Mese: Ottobre 2019

LA CELEBRAZIONE DEL 1° OTTOBRE 2019 A PECHINO

70° della Rpc: la cancellazione della storia

di Manlio Dinucci

LA CELEBRAZIONE DEL 1° OTTOBRE 2019 A PECHINO

Settanta anni fa, il 1° ottobre 1949, Mao Zedong proclamava, dalla porta di Tien An Men, la nascita della Repubblica popolare cinese. L’anniversario viene celebrato oggi con una parata militare, di fronte alla storica porta a Pechino.

Dall’Europa al Giappone e agli Stati uniti, i grandi media la presentano come una ostentazione di forza di una potenza minacciosa. Praticamente nessuno ricorda le drammatiche vicende storiche che portarono alla nascita della Nuova Cina.

Scompare così la Cina ridotta allo stato coloniale e semicoloniale, sottomessa, sfruttata e smembrata, fin dalla metà dell’Ottocento, dalle potenze europee (Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Austria e Italia), dalla Russia zarista, dal Giappone e dagli Stati uniti.

Si cancella il sanguinoso colpo di stato effettuato nel 1927 da Chiang Kai-shek – sostenuto sia dagli anglo-americani che da Hitler e Mussolini, alleati del Giappone – che stermina gran parte del Partito comunista (nato nel 1921) e massacra centinaia di migliaia di operai e contadini.

Non si fa parola della Lunga Marcia dell’Esercito Rosso che, iniziata nel 1934 quale disastrosa ritirata, viene trasformata da Mao Zedong in una delle più grandi imprese politico-militari della storia.

Si dimentica la guerra di aggressione alla Cina scatenata dal Giappone nel 1937: le truppe nipponiche occupano Pechino, Shanghai e Nanchino, massacrando in quest’ultima oltre 300 mila civili, mentre oltre dieci città vengono attaccate con armi biologiche.

Si ignora la storia del Fronte unito antigiapponese, che il Partito comunista costituisce con il Kuomintang: l’esercito del Kuomintang, armato dagli Usa, da un lato combatte gli invasori giapponesi, dall’altro sottopone a embargo le zone liberate dall’Esercito rosso e fa sì che si concentri contro di esse l’offensiva giapponese; il Partito comunista, cresciuto da 40 mila a 1,2 milioni di membri, guida dal 1937 al 1945 le forze popolari in una guerra che logora sempre più l’esercito nipponico.

Non si riconosce il fatto che, con la sua Resistenza costata oltre 35 milioni di morti, la Cina contribuisce in modo determinante alla sconfitta del Giappone il quale, battuto nel Pacifico dagli Usa e in Manciuria dall’Urss, si arrende nel 1945 dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki.

Si nasconde cosa avviene subito dopo la sconfitta del Giappone: secondo un piano deciso a Washington, Chiang Kai-shek tenta di ripetere quanto aveva fatto nel 1927, ma le sue forze, armate e sostenute dagli Usa, si trovano di fronte l’Esercito popolare di liberazione di circa un milione di uomini e una milizia di 2,5 milioni, forti di un vasto appoggio popolare. Circa 8 milioni di soldati del Kuomintang vengono uccisi o catturati e Chiang Kai-shek fugge a Taiwan sotto protezione Usa.

Questo, in estrema sintesi, è il percorso che porta alla nascita della Repubblica popolare cinese 70 anni fa.

Una storia scarsamente o per niente trattata nei nostri testi scolastici, improntati a una ristretta visione eurocentrica del mondo, sempre più anacronistica.

Una storia volutamente cancellata da politici e opinion makers perché porta alla luce i crimini dall’imperialismo, mettendo sul banco degli imputati le potenze europee, il Giappone e gli Stati uniti: le «grandi democrazie» dell’Occidente che si autoproclamano giudici supremi col diritto di stabilire, in base ai loro canoni, quali paesi siano e quali non siano democratici.

Non siamo però più all’epoca delle «concessioni» (aree urbane sotto amministrazione straniera) che queste potenze avevano imposto alla Cina, quando al parco Huangpu a Shanghai veniva «vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi».

(il manifesto, 1° ottobre 2019)

[APPELLO] La Repubblica parlamentare disegnata dai padri costituenti è in grave pericolo!

