiscale ultraliberista che riduce ancor più le tasse ai ricchi a scatenare una guerra al presidente quale non si vedeva dai tempi dell’impeachement di Nixon. E non sono neppure i motivi ideologici sbandierati da alcuni democratici, che, in nome dell’esportazione della democrazia occidentale, della libertà e dei diritti umani, hanno appoggiato i pesantissimi bombardamenti dal Medio Oriente ai Balcani all’Afghanistan nelle guerre americane dal 1991 ad oggi. E del resto Trump non è e non si è mai presentato nella veste di un paladino dei popoli, né ha mai speso una parola di biasimo per i milioni di vittime causati dalle guerre americane nel mondo.
Le cause di uno scontro che va ben al di là della ‘normale’ lotta politica per accaparrarsi posizioni di potere negli States (che si è presentata non di rado come scontro tra predoni per spartirsi il bottino) vanno cercate nell’impostazione della politica estera Usa.

 

Lo specifico imperialismo Usa

Donald Trump non rappresenta se stesso, né avrebbe mai potuto ascendere alla presidenza Usa senza il sostegno di una frazione della classe dominante americana; egli è fino in fondo agente attivo ed esponente della classe capitalistica degli Usa e del suo imperialismo, che, formulato ideologicamente con la “dottrina Monroe” nel 1823[12], ha assunto, con la vittoria nella II guerra mondiale nel 1945, e ancor più dopo la dissoluzione dell’Urss (1991), il carattere specifico di una superpotenza fondata sulla narrazione della sua una missione speciale nel mondo quale Manifest Destiny[13] per esercitare primato e leadership su scala mondiale, come esplicitamente affermano i documenti strategici dal 1991 in poi e il “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC) [14]. Con primato – scrive nel sito del “Discussion Club Valdai” Dmitrij Suslov, Vicedirettore presso il Centro di studi europei e internazionali globali – “si intende la nota superiorità degli Stati Uniti su tutti gli altri e l’assenza di rivali in grado, individualmente o persino in gruppo, di mettere in discussione questa superiorità. Per leadership si intende l’impostazione secondo cui proprio gli Stati Uniti devono stare al centro dell’adozione delle principali decisioni di politica ed economia mondiali, e alla base dell’ordine mondiale globale devono stare le regole, le norme e le istituzioni fondate dagli Stati Uniti e che sono sotto il loro effettivo controllo, così come i valori americani, assunti come universali”[15].
Gli Usa assurgono nel corso del XX secolo a massima potenza imperialista. La forza dell’imperialismo Usa consentirà di distribuire le briciole della rapina imperialistica alla classe operaia interna, che, dopo l’eliminazione degli Industrial Workers of the World (IWW) alle soglie degli anni 1920, è organizzata in sindacati corporativi, “gialli”, piegati ai voleri della classe capitalista. Dalla grande crisi del 1929, che devastò il proletariato americano, gli Usa escono effettivamente con la II guerra mondiale e il piano Marshall, grazie alle ingenti commesse belliche e civili per le sue industrie, e divengono, dopo il 1945, la superpotenza guida del mondo capitalistico.
Democratici e repubblicani condividono le scelte di fondo dell’imperialismo Usa: la guerra contro il Vietnam la iniziano i democratici e la concludono i repubblicani; l’assalto alla Baia dei Porci nel tentativo fallito di rovesciare Fidel Castro (Cuba, aprile 1961) lo fa il democratico J. F. Kennedy, la contrapposizione esasperata all’URSS e al comunismo è un tratto comune a tutti, e il repubblicano George H. W. Bush, 41° presidente Usa, avvia il nuovo secolo americano del primato e della leadership Usa con la guerra del Golfo del 1991 contro l’Iraq. I documenti sulla sicurezza strategica elaborati a partire dal 1991 sono chiari in proposito. All’apice del “momento unipolare”, poco dopo la caduta dell’URSS e la guerra contro l’Iraq, la cosiddetta strategia del primato viene articolata in seno al Pentagono nel 1992 in un rapporto riservato intitolato Defense Policy Guidance 1992-1994 (DPG), scritto da Paul Wolfowitz e I. Lewis Libby, in cui si propone di “impedire a qualsiasi potere ostile di dominare regioni le cui risorse gli consentirebbero di raggiungere un grande status di potere”, “scoraggiare i paesi industrializzati avanzati dal tentare di sfidare la nostra leadership o rovesciare l’ordine politico ed economico stabilito”, e “impedire la futura comparsa di qualsiasi concorrente globale”[16]. “Siamo al centro e al centro dobbiamo restare [...] Gli Stati uniti devono guidare il mondo, tenendo alta la fiaccola morale, politica e militare del diritto e della forza, e proporsi come esempio a tutti i popoli della terra”[17]. “Il XVIII secolo è stato francese, il XIX inglese ed il XX americano. Il prossimo sarà un altro secolo americano”[18]. “L’America scavalca il mondo come un gigante [...] Da quando Roma distrusse Cartagine, nessun’altra grande potenza si è innalzata al culmine cui siamo giunti noi”[19].
La politica imperialistica Usa ha goduto di un notevole consenso interno. L’unico momento in cui l’intervento militare Usa fu oggetto di contestazioni di rilievo fu tra la fine degli anni 60 e i primi anni 70 per la guerra del Vietnam, ma fu in gran parte dovuto alla straordinaria resistenza dei vietcong che seppero infliggere perdite pesanti all’esercito invasore. Anche per questo gli Usa aboliscono la leva obbligatoria (1972) e costruiscono un esercito di professionisti. Dopo il 1991, salvo qualche voce di dissenso illuminata, il consenso alle guerre imperialiste – o l’indifferenza rispetto ad esse – è stato il tratto dominante.

 

Tre decenni dopo il 1991: un bilancio negativo per il “nuovo secolo americano”

