Pubblichiamo l’editoriale di apertura del nuovo numero di MarxVentuno, Escalation bellica dell’occidente imperialista. Sviluppi del marxismo e del socialismo in Cina, a firma del direttore Andrea Catone. Una preziosa mappa concettuale per comprendere la fisionomia del volume e la faglia geopolitica tra l’Occidente imperialista e il progetto multipolare a guida cinese.
Il titolo di questo numero raccoglie i contributi che qui presentiamo in due sezioni: a) intensificazione della guerra dell’Occidente imperialista; b) elaborazione dei marxisti cinesi sugli sviluppi del socialismo in Cina. Si presenta così la contrapposizione tra due “mondi”: da un lato, l’“Occidente”, il complesso di paesi in cui il modo di produzione capitalistico è dominante e determinante, guidato, a partire dalla fine della II guerra mondiale, dagli USA, con due principali imperialismi, quello USA, sinora egemone e dominante, decisore principale per le economie capitalistiche del mondo, e quello, in fase di organizzazione e sviluppo militaristico, della UE a guida franco-tedesca; dall’altro lato, la Repubblica Popolare Cinese, che nel terremoto mondiale provocato dall’imperialismo occidentale in crisi, è il principale fattore in controtendenza e il portatore di iniziative globali per il mondo attuale che si basano su una logica contrapposta a quella dell’Occidente imperialista, e propongono un nuovo ordine internazionale, un mondo multipolare riequilibrato dal riscatto del Sud globale.
- L’allargamento e l’intensificazione della “guerra mondiale a pezzi” promossa dall’imperialismo occidentale
Oggi, dopo decenni caratterizzati dalla indiscussa leadership USA – favorita, nel periodo della “guerra fredda”, dall’esigenza prioritaria dei paesi capitalisti di opporsi e contenere l’URSS e i paesi socialisti, e, dopo il 1989-91, riproposta e ampliata nell’affermazione dell’unipolarismo americano come centro dell’Occidente – si profila la formazione, ancora gelatinosa e non pienamente delineata, ma velocemente in marcia, di un polo imperialista europeo autonomo dagli USA, che possiamo anche definire “neoimperialismo europeo”, poiché, a differenza dell’imperialismo classico che si basa su uno stato capitalista strutturato con tutte le sue funzioni fondamentali, dall’esercito, alla moneta, alla giurisdizione vincolante in ogni parte del territorio su cui insiste, quello europeo è uno stato imperialista in fieri, notevolmente meno dello stato classico, ma molto di più di un insieme di stati diversi che concordano alcuni particolari momenti e temi di condivisione, come i BRICS o la SCO.
Il neoimperialismo europeo tende a differenziarsi dall’imperialismo USA, ma non si contrappone ad esso in una contraddizione interimperialistica antagonistica, come fu quella che portò alla I guerra mondiale. Con la rivoluzione d’Ottobre e la costituzione della III Internazionale, che pose teoricamente e nella pratica politica le fondamenta per l’alleanza tra proletariato delle metropoli imperialiste e popoli oppressi dall’imperialismo, e il successivo presentarsi sulla scena mondiale, dopo il 1945, di un campo socialista quale forte retrovia e base d’appoggio per i movimenti antimperialisti dei popoli oppressi – come fu ben evidente nella durissima lotta del popolo vietnamita guidato da Ho Chi Minh, che seppe combattere e vincere contro l’imperialismo coloniale francese e contro il più violento, aggressivo e disumano imperialismo degli USA – la contraddizione principale su scala mondiale è tra capitalismo e socialismo, tra imperialismo e paesi e popoli in movimento per liberarsi da esso, rispetto alla quale il tipo di contraddizioni interimperialistiche della Grande guerra cede il passo alla contraddizione principale, e rende di tipo secondario le contraddizioni tra imperialismi.
Il carattere fondamentale delle contraddizioni su scala mondiale non è mutato con il gravissimo colpo inferto al movimento operaio e antimperialista internazionale dalla dissoluzione dell’URSS e del campo socialista europeo tra il 1989 e il 1991: il socialismo non è finito, come pretendevano negli anni 90 i cantori della “fine della storia” di Fukuyama, ma ha saputo non solo resistere, ma imboccare una via originale e inedita di sviluppo che ha portato la Repubblica Popolare Cinese ad essere la maggiore economia mondiale (se consideriamo l’indice PPE, parità di potere d’acquisto, e non il PIL, in base al quale la Cina è, comunque, seconda solo agli USA). E parimenti si mantiene il nesso strategico tra socialismo e movimenti di emancipazione e liberazione antimperialisti.