A difesa della Costituzione e del governo parlamentare

Il 7 ottobre la Camera dei Deputati è convocata per la definitiva approvazione della legge costituzionale che riduce di un terzo il numero dei Parlamentari.
Al tempo stesso, con manovra oggettivamente convergente, tutte le Regioni governate dalla Lega depositano la richiesta di Referendum popolare, da tenere nel 2020, per una legge elettorale integralmente maggioritaria, cosi che “dopo le elezioni si sappia chi deve governare”…
Se non bastasse, Fratelli d'Italia rilancia la proposta delle destre di elezione diretta del Presidente della Repubblica, che sancirebbe la fine della repubblica parlamentare disegnata dalla Costituzione.
Siamo di fronte ad una manovra a tenaglia di trasformazione dell'assetto istituzionale e costituzionale del nostro Paese, la cui enormità non può sfuggire neanche ad un osservatore distratto.
La campagna politico-culturale contro “la casta” disvela finalmente i suoi veri obbiettivi: non ridurre i privilegi di quanti sono investiti del compito di rappresentare la collettività, ma attaccare la democrazia rappresentativa, la Repubblica Parlamentare, il governo parlamentare così come disegnati in Costituzione, presentando la democrazia come un costo inutile, uno spreco, da sostituire con l'esaltazione della governabilità, ancorché esercitata da chi rappresenta una minoranza di cittadini.
La richiesta di ridurre il numero dei Parlamentari, per nulla originale, un tempo parte integrante del programma della Loggia P2 di Gelli ed oggi posta dal pentastellato Di Maio come vincolante e indifferibile nell’accordo di programma della nuova coalizione di governo PD-M5S (come se fosse questa la fondamentale priorità per il nostro Paese!), mentre di fatto ridimensiona il peso istituzionale del Parlamento, da tempo già soffocato da una ipertrofia dell'attività legislativa esercitata dal Governo, contemporaneamente riduce la rappresentanza politica, poiché sarà necessario un numero più alto di elettori per eleggere un proprio rappresentante in Parlamento.
Sulla nuova legge elettorale, che necessariamente il Parlamento dovrà elaborare, per garantire, soprattutto al Senato, che le Regioni più piccole possano avere un numero adeguato di propri rappresentanti, si stanno appuntando le pressioni politiche della destra, che promuove, grazie al voto di 5 consigli regionali in cui essa è maggioranza, un referendum abrogativo della quota di eletti con sistema proporzionale. Ciò produrrebbe un sistema elettorale totalmente maggioritario uninominale: così che si potrebbe conquistare la maggioranza assoluta del parlamento anche solo con 1/3 dei voti validi.
Si spinge da destra per ottenere una trasformazione della Repubblica parlamentare in Repubblica presidenziale o premierato, dove il Governo ed il suo Capo non riceveranno più la fiducia dal Parlamento, ma direttamente dal popolo, attraverso elezioni-plebiscito, nelle quali la rappresentanza politico-sociale verrà ulteriormente compressa dalla necessità di garantire un Governo, che sarà necessariamente minoritario.
La demagogia di bassa lega del M5S sulla riduzione del numero dei parlamentari spiana la strada al disegno organico reazionario, da anni coltivato dalle destre tradizionali e dalle grandi oligarchie finanziarie, di abbattimento della Costituzione antifascista e del governo parlamentare.
Si prospetta, così, un esito inequivocabilmente reazionario ed anticostituzionale alla crisi politica apertasi dopo la sconfitta referendaria della proposta di modifica costituzionale Renzi-Boschi, che di per sé era già reazionaria, a cui va ad aggiungersi la spaccatura di fatto del Paese se il progetto leghista delle autonomie regionali differenziate dovesse trovare un qualche accoglimento.
Nonostante queste modifiche istituzionali e costituzionali siano di gran lunga più pericolose e reazionarie di quelle presentate da Renzi, non sembra attivarsi lo stesso fervore democratico che allora portò a sviluppare quel movimento dal basso, fondamentale per la vittoria referendaria del 4 dicembre 2016.
Occorre reagire! Occorre una mobilitazione democratica a difesa della Repubblica parlamentare!
Di fronte alla prevedibile approvazione della legge costituzionale di riduzione dei Parlamentari diamo vita in tutto il Paese a Comitati unitari per organizzare la raccolta di firme (ne occorrono almeno 500mila) per sottoporre questa legge costituzionale a referendum. Sarà una battaglia estremamente dura e difficile. Sarà una battaglia per la democrazia, che richiede di allargare e non ridurre la rappresentanza, contro la demagogia, che presenta tutta l’attività politica come una spesa inutile e parassitaria, spianando la strada a regimi autoritari.
Battiamoci per una legge elettorale integralmente proporzionale e senza sbarramenti, che faccia del Parlamento lo specchio fedele, la “carta geografica” del Paese, così come era nell’impianto originario della nostra Costituzione, estremamente attenta, dopo l’amara esperienza del fascismo, a valorizzare il pluralismo – ideologico, politico, economico, sociale – del Paese!
Riappropriamoci della cultura democratica della Costituzione antifascista! Nelle scuole e università, nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nei luoghi di aggregazione, nei mass media e nei social network, avviamo un’intensa campagna culturale sui valori fondamentali della nostra Costituzione!
Per il governo parlamentare!
Contro il sistema elettorale maggioritario!
Contro il presidenzialismo!