A quasi 30 anni dalla fine dell’URSS e dall’avvio della strategia dell’unipolarismo Usa, il più potente paese del mondo deve registrare il fallimento di questa strategia, che ha costellato l’ultimo quarto di secolo di guerre, manovre di sovversione e smembramento – attraverso azioni militari dirette o per interposta persona, sostegno a movimenti separatisti, “rivoluzioni colorate” – di paesi colpevoli di resistere alla pressione Usa, fino a promuovere e alimentare – strategia del caos – una guerra infinita in Medio Oriente favorendo la creazione dello stato terrorista di Daesh nel 2014[20].
Il bilancio di questa linea strategica – condivisa nelle linee di fondo da repubblicani e democratici, con differenze nella tattica – è fondamentalmente negativo, pur potendo annoverare alcuni successi parziali, quali:
- aver inglobato nella NATO i paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale e balcanica e alcune repubbliche ex sovietiche (dopo l’adesione delle repubbliche baltiche candidate alla NATO sono Ucraina e Georgia);
- aver esteso le basi americane in parti del globo che fino al 1991 erano precluse: dall’Europa centro-orientale e balcanica, lì dove erano fino al 1989 degli stati socialisti, arrivando ai confini della Federazione russa, fino all’Afghanistan e all’Asia centrale;
- aver ridimensionato l’aspirazione dell’euro a divenire moneta di riserva internazionale: il dollaro continua ad essere di gran lunga la valuta principale detenuta dalle banche centrali del mondo (oltre il 62%), mentre l’euro, dopo aver raggiunto il picco del 27% nel 2009, è sceso oggi intorno al 20%[21]. Contro l’euro gli Usa promossero nel 2003 la guerra all’Iraq[22] (sostenuti dal Regno Unito e avversati fortemente da Francia e Germania) e anche quella del 2011 contro Gheddafi, che minacciava di sostituire il dollaro con il dinaro d’oro africano per la vendita dell’ottimo petrolio libico. Pure l’attacco speculativo partito nel 2009-2010 contro il debito sovrano di paesi dell’eurozona quali Cipro, Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia, può iscriversi all’interno della guerra valutaria tra dollaro ed euro[23], anche se bisogna osservare che tale attacco ha potuto provocare effetti ancor più devastanti sulle economie e le società di questi paesi (dalla Grecia all’Italia), grazie alla rovinosa conduzione della crisi del debito da parte del nucleo dirigente dell’eurozona guidato dalla Germania.
Ma per la strategia Usa delineata dal 1991 in poi il bilancio complessivo è negativo:
- Non fermano la travolgente ascesa economica della Cina, che si sta trasformando da “fabbrica del mondo” anche in cervello altamente tecnologico del mondo. Questa è la più pesante sconfitta strategica degli Usa. Consapevoli del nuovo ruolo e della nuova responsabilità nel mondo, i dirigenti cinesi, dopo aver adottato correttamente nei decenni precedenti la massima di Deng Xiaoping di procedere cautamente in politica estera, senza assumere un ruolo protagonista di primo piano, propongono oggi al mondo una strategia globale, contrapposta a quella statunitense, di relazioni internazionali economiche e politiche basate su rapporti paritari tra Stati, con un interscambio reciprocamente vantaggioso. Si veda il grande progetto di “Nuova via della Seta”. La “via cinese” oggi non riguarda solo lo straordinario sviluppo del più popoloso paese del mondo, ma l’intero globo, un modello che, rispettando le diverse culture e civiltà, propone un’alternativa concreta di relazioni internazionali.
- Non riescono a disgregare la Russia, né a distruggere il suo apparato militare nucleare. Dalla presidenza El’cin avevano ottenuto molto, la Russia poteva anche essere inglobata nel sistema del capitalismo occidentale, tanto da essere ammessa nel 1997 nel suo club, che cambiò nome in G8 (per ritornare poi a G7, nel 2014, escludendo la Russia, colpevole di aver difeso i propri interessi nazionali contro il golpe banderista in Ucraina). Ma dopo il 1999 si afferma in Russia con Vladimir Putin un’altra direzione politica che ferma i tentativi di balcanizzazione e smembramento della Federazione (Cecenia, Daghestan, repubbliche autonome sul Caspio), ricostruisce la forza militare del paese, restituisce autostima al popolo russo, umiliato e offeso dal decennio el’ciniano di rapina e svendita degli interessi nazionali, rintuzza le provocazioni (Georgia, agosto 2008), reagisce al golpe ucraino del 2014 e impedisce la distruzione della Siria assumendo un ruolo sempre più importante nello scacchiere internazionale. La contrapposizione alla Russia, indicata dai democratici americani come il nemico e perciò oggetto di dure sanzioni economiche, rinsalda per converso i buoni rapporti tra Russia e Cina.
- Non riescono ad ottenere nel Medio Oriente-Nord Africa (MENA) un’area sottomessa al loro controllo, per cui, dopo due guerre all’Iraq nel 1991 e nel 2003, alla Libia e alla Siria nel 2011, non resta loro che la “strategia del caos”, perseguendo non la stabilità, ma l’instabilità permanente della grande area di vitale importanza economica e strategica, cercando di evitare che si stabilizzi sotto il controllo e a vantaggio di potenze rivali.
- Anche il “cortile di casa”, l’America Latina, pur se attraverso un percorso a zig-zag, di avanzate e ritirate, tende a sottrarsi al controllo del Grande Fratello Usa.
Un articolo dell’“Economist” del gennaio 2018 lamenta la perdita di potere Usa negli ultimi 20 anni a vantaggio di Cina e Russia: “Quasi 20 anni di deriva strategica hanno fatto il gioco della Russia e della Cina. Le guerre fallimentari di George W. Bush si sono rivelate un diversivo e hanno ridotto il sostegno in patria per il ruolo globale dell’America. Barack Obama ha perseguito una politica estera di ridimensionamento ed era apertamente scettico sul valore dell’hard power”[24].
Il mondo è già multipolare, che l’imperialismo Usa lo riconosca o meno.
L’azione di politica estera dei quasi due anni della presidenza Trump va esaminata tenendo conto anche del fatto che tale azione – dati i rapporti di forza e lo scontro in atto ai vertici del potere Usa – non è solo e soltanto il frutto della pura volontà di Trump, ma è anche il risultato delle pressioni e dei condizionamenti che egli ha dovuto subire dal Pentagono o dal Deep State. È, insomma, una sorta di compromesso implicito o di una mediazione di fatto tra Pentagono e presidente. Questo potrebbe spiegare gli zig-zag, le tortuosità, le incoerenze e le irrazionalità della politica Usa negli ultimi due anni. Trump non gode di un potere assoluto e indiscriminato e la politica Usa – al di là dei presidenti – dovrà sempre fare i conti con il complesso militar-industriale che ha caratterizzato l’ascesa a prima potenza mondiale degli Usa almeno dagli anni 1940 in poi: la seconda guerra mondiale è stata la grande levatrice dell’assurgere degli Usa a prima potenza mondiale e ha tenuto a battesimo il complesso militar-industriale.

 

Trump come alternativa alla guerra mondiale imperialista dei democratici Usa?

Alcuni analisti ritengono che l’essenza dello scontro ai vertici del potere Usa sia dovuto alla contrapposizione di opzioni strategiche sui destini del mondo. Da una parte ci sarebbero i fautori del ricorso alla guerra – fintantoché gli Usa possono godere della superiorità militare – per distruggere gli stati che rappresentano l’ostacolo all’affermazione della superiorità indiscussa degli Usa nel mondo, e quindi, abbattere la Russia e la Cina. Si può in proposito ricordare l’ultimo capitolo del celebre libro di Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, che delinea l’ipotesi di una guerra mondiale nel 2010 tra Usa e Cina[25]. Questa opzione di guerra totale è presente tra gli scenari possibili degli strateghi politici e militari di Washington e sarebbe, come ognuno può ben immaginare, la catastrofe dell’umanità. Questa opzione si basa sul rifiuto di accettare un mondo che a quasi 30 anni dal 1989-91 è profondamente diverso da quello dell’unipolarismo americano che i vincitori della guerra fredda avevano delineato e messo nero su bianco nei documenti strategici dal 1991 in poi. Il ricorso alla guerra mondiale dovrebbe riaffermare il primato mondiale americano con la distruzione dei suoi nemici. Trump e i suoi consiglieri, invece, sarebbero in proposito più realisti, riconoscerebbero il mutamento intervenuto nei rapporti mondiali, la fine dell’unipolarismo e punterebbero, in un mondo multipolare, a mantenere il primato rafforzando la base economica degli Usa, frenando il trend del continuo aumento del deficit commerciale, senza ridurre, anzi aumentando la spesa militare[26], mantenendo l’enorme apparato militare in funzione non solo di deterrenza, ma di dimostrazione muscolare di forza. La strategia di Trump sarebbe in questo caso più equilibrata e razionale rispetto a quella dei fanatici del nuovo secolo americano. Secondo Jean-Claude Paye


la battaglia tra Democratici e la maggioranza Repubblicana può essere letta come conflitto tra due tendenze del capitalismo statunitense, quella portatrice dei valori della mondializzazione del capitale e quella che sprona per rilanciare lo sviluppo industriale di un Paese economicamente in declino. Gli Stati Uniti erano la forza motrice dell’internazionalizzazione del capitale e ne traevano il massimo beneficio politico. Grazie al crollo dell’URSS e al sottosviluppo della Cina, per vent’anni gli Stati Uniti sono stati l’unica superpotenza, un super-imperialismo che organizzava il mondo a proprio profitto. L’emergere della Cina e la ricostruzione politica della Russia hanno frantumato l’onnipotenza economica e politica americana. La presa d’atto di questa nuova situazione ha indotto un contrasto interno sulla strada da imboccare: fuga in avanti nella liberalizzazione degli scambi e conflittualità militare sempre più palese (opzione che il Partito Democratico sembra preferire) o rinnovamento economico su base protezionistica, come auspicato da una parte dei Repubblicani.

Paye ritiene che la questione militare si ponga per Trump come momento tattico della strategia di sviluppo economico.


Questa tattica consiste nell’incrementare conflitti locali, destinati a frenare lo sviluppo di nazioni concorrenti e a sabotare progetti globali che si contrappongono alla struttura imperiale degli Stati Uniti, come, per esempio, la Nuova Via della Seta […] I livelli economico e militare sono strettamente collegati, ma, contrariamente alla posizione dei Democratici, permangono distinti. La finalità economica non viene confusa con i mezzi militari messi in atto. La riorganizzazione dell’economia nazionale è condizione che permette di evitare o, perlomeno, di posporre un conflitto globale. La possibilità di una guerra totale diviene mezzo di pressione per imporre nuove condizioni nei termini di scambio con i partner economici. L’alternativa offerta ai concorrenti è la scelta tra il consentire agli Stati Uniti la ricostituzione delle proprie capacità offensive, a livello di forze produttive, oppure l’essere rapidamente coinvolti in una guerra totale[27].

Anche Dmitrij Suslov, che sottolinea vieppiù gli aspetti della crisi americana di cui l’elezione di Donald Trump sarebbe il risultato e non l’inizio, legge la zigzagante politica estera del neopresidente Usa come un complicato e contraddittorio processo di adattamento alla nuova situazione mondiale sviluppatasi, in una direzione “chiaramente sfavorevole per gli Stati Uniti e non in linea con i loro atteggiamenti ideologici. […] I principali beneficiari della globalizzazione e delle attuali regole del commercio internazionale sono la Cina e altri importanti centri di potere non occidentali. Il monopolio ideologico degli Stati Uniti è crollato. Gli Stati Uniti si sono dimostrati incapaci non solo di trasformare il mondo intero secondo i propri interessi e valori e di rendere universale l’ordine internazionale basato su di essi, ma anche di promuovere la propria agenda e mantenere le posizioni già prese. […] Con Obama (e di fatto anche nel secondo mandato presidenziale di J. Bush) l’America ha iniziato un difficile e doloroso adattamento a questo mondo”. Di qui deriva il tentativo di ridurre il coinvolgimento americano nelle aree che non sono considerate tra le più importanti, “di non essere trascinati in nuove guerre, di abbandonare la politica di occupazione a lungo termine e di costruzione degli Stati, e di concentrarsi sulla regione Asia-Pacifico quale principale centro di gravità dell’economia e della politica mondiali”. È interessante nell’analisi dello studioso russo il legame dialettico che egli istituisce tra situazione internazionale e situazione interna:

I fattori fondamentali della politica estera degli Stati Uniti si suddividono in esterni (di sistema) e interni. I primi includono l’allineamento di forze nel mondo e lo scenario generale geopolitico globale, economico e ideologico, le relazioni degli Stati Uniti con altri centri chiave del potere, l’accettazione o il rifiuto da parte di essi della leadership americana, la capacità o l’incapacità degli Stati Uniti di esercitare questa leadership, lo stato del sistema americano di alleanze militari e dell’ordine economico liberista basato su di esse. I secondi includono la presenza o meno del consenso interno sulla politica estera, l’agenda di politica estera dei partiti democratico e repubblicano e dei gruppi di interesse, lo stato dell’economia nonché le preferenze di politica estera della popolazione e la misura in cui le élite di entrambe le parti le riflettono. […] Recentemente, tutti i fattori esterni ed interni della politica estera degli Stati Uniti sono entrati in azione, rendendo impossibile condurre con successo e in modo sostenibile la politica estera tradizionale basata sul primato e sulla leadership.