Il carattere fondamentale della guerra mondiale in corso è tra imperialismo, fase suprema del capitalismo, e antimperialismo. I fronti di questa guerra non sono tutti ancora completamente definiti, ma vi è la tendenza a farlo, come si vede nella recente guerra di aggressione contro l’Iran intrapresa da Israele e USA. Il 28 febbraio, in contemporanea con l’inizio dell’attacco congiunto israelo-statunitense alla Repubblica islamica dell’Iran, il governo ucraino ha pubblicato dichiarazioni di forte sostegno a tale attacco[1], fornendo inoltre supporto militare e tecnologico agli alleati arabi di USA e Israele[2]. Con l’imperialismo sionista, l’Ucraina emersa dal golpe di Euromaidan del 2014 ha stretto da tempo legami di intelligence, politici, militari, ideologici, come denuncia analiticamente il testo che pubblichiamo in versione italiana, “Da Gaza al Donbass: come Israele e Ucraina hanno costruito una macchina da guerra fascista transnazionale”.
Il battesimo del fuoco del neoimperialismo europeo, la grande occasione, preparata oltre tre decenni fa dall’“allargamento ad Est” – secondo pilastro fondativo della UE, accanto a quello neoliberista – per occupare tutto lo spazio geopolitico lasciato libero dalla caduta dell’URSS e delle democrazie popolari – è la guerra contro la Federazione Russa.
L’“allargamento” ad Est della NATO e della UE è stato condotto senza esclusione di colpi, dalle “rivoluzioni colorate” – da Tbilisi a Kiev – all’impiego diretto e spietato della forza militare della NATO contro i paesi riottosi o resistenti, come la Repubblica Federativa Jugoslava guidata da Slobodan Milošević, bombardata nella primavera del 1999, con la motivazione – rivelatasi alla prova dei fatti assolutamente pretestuosa – della “guerra umanitaria”[3] per impedire la pulizia etnica degli albanesi del Kosovo. Fu, quella contro la “piccola Jugoslavia”, una classica aggressione imperialista, con il ricorso diretto alle armi per imporre i propri diktat. Fu la guerra dell’imperialismo occidentale a guida USA. Essa rappresentò per l’Unione Europea il via libera de facto al “Grande allargamento” del 2004-2007, quando furono inclusi nella UE tutti gli ex paesi di democrazia popolare dell’Europa centro-orientale – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Romania (la DDR era stata già annessa alla RFT nel 1990) – e le tre repubbliche baltiche, e si apriva la strada all’incorporazione dei Balcani occidentali, e degli altri paesi ex sovietici, dall’Ucraina (il boccone più ghiotto) alla Moldavia, dalla Georgia all’Armenia.
Le basi del neoimperialismo europeo sono state gettate con la nascita della UE (febbraio 1992: Trattato di Maastricht; 1° novembre 1993: istituzione formale della UE). Per il contesto storico-politico – la dissoluzione dell’URSS, la Federazione Russa erede della ex Repubblica Socialista Sovietica Russa fortemente indebolita, e governata e svenduta da un agente dell’Occidente quale Boris El’cin, l’apertura di un grande spazio ad Est da conquistare, non solo come mercato, ma anche incorporandolo con territori e popolazioni – la UE è sì l’erede delle precedenti Comunità europee costituitesi dagli anni Cinquanta, ma è prima di tutto un nuovo soggetto statale – con una forma di statualità atipica e anomala rispetto a quelle tradizionalmente conosciute – che, unico sulla scena mondiale dopo il 1945 – eccezion fatta per Israele, che non ha definito i propri confini e tende ad espandersi in altri territori per costruire la Grande Israele – si propone ufficialmente e dichiaratamente in progress, in permanente Drang nach Osten di spostamento e allargamento dei propri confini.
