L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

Di fronte alla crisi della globalizzazione imperialista.

L’Anti-Trump: il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era

 

di Andrea Catone

Direttore della rivista MarxVentuno

 

Sollecitato da una serie di domande postemi in un’intervista nel corso del IX Forum del Socialismo Mondiale – appuntamento ormai annuale organizzato in autunno a Pechino dal World Socialism Research Justify presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali (CASS) e da altre organizzazioni politiche e culturali della RPC – propongo le seguenti riflessioni sul pensiero di Xi Jinping in merito all’ingresso del socialismo cinese in una nuova era.

Foto del presidente Xi Jinping

Il pensiero del Segretario Generale del Partito Comunista Cinese ha un valore strategico non solo per la Cina – e questo già di per sé, date le dimensioni del territorio, della popolazione e dell’economia cinesi, impatta sul resto del mondo – ma anche per i partiti comunisti e operai, per i movimenti di lotta anti-imperialisti e contro il neocolonialismo, per tutte le autentiche forze democratiche e progressiste del mondo.

“Nuova era” implica che ci lasciamo alle spalle una “vecchia era”, che entriamo in una fase nuova della storia della Cina e del mondo: non solo della Cina, ma dell’intera umanità. E questo non solo perché la storia della Cina non può non influire sui destini del mondo, ma anche perché, come scrive Xi, i destini di Cina e mondo sono interconnessi: “Noi in Cina crediamo che la Cina farà bene solo quando il mondo farà bene, e viceversa”[1].

L’era in cui entriamo è nuova sia per la Cina che per il mondo.

 

  1.   La nuova era per la Cina

Che cosa è nuovo e cambia per la Cina?

Quaranta anni dopo l’avvio della politica di riforme e apertura il volto della Cina è profondamente cambiato. La RPC ha compiuto uno straordinario balzo in avanti nello sviluppo delle forze produttive. Dal punto di vista economico-sociale è stata la più grande trasformazione che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto, avvenuta in tempi estremamente ristretti dal punto di vista della storia, che misura le grandi trasformazioni in termini di secoli e non di anni o decenni. Una trasformazione che ha coinvolto un miliardo e 300 milioni di persone, cha ha fatto uscire la stragrande maggioranza della popolazione cinese dalla povertà e ha portato centinaia e centinaia di milioni di contadini ad urbanizzarsi rapidamente. Guardata con gli occhi dello storico, si è trattato di un’impresa straordinaria, di cui forse non ci rendiamo ancora pienamente conto. Come tutte le grandi trasformazioni, essa non abbraccia soltanto i dati economici e una straordinaria ininterrotta crescita del Pil intorno al 10% in media all’anno. La grande trasformazione cinese abbraccia tutti i campi: sociale, culturale, politico, della mentalità collettiva…

Possiamo osservare un’altra straordinaria caratteristica di questa grande trasformazione: la compattezza, la saggezza, la capacità di correggere gli errori, della “classe dirigente” cinese, cioè del Partito comunista cinese. Quando dico questo, non ignoro i momenti di tensione e lotta anche acuta che si sono manifestati all’interno del gruppo dirigente cinese sulle linee da seguire; ciò fa parte della storia e della vita, che si sviluppa attraverso contraddizioni. Ma il gruppo dirigente cinese ha avuto la saggezza e la capacità di superare positivamente le contraddizioni, di mantenere saldamente l’unità del partito, di allargare la base degli iscritti, di estendere la sua influenza nella società. E ha fatto ciò tenendo ben ferme le radici della propria storia e i propri fondamenti, combinandoli con i caratteri più avanzati e progressivi della ricca e articolata cultura nazionale cinese: è stata la sinizzazione del marxismo.