La vittoria di Donald Trump secondo Suslov, è stata il risultato di questi problemi, e non il loro inizio. Ha mostrato la presenza negli Stati Uniti di un sempre maggiore divario negli ultimi decenni tra l’élite politica e imprenditoriale che ha ottenuto enormi benefici grazie alla globalizzazione e la gran parte della popolazione, i cui redditi sono in costante calo e sente minacciata la propria sicurezza e identità. E non crede più che l’espansione e l’impegno globale degli Stati Uniti portino benefici sia ad essi che al resto del mondo.

Per la prima volta dal 1945, Donald Trump ha scollegato e persino giustapposto leadership globale (coinvolgimento) e grandezza (prosperità economica, rispetto politico e superiorità militare), concetti che sono stati considerati inseparabili negli ultimi 70 anni. Egli ha dichiarato apertamente che gli impegni globali degli Stati Uniti e i suoi interessi nazionali non sono sempre gli stessi e che questi ultimi dovrebbero essere considerati prioritari, anche se ciò significa danneggiare il cosiddetto “bene globale” [28].

Da questi approcci analitici si potrebbe dedurre che la politica di Trump è il meno peggio: tra il rischio di guerra assoluta che i democratici scatenerebbero pur di mantenere il primato, da un lato, e, dall’altro una politica che, potenziando il già mastodontico arsenale militare si proporrebbe però di impiegarlo solo a scopo dimostrativo e di deterrenza per ottenere vantaggi economici e politici, la politica di Trump sembrerebbe il male minore.
Tuttavia, non va mai dimenticato che lo scontro in atto è tra frazioni del capitalismo imperialistico Usa e che occorre in primis guardare alla struttura economico-sociale, al carattere specifico dell’imperialismo americano così come si è costruito e sviluppato negli ultimi 80 anni, dalla seconda guerra mondiale in poi, col ruolo ineliminabile del complesso militar-industriale. Trump non è l’espressione di un mutamento della struttura economico-sociale dell’imperialismo americano. L’imperialismo Usa si è costruito sulla potenza militare e sul complesso militar-industriale. Ciò lo distingue da altre attuali potenze imperialiste basate sul capitale finanziario e sull’espansione economica attraverso esso, quali Germania o Giappone. La politica di Trump, indipendentemente dalle sue dichiarazioni, non potrà fare a meno del supporto del complesso militare-industriale e delle strategie del Pentagono. Ciò diviene sempre più chiaro a proposito della NATO. Ad onta di alcune sue dichiarazioni[29] in campagna elettorale e dopo, l’attuale amministrazione Usa non scioglierà la NATO, ma chiede un maggiore impegno di spesa militare agli alleati subalterni, il che significa tra l’altro commesse e affari per il complesso militare industriale Usa.

 

Trump e la rottura degli organismi multilaterali

Se c’è una direttrice chiara e mai smentita della politica estera di Trump è la tendenza ad opporsi agli organismi e accordi multilaterali e a smantellarli. Dalla plateale delegittimazione e ridicolizzazione del G7 di giugno 2018 in Canada[30] al ritiro (settembre 2017) dall’accordo di Parigi sul clima, dall’annullamento nel gennaio 2017 del trattato transpacifico (TPP), al congelamento delle trattative sul trattato transatlantico (TTIP), allo scavalcamento del North American Free Trade Agreement (NAFTA). La linea dell’amministrazione è chiarissima: niente accordi in e con organismi multilaterali (e quindi anche con la Ue, platealmente disconosciuta come soggetto), e accordi con i singoli paesi, come è accaduto con il Messico[31], importantissimo partner economico degli Usa. L’America first si traduce in un primato degli Usa: trattare con singoli paesi piuttosto che con organismi multilaterali o cooperazione di Stati fa pesare tutta la forza economica, politica e militare del maggior contraente. In Europa Trump gioisce del Brexit e promette alla May buoni contratti quanto più sarà dura nelle trattative di uscita dalla Ue; e propone a Macron di lasciare la Ue per avere un rapporto privilegiato con gli Usa.
Assistiamo qui a un apparente paradosso della politica trumpiana: da un lato, alcuni autorevoli analisti politici gli attribuiscono il riconoscimento di un mondo multipolare, il che rovescia la strategia Usa dal post guerra fredda ad oggi; ma, dall’altro, Trump si muove per eliminare forme e organismi di collaborazione anche parziale tra paesi (e tra questi la Ue). Anche l’Onu e le sue articolazioni non godono del favore di Trump, in continuità in ciò con le politiche dei repubblicani che tagliano fondi all’Unesco e altri organismi ONU.
La linea Trump, opponendosi ad organismi e accordi multilaterali, non delinea un mondo multipolare di convivenza e sviluppo pacifico reciprocamente vantaggioso. In ciò essa è radicalmente opposta a quella della Repubblica Popolare Cinese e del presidente Xi Jinping, che mirano a sviluppare incontri e accordi multilaterali, ad aprire la strada ad un nuovo modo di concepire e intrattenere le relazioni internazionali. Nella visione internazionale di Trump vi è l’obbligato riconoscimento dell’esistenza di un soggetto economico ormai forte e in ascesa, quale la Cina, e di un soggetto in grado di contrastare gli Usa sul piano militare nucleare, quale la Russia, con i quali si vede costretto a trattare, ma a trattare possibilmente da posizioni di relativa forza. Di qui il mantenimento e l’inasprimento delle sanzioni contro la Russia – nonostante il dialogo con Putin a Helsinki (16 luglio 2018) – e la guerra dei dazi contro la Cina, che, dopo i primi colpi di assaggio, è passata ai grandi numeri.
Come osserva dal sito del Club Valdai Andrei Tsygankov, professore presso i dipartimenti di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali della San Francisco State University, Trump è

un convinto sostenitore dell’egemonia globale degli Stati Uniti. La sua critica ai liberali del libero scambio e ai democratici dimostra che non è un isolazionista, ma un nazionalista da superpotenza. Il ‘rispetto’ di Trump per Putin (e viceversa) è dovuto alla parentela ideologica, non ad interessi. Entrambi i leader sanno che trovare un linguaggio comune non significa consenso. Nazionalismo significa dura rivalità per la promozione dei propri interessi. Questa è la ‘normalizzazione’ di cui parla Trump, collegandola alla conquista di nuovi mercati e all’indebolimento spudorato dei rivali. Per questo, egli usa una vasta gamma di strumenti, tra cui pressioni politiche, minacce di invasione militare, sanzioni varie, limitazioni commerciali. In un mondo in cui il dollaro statunitense e le società americane sono ancora dominanti, queste misure economico-finanziarie sono destinate a ripristinare la vacillante egemonia degli Stati Uniti. Il Presidente degli Stati Uniti non è contrario alle sanzioni anti-russe, anche se alcuni sperano che possa superare la crisi delle relazioni bilaterali. Ideologicamente e psicologicamente, è pronto a imporre attivamente limitazioni economiche non solo contro la Cina, la Corea del Nord, l’Iran e la Turchia, ma anche contro i suoi ‘alleati’ europei, che non condividono la sua ideologia. Trump potrebbe ‘concordare’ con Putin solo alle sue condizioni, così nel suo gioco la Russia dovrebbe fare la parte di un paese che aiuta gli Stati Uniti a calpestare i suoi rivali e accetta totalmente l’egemonia globale degli Stati Uniti[32].