Mettere sotto controllo diretto territori e popolazione dei paesi del mondo – e non semplicemente penetrare in essi con merci e capitali – è un’esigenza dell’imperialismo, sia perché consente allo stato imperialista di indirizzare con le proprie leggi e direttive l’economia e la finanza (quella dello Stato capitalista quale mero “guardiano notturno” è una favola), sia perché consente il controllo diretto sulle materie prime strategiche; in preparazione di una guerra su vasta scala il controllo diretto del territorio è una fondamentale risorsa strategica. È la ragione – esplicitamente ammessa nelle dichiarazioni di Donald Trump a proposito della Groenlandia[4] – per cui l’imperialismo USA chiede oggi di incorporare direttamente nel proprio stato altri paesi e territori, ma, a differenza della UE che ha costruito una cornice giuridica per il suo allargamento (formalmente con il consenso dei paesi inglobati) riconosciuta nel diritto internazionale, gli USA sono attualmente sprovvisti di una base giuridica adeguata allo scopo dell’inglobamento territoriale. Per cui, mentre l’imperialismo USA si presenta oggi con il volto estremamente rozzo e brutale dell’aggressione diretta, senza neppure una motivazione in qualche modo elaborata, come è accaduto con l’aggressione al governo chavista del Venezuela, con l’accusa, palesemente pretestuosa e non credibile al presidente Maduro di essere implicato nel narcotraffico, il neoimperialismo europeo invoca invece ipocritamente il diritto internazionale. Quest’ultimo è stato ampiamente violato dalla UE, sia con l’aggressione militare diretta a un paese sovrano (come fu nel 1999 con la Repubblica Federativa Jugoslava), sia con la promozione e organizzazione della sovversione interna per ottenere cambi di regime e imporre governi favorevoli all’incorporazione nella UE (la doppia rivoluzione colorata di Kiev, 2004, 2014), sia con l’imposizione dell’annullamento delle elezioni quando, come ad esempio in Romania, si profilava la vittoria di un candidato (Călin Georgescu, dicembre 2024) non in linea con i vertici dell’Unione. L’ingerenza negli affari interni e il controllo capillare della comunicazione nei paesi già membri della UE e in quelli che la UE si appresta ad incorporare è una prassi consolidata della “costituzione materiale” europea.
La guerra contro la Russia è iscritta nell’atto di nascita della UE – con la sua esplicita e dichiarata aspirazione all’allargamento infinito ad Est – ed è il fondamento del neoimperialismo europeo, ne è la principale ragion d’essere. Negli anni 90, quando la Federazione Russa non solo rovesciava le basi dell’ordinamento economico-sociale socialista costruito dopo la Rivoluzione d’Ottobre, ma era caduta nelle mani di una squallida borghesia comprador di “oligarchi” che svendeva il Paese all’imperialismo occidentale, la guerra antirussa diretta non si poneva all’ordine del giorno. Da un lato, la UE era ancora alle sue prime armi, stava costruendo la sua anomala e atipica struttura statale, doveva ancora compiere il primo reale allargamento; dall’altro, riteneva di poter esercitare, con la complicità del blocco el’ciniano, un forte controllo sulla politica e l’economia russe; al contempo, l’Occidente sosteneva le forze separatiste (come in Cecenia) presenti nella Federazione russa con l’obiettivo di una sua balcanizzazione all’ennesima potenza per portarla alla disgregazione (come riuscì a fare con la Jugoslavia, alimentando i separatismi croato, sloveno, bosniaco-musulmano). Ma con gli anni 2000 la borghesia comprador russa subisce i primi pesanti colpi, il Paese non è più in svendita completa, lo stato si avvia a mettere sotto controllo fonti energetiche, materie prime strategiche, infrastrutture vitali, e si oppone all’allargamento ad Est di NATO e UE operato a colpi di sovversione interna e rivoluzioni colorate.
Poiché l’allargamento ad Est è tra le principali ragion d’essere della UE, tra le principali direttrici della sua configurazione politica, e poiché la resistenza della Russia a tale allargamento fino e oltre i suoi confini si fa col tempo più assertiva, la guerra è tutta già inscritta in questa dinamica.