Il PCC ha studiato molto attentamente l’esperienza del socialismo sovietico e ha tratto le lezioni dalla dissoluzione dell’URSS e delle democrazie popolari nell’Europa centro-orientale e balcanica tra il 1989 e il 1991. (Tra i tanti studi, vorrei ricordare il convegno internazionale promosso dalla CASS nel 2011, i cui atti sono stati pubblicati a cura di Li Shenming[2]). Tra le diverse e complesse concause che portano al disastro del 1989-91, un ruolo determinante è svolto dal cedimento politico, ideologico, organizzativo del PCUS, che avrebbe dovuto svolgere il ruolo dirigente nel processo di transizione socialista.

Il Pensiero di Xi dedica particolare cura e attenzione al partito comunista, da ogni punto di vista: ricorda ad ogni membro del partito, e in particolare ai dirigenti, che vanno strettamente osservate regole e disciplina di partito[3], che in un partito comunista non deve esserci nessuno spazio per la corruzione, che va combattuta con estremo vigore[4]; invita a lavorare quotidianamente per un legame sempre più stretto tra partito comunista e masse[5]. Inoltre, Xi riconferma la fondamentalità del marxismo: “Non dobbiamo mai dimenticare le nostre origini e dobbiamo rimanere impegnati nella nostra missione. Il comunismo cinese ha le sue origini nell’adesione al marxismo, al comunismo e socialismo cinesi e nella fedeltà al Partito e al popolo”[6]. Xi Jinping opera per lo studio e lo sviluppo del marxismo, dando impulso alle scuole di marxismo che si diffondono presso gli istituti e le università di tutta la Cina.

La straordinaria avanzata, in campo economico, sociale, politico, della Cina negli ultimi decenni, ha consentito di raggiungere un determinato stadio nello sviluppo delle forze produttive. Il percorso di questa straordinaria avanzata è stato segnato – come accade sempre in ogni complesso processo storico – da contraddizioni: tra classi sociali, tra città e campagna, tra zone della costa e dell’interno, tra regioni più e meno avanzate. Nel rapporto di Xi Jinping al XIX Congresso del PCC (ottobre 2017) esse sono state condensate nella formula di “sviluppo sbilanciato e inadeguato”. La qualità e l’efficacia dello sviluppo non sono come dovrebbero essere, la difesa dell’ambiente è inadeguata, vi sono ancora grandi disparità nella distribuzione del reddito, nello sviluppo di aree urbane e rurali e tra le diverse regioni del grande paese; il livello di welfare è ancora inadeguato. Il PCC, che si è formato sullo studio e l’analisi concreta delle contraddizioni (ricordo i noti scritti di Mao Sulla contraddizione, 1937, Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo, 1957), ha colto col XIX congresso il carattere delle contraddizioni e il mutamento della contraddizione principale:

Il problema principale è che il nostro sviluppo è squilibrato e inadeguato. Questo è diventato il più grave fattore limitante nel soddisfare i crescenti bisogni del popolo per una vita migliore. Dobbiamo riconoscere che l’evoluzione della contraddizione principale che affligge la società cinese rappresenta un cambiamento storico che riguarda l’intero panorama e pone molte nuove richieste per il lavoro del Partito e del Paese. Basandoci su sforzi continui per sostenere lo sviluppo, dobbiamo dedicare grande energia per affrontare gli squilibri e le inadeguatezze dello sviluppo e spingere al massimo per migliorare la qualità e gli effetti dello sviluppo. Con ciò, saremo in una posizione migliore per soddisfare le sempre crescenti esigenze economiche, politiche, culturali, sociali ed ecologiche del nostro popolo e per promuovere uno sviluppo umano completo e un progresso sociale a tutto tondo.

La nuova era per la Cina è quindi costituita dal superamento dello sviluppo squilibrato e inadeguato e dal passaggio a uno sviluppo armonico, rispettoso dell’uomo e dell’ambiente, ecocompatibile, che pone al primo posto la crescita qualitativa piuttosto che quantitativa. La costruzione moderna del socialismo con caratteristiche cinesi si articola in tre fasi: entro il 2020 punta a completare la creazione di una società con un livello di benessere diffuso; dal 2020 al 2035 punta a realizzare le basi della modernizzazione socialista, mentre dal 2035 alla metà del secolo intende trasformare la Cina in un paese socialista moderna basato su armonia, bellezza e civiltà democratica.