 

Consigliamo la lettura del volume Movimento operaio e lotta per la costituzione

La proposta strategica della Cina nel mondo attuale. Per i 70 anni dalla nascita della RPC

di Andrea Catone

Caratteri della rivoluzione cinese

Il 1° ottobre 1949 Mao Zedong proclama a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. È l’annuncio della prima grande vittoria nella lunga lotta di emancipazione del popolo cinese, sorta dal “secolo delle umiliazioni”, quando le potenze imperialiste lo avevano ridotto allo status di paese semicoloniale.
La nascita della RPC segna una svolta nella storia mondiale. Dopo la Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione russa del 1917, la Rivoluzione cinese è la terza grande rivoluzione della storia contemporanea.
La Rivoluzione cinese è importante non solo perché si è svolta nel paese più popoloso del mondo, ma anche perché, come la Rivoluzione vietnamita, è la rivoluzione dei popoli oppressi dal colonialismo e dall’imperialismo, che apre la strada all’emancipazione e al superamento dell’arretratezza e del divario con i paesi capitalistici avanzati.
La nascita della RPC nel 1949 è il culmine della grande intuizione di Lenin e della Terza Internazionale (di cui celebriamo quest’anno il centenario) che, ampliando lo slogan di Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, unifica la lotta dei lavoratori del mondo capitalista con quella dei popoli oppressi e sfruttati dall’imperialismo: Proletari e popoli oppressi del mondo intero, unitevi!
Nella lotta vittoriosa condotta dal PCC si fondono due rivoluzioni: quella anticoloniale e antimperialista e quella socialista. Sono rivoluzioni che, da un lato, hanno tempi e tappe distinte, ma che, dall’altro lato, si intrecciano e sono intimamente connesse.

La rivoluzione cinese anticoloniale e antimperialista di liberazione nazionale è stata possibile in Cina solo grazie al fatto che è stata guidata dal Partito Comunista, come esplicitamente affermato e ribadito in molti scritti di Mao e dei principali leader cinesi. Le altre forze politiche e culturali presenti in Cina non avevano la forza politica o l’apparato teorico adeguato per analizzare correttamente la situazione e indicare la via della salvezza della Cina dal secolo delle umiliazioni. Solo i comunisti e il marxismo-leninismo sono in grado di indicare la via della salvezza, della liberazione. Perché il marxismo-leninismo e il Partito comunista hanno rappresentato il risultato più avanzato della cultura e della politica di emancipazione dell’umanità a livello mondiale, perché il marxismo, come ha chiarito Lenin in un famoso testo (Tre fonti e tre parti integrali del marxismo, 1913), è stato l’erede della cultura più avanzata - economica, politica, filosofica - del tempo, sviluppatasi nei Paesi europei, dove le forze produttive erano le più sviluppate. Possiamo dire con una metafora che la RPC, nata nel 1949, ha come madre la grande lotta eroica del popolo cinese sfruttato e oppresso dalle “tre grandi montagne” dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico, e come padre il marxismo internazionale e il comunismo, che, con la vittoriosa rivoluzione russa, che rompe l’anello più debole della catena imperialista, e la creazione della Terza Internazionale, si pongono come il partito mondiale dell’emancipazione dei popoli.