Nei 15 anni che vanno dall’altolà all’avanzata della NATO ai confini della Russia (intervento di Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza del febbraio 2007) all’avvio della “Operazione militare speciale” del 2022, sono all’opera controtendenze rispetto alla inevitabilità della guerra. Una parte del grande capitale dei principali paesi europei preferirebbe avere nella Russia un utile partner commerciale nello scambio tra materie prime russe – in primis petrolio e gas – e prodotti dell’industria europea, e sviluppare una collaborazione economica reciprocamente vantaggiosa. Ma questa frazione del capitale cede progressivamente il passo alla frazione militarista e guerrafondaia, spinta dai democratici e dai neocon repubblicani degli USA.
A pesare sulla bilancia dello scontro con la Russia entrano diversi fattori non puramente economici (che farebbero propendere per rapporti economico-commerciali con la Russia vantaggiosi per i paesi della UE), ma politici e ideologici.
La costruzione del nemico esterno assoluto serve per dare consistenza ad una coesione interna di per sé molto fragile. L’ideologia europeista presenta la UE come un paradiso di diritti umani, democrazia, regole condivise, rispetto, libertà, dignità, valori non negoziabili, insomma tutta la retorica del giardino e della giungla sciorinata dall’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri e la Sicurezza Josep Borrell:
[…] Sì, l’Europa è un giardino. Abbiamo costruito un giardino. Tutto funziona. È la migliore combinazione di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale che l’umanità sia stata in grado di costruire – le tre cose insieme. […] Il resto del mondo […] non è esattamente un giardino. La maggior parte del resto del mondo è una giungla, e la giungla potrebbe invadere il giardino. […] I giardinieri devono andare nella giungla.[5]
Per la forma di stato-semistato anomalo e atipico che è la UE, ircocervo gelatinoso che pretende di trasformarsi in uno stato “normale”, la narrazione ideologica ha un peso maggiore che in quella a fondamento di stati nazionali “tipici”, poiché deve surrogare l’esistenza di uno stato reale e supportare l’invenzione di una comunità immaginaria di popoli europei che non c’è nella storia, nella cultura, nelle tradizioni, nello sviluppo delle civiltà. Quanto più è immaginaria e fragile la comunità di paesi dell’Europa allargata, quanto meno tale comunità è reale, tanto più occorre sostenerla con la narrazione ideologica (nel senso marxiano di falsa coscienza). E quanto più sono fragili le basi reali di una coesione dei diversi paesi, aree, parti della UE, tanto più necessario è il ricorso all’invenzione di un nemico esterno assoluto, di una “minaccia esistenziale” per la comunità immaginaria. La russofobia estrema delle Risoluzioni del Parlamento europeo serve ottimamente alla bisogna. In questo numero della rivista ne riportiamo un’antologia significativa, con qualche nota critica.
Il ruolo degli USA nella guerra contro la Russia appare notevolmente cambiato con il passaggio da Biden a Trump alla presidenza USA, ma non è stato rovesciato. Imperialismo classico USA e neoimperialismo europeo continuano ad essere schierati insieme nella guerra in corso e gli USA continuano a fornire un fondamentale supporto militare e tecnologico all’esercito di Kiev, ma sono molto meno disponibili a sostenere il peso economico della guerra. Dal punto di vista del calcolo degli interessi in gioco, la guerra ucraina è fondamentalmente la guerra della UE, che intende coronare la sua marcia verso Est con l’incorporazione accelerata di Kiev, al punto da sorvolare sulle più basilari regole che essa stessa si è data per l’ingresso di nuovi membri. Come si è visto in numerose e varie vicende, la rigidità delle regole è molto elastica a seconda degli interessi delle frazioni dominanti nella UE: nella crisi del debito sovrano la Grecia è stata condannata alla macelleria sociale per conti che non tornavano per qualche miliardo di euro, mentre per l’Ucraina di Zelensky, molto lontana dai parametri definiti dalla UE, si spalancano le porte.
Vi possono essere diverse ragioni per il relativo disimpegno economico degli USA nel sostegno all’Ucraina, ma una appare piuttosto fondata: la guerra ucraina è la guerra europea, dell’allargamento europeo, dalla quale gli USA non possono trarre ulteriori vantaggi, se non quello di tenere seriamente impegnata militarmente la Russia, precludendole la possibilità di intervento a difesa dei propri alleati su altri fronti, come è avvenuto nel dicembre 2024, quando è stato rovesciato il governo di Bashar al-Assad in Siria o nel gennaio 2026 con Nicolas Maduro in Venezuela, o come può accadere per Cuba. Ben altro interesse è quello del neoimperialismo europeo.