 

Nello schema di Trump i rapporti mondiali si potrebbero configurare in un condominio forzoso a tre, con Cina e Russia. Tale impostazione ci viene indirettamente rivelata dal professor Michael T. Klare, dichiaratamente antitrumpiano, corrispondente dello storico quotidiano “The Nation”, membro della direzione della “Arms Control Association”, frequentemente ospitato da “Le monde diplomatique”. Egli avanza la singolare tesi secondo cui il tycoon americano starebbe attuando il progetto politico di Russia e Cina tendente “a stabilire un ordine mondiale tripolare, concepito dai leader russi e cinesi nel 1997 e perseguito inesorabilmente da allora. Un tale ordine tripolare […] rompe radicalmente con il paradigma della fine della guerra fredda. Durante quegli anni inebrianti, gli Stati Uniti furono la potenza mondiale dominante e dominarono su gran parte del resto del pianeta con l’aiuto dei loro fedeli alleati della NATO. Per i leader russi e cinesi, tale sistema ‘unipolare’ era considerato un anatema […] Come suggeriscono i suoi recenti attacchi alla NATO e il suo abbraccio al presidente russo, Trump sta visibilmente cercando di creare il mondo tripolare che Boris El’cin e Jiang Zemin avevano immaginato una volta e che Vladimir Putin aveva promosso con zelo fin dall’inizio del suo mandato”[33].
Sembra che la bussola dei democratici e dei “pacifisti” americani continui ad essere la demonizzazione di Russia e Cina, cui si attribuiscono oscuri disegni egemonici e qualificante come sistemi illiberali e dittatoriali: per attaccare Trump, si afferma la sua vicinanza al progetto strategico di questi due Stati, deformando senza alcun ritegno la concezione di mondo multipolare elaborata da cinesi e russi contro l’unipolarismo Usa. In tutti i documenti ufficiali, in tutte le dichiarazioni congiunte, dal 1997 ad oggi, il mondo multipolare di cui parlano i leader russi e cinesi non è affatto tripolare, circoscritto ai tre poli di Usa, Russia e Cina, come pretende il professor Klare, ma si concepisce una varietà e diversificazione di rapporti tra i paesi, rigettando ogni politica di egemonismo e di grande potenza. Ecco cosa dice la Dichiarazione congiunta del 1997:

Un numero crescente di paesi comincia a riconoscere la necessità di rispetto reciproco, uguaglianza e vantaggio reciproco – ma non per l’egemonia e la politica di potere – e per il dialogo e la cooperazione – ma non per lo scontro e il conflitto. […] Le Parti sono favorevoli a fare del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni dell’altra parte, dell’uguaglianza e del vantaggio reciproco, della coesistenza pacifica e di altri principi di diritto internazionale universalmente riconosciuti, la norma fondamentale per la conduzione dei rapporti tra gli Stati e la base di un nuovo ordine internazionale. Ogni Paese ha il diritto di scegliere autonomamente il proprio percorso di sviluppo alla luce delle proprie condizioni specifiche e senza interferenze da parte di altri Stati. Le differenze nei loro sistemi sociali, ideologie e sistemi di valori non devono diventare un ostacolo allo sviluppo delle normali relazioni tra gli Stati. Tutti i paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, sono membri uguali della comunità internazionale. Nessun paese deve cercare l’egemonia, impegnarsi in politiche di potere o monopolizzare gli affari internazionali[34].

 

E quella del 2005:

I problemi dell’umanità possono essere risolti solo sulla base di principi e norme di diritto internazionale universalmente riconosciuti e in un ordine mondiale equo e razionale. I Paesi del mondo dovrebbero osservare rigorosamente i principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni dell’altro, dell’uguaglianza, del beneficio reciproco e della coesistenza pacifica. Deve essere pienamente garantito il diritto dei paesi a scegliere le proprie vie di sviluppo alla luce delle proprie condizioni, a partecipare equamente agli affari internazionali e a cercare lo sviluppo su un piano di parità. Le differenze e le controversie devono essere risolte pacificamente senza l’adozione di un’azione unilaterale e di una politica coercitiva e senza ricorrere alla minaccia della forza o all’uso della forza. I popoli di tutti i paesi dovrebbero avere la possibilità di decidere gli affari del proprio paese e le questioni mondiali dovrebbero essere decise attraverso il dialogo e la consultazione su base multilaterale e collettiva. La comunità internazionale dovrebbe rinunciare completamente alla mentalità del confronto e dello scontro, non dovrebbe perseguire il diritto di monopolizzare o dominare gli affari mondiali, e non dovrebbe dividere i paesi in un campo principale e in un campo subordinato[35].

 

Siamo, come si vede, ben lontani dal tripolarismo che Klare imputa ai dirigenti russi e cinesi. Se però sgomberiamo il campo da questa grossolana e strumentale deformazione, l’articolo di Klare, uscito anche in “Huffington Post” del 25 luglio 2018 con un titolo più conforme – Trump’s Grand Strategy To Create A Tripolar World – individua nel tripolarismo un asse portante della politica internazionale di Trump e risolve l’apparente paradosso di un Trump che da un lato sarebbe impegnato a superare l’unipolarismo Usa e dall’altro attacca tutti gli organismi, i luoghi e i trattati di cooperazione internazionale.
La politica di Trump non è volta a realizzare un mondo multipolare, con la conseguente rinuncia al primato americano, ma è il riconoscimento obtorto collo della presenza ineliminabile di Cina e Russia sul piano economico e politico-militare, con cui fare i conti possibilmente da una posizione di forza. Per questo Trump aumenta la spesa militare.

 