La rivoluzione cinese, che ha superato la sua prima tappa con la fondazione della RPC, ha quindi, ancor più della rivoluzione russa del 1917, un carattere sia nazionale che internazionalista: nazionale, perché libera il popolo cinese dall’oppressione delle potenze coloniali e imperialiste e crea una repubblica indipendente e sovrana; internazionalista, per il ruolo fondamentale svolto in essa dal marxismo e dal comunismo. La Repubblica Popolare Cinese è parte integrante del movimento operaio e comunista internazionale. I leader cinesi lo hanno ribadito in diverse occasioni. Uno dei testi più chiari e completi del rapporto tra la rivoluzione cinese e il movimento comunista internazionale è certamente La nuova democrazia (1940) di Mao Zedong. In essa, il paragrafo IV è significativamente intitolato “la rivoluzione cinese è parte della rivoluzione mondiale”:

Per il suo carattere sociale, nella sua prima fase o primo passo, la rivoluzione in una colonia o semicolonia resta fondamentalmente una rivoluzione democratica borghese e oggettivamente il suo obiettivo è quello di sgombrare il terreno per lo sviluppo del capitalismo; tuttavia questa rivoluzione non è più una rivoluzione del vecchio tipo, diretta dalla borghesia e mirante all’edificazione di una società capitalista e di uno Stato di dittatura borghese. Essa fa parte del nuovo tipo di rivoluzione, diretta dal proletariato e mirante all’edificazione, nella prima fase, di una società di nuova democrazia e di uno Stato di dittatura congiunta delle varie classi rivoluzionarie. Perciò questa rivoluzione ha il compito effettivo di aprire una strada ancora più larga per lo sviluppo del socialismo. Nel corso del suo sviluppo, essa può percorrere altre fasi minori, in relazione ai mutamenti nel campo nemico e nelle file dei suoi alleati; ma il suo carattere fondamentale resterà immutato. Questa rivoluzione attacca l’imperialismo nelle sue radici, perciò non è tollerata, ma combattuta dall’imperialismo. Essa ha invece l’approvazione e l’appoggio del socialismo ed è aiutata dallo Stato socialista e dal proletariato socialista internazionale. Ecco perché una tale rivoluzione non può non diventare parte della rivoluzione mondiale socialista proletaria.

Il Preambolo della Costituzione cinese afferma chiaramente che la Rivoluzione cinese e la sua prima conquista fondamentale, la nascita della RPC, sono parte integrante della rivoluzione socialista mondiale, del movimento operaio internazionale e dei popoli che lottano contro l’imperialismo:

Le conquiste della Cina nella rivoluzione e nella costruzione sono inseparabili dal sostegno dei popoli del mondo. Il futuro della Cina è strettamente legato a quello del mondo intero.

Si tratta di un’affermazione molto importante, che non troviamo nemmeno nella Costituzione sovietica. Per certi versi, anticipa l’obiettivo, iscritto dal 19° Congresso (2017) nello statuto del PCC, di lottare per costruire una comunità di futuro condiviso dell’umanità.
Dunque:
1) grazie alla vittoria della rivoluzione cinese il movimento comunista diventa di fatto e non solo in teoria un movimento mondiale;
2) la vittoria della rivoluzione cinese suggella l’unità tra il proletariato dei paesi capitalisti avanzati e le lotte di liberazione dei popoli oppressi dall’imperialismo;
3) la vittoria della Rivoluzione cinese indica ai popoli oppressi dall’imperialismo che è possibile - ciascuno secondo le specifiche condizioni nazionali - intraprendere la strada della liberazione nazionale e sociale;
4) la Rivoluzione cinese e la formazione della RPC sono parte integrante del movimento comunista internazionale.