Nel suo rapporto al XIX Congresso Xi ha elencato 14 punti:

  1.     direzione del partito su tutti gli aspetti della società;
  2.     la politica deve essere centrata sulle persone;
  3.     approfondire la riforma nel suo complesso;
  4.     un nuovo concetto di sviluppo (innovazione, coordinamento, green economy, apertura e condivisione);
  5.     il popolo è il padrone del paese;
  6.     aderire allo stato di diritto, governare il paese nella sua globalità secondo la legge;
  7.     sviluppare un sistema di valori socialisti e la fiducia nella propria cultura;
  8.     sostenere e migliorare i mezzi di sussistenza del popolo;
  9.     coesistenza armoniosa di uomo e natura (civiltà ecologica);
  10.     sicurezza nazionale;
  11.     piena direzione del Partito sull’esercito;
  12.     “un paese, due sistemi”: promuovere la riunificazione con Taiwan;
  13.     battersi per una comunità internazionale di un futuro condiviso per tutta l’umanità (ciò è stato inserito nel nuovo statuto del PCC);
  14.     governare il partito in modo completo e rigoroso.

 

  1. La nuova era per il mondo

La nuova era non riguarda solo la Cina, ma il mondo intero. Quale era volge al termine e quale si tratta di avviare? Qual è il carattere della nuova era?

Circa 30 anni fa, dopo il 1989-91 che portò alla fine dell’Urss e delle democrazie popolari in Europa, prese slancio nel mondo la globalizzazione imperialista, guidata dagli USA, che si presentavano come vincitori assoluti della guerra fredda.

Quella globalizzazione, attuata con guerre guerreggiate, ha sconvolto regioni importanti del pianeta, l’area dei paesi del MENA (Middle East e Nord Africa); ha portato all’assorbimento nella NATO e nella UE, sotto controllo del capitale occidentale, dei paesi ex socialisti dell’Europa orientale e balcanica e alcune repubbliche ex sovietiche; ha sconvolto le economie dei paesi dell’Africa.

Ma l’avanzata della globalizzazione imperialista si è fermata davanti alla resistenza della Russia, che dal 1999 ha licenziato El’cin ed è stata governata sotto la direzione di Putin; né è riuscita a far fronte alle crescenti contraddizioni interne al sistema capitalista. La crisi iniziata negli USA nel 2007-2008 (bolla finanziaria conseguente ad un’espansione indiscriminata del credito – i mutui subprime – per drogare una domanda insufficiente) è stata scaricata sulle economie della Ue, il cui ordinamento interno ispirato all’“ordoliberismo” tedesco ha consentito ad alcuni paesi più forti – Germania in primis – di scaricare a loro volta la crisi sui paesi più fragili, i cosiddetti PIIGS, costretti ad adottare politiche di austerità, di riduzione o cancellazione del welfare, di abbassamento dei salari. Ciò ha aggravato in questi paesi la crisi, con una caduta della domanda interna e del Pil in una spirale recessiva. Il che ha prodotto a sua volta una caduta verticale dei consensi ai partiti politici che hanno governato durante la crisi, con una crescita esponenziale di movimenti populisti e “sovranisti”, che proclamano nella rottura della Ue l’unica soluzione possibile.