Trump e la messa in riga dell’Occidente capitalistico

Letta in questa luce, diviene chiara la politica di Trump verso ciò che si chiama politicamente ed economicamente “Occidente”, rappresentato nel G7: oltre gli Usa, i paesi europei capitalisticamente più forti, Giappone, Canada. Trump si propone di intessere relazioni esclusivamente bilaterali, nelle quali punta ad imporre la forza politica, economica e militare dell’imperialismo Usa.
Il soggetto da mettere in riga con maggior decisione, quello cui Trump si è rivolto persino con la parola di “nemico”[36] è l’Unione europea.
Gli Usa battezzano la nascita della CEE (1957) e la sua evoluzione, con il trattato neoliberista di Maastricht (1992), in Ue. La Ue è un soggetto erede sì della CEE, ma relativamente diverso, perché nato in un contesto mondiale radicalmente mutato rispetto a quello in cui erano sorte le prime comunità europee: la fine dell’URSS, la vittoria Usa nella guerra fredda, l’unificazione tedesca (o meglio, l’Anschluss[37] della Repubblica Democratica Tedesca da parte della RFT). La UE di Maastricht servì ad inglobare nel sistema capitalistico occidentale i paesi ex socialisti dell’Europa centro-orientale e balcanica (con le buone o con le cattive: guerra della NATO contro la Jugoslavia,1999): era il polo di attrazione economico e politico per i paesi ex socialisti messisi in fila per essere ammessi nel club “privilegiato” della Ue, per entrare nel quale dovevano però passare prima attraverso la NATO. Questa Ue, dove la Germania era divenuta il paese economicamente e politicamente più importante e più popoloso, è stata utile alla politica Usa per stabilizzare e consolidare la vittoria nella guerra fredda ed evitare che l’Europa dell’Est si riavvicinasse a Mosca.
Ma la Ue si proponeva anche come un grande mercato solvibile di 500 milioni di abitanti, con l’ambizione di costruire un’area valutaria di tutto rispetto che avrebbe potuto far concorrenza al dominio incontrastato del dollaro, alimentando anche tentazioni e ambizioni di paesi grandi produttori di petrolio e gas – dall’Iraq di Saddam Hussein alla Libia di Gheddafi – di sostituire l’euro al dollaro nella denominazione del prezzo del petrolio. Gli Usa reagirono sempre violentemente a simili tentativi, ricorrendo all’arma più congeniale al loro imperialismo: la guerra (cfr. quanto scritto supra in proposito). La UE ha un notevole surplus commerciale con gli Usa, oltre metà del quale è della Germania[38] (ma anche l’Italia seconda potenza manifatturiera d’Europa vi contribuisce[39]). Ciò ben prima dell’era Trump, rappresenta uno dei maggiori motivi di contrasto con gli Usa.
La Ue nasce con ambizioni generali, la sua costituzione è accelerata dalla Tavola rotonda degli industriali europei che di fronte al mutato scenario mondiale (caduta dei paesi socialisti, prima guerra del Golfo 1991) si propongono di unirsi per avere voce in capitolo nella politica internazionale[40]. Il percorso della sua storia è accidentato e contraddittorio, si acuiscono le contraddizioni, da un lato tra i 28 stati aderenti, dall’altro tra popoli – che hanno visto peggiorare le proprie condizioni con la grande crisi iniziata nel 2007-2008 e le pesanti politiche di austerità – e classi dirigenti che hanno sostenuto tali politiche. La disastrosa gestione della crisi e dell’attacco speculativo al debito sovrano ha alimentato il risentimento popolare verso l’Unione europea, che si è tradotto in una crescente avanzata di movimenti e partiti sempre più radicalmente critici verso la Ue e decisi a lavorare per la sua fine. La vittoria dei sostenitori dell’uscita del Regno Unito dalla Ue (la “Brexit”) nel referendum del 23 giugno 2016 ha alimentato ulteriormente i movimenti euroscettici e avversi all’euro, cosiddetti “sovranisti” e “populisti”. La dissoluzione della Ue non è più una remota ipotesi di scuola, ma una possibilità concreta. Qualche leader, come il ministro degli interni italiano Salvini, evoca per il 2019, quando si svolgeranno le elezioni per il Parlamento europeo, lo spettro di un nuovo 1989, con la caduta – invece che del muro di Berlino – della UE[41].
Le precedenti amministrazioni Usa che hanno fustigato le ambizioni valutarie dell’euro (vincendo sinora la battaglia: l’euro è solo un 20% delle riserve valutarie delle banche centrali, mentre il dollaro è oltre il 60%) e si sono duramente contrapposte ai due paesi leader della UE, Francia e Germania, ai tempi della guerra contro l’Iraq del 2003, quando Bush lanciò l’appello per una “coalizione dei volenterosi” (cui aderì anche l’Italia del governo Berlusconi). Espressioni non proprio cordiali verso la Ue (“fuck the EU!”[42]) furono usate durante la “rivoluzione colorata” di Euromaidan da Victoria Nuland inviata da Washington, quando nella gestione della crisi ucraina si manifestarono divergenze tra europei e americani. Il 21 febbraio 2014 tra rappresentanti della Ue, l’opposizione ucraina e il governo Janukovič fu siglato un accordo che prevedeva un percorso senza rotture costituzionali plateali verso nuove elezioni entro il dicembre, accordo da cui gli Usa si tennero fuori, per sostenere il giorno dopo l’assalto violento alla Rada ucraina e l’istallazione di un governo parafascista di banderisti[43]. Nel 2013 – presidenza Obama – scoppia lo scandalo dei telefoni di Angela Merkel e del governo tedesco spiati dai servizi americani. E nello stesso anno un rapporto del Tesoro americano afferma che l’avanzo delle partite correnti della Germania intorno al 7% del PIL provoca “una distorsione deflazionistica per la zona euro e per l’economia mondiale”.
Ma la differenza fra l’atteggiamento delle amministrazioni Usa del passato rispetto alla Ue e quello di Trump è dato da un mutamento di prospettiva strategica. Pur in presenza di contraddizioni economiche e politiche, la politica Usa verso la Ue non era di guerra verso un nemico, ma di moral (e immoral) suasion, di pressioni, ma sempre all’interno di un rapporto che considerava la Ue un alleato e un pilastro stabile e utile nelle relazioni internazionali a guida Usa. Con la stragrande maggioranza dei suoi membri aderenti alla NATO – alleanza militare e politica sotto stretto controllo e comando americano – la sua esistenza non faceva ombra agli Usa. Oltretutto, con la presenza al suo interno di quinte colonne come il Regno Unito o i paesi baltici e la Polonia, l’Unione poteva ben essere eterodiretta. Gli Usa mantenevano attraverso di essa la leadership mondiale sui paesi capitalistici, potevano giocare la carta di un fronte unico dell’“Occidente” evitando di presentarsi come grande potenza autosufficiente nel suo splendido isolamento. Questa impostazione dei rapporti Usa-Ue è ben esemplificata dal viaggio di commiato di Obama, che, alla fine del suo secondo mandato, si reca in Europa per incontrare i principali leader europei[44].
Trump invece, sin dal suo esordio in campagna elettorale, si muove sulla linea non solo del “Fuck the EU!” della Nuland, ma dell’attacco frontale alla Ue. Una linea che sembra non avere tentennamenti o battute d’arresto. L’attacco è su tutti i fronti: ideologico, politico, commerciale e mira a delegittimare del tutto il già pallido ruolo della Ue nel mondo, a togliere ai paesi europei credibilità e supporti. Emblematico è il caso del ritiro (8 maggio 2018) dall’accordo sul nucleare iraniano, con dure sanzioni verso le imprese e i paesi che intrattengano rapporti commerciali con l’Iran. Scrive Andrea Bonanni: “In teoria, le sanzioni americane scattate ieri sono mirate contro l'Iran. In pratica, puntano a colpire e affondare ciò che resta di un mondo multipolare e, in particolare, a umiliare l'Europa. La sfida è globale. La sua portata va al di là del pur importante accordo per la denuclearizzazione di Teheran. In gioco c'è la sovranità del resto del mondo nel decidere la propria politica estera e le proprie strategie commerciali”[45].

 

Usa, UE e Italia nell’attuale situazione internazionale

La crisi della Ue è in fase avanzata. È crisi dell’euro, una moneta senza Stato in un’area valutaria non ottimale, con scompensi crescenti tra le diverse aree che hanno differenti livelli di sviluppo delle forze produttive. È crisi della struttura della BCE e dei suoi regolamenti vincolanti. Le regole stabilite a Maastricht e l’intera architettura dell’Unione europea determinano disuguaglianze e una gerarchizzazione crescente tra i paesi membri. L’architettura della Ue e dell’euro favorisce alcuni stati a detrimento di altri. Sicché, più che una casa comune dei popoli europei, la Ue è percepita da un numero crescente di persone come una gabbia. La crisi è, non meno che economica, morale, ideale, di egemonia.
La politica di Trump entra a gamba tesa in questa crisi per volgerla a suo vantaggio, per arrivare all’implosione della Ue. Sostiene apertamente le forze politiche e i leader che da posizioni di destra – la campagna anti immigrazione e la mobilitazione reazionaria delle masse – attaccano la Ue e ne propongono la rottura.
Le elezioni italiane del 4 marzo 2018 – con l’affermazione di due forze “populiste” ed “euroscettiche”, il M5S e la Lega di Matteo Salvini, che, dopo una lunga gestazione, danno vita al governo Conte (2 giugno) – rappresentano una svolta significativa non solo nel panorama politico italiano, ma in quello della Ue e nel quadro mondiale, anch’esso in rapido mutamento.
Nonostante negli ultimi 30 anni – e in particolare negli ultimi 10, a partire dalla grande crisi, l’Italia abbia perso ruolo e posizioni nell’economia mondiale (negli anni 80 è la quinta potenza del G7, con un PIL che supera quello inglese), essa rimane tuttavia un paese di importanza non trascurabile sia dal punto di vista economico (è il secondo paese manifatturiero della Ue, dopo la Germania), che da quello geopolitico (penisola che si allunga al centro del Mediterraneo, di fronte al Nord Africa) ed è uno dei paesi fondatori della CEE, e poi della Ue. Ciò che accade in Italia ha un riflesso non irrilevante nel mondo e non a caso in tutto il periodo della guerra fredda il bel Paese è stato oggetto di trame costellate di stragi per evitare l’ascesa di un governo di sinistra e mantenere il controllo Usa sulla penisola assicurandone la sua appartenenza al campo occidentale e alla NATO. L’Italia è presente in molte missioni militari nel mondo con circa 10.000 soldati.
Nell’attuale contesto culturale e politico una implosione della Ue non sarebbe opera di una rivoluzione democratica e popolare per la riconquista di una sovranità nazionale scippata dall’architettura sovranazionale della Ue, ma di forze di destra che crescono sulla base della mobilitazione reazionaria delle masse, come è evidente nell’esperienza italiana, in cui la Lega di Salvini, che ha ottenuto il 17% di consensi alle elezioni del 4 marzo, ha, secondo tutti i sondaggi, raddoppiato i suoi consensi grazie alla politica sull’immigrazione, e non sulla base di una politica economico-sociale avanzata, né su un’azione di difesa e attuazione della Costituzione antifascista. Quest’ultima, anzi, continua ad essere pesantemente attaccata: la Lega di Salvini, Fratelli d'Italia, Forza Italia sostengono l’iniziativa di passaggio ad una repubblica presidenziale[46]; il M5S, dal canto suo, in aperto contrasto con la proclamata centralità del parlamento, ritorna sulla proposta di taglio del numero dei parlamentari[47], che riduce la rappresentanza e la possibilità di lavoro effettivo del parlamento, il cui compito nella nostra Costituzione non si limita affatto al solo dire sì o no alle proposte di legge.
L’attuale contesto italiano ed europeo vede l’avanzare di forze reazionarie, del nazionalismo antidemocratico, dei disegni autoritari, sostenuti dalla politica Usa che punta alla rottura della Ue per trattare da migliori posizioni di forza con i singoli stati. Che si tratti, come scrive bene Manlio Dinucci, di un sovranismo senza sovranità[48] è chiaramente messo in luce dal fatto che mentre è ben presente nel discorso dei sovranisti lo smantellamento della Ue (che Salvini paragona al Muro di Berlino), è assolutamente latitante qualsiasi accenno alla Nato o alle basi Usa che occupano il territorio Italiano. Anzi, serpeggia in diversi settori del sovranismo italiano la convinzione o l’illusione che gli Usa di Trump possano venire in soccorso dell’Italia sia nel suo contenzioso con la Francia (per il controllo della Libia e delle sue grandi risorse petrolifere e idriche), che nello scontro con la Germania e la sua politica mercantilista. Anche in settori della “sinistra radicale” sembra avanzare l’idea che il nemico principale non siano gli Usa, ma la Germania, la Francia, la Ue. Per cui la lotta contro la NATO passa in secondo piano rispetto ad una rottura dei vincoli della Ue[49].
La riconquista di un’autentica sovranità nazionale non può essere oggi opera di forze reazionarie: avremmo una sovranità subalterna all’imperialismo Usa. La riconquista e l’esercizio di un’autentica sovranità popolare può essere opera solo di un ampio movimento democratico-popolare, che non combatta la “gabbia” della Ue per sottomettersi ancor più agli Usa.
Le forze di ispirazione socialista e comunista vivono oggi in Europa una situazione estremamente difficile, drammatica. Da un lato, non possono e non devono sostenere l’attuale assetto della Ue che avvantaggia il capitale finanziario tedesco; non possono e non devono sostenere questa Ue, con la sua architettura squilibrata e generatrice di disuguaglianze e ingiustizie sociali stabilita a Maastricht e confermata e ampliata nel Trattato di Lisbona e nella complessa struttura dei trattati e delle norme europee; non possono e non devono essere al carro della socialdemocrazia liberista e dei democristiani europei che, con le loro politiche di austerità e di mancato rispetto per i popoli, hanno aperto la strada all’ascesa delle forze di destra. Dall’altro lato, non possono e non devono in questo contesto mettersi a rimorchio del populismo e sovranismo filoUsa, né favorirlo in un’azione di rottura della Ue che avrebbe un inequivocabile marchio di destra e non porterebbe affatto alla realizzazione di un’autentica sovranità popolare, la quale richiede mobilitazione e partecipazione attiva e consapevole delle masse sulla base di un progetto condiviso di democrazia progressiva e avanzata.
Se nella crisi europea avanzano le forze di destra attraverso una mobilitazione reazionaria delle masse – elemento che Togliatti indicava come uno dei tratti specifici del fascismo – vi sono precise responsabilità delle forze di ispirazione socialista e comunista in Europa: dalla fondazione della Ue di Maastricht nel 1992 non siamo stati in grado di costruire sulla base dell’internazionalismo proletario un coordinamento internazionalista effettivo e attivo, con un programma comune su base continentale rivolto a combattere l’architettura della Ue generatrice di disuguaglianze e squilibri. In oltre 25 anni non si sono ingaggiate lotte internazionaliste su scala europea, e sono rari i casi in cui vi è stata qualche manifestazione comune. Questo grande deficit di internazionalismo ha favorito le derive nazionalistiche di destra.
Il movimento operaio e comunista nei suoi momenti più alti si è sviluppato su due gambe, quella nazionale e quella internazionalista, strettamente e intimamente connesse: se se ne taglia una avremo da un lato il “socialismo nazionale”, lontanissimo dall’ispirazione di Marx ed Engels, e che slitta facilmente a destra (il nazional-socialismo) e, dall’altro, la cancellazione dell’identità nazionale soffocata e rimossa in organismi sovranazionali, che è l’ideologia del cosiddetto “globalismo”.
L’internazionalismo proletario, la concezione e la pratica internazionalista, sono la marcia in più dei comunisti e del movimento operaio, che ne ha fatto la forza e la grandezza nei suoi momenti più alti.
La strada da imboccare – che è oggi un sentiero stretto e difficile – è quella della costruzione di un movimento organizzato a livello europeo, che ponga con chiarezza progetto e obiettivi di trasformazione della Ue attraverso la mobilitazione delle masse. Se questo non sarà, la fine della Ue avrà un segno reazionario, a tutto vantaggio dell’imperialismo Usa, e non avremo nessuna autentica sovranità popolare.