 

Lo straordinario sviluppo della Cina

Oggi la Cina è un paese straordinario nel mondo. Storicamente siamo di fronte alla più grande trasformazione economica, sociale, culturale (per oltre un miliardo e 300 milioni di persone, quasi 1/5 della popolazione del pianeta) che si è verificata nella storia del mondo in un periodo storicamente breve (la storia della “lunga durata” si misura in secoli e non in anni o decenni). Non un numero limitato di persone, ma il paese più popoloso del mondo è uscito dalla povertà e nel corso del suo sviluppo riduce sempre più le sacche di povertà ancora presenti.
Questo straordinario sviluppo - anche se è stato segnato da quelle contraddizioni che il rapporto di Xi Jinping al XIX congresso del CPC ha sottolineato - è stato tuttavia caratterizzato da minori contrasti di classe, minori disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, rispetto allo sviluppo storico del capitalismo occidentale.
Inoltre - e questo va sottolineato - contrariamente allo sviluppo del capitalismo occidentale, che si è avvalso della conquista e dello sfruttamento delle colonie e del dominio imperialista, che hanno contribuito alla accumulazione primitiva del capitale (si veda il capitolo 24 del I Libro del Capitale e i numerosi saggi di Samir Amin in proposito) - è intervenuto in un sistema di relazioni internazionali basato su quanto scritto nel preambolo della Costituzione della RPC:

La Cina attua costantemente una politica estera indipendente e aderisce ai cinque principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non interferenza negli affari interni degli altri paesi, dell’uguaglianza e del vantaggio reciproco e della coesistenza pacifica nello sviluppo delle relazioni diplomatiche e degli scambi economici e culturali con gli altri paesi. La Cina si oppone costantemente all’imperialismo, all’egemonismo e al colonialismo, lavora per rafforzare l’unità con i popoli di altri paesi, sostiene le nazioni oppresse e i paesi in via di sviluppo nella loro giusta lotta per conquistare e preservare l’indipendenza nazionale e sviluppare le loro economie nazionali, e si sforza di salvaguardare la pace nel mondo e promuovere la causa del progresso umano.

Pertanto, nonostante le contraddizioni interne che l’impetuoso processo di riforma e apertura ha provocato, il modello di sviluppo cinese rappresenta uno degli esempi più avanzati della storia universale del mondo: dalla fondazione della RPC nell’ottobre 1949, di cui celebriamo quest’anno il 70° anniversario, la ricchezza attuale della Cina è stata costruita con il duro lavoro dei suoi lavoratori, non sulla pelle o con lo sfruttamento di altri popoli.
Lo sviluppo che la Repubblica Popolare Cinese ha realizzato nei 70 anni della sua esistenza è stato ancora maggiore di quello del primo paese socialista del mondo, l’Unione Sovietica, che, grazie alla sua rapida industrializzazione, è riuscita a sconfiggere gli eserciti nazisti nella seconda guerra mondiale, ad impedire agli Stati Uniti di avere il monopolio dell’arma atomica, a mandare il primo uomo nello spazio.
Lo sviluppo non deve essere inteso solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Ci può essere anche crescita economica, ma essa rimane subordinata alle grandi potenze se non si appropria delle tecnologie e delle scienze più avanzate. Il modello di sviluppo cinese, aperto alle conquiste universali della scienza e della tecnologia e che investe massicciamente nell’istruzione e nella ricerca, è riuscito a stabilire una propria base indipendente.
Questa straordinaria rivoluzione economico-sociale, culturale e politica della RPC è ancora più importante perché guidata dal più grande partito comunista del mondo, perché fa parte della grande storia del socialismo e dell’emancipazione dell’umanità dalle catene della miseria, dello sfruttamento, dell’oppressione, e fa esplicito riferimento al pensiero e all’azione dei fondatori del marxismo (lo scorso anno la Cina ha dedicato più di ogni altro paese conferenze e celebrazioni per i 200 anni della nascita di Marx).

 