La globalizzazione liberista ha inciso anche sulla struttura economica degli USA, che si è sempre più finanziarizzata, puntando sull’emissione di dollari, il cui peso mondiale come valuta di riserva e di denominazione dei prezzi internazionali delle materie prime, a partire dal petrolio, viene sostenuto dalla forza militare (gli USA spendono da soli in armi quasi quanto tutto il resto del mondo messo insieme). Nonostante l’enorme forza militare, però, gli USA hanno dovuto fare i conti con le resistenze dei paesi occupati, che gli USA e i loro alleati più fedeli, il Regno Unito, non sono riusciti a normalizzare. Per cui essi hanno sostituito all’obiettivo della normalizzazione e pacificazione di questi paesi sotto controllo diretto o indiretto degli USA la “strategia del caos” (adottata da Obama e Hillary Clinton), che mirava non più a normalizzare, ma a rendere ingovernabile un’area cruciale del mondo allo scopo di impedire che altri paesi potessero trarne vantaggio. È una strategia disperata, che ha inciso sul consenso interno all’establishment USA. La vittoria elettorale di Trump è stata la risposta al malessere interno americano[7]. Trump tenta ora un’altra strada, tra cui la guerra commerciale per recuperare il primato USA (“America first”).

Sia l’ascesa di Trump alla presidenza USA che l’avanzata di forze populiste in Europa e non solo sono una risposta alla crisi di egemonia delle classi dirigenti dell’Occidente, che avevano puntato tutto sulla globalizzazione imperialista e sull’unipolarismo degli USA e del suo braccio armato della NATO. Questa risposta non ha un carattere progressivo, ma regressivo: rispetto a un mondo sempre più interconnesso e alla possibile costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità, Trump e i populisti-sovranisti propongono una chiusura protezionistica nel proprio cortile interno, la priorità assoluta del proprio stato in contrapposizione con gli altri (Donald Trump: “America first”; Matteo Salvini: “prima gli italiani”). Di fronte alla crisi delle democrazie liberali si propone un ritorno alla demagogia populista, che caratterizzò i fascismi negli anni 20 e 30 del XX secolo. Anche nel XX secolo, con la I guerra mondiale, si chiuse un primo ciclo della globalizzazione, di ciò che Marx definiva la tendenza insita nello sviluppo borghese alla realizzazione di un mercato mondiale. Alla prima globalizzazione di fine 800 e primi 900 vi furono due risposte: una progressiva, socialista e internazionalista, rappresentata dall’URSS; una reazionaria, rappresentata dal fascismo e dal nazismo. A un secolo di distanza, ci troviamo – fatte tutte le debite differenze – in una situazione analoga: da un lato, la crisi della globalizzazione imperialista, del suo falso internazionalismo, che in nome dei diritti umani ha bombardato Serbia e Iraq, Afghanistan e Libia, e ha promosso rivoluzioni colorate dalla Georgia all’Ucraina, tentando anche di attaccare Hong Kong; dall’altro le risposte reazionarie della chiusura protezionistica, della riaffermazione dell’unipolarismo che non pone limiti all’esercizio assoluto di sovranità, col conseguente disconoscimento dell’esistenza di una comunità mondiale (Trump rinnega i trattati internazionali su clima e ambiente, non riconosce altro diritto se non quello del proprio superstato). Entrambe queste posizioni – la globalizzazione imperialista e il sovranismo populista – sono reazionarie e sbagliate per i popoli e lo sviluppo del pianeta.

 

  1. La Cina e il mondo nella nuova era

Di fronte alla crisi strutturale – economica, politica e culturale – della globalizzazione imperialista abbiamo visto negli ultimi decenni la straordinaria crescita della Cina – e di altri paesi in cui ha vinto la rivoluzione guidata da partiti comunisti, come il Vietnam.

La riforma e apertura avviate da Deng Xiaoping nel 1978 hanno significato apertura della Cina al mercato mondiale; ma questa apertura non è stata indiscriminata, essa invece è stata diretta e controllata dal PCC, che aveva un suo chiaro progetto strategico di sviluppo delle forze produttive. Mentre la globalizzazione a guida USA è stata caratterizzata dall’imperialismo, e quindi è stata, come scriveva l’economista Chossudovski, la “globalizzazione della povertà”[8], l’apertura della Cina al mercato globale può definirsi una “globalizzazione antimperialista”, nel senso che la Cina ha adottato strategie e metodi che, aprendo regioni e settori della propria economia al capitale mondiale, lo ha indirizzato allo sviluppo interno del paese.