 

Bari, 20 settembre 2018

 

[1] Nel conteggio definitivo dei voti popolari, arrivato domenica 18 dicembre 2016, Hillary Clinton aveva 65.844.594 voti, ovvero il 48,2%, Trump 62.979.616 voti, il 46,1%. “Mai nessuno nella storia degli Stati Uniti aveva perso raccogliendo così tanti voti in più del vincitore, ma Trump ha comunque raggiunto la Casa Bianca grazie al collegio elettorale degli Stati Uniti, il meccanismo istituito dall’articolo 2 della costituzione americana che sancisce di fatto l’elezione indiretta del presidente”. Cfr. https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/12/15/trump-ha-preso-meno-voti-vinto-come-funzionano-grandi-elettori-perche-potrebbero-essere-aboliti-814232d4-c2ee-11e6-a6a9-813fa40c3688.shtml?refresh_ce-cp.

[2] Cfr. http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2018/8/16/350-giornali-Usa-vs-Trump-no-nemici-popolo-Guerra-su-liberta-di-stampa-NYT-abbonatevi-a-news-locali-/834879/

[3] L’ultimo è Fear, del giornalista Bob Woodward, ben noto per l’inchiesta condotta insieme con Carl Bernstein pubblicata sul “Washington Post” sullo scandalo Watergate, che portò alla richiesta di impeachment e alle dimissioni dell’allora Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon (1972). Fear dipinge la Casa Bianca come “una gabbia di matti”, “sempre sull’orlo di una crisi di nervi”, guidata da “uno squilibrato” e anche “un idiota”.

[4] Azioni formali per avviare il processo di impeachment sono state avviate dai deputati Al Green e Brad Sherman, entrambi democratici. Si è parlato di impeachment già prima dell’insediamento di Trump. Una risoluzione del dicembre 2017 è fallita in Aula.

[5] Quattro sono stati i presidenti uccisi: Abraham Lincoln il 15 aprile 1865, James Garfield il 2 luglio 1881, William McKinley il 6 settembre 1901 e John F. Kennedy a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963. Molti di più quelli scampati ad attentati: Andrew Jackson, 30 gennaio 1835; Theodore Roosevelt, il 14 ottobre 1912, Franklin Delano Roosevelt, nel febbraio del 1933, Harry Truman, primo novembre 1950, Richard Nixon il 14 aprile 1972 a Ottawa, in Canada e il 22 febbraio 1974, Gerald Ford il 5 settembre 1975 a Sacramento, in California e il 22 settembre 1975, a San Francisco, in California, Jimmy Carter il 5 maggio 1979, Ronald Reagan il 30 marzo 1981, George H.W. Bush 13 aprile 1993, Bill Clinton il 29 ottobre 1994, George W. Bush il 7 febbraio 2001 e il 10 maggio 2005 a Tbilisi, in Georgia.

[6] K. Marx, Lettera a Annenkov, in Miseria della Filosofia, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 158.

[7] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica” vol. II, La Nuova Italia, Firenze, 1970, pp. 17-28, nota [Evidenziazioni mie, A. C.].

[8] Ni Feng (倪峰), “Perdita di equilibrio e divisione: la politica americana sotto l'amministrazione Trump”, in 世界社会主义研究 (World Socialism Studies), N. 4, 2018, pp. 58-64.

[9] Carlos Barria, in “Reuters”, 27-7-2018, L’economia americana vola e Trump esulta: “In corsa per la crescita maggiore degli ultimi 13 anni”. Ma gli esperti avvertono: “I dati del secondo trimestre sono ‘drogati’. Le esportazioni sono aumentate per timore di dazi futuri”, in https://www.huffingtonpost.it/2018/07/27/leconomia-americana-vola-e-trump-esulta-in-corsa-per-la-crescita-maggiore-degli-ultimi-13-anni_a_23491120/.

[10] L’ultima riforma fiscale americana, promulgata il 22 dicembre 2017, si colloca nel solco delle precedenti: una redistribuzione della ricchezza a favore dei redditi più elevati. I contribuenti più ricchi, l’1% del totale, quelli che dichiarano un reddito superiore a 500.000 dollari, beneficeranno di una riduzione delle imposte di 60 miliardi di dollari l’anno, quanto il 54% degli statunitensi, quelli che guadagnano tra 20.000 e 100.000 dollari. Coloro che hanno un reddito tra 100.000 e 500.000 dollari beneficeranno di una riduzione di 136 miliardi. Questi contribuenti rappresentano il 22,5% della popolazione soggetta a tassazione, la stessa percentuale di quelli che guadagnano meno di 20.000 dollari e che si spartiranno solo 2,2 miliardi, ossia lo 0,15% delle entrate fiscali. Arnaud Leparmentier, Les gagnants et les perdants de la réforme fiscale de Donald Trump, « Le Monde », 20-12-2017.

[11] Cfr. United States Departement of Labor - Bureau of Labor Statistics, 7-9-2018, https://www.bls.gov/news.release/empsit.nr0.htm.

[12] Cfr. in proposito il libro di Nico Perrone, Progetto di un impero. 1823. L’annuncio dell’egemonia americana infiamma la borsa, Napoli, La Città del Sole, 2013.

[13] La narrazione del Manifest destiny racconta che gli Usa hanno la missione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia, non solo perché ciò sarebbe bene, ma anche ovvio (“manifesto”) e inevitabile (“destino”).

[14] Il Progetto per il Nuovo Secolo Americano (PNAC), think tank neoconservatore fu fondato nel 1997 da William Kristol e Robert Kagan con l’obiettivo dichiarato di “promuovere la leadership globale americana”, definita “buona sia per l’America che per il mondo”. Tra i suoi sostenitori vi era anche il “falco” John R. Bolton, nominato da Trump dal 9 aprile 2018 consigliere per la Sicurezza nazionale Usa.