Una periodizzazione del mondo post 1991

È indubbio che il crollo dell’URSS e dei paesi socialisti dell’Europa centro-orientale segni una svolta radicale nel movimento comunista internazionale, non solo perché è accaduto, ma anche per il modo in cui è accaduto. Nel 1871 il primo tentativo di “assalto al cielo” del movimento operaio, la Comune di Parigi, fu stroncato dalla repressione dell’esercito borghese. Migliaia di comunardi resistettero con le armi in pugno, fino alla morte. Fu una sconfitta. Ma essa apriva la strada a futuri “assalti al cielo” del proletariato organizzato, che aveva studiato e appreso la lezione della Comune: la rivoluzione d’Ottobre nel 1917. Il crollo dell’URSS nel 1991 non ebbe queste caratteristiche, l’URSS fu presa dall’interno e gli autentici comunisti non riuscirono ad organizzare un’efficace resistenza di massa all’ondata controrivoluzionaria.
Il crollo dell’URSS nel 1991, a meno di 20 anni dalla disfatta dell’imperialismo yankee in Vietnam (1975), rivela anche la capacità dei maggiori paesi capitalistici guidati dagli USA di rinnovarsi, portare avanti una nuova rivoluzione tecnologica, sviluppare ancora le forze produttive e sapersi dotare di una strategia a tutto campo che si è rivelata vincente nei confronti dell’URSS e nei paesi dell’Europa centro-orientale, in cui possiamo vedere già alla fine degli anni 80 i primi modelli di “rivoluzioni colorate”, caratterizzate da una sapiente combinazione di soft e hard power (ad esempio la cosiddetta Velvet Revolution di Praga, 1989).
La disfatta dell’URSS pose i vincitori della guerra fredda in una posizione dominante non solo dal punto di vista geopolitico, ma anche ideologico-culturale. Gli ideologi borghesi potevano proclamare che l’unico regime sociale e politico per tutta l’umanità era quello capitalistico-borghese nella sua versione più dura e antioperaia, il neoliberismo, e che con la fine dell’URSS finiva il comunismo, era la “fine della storia”.
La disfatta del 1991 pose i partiti comunisti e operai del mondo in una situazione di grandissima difficoltà, sia dal punto di vista ideologico-culturale che economico-politico. La propaganda borghese martellava sul “fallimento del comunismo”, mentre le forze capitalistiche e imperialiste scatenavano una offensiva pesantissima contro i lavoratori e le conquiste economiche, sociali, politiche da essi ottenute in un secolo e mezzo di lotte. Finita l’URSS, dopo il 1991 si può dispiegare pienamente la globalizzazione imperialista portata avanti dall’imperialismo USA, che proclama apertamente, nei documenti ufficiali della Casa Bianca, l’unipolarismo. Essi programmano di impiegare qualsiasi mezzo per evitare che, scomparsa la potenza sovietica, qualsiasi altra potenza possa emergere e fare ombra al dominio assoluto degli USA, che battezzano il secolo futuro come il “secolo americano”.
Tuttavia, la storia non era alla fine e il comunismo non era stato spazzato via. Continuavano ad esistere e svilupparsi alcuni paesi socialisti, diretti da partiti comunisti: in primo luogo il più popoloso paese del mondo, la RPC, in cui il PCC aveva saputo fronteggiare il pericoloso tentativo di stravolgimento del suo assetto politico e sociale nel maggio 1989; e poi Cuba, che aveva resistito anch’essa a tentativi di esportare in essa la “perestrojka”, la Repubblica socialista del Vietnam, la Repubblica Popolare Democratica di Corea, la Repubblica Popolare Democratica del Laos.
La resistenza di questi paesi all’ondata controrivoluzionaria del 1989-91 è stata un importantissimo supporto alla resistenza e riorganizzazione degli altri partiti operai comunisti del mondo.
Possiamo schematicamente periodizzare (sapendo che nella storia non vi sono quasi mai delle cesure nette, ma elementi di una fase si ritrovano anche nell’altra) gli anni post 1991 in due fasi:
La prima è caratterizzata dall’offensiva della globalizzazione imperialista, dagli sforzi degli USA per affermare l’unipolarismo con ogni mezzo, dispiegando un enorme apparato militare, oltre che economico-finanziario, e ricorrendo alla guerra diretta contro paesi sovrani colpevoli di non volersi piegare ai diktat dell’Occidente: Iraq (1991; 2003); Serbia (1999); Afghanistan (2001); Libia (2011), Siria (2011). Per il movimento operaio e comunista è la fase della resistenza all’offensiva ideologica e politica dell’imperialismo, e della riorganizzazione delle forze. Tutti i partiti comunisti in lotta contro le rispettive borghesie del proprio paese hanno subito il contraccolpo del crollo dell’URSS, ma ciò non è avvenuto – e non poteva accadere - in modo uniforme, dipendendo dalle basi ideologiche, politiche, organizzative dei diversi partiti, dalla loro storia. In alcuni paesi il movimento comunista si è ripreso in tempi brevi, in altri vive ancora situazioni di difficoltà.
I comunisti hanno cercato di risollevare la bandiera rossa su cui i capitalisti gettavano palate di fango; hanno cercato di riappropriarsi dell’orgoglio di essere comunisti, portatori del più grande ideale di liberazione dell’umanità. Hanno cercato anche di analizzare e studiare la nuova situazione mondiale che si era creata con la caduta dell’URSS. Hanno cercato di rilanciare un movimento sociale e politico di lotta e opposizione all’imperialismo neoliberista, promuovendo e organizzando movimenti contro la guerra e contro le politiche neoliberiste imposte dai governi occidentali. Hanno dovuto fare ciò in condizioni sempre più difficili, poiché la classe dominante conquistava una dopo l’altra le roccaforti ideologiche e politiche dei comunisti, la campagna anticomunista era sempre più forte (ricordiamo ad esempio il documento votato dal parlamento della UE che equipara vergognosamente fascismo e comunismo, Germania nazista e URSS come parimenti responsabili della II guerra mondiale) e mirava all’annientamento definitivo di essi, senza cessare di ricorrere alle vecchie tattiche di corrompere i capi del movimento comunista, di lavorare per la loro divisione. Inoltre, l’attacco ai lavoratori procedeva velocemente sul terreno economico-sociale: le grandi imprese che radunavano migliaia di lavoratori venivano smantellate, i lavoratori venivano divisi anche fisicamente, sempre più sottoposti al ricatto del licenziamento. In queste difficili condizioni oggettive i comunisti hanno dato vita a conferenze annuali dei partiti comunisti e operai del mondo, che giungono ora al loro ventesimo appuntamento.