Nei tre decenni successivi al 1978, fino alle soglie del XVIII congresso del PCC (2012) la Cina ha cercato di mantenere un basso profilo a livello internazionale, ha accuratamente evitato di porsi come protagonista, pur tessendo – il forum di Shangai, i BRICS – una importante rete di legami con altri paesi. Ciò è stata una scelta saggia, che ha consentito alla Cina di concentrarsi sui problemi dello sviluppo interno, e di dotarsi di una base economica per un ulteriore successivo balzo in avanti. Lo sviluppo delle forze produttive cinesi è stata la preoccupazione principale e ad essa – come ai tempi del fronte unito antigiapponese – bisognava subordinare ogni cosa. Ma come dopo la sconfitta dei giapponesi il PCC ha ripreso i suoi obiettivi strategici della rivoluzione cinese, così, una volta raggiunto un adeguato livello di sviluppo, la Cina si appresta ad una nuova fase che richiede di sviluppare una nuova politica.

È qui che interviene il programma cinese di una “nuova globalizzazione” non imperialista, contrapposta a quella fallimentare degli USA. L’idea fondante di questa “nuova globalizzazione” si innerva e articola in una grandiosa iniziativa, la Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta. Essa è un’iniziativa concreta di sviluppo per la Cina e per il mondo, e al tempo stesso anche una proposta culturale, strettamente connessa al nuovo internazionalismo della Cina, alla lotta per costruire una comunità di destino condiviso per tutta l’umanità.

La Cina è oggi nel mondo l’unico paese che propone all’intero mondo, a tutta l’umanità, un progetto di sviluppo umano straordinario, che può divenire egemone, idea chiave accettata e condivisa dai popoli del mondo.

Siamo di fronte a un bivio. La vecchia strada – che nonostante il fumo di novità è anche quella della “America first” di Trump – è preclusa, è fallimentare. Fallimentari sono sia la globalizzazione imperialista che il protezionismo sovranista ed escludente: sono due forme reazionarie speculari.

Xi propone una “nuova globalizzazione”. È un progetto non solo economico, ma culturale, di universalismo concreto nel riconoscimento delle diversità e nella proposta di lottare per la costruzione di una comunità di destino condiviso per l’umanità. È la visione strategica del futuro dell’intero mondo come un mondo sempre più interconnesso, che richiede un nuovo tipo di globalizzazione, del tutto diversa da quella guidata dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali, che è stata in atto dal 1991. Le relazioni tra i paesi di tutto il mondo devono basarsi su una reciprocità win-win. In questo senso il pensiero di Xi Jinping è l’opposto del pensiero di Trump di “America first”: Xi pensa alla comunità di destino comune dell’umanità, non solo al destino della sua nazione. Il pensiero di Xi è universalistico, non particolaristico. Questo universalismo non è però un universalismo astratto, ma un universalismo concreto, che considera le concrete condizioni economiche e sociali, le contraddizioni tra classi sociali e stati.

Nel suo discorso all’ONU per il 70°, il 28 settembre 2015 Xi Jinping ha affermato:

Dobbiamo aumentare gli scambi tra le civiltà per promuovere l’armonia, l’inclusione e il rispetto delle differenze. Il mondo è più colorato a causa della sua diversità culturale. La diversità genera scambi, gli scambi creano integrazione e l’integrazione rende possibile il progresso.