[15] Cfr. Dmitrij Suslov, Kuda idet vnešnaja politika SŠA: dolgosročnye faktory i perspektivy [Dove va la politica estera degli Usa: fattori di lungo periodo e prospettive], http://ru.valdaiclub.com/a/highlights/kuda-idyet-vneshnyaya-politika-ssha/

[16] Cfr. “The New York Times”, 8-3-1992, Excerpts From Pentagon’s Plan: “Prevent the Re-Emergence of a New Rival”, https://www.nytimes.com/1992/03/08/world/excerpts-from-pentagon-s-plan-prevent-the-re-emergence-of-a-new-rival.html. Cfr. anche: Philip S. Golub, Rêves d’Empire de l’administration américaine, in « Le monde diplomatique », luglio 2001, pp. 4-5.

[17] Cfr. Jesse Helms, Entering the Pacific Century, Heritage Foundation, Washington, DC, 1996.

[18] Cfr. Charles Krauthammer, The Unipolar Moment, “Foreign Affairs”, vol. 70, n. 1, New York, 1990-1991.

[19] Mortimer Zuckerman, The Second American Century, “Time Magazine”, New York, 27-12-1999, in Philip S. Golub, op. cit.

[20] Cfr. Stephen Lendman, Dirty Open Secret: US Created and Supports ISIS, “Global Research”, 13-6-2017, https://www.globalresearch.ca/dirty-open-secret-us-created-and-supports-isis/5594486. Cfr. anche La grande bugia: i 26 punti che svelano l’alleanza tra Usa e Isis, in https://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=9497

[21] Dati riferiti al 2017. Fonte: World Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves International Monetary Fund.

[22] “La stampa dice che l’esercito Usa non ha trovato armi di distruzione di massa in Irak [...] Menzogne! Maledette menzogne! Non ha forse trovato forzieri pieni di euro? E il nostro esercito non ha forse rovesciato un regime che minacciava di usare l’euro? Quale arma potrebbe arrecare maggiori distruzioni dell’euro? L’Irak ha esibito sfrontatamente il proprio comportamento oltraggioso nei confronti del dollaro insistendo per avere pagata in euro la propria produzione petrolifera. Quello stato canaglia ha quindi accumulato queste armi monetarie di distruzione di massa. Per fortuna, siamo intervenuti appena in tempo per porre fine a questa pericolosa proliferazione [...] In mano alle persone sbagliate, l’euro potrebbe minacciare l’importanza del dollaro e far saltare in aria le fondamenta finanziarie della nostra nazione. L’egemonia dell’euro provocherebbe distruzioni finanziarie di massa negli Stati Uniti”, in The Daily Reckoning (newsletter finanziaria Usa), 21 aprile 2003, citata da V. Giacché in Guerra tra capitali, dollaro contro euro: ultime notizie dal fronte, in “La Contraddizione”, Roma, maggio-giugno 2003.

[23] Cfr. tra gli altri: Domenico Moro, Lo scontro euro-dollaro dietro la crisi del debito sovrano UE, in www.resistenze.org - osservatorio - economia - 30-04-2010 - n. 317; Raffaele Sciortino, Trade War: requiem per l’ordine neoliberale? (intervista di Giuseppe Molinari) http://www.commonware.org/index.php/cartografia/835-trade-war-requiem-per-l-ordine-neoliberale, 5-4-2018.

[24] The next war. The growing danger of great-power conflict, https://www.economist.com/leaders/2018/01/25/the-growing-danger-of-great-power-conflict.

[25] Samuel P Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000, cap. XII, § Guerre di civiltà e ordine delle civiltà, pp. 466-471. Ed. originale, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, 1966, Chapter 12, The West, Civilizations, and Civilization, § Civilizational War and Order, pp. 312-318.

[26] Il 14 agosto 2018 Trump ha firmato il testo della legge che approva un budget di 716 miliardi di dollari. Il provvedimento metterà in servizio attivo migliaia di nuovi militari, riserve e unità della guardia nazionale. https://www.repubblica.it/esteri/2018/08/14/news/stati_uniti_aumenta_budget_per_la_difesa-204080685/

[27] Jean-Claude Paye, USA: Imperialismo contro ultra-imperialismo, http://www.voltairenet.org/article199884.html.

[28] Jean-Claude Paye, Guerra economica o “guerra assoluta”?, http://www.voltairenet.org/article201431.html.

[29] Cfr. l’intervista al “The New York Times” Donald Trump Says NATO is “Obsolete”, 2-4-2016 (https://www.nytimes.com/politics/first-draft/2016/04/02/donald-trump-tells-crowd-hed-be-fine-if-nato-broke-up/), seguita da numerose altre dichiarazioni analoghe, alternate però da richieste di aumento della spesa militare dei paesi aderenti alla NATO al 2% del PIL immediatamente, e non entro il 2024, come da accordi precedenti, e in prospettiva al 4% (nell’ultimo vertice NATO dell’11-12 luglio 2018). Potenziare e non indebolire la NATO sotto controllo Usa è il vero obiettivo della politica di Trump che usa la “minaccia” di scioglierla solo a questo scopo.

[30] Charlevoix (Canada) - Colpo di scena a G7 ormai concluso: Donald Trump, in una rabbiosa risposta al premier canadese Justin Trudeau che durante la sua conferenza stampa conclusiva del summit aveva criticato i dazi unilaterali americani, ha ritirato nella notte con una decisione-shock la firma degli Stati Uniti dal comunicato congiunto che solo poche ore prima era stato a fatica composto dai sette grandi. Una scelta che ha fatto saltare anche solo un compromesso di facciata sul delicato e cruciale capitolo del commercio: https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-06-10/g7-colpo-scena-finale-trump-non-firma-minaccia-dazi-e-attacca-trudeau-e-disonesto-074933.shtml?uuid=AEzFUk3E&refresh_ce=1

[31] Cfr. Marco Valsania, Trump annuncia l’accordo Usa-Messico: «Il Nafta va in pensione», “Il Sole24ore”, 27-8-2018: “Il nome Nafta, ha detto Trump, “ha molte cattive connotazioni per tante persone” e quindi sarà sostituito da “Accordo commerciale Stati Uniti-Messico”. Trump ha denunciato il Nafta, in vigore da 24 anni, come un ‘disastro’ per gli Stati Uniti e i lavoratori americani, accusando Messico e Canada di averne tratto troppo vantaggio. In mancanza di una nuova intesa ha minacciato di uscirne. https://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-08-27/usa-e-messico-lavoro-revisione-nafta-accordo-sempre-piu-vicino-075921.shtml?uuid=AEQk3ifFhttps://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-08-27/usa-e-messico-lavoro-revisione-nafta-accordo-sempre-piu-vicino-075921.shtml?uuid=AEQk3ifF.

[32] Andrei Tsygankov, Sanctions Serve to Maintain US Global Hegemony, 16-8-2018, http://valdaiclub.com/a/highlights/sanctions-serve-to-maintain-the-us-global-hegemony/. Sulla stessa lunghezza d’onda si trova anche Aleksej Plotnikov, della Scuola Superiore di Economia di Mosca, che in un’intervista pubblicata sul sito del Partito comunista della Federazione russa (PCFR) afferma seccamente che “non c'è da aspettarsi il miglioramento o persino la stabilizzazione delle relazioni russo-americane con Trump. Non ci sono i prerequisiti oggettivi e soggettivi per questo”: “Ožidanija ne opravdalis’”. Mnenie eksperta sammite v Chel’sinki, https://kprf.ru/international/capitalist/178318.html, 24-8-2018, trad. it. “Le aspettative russe su Trump si sono dimostrate infondate”, traduzione dal russo di Mauro Gemma, in http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/29279-qle-aspettative-russe-su-trump-si-sono-dimostrate-infondate.

[33] Michael T. Klare It’s a Mistake to Assume Trump Doesn’t Have a Foreign-Policy Strategy, 24-7-2018, https://www.thenation.com/article/mistake-assume-trump-doesnt-foreign-policy-strategy/.

[34] Russian-Chinese Joint Declaration on a Multipolar World and the Establishment of a New International Order, adopted in Moscow on 23 April 1997, pubblicata nei documenti dell’ONU, A/52/153 - S/1997/384, in http://www.un.org/documents/ga/docs/52/plenary/a52-153.htm.

[35] Cfr. Il punto 2 di China-Russia Joint Statement on 21st Century World Order, firmata da Hu Jintao e Vladimir Putin il 1-7-2005 a Mosca, http://shodhganga.inflibnet.ac.in/bitstream/10603/118079/21/21_annexure%205.pdf. Sulla stessa linea il Joint Statement of The People’s Republic of China and the Russian Federation On Major International Issues, Beijing, 23 May 2008, che richiama esplicitamente le due precedent dichiarazioni, in https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/wjdt_665385/2649_665393/t465821.shtml

[36] Trump calls European Union a 'foe' of the US In un’intervista alla CBS News del 15 luglio 2018, https://edition.cnn.com/2018/07/15/politics/donald-trump-european-union-foe/

[37] Cfr. il documentato libro di V. Giacché, Imprimatur, Reggio Emilia. 2013.