Possiamo periodizzare gli inizi della seconda fase, o meglio ancora di una “nuova era” intorno al 2007-2009. Sono gli anni in cui scoppia la grande bolla finanziaria americana dei mutui subprime, che gli USA scaricano su tutti i paesi capitalistici e che si rovescia pesantemente sui paesi UE, in cui le scelte di politica finanziaria ed economica dei paesi più forti (in primis la Germania) producono effetti catastrofici sui paesi meno forti (in primis la Grecia), col risultato di aprire all’interno della UE, che fino ad allora era stata capace di esercitare una forte attrazione sugli altri paesi, un periodo di crisi non solo economica, ma anche politica e culturale, con una crescente divaricazione tra le masse e i tradizionali gruppi dirigenti, che si è espressa nella grande avanzata di forze populiste, prevalentemente di destra.
In quegli stessi anni la RPC superava il Pil del Giappone e si collocava come seconda economia mondiale dopo gli USA. Mentre le economie occidentali dovevano fare i conti con la crisi, la RPC, utilizzando le leve della politica economica e finanziaria disponibili grazie al suo sistema economico-sociale , allargava ampiamente il suo mercato interno, aumentava più volte il salario minimo, estendeva il welfare per sanità e pensioni, e continuava a crescere a ritmi molto sostenuti. Era una brillante dimostrazione della forza del socialismo con caratteristiche cinesi.
Ma non solo. L’unipolarismo USA, nonostante le diverse guerre scatenate contro i paesi riluttanti a piegarsi ai suoi diktat, doveva riconoscere il suo fallimento di fronte alla straordinaria crescita della Cina, la formazione di nuovi poli, quali i BRICS, l’accordo di Shanghai, la consistenza della Federazione russa sotto la guida di Putin, che, resiste ai tentativi di disgregazione da parte dell’Occidente attraverso le diverse “rivoluzioni colorate” e la minacciosa avanzata della NATO fino ai suoi confini. L’elezione di Donald Trump e la sua politica protezionistica dell’America first e di guerra commerciale contro la Cina (ma anche contro i paesi capitalistici europei) rappresentano il riconoscimento della fallimentare politica perseguita dagli USA dopo il 1991 di affermare il loro primato assoluto e, ad un tempo, il tentativo di rilanciare il primato degli USA attraverso politiche diverse da quelle dei suoi predecessori. Ma, diversamente dal precedente “sogno americano”, che si proponeva come modello espansivo e di sviluppo all’intero mondo (ad esempio il piano Marshall dopo la II guerra mondiale, o la “nuova frontiera” di J.F. Kennedy negli anni 60), gli USA di Trump sono chiusi in se stessi, non hanno una nuova frontiera da proporre al mondo, gli interessi degli USA si contrappongono a quelli dell’intero pianeta, a cominciare dagli accordi sul clima, che Trump straccia.