Quando parliamo di UE, col suo groviglio di leggi, leggine, regolamenti e regole, occorre guardare alla sua “costituzione materiale”, a chi ha in essa il bastone reale del comando, a quali paesi e/o frazioni di classe dominante ne dirigono effettivamente la politica e l’economia.
La Germania e il militarismo tedesco spingono decisamente verso la guerra. Pubblichiamo in questo numero ampi stralci della traduzione del «Giornale di formazione» del Partito Comunista Tedesco (DKP), uscito nel 2025, all’indomani del Congresso del partito, dedicato al militarismo tedesco, affrontato dal punto di vista teorico della grande tradizione dell’opposizione socialista antimilitarista in Germania; nonché attraverso l’analisi di classe delle cause che ne alimentano oggi lo sviluppo; una parte importante è dedicata alle prospettive e compiti dei comunisti e delle forze autenticamente di sinistra nell’affrontare seriamente la questione del contrasto al militarismo e alla guerra antirussa.
Un’importante analisi sull’attuale situazione internazionale, oltre che su quella interna della Russia, è nel discorso introduttivo del Segretario Generale del PCFR G. A. Zjuganov al Plenum del CC del 25 aprile 2026, di cui pubblichiamo qui ampie parti.
- Sviluppi del socialismo e del marxismo nella Repubblica Popolare Cinese
Fondata sugli indirizzi del piano economico-sociale e la direzione politica complessiva del Partito comunista, la Cina prosegue nel suo sviluppo economico incentrato oggi sull’alta qualità, sul riequilibrio di aree e settori, su nuove forze produttive di alto livello, che disegnano la possibilità concreta del passaggio del Paese dalla fase primaria del socialismo ad una fase superiore.
Al contempo, i marxisti cinesi sono pienamente consapevoli che lo sviluppo del socialismo, in una visione integrale della storia mondiale non limitata al solo ambito economico, richiede la costruzione di una nuova civiltà, tema su cui anche l’ultimo Lenin insisteva. Perché possa essere raggiunto e realizzato l’obiettivo socialista della socializzazione dei mezzi di produzione, perché quest’ultima sia effettiva e non a parole, occorre la formazione di una nuova civiltà in cui i lavoratori associati abbiano acquisito abilità e competenze adeguate nella direzione e organizzazione collettiva.
Il grande tema della costruzione di una nuova civiltà socialista radicata nella plurimillenaria storia cinese è oggi fortemente presente nel dibattito e nell’elaborazione teorica dei marxisti cinesi e procede non a caso insieme con la riflessione sul processo rivoluzionario in Cina.
Il saggio di Luo Wendong, professore all’Università dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e ricercatore dell’Accademia del Marxismo, sulla costruzione di una civiltà cinese moderna all’insegna dell’apertura e dell’inclusività, affronta il tema attraverso un interessantissimo – in particolare per lettori occidentali – excursus nella storia della grande cultura tradizionale cinese e con confronti con la storia della civiltà occidentale. Una nuova civiltà si costruisce nel rapporto dialettico con la storia delle acquisizioni della precedente tradizione culturale, non si scrive su una pagina bianca, non si fa per decreto. Apertura e inclusività – scrive Luo Wendong – sono stati tratti salienti della tradizione culturale cinese; la cultura marxista dialettica li riprende e sviluppa. Apertura e inclusività non significano annullamento della propria storia e identità, non significano dipendenza ed eteronomia, ma sono il carattere distintivo di una civiltà che nell’apertura riconosce il proprio carattere e si sviluppa attraverso essa.
Attraverso la griglia interpretativa proposta dal saggio di Luo Wendong possiamo leggere anche la storia recente della RPC: la svolta politica impressa da Deng Xiaoping di “Riforma e Apertura” alla fine degli anni 70 non ha comportato – come alcuni temevano e come gli imperialisti si auguravano – una dipendenza dall’economia occidentale, ma ha significato lo sviluppo di una potente struttura di studio, ricerca e applicazione tecnologica, un’espressione autonoma del socialismo con caratteristiche cinesi. Nella dialettica di identità, riconoscimento e valorizzazione della propria cultura, storia, civiltà, da un lato, e apertura e inclusività dall’altro, si forgia la costruzione di una nuova moderna civiltà cinese espressione adeguata della fase di sviluppo e transizione socialista a un grado superiore.