[38] Nel 2016, la UE ha chiuso con un avanzo commerciale verso gli Usa di quasi 140 miliardi di dollari. Rispetto al 2009, il disavanzo commerciale americano verso la Ue risulta praticamente raddoppiato.

[39] Gli Stati Uniti rappresentano il terzo mercato per le esportazioni italiane. Il valore dell’export di beni e servizi italiani negli Usa nel 2017 ha toccato i 49 miliardi di euro, di cui 40 in beni. La bilancia commerciale è nettamente a favore dell’Italia: gli Usa hanno importato per solo 15 mrd di euro. Dati dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Lucia Tajoli, I rapporti commerciali tra Italia e Usa al tempo dei dazi, 27-7-2017, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-rapporti-commerciali-tra-italia-e-usa-al-tempo-dei-dazi-21060.

[40] Cfr. Henri Houben, in L’Europe de tous les dangers, Études Marxistes, gennaio-marzo 2002, n.57, pp. 28-41.

[41] “Far cadere il muro di Berlino un tempo sarebbe stato impensabile. Il prossimo muro che faremo cadere è quello di Bruxelles. Non dico a colpi di ruspa se no dicono che sono cattivo...”. Serve una “Lega delle Leghe” che metta insieme “tutti i movimenti liberi e sovrani che vogliono difendere la propria gente e i propri confini”. Salvini rinnova il giuramento di Pontida, ma lo traduce in chiave continentale. Se prima c’era da difendere il Nord, e poi l’Italia tutta, ora la battaglia si sposta in Europa. “Non è la Lega che è cambiata, è il mondo che cambiato. Abbiamo capito che da soli non andavamo da nessuna parte. Per vincere occorreva unire l’Italia, come occorrerà unire l’Europa […] “zero virgola di Bruxelles per me valgono zero”,  http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/salvini-dopo-muro-berlino-faremo-cadere-quello-di-bruxelles-aecfaf29-a8d7-4018-ba54-f22f9dacf066.html

[42] Cfr. “The Guardian”, 6 Feb 2014: «Victoria Nuland reportedly said ‘Fuck the EU’ speaking of Ukraine crisis […] The frustration of the Obama administration at Europe’s hesitant policy over the pro-democracy protests in Ukraine has been laid bare in a leaked phone conversation between two senior US officials, one of whom declares: “Fuck the EU”», in https://www.theguardian.com/world/2014/feb/06/us-ukraine-russia-eu-victoria-nuland.

[43] Janukovyč e i principali membri dell’opposizione – Vitalij Kličko, leader di UDAR, Oleh Tyahnibok, leader di Svoboda, Arsenij Jacenjuk di Bat’kivščyna – alla presenza in qualità di testimoni e organizzatori dei ministri degli esteri di Germania (Frank-Walter Steinmeier), Francia (Laurent Fabius), Polonia (Radoslaw Sikorski) per l’Unione europea e di Vladimir Lukin, inviato speciale della Federazione Russa, firmano un accordo per tornare alla Costituzione del 2004, ridurre i poteri del presidente, formare un governo di unità nazionale e organizzare delle elezioni presidenziali entro dicembre. Cfr. “MarxVentuno”, n. 1-2/2014, p. 68.

[44] “Barack Obama saluta l’Europa. È a Berlino la tappa conclusiva del viaggio nel Vecchio Continente del presidente uscente degli Stati Uniti che ha provato a tranquillizzare gli alleati. Nella cancelleria tedesca si è svolto l’incontro a sei, con Angela Merkel, il presidente francese François Hollande, la premier britannica Theresa May, il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi e il premier spagnolo Mariano Rajoy. In agenda, come è facile immaginare, il futuro delle relazioni transatlantiche dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca”, https://it.euronews.com/2016/11/18/germania-il-commiato-di-barack-obama-dall-europa.

[45] A. Bonanni, Sanzioni all’Iran, così Trump umilia la Ue, “La Repubblica”, 7 agosto 2018.

[46] La proposta di legge di iniziativa popolare, presentata in Cassazione prima dell'estate, dall'Associazione Nuova Repubblica, con a capo il prof. Guzzetta, intende trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale.

[47] Il leader del M5S Di Maio annuncia la proposta di legge costituzionale per tagliare 345 parlamentari, http://www.adnkronos.com/fatti/politica/2018/09/18/maio-pronto-ddl-per-tagliare-parlamentari_1Uobgs6ANRvwFwW1wXB3iO.html

[48] Un’Italia sovranista senza sovranità, “il manifesto” 4-9-2018. Si può leggere in rete in http://www.marx21.it/index.php/internazionale/pace-e-guerra/29245-unitalia-sovranista-senza-sovranita,

[49] Sulla questione del nemico principale era con fermezza intervenuto Manlio Dinucci, giornalista ed esponente del comitato Noguerra NoNato, su “MarxVentuno” n. 1-2/2016: Usa/Nato: il nemico principale contro cui fare fronte comune. Cfr. sullo stesso tema Emiliano Alessandroni, Economicismo o dialettica? Un approccio marxista alla questione europea, in, http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/saggi/275-economicismo-o-dialettica-un-approccio-marxista-alla-questione-europea.

Conferenza stampa a Pechino del Congresso Mondiale sul Marxismo

Pechino | Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo

Il 5 e 6 maggio 2018 si terrà presso la Peking University di Pechino il Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo
Conferenza stampa a Pechino

Il 5 e 6 maggio 2018 si terrà presso la Peking University di Pechino il Secondo Congresso Mondiale sul Marxismo.

La data del convegno coincide la nascita di Karl Marx, di cui ricorre il duecentesimo anniversario, e intende celebrare i quarant’anni della politica di riforma e apertura lanciata da Deng Xiaoping.

Il fittissimo programma del convegno è articolato in panel e tavoli di discussione che intendono celebrare le due ricorrenze, ripercorrere il cammino degli studi marxisti in Occidente e in Cina, discutere delle prospettive per l’umanità e i Paesi in via di sviluppo, analizzare il pensiero di Xi Jinping e il socialismo con caratteristiche cinesi, parlare dell’esperienza cinese nel quadro globale contemporaneo e del rapporto tra marxismo, cultura cinese tradizionale e cultura occidentale.

All’importante convegno, organizzato da Peking University Council, School of Marxism, Center of Social Economy and Culture, Coordination and Innovation Center for Chinese Development and Marxism Studies, parteciperanno oltre trecento studiosi e ricercatori marxisti da tutto il mondo.

Tra loro, tre italiani: Massimo d’Alema, Giuseppe Vacca (ex direttore della Fondazione Istituto Gramsci di Roma) e Andrea Catone (direttore della Rivista MarxVentuno).

No Guerra No NATO: Portare l’Italia fuori dal sistema di guerra finché siamo in tempo

 

COMUNICATO DEL COMITATO NO GUERRA NO NATO.

L’attacco missilistico condotto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia contro la Repubblica Araba Siriana, Stato sovrano membro delle Nazioni Unite, viola ogni più elementare norma del diritto internazionale.

È un crimine di guerra compiuto dagli aggressori in base a un’accusa, rivolta al Governo siriano, rivelatasi falsa. Vi sono prove inconfutabili che l’attacco chimico a Duma è stato una messa in scena organizzata dai servizi segreti occidentali. Non a caso Stati uniti, Gran Bretagna a Francia hanno lanciato i missili contro la Siria nel momento in cui stavano arrivando gli ispettori Onu.

L’Italia, anche se non ha direttamente partecipato all’aggressione come invece ha fatto nel 2011 contro la Libia, ne condivide la responsabilità. L’operazione bellica è stata diretta e supportata dai comandi e dalle basi Usa/Nato in Italia.

La Nato, di cui l’Italia è paese membro, ha ufficialmente dichiarato il proprio appoggio a questa azione bellica effettuata dalle tre maggiori potenze dell’Alleanza.

Non si sa ancora quali saranno le conseguenze di questo atto di guerra, compiuto volutamente contro la Russia intervenuta a sostegno della Repubblica Araba Siriana, Stato che Usa e Nato vogliono demolire come hanno già fatto sette anni fa con quello libico.

È comunque certo che, proseguendo lungo questa via, si va alla catastrofe.

Che fare? In Italia non c’è che un modo per contribuire a disinnescare questa disastrosa escalation: rifiutare che il nostro territorio nazionale sia usato quale una sorta di portaerei per le guerre Usa/Nato nel Mediterraneo.

Occorre per questo battersi perché il nostro territorio nazionale sia liberato dalla presenza di comandi e basi anche nucleari Usa/Nato; perché l’Italia, in base all’Articolo 11 della propria Costituzione, esca da questo sistema di guerra.

Per fare questo non c’è che un modo: uscire dalla Nato assumendo lo status di Paese sovrano e neutrale.

 

COMITATO NO GUERRA NO NATO