Nelle loro interazioni, le civiltà devono accettare le loro differenze. Solo attraverso il rispetto reciproco, l’apprendimento reciproco e la coesistenza armoniosa il mondo può mantenere la sua diversità e prosperare. Ogni civiltà rappresenta la visione e il contributo unico del suo popolo, e nessuna civiltà è superiore alle altre. Civiltà diverse dovrebbero avere dialogo e scambi invece di cercare di escludersi o sostituirsi a vicenda. La storia dell’umanità è un processo di scambi attivi, interazioni e integrazione tra civiltà diverse. Dovremmo rispettare tutte le civiltà e trattarci a vicenda come uguali. Dovremmo trarre ispirazione l’uno dall’altro per stimolare lo sviluppo creativo della civiltà umana[9].

Per la Cina, il pensiero di Xi è un’innovazione e allo stesso tempo è in continuità con il pensiero di Mao Zedong, Deng Xiaoping e gli altri dirigenti e teorici del socialismo con caratteri cinesi. La continuità è in una visione della Cina come Paese in via di sviluppo che ha bisogno di un periodo relativamente lungo per sviluppare le forze produttive e deve concentrarsi in questo enorme obiettivo: qui la Cina ha ottenuto molti successi in pochi decenni ed è oggi la seconda economia più importante del mondo e si sviluppa sempre di più. Ma il cambiamento che Xi ha apportato non è meno importante, perché, considerando il livello di sviluppo delle forze produttive cinesi, Xi indica che la Cina è entrata in una nuova fase, che ha bisogno di una nuova globalizzazione. La Belt and Road Initiative non è solo una proposta concreta per i Paesi dell’Asia, Europa, Africa; è anche la metafora dell’idea di proiezione della Cina nel mondo. È l’idea della nuova globalizzazione che Xi ha esposto in molti discorsi contro la politica protezionistica dell’amministrazione Trump.

In sintesi, possiamo dire che oggi nel mondo ci sono due concezioni opposte sul futuro, e di conseguenza due politiche opposte: la nuova globalizzazione proposta dalla Cina e un nazionalismo esclusivista, che è una vera e propria regressione per l’umanità.

La concezione internazionalista di Xi non è la cancellazione degli interessi nazionali della Cina e del socialismo con caratteristiche cinesi; al contrario, è il riconoscimento che questi interessi possono svilupparsi meglio in un mondo interconnesso. È la dialettica di universale e particolare, nazionale e internazionale.

Nella “nuova era” si incontrano la nuova fase dello sviluppo della Cina, volta al superamento della sua attuale contraddizione principale, come indicato dal XIX Congresso del PCC, e la proposta ai popoli del mondo, al movimento operaio e a tutte le forze autenticamente democratiche e progressiste di un’uscita in avanti (e non reazionaria e regressiva) alla crisi della globalizzazione imperialista.

Ai partiti comunisti e operai del mondo, alle forze autenticamente democratiche e progressiste sta il compito di raccogliere la sfida strategica che il pensiero di Xi propone.


[1] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, Foreign Languages Press, Beijing 2017, p. 597.

[2] Cfr. Nad etim razmyšljaet istorija. Zametki k 20-tiletiju s momenta razvala SSSR [È di questo che tratta la storia. Note per il ventesimo anniversario del crollo dell'URSS], Social Sciences Academy Press, Pechino, 2013.

[3] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 164-170.

[4] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 176-184, e diversi altri scritti e discorsi.

[5] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., pp. 456-478.

[6] Xi Jinping, The governance of China, vol. II, op. cit., p. 355.

[7] Mi permetto di rinviare al mio “Mutamenti nel quadro mondiale. La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia”, in MarxVentuno n. 1-2/2018, reperibile anche https://www.marx21books.com/mutamenti-nel-quadro-mondiale-la-politica-internazionale-di-donald-trump-la-ue-litalia/ o http://www.marx21.it/documenti/catone_mutamentinelquadromondiale.pdf.

[8] The Globalization of Poverty and The New World Order, Global Research, 2003.

[9] Cfr. “A New Partnership of Mutual Benefit and a Community of Shared Future”, in The governance of China, vol. II, p. 573.

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