Ren Jie, ricercatrice presso l’Istituto di Studi marxisti dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS), professoressa e tutor di dottorato presso l’Università della CASS, affronta il tema del socialismo con caratteri cinesi e della sinizzazione del marxismo, e del come si porti avanti contestualmente il processo delle “due integrazioni” del marxismo: a) integrare i principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche della Cina; b) integrare i principi fondamentali del marxismo con l’eccellente cultura tradizionale cinese, portato di una storia millenaria. L’integrazione dei principi fondamentali del marxismo con le realtà specifiche della Cina comprende in realtà la loro integrazione con la cultura tradizionale cinese. “Le realtà specifiche di un paese sono plasmate dalle sue condizioni economiche, politiche e culturali, tra le quali la cultura rappresenta la forza più profonda e duratura”. Si perfeziona così il percorso per l’innovazione teorica nella sinizzazione del marxismo. L’integrazione dei principi fondamentali del marxismo con l’eccellente cultura tradizionale cinese è strettamente legata non solo al carattere pratico del marxismo, ma anche all’inclusività e all’affinità della cultura cinese, forgiatasi in una storia ininterrotta per migliaia di anni. “Radicata nell’etica piuttosto che in una religiosità esclusiva, la cultura cinese è fondamentalmente una civiltà morale ed etica”.
Cheng Enfu, direttore del Centro di Ricerca per lo Sviluppo Economico e Sociale dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS), professore principale dell’Università della CASS e presidente della World Association for Political Economy, noto ai nostri lettori anche per l’importante libro sull’economia cinese[6], insieme con Yang Jun, professore associato presso l’Istituto di Marxismo, Scuola di Partito del Comitato provinciale del Partito Comunista Cinese dello Zhejiang, Hangzhou, affrontano il tema del superamento della fase primaria del socialismo in un importante saggio pubblicato dalla «Monthly Revue» e ripreso da diverse riviste marxiste nel mondo: La teoria della “Triplice rivoluzione cinese e l’analisi marxista. È la grande questione del passaggio – nella Nuova Era che apre una nuova fase nella rivoluzione socialista in Cina – dalla fase primaria del socialismo ad una superiore. Questione complessa e difficilissima, oggetto di un ampio dibattito teorico-politico. La svolta impressa da Deng Xiaoping con la Riforma e Apertura del 1978 si basava sull’acquisizione del fondamentale presupposto marxista che non si può realizzare nessun passaggio al socialismo con un basso livello di sviluppo delle forze produttive; poiché il comunismo non è un semplice ideale da realizzare, ma il risultato di un processo storico, lo sviluppo delle forze produttive è un presupposto pratico assolutamente necessario. Senza un’elevata produzione e ricchezza materiale, si generalizzerebbe solo la miseria. Di conseguenza, con il bisogno estremo, ritornerebbe anche il conflitto per accaparrarsi le risorse necessarie e, con esso, “tutta la vecchia merda”, ovvero le dinamiche di sopraffazione, disuguaglianza e sfruttamento tipiche della società divisa in classi (Marx-Engels, L’Ideologia tedesca, 1846).
La RPC che aveva condotto la rivoluzione di Nuova Democrazia, riunificato il Paese sotto la direzione del PCC, e gettato le basi essenziali politiche ed economico-sociali e culturali per la costruzione del socialismo, aveva un basso livello delle forze produttive; la RPC era un paese socialista perché aveva gettato le basi politiche, istituzionali, legislative, di struttura della proprietà per il socialismo, ma non aveva, per il passaggio ulteriore, una base adeguata di forze produttive. Perciò era nella fase primaria del socialismo e si trovava di fronte alla contraddizione principale rappresentata dal basso livello di esse. Dare la priorità allo sviluppo delle forze produttive nel quadro politico della RPC diveniva la questione principale, rispetto alla quale passava in secondo piano – ma non era affatto rimossa (si veda il preambolo della Costituzione della RPC del 1982) la questione della lotta di classe interna al Paese.