 

La proposta strategica della RPC nel mondo attuale

Al contrario, la RPC, che in passato, concentrata nello sviluppo interno delle forze produttive, ha tenuto a livello internazionale un profilo piuttosto basso (seguendo allora l’indicazione di Deng Xiaoping), si propone oggi sulla scena mondiale come un soggetto, l’unico a ben guardare, portatore di un grandioso progetto di sviluppo economico, sociale, culturale win-win per l’intero pianeta, che si articola e concretizza sempre più con la Belt and Road Initiative. Esso procede di pari passo con una delle più importanti decisioni del XIX Congresso del PCC nel 2017: l’iscrizione nello statuto del partito dell’attività volta a costruire una comunità di futuro condiviso per tutta l’umanità.
Questo tema è stato sviluppato più volte e in più occasioni - in particolare dal 2013 - dal Presidente Xi Jinping e in numerosi articoli e saggi di studiosi cinesi su molte riviste. La proposta di una Comunità di destino condiviso ha un ampio spettro, è una strategia di trasformazione del mondo nel suo complesso che guarda al mondo intero nei suoi molteplici aspetti, anche culturali e spirituali. È una bussola che può orientare l’azione dei partiti comunisti, del movimento operaio, delle forze socialiste e progressiste. È il fronte unito dei popoli del mondo per rovesciare l’oppressione, lo sfruttamento, la fame, la miseria e l’arretratezza.
La Belt and Road Initiative non è solo una proposta concreta per i paesi dell’Asia, Europa, Africa, America Latina; è anche una metafora dell’idea della nuova globalizzazione che Xi ha esposto in molti discorsi critici contro la politica protezionista. Xi propone una “nuova globalizzazione”. Non è solo un progetto economico ma anche culturale di universalismo concreto nel riconoscimento della diversità e nella proposta di agire per la costruzione di una comunità di futuro condiviso per l’umanità. È la visione strategica del futuro del mondo intero come mondo sempre più interconnesso, che richiede un nuovo tipo di globalizzazione, completamente diversa da quella, in atto dal 1991, guidata dagli Stati Uniti e dai paesi occidentali,.

In definitiva, possiamo dire che oggi nel mondo ci sono due concezioni opposte sul futuro, e di conseguenza due politiche opposte: la nuova globalizzazione proposta dalla Cina e un nazionalismo esclusivista, che è una vera e propria regressione per l’umanità. Siamo ad un bivio. La vecchia strada - che, nonostante il fumo della novità è anche quella della “America first” di Trump - è chiusa, è in bancarotta. In questo senso, il pensiero di Xi Jinping è l’opposto di quello di Trump di “America first”: Xi pensa alla comunità del futuro condiviso dell’umanità, non solo al destino della sua nazione. Il pensiero di Xi è universalistico, non particolaristico.
Nella “nuova era” incontriamo la nuova fase di sviluppo della Cina e la proposta ai popoli del mondo, al movimento operaio e a tutte le forze autenticamente democratiche e progressiste di una progressiva uscita in avanti (e non reazionaria e regressiva) dalla crisi della globalizzazione imperialista.
È dovere dei partiti comunisti e dei lavoratori del mondo, delle forze autenticamente democratiche e progressiste, raccogliere la sfida strategica che il pensiero di Xi Jinping propone. La proposta cinese dell’Iniziativa Belt and Road e la costruzione di una comunità di un futuro condiviso per l’umanità può contribuire enormemente allo sviluppo del movimento comunista internazionale: essa fornisce ad ogni partito comunista e operaio, così come alle forze autenticamente progressiste, una prospettiva concreta di costruzione di un fronte unito nella lotta per uno sviluppo sostenibile. Contribuisce a far rivivere il grande ideale dell’internazionalismo comunista dandogli una base concreta. È una proposta con grandi potenzialità e sviluppi per l’intero movimento internazionale dei lavoratori.