Attraverso la Riforma e Apertura – che fu un percorso non lineare, in cui il PCC procedette secondo il motto di “attraversare il fiume tastando le pietre” – la RPC compie uno straordinario balzo in avanti che la porterà ad essere in termini di PIL la seconda economia mondiale quando nel 2010 supera il Giappone, collocandosi alle spalle degli USA. Il grande balzo in avanti dell’economia cinese attesta un grande sviluppo delle forze produttive, anche se il percorso non sempre è stato equilibrato.
Il XIX Congresso nazionale del PCC (2017) attesta il mutamento della contraddizione principale e il cambio di fase nella Nuova era. Il XX Congresso (2022) e i Plenum successivi pongono l’accento sullo sviluppo qualitativo ed equilibrato delle forze produttive, categoria sulla quale si avvia anche una riflessione ulteriore stimolata dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale. Si pensa perciò a forze produttive di nuovo tipo, in cui non conta tanto la materialità dello strumento di lavoro (che rimane un presupposto) quanto la progettualità, la modalità dell’organizzazione del lavoro, l’interrelazione tra le diverse aree e settori, che inducono ad una cooperazione rafforzata.
Con lo sviluppo di forze produttive di nuovo tipo la questione del superamento della fase primaria del socialismo si pone sul piano teorico e pratico-concreto, imboccando strade mai prima percorse dall’umanità. Lo sviluppo di forze produttive di nuovo tipo apre alla possibilità concreta della socializzazione della direzione e gestione della produzione, sulla base della proprietà pubblica. Nel saggio di Cheng Enfu e Yang Jun si riafferma con forza il tema della transizione al socialismo come rivoluzione in permanenza.
Ma fondamentale rimane la questione del partito comunista quale principale soggetto organizzato nella direzione e gestione della transizione socialista. I comunisti cinesi, con la direzione centralizzata del Segretario Generale Xi Jinping, hanno messo al centro delle loro cure la questione del Partito Comunista, nella consapevolezza che esso è il principale pilastro della transizione socialista. La lotta alla corruzione è una delle grandi questioni che i comunisti si trovano ad affrontare, avendo anche ben appreso la lezione storica della caduta dell’URSS. Un secondo testo di Luo Wendong affronta la questione vitale del partito comunista, pilastro fondamentale per lo sviluppo socialista della società cinese in continua evoluzione, attrezzato per l’autoriforma.
[1] Cfr. la dichiarazione del Ministro degli Affari Esteri dell’Ucraina Andrii Sybiha del 28 febbraio 2026: Comment of the MFA on the operation against the Iranian regime, in https://mfa.gov.ua/en/news/komentar-mzs-shchodo-operaciyi-proti-iranskogo-rezhimu.
[2] Cfr. https://www.rsi.ch/info/mondo/L%E2%80%99Ucraina-firma-accordi-di-difesa-con-Arabia-Saudita-Emirati-e-Qatar–3629790.html; https://www.ilpost.it/2026/03/27/accordo-ucraina-arabia-saudita-tecnologia-antidrone-guerra-medio-oriente-iran/.
[3] Cfr. Andrea Catone, Andrea Martocchia [a cura di], Bombe su Belgrado vent’anni dopo. All’origine delle guerre umanitarie, MarxVentuno editore, Bari 2019.
[4] Cfr. il «Corriere della sera» del 6 gennaio 2026: Trump e la Groenlandia: “Ci serve assolutamente: è circondata da navi russe e cinesi”, in https://www.corriere.it/esteri/26_gennaio_05/trump-voglio-groenlandia-d0b23e26-bfac-43f1-bbcd-bc297c093xlk.shtml.
[5] Cfr. il discorso di Josep Borrell alla European Diplomatic Academy a Bruges del 13 ottobre 2022, in https://www.eeas.europa.eu/eeas/european-diplomatic-academy-opening-remarks-high-representative-josep-borrell-inauguration-pilot_en. Corsivo mio, AC.
[6] Cfr. Cheng Enfu, Dialettica dell’economia cinese. L’aspirazione originale della Riforma. Introduzione di Vladimiro Giacché, Prefazione di John Bellamy Foster, MarxVentuno edizioni, Bari 2024.
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