Imperialismo e guerre nel XXI secolo

numero doppio di MarxVentuno

a cura di Andrea Catone


 

                              Indice

Andrea Catone

Presentazione del volume 5

Pro memoria

Mauro Gemma

Marzo 1999: l’aggressione Usa-Nato alla Jugoslavia 11

Il quadro mondiale e le sue contraddizioni

Spartaco Alfredo Puttini

Il Secolo lungo delle guerre mondiali imperialiste 15

Fausto Sorini

La situazione politica mondiale nel 2016. Alcune chiavi di lettura 33

Manlio Dinucci

Usa/Nato: il nemico principale contro cui fare fronte comune 51

José Reinaldo Carvalho

Il quadro internazionale e i compiti dei comunisti 93

Medio Oriente e Nord Africa

Samir Amin

La geostrategia degli Stati Uniti in panne. Egitto 2015 101

Federico La Mattina

Libia, Siria, Ucraina: una critica del discorso dominante 137

I comunisti russi e la lotta antimperialista oggi

Andrea Catone

Presentazione della sezione 161

Aristart A. Kovalëv

Chi riuscirà a fermare la guerra in Ucraina? 165

Stanislav Eduardovič Anichovskij

Il globalismo imperialista è una strada senza uscita 181

A.V. Denisjuk

L’imperialismo americano minaccia una terza guerra mondiale 185

Viktor A. Tjul’kin

La lotta dei comunisti contro l’imperialismo quale fonte di guerre 195

Ammar Bagdash

Sulle questioni del fronte popolare e della lotta antimperialista 217

Pivot to China

Diego Angelo Bertozzi

Il pivot to China 219

Francesco Maringiò

La politica estera cinese dopo il 18° Congresso 231

F. William Engdahl e Wang Zhen

L’ascesa della Cina e l’ordine mondiale 245

Li Shenming

Rivoluzioni colorate ed egemonia culturale 263

Primo Forum Culturale Mondiale di Pechino 271

Temi in discussione e recensioni

Samir Amin

Contra Hardt e Negri. Moltitudine o proletarizzazione generalizzata? 277

Fabio De Leonardis

Strategia e guerre Usa/Nato dal 1991 ad oggi (sul libro di M. Dinucci) 291

Marco Pondrelli

Strategie di difesa nella Federazione russa.

(note su “Il mondo di Putin” - Limes 1/2016) 295

Riferimenti bibliografici 299

Abstracts 309

Gli autori 319

Presentazione del fascicolo su Imperialismo e guerre nel XXI secolo


Andrea Catone


Uno spettro si aggira sulla Terra: “una terza guerra mondiale non è inevitabile, ma ampiamente possibile. Si rafforza in vasti settori della classe dirigente Usa l’idea che solo con una superiorità militare schiacciante sul resto del mondo e con il ricorso a guerre locali e operazioni speciali destabilizzanti è possibile conservare il primato mondiale” (F. Sorini).

Sono qui raccolti articoli, saggi e note critiche sul tema “imperialismo e guerre nel XXI secolo”. Abbiamo inserito come “prologo”, per un necessario “pro memoria”, l’articolo di Mauro Gemma, che, scritto nell’anniversario della criminale impresa dell’aggressione della Nato alla Jugoslavia nel 1999 – cui diede un apporto decisivo anche l’Italia, guidata allora da un governo di centro-sinistra presieduto da Massimo D’Alema e sostenuto pure dal Pdci – ammonisce i comunisti e tutti gli antimperialisti a non dimenticare “quella pagina oscura della storia patria”, perché non si ripetano mai più i gravissimi errori di subalternità alla “sinistra” imperialista.

Dopo il saggio di Spartaco Alfredo Puttini sul “secolo lungo delle guerre mondiali imperialiste”, che ci invita a dotarci di uno sguardo di lungo periodo per comprendere le attuali crisi che attraversano la vita internazionale, vengono proposte alcune chiavi di lettura della situazione politica mondiale nel 2016, che individuano nell’imperialismo Usa/Nato e nelle direttive strategiche della Casa Bianca e del Pentagono all’indomani della caduta dell’Urss, la fonte principale di guerre dal 1991 (“prima guerra del Golfo: Iraq) all’attuale “strategia del caos” volta a ridisegnare confini e società in Medio Oriente e Nord Africa. I comunisti e il movimento antimperialista devono essere pienamente consapevoli della pericolosità assolutamente prevalente dell’imperialismo Usa nella preparazione della guerra e agire di conseguenza, per la costruzione di un vasto fronte di popoli e paesi contro il nemico principale.

Su questa lunghezza d’onda si muovono i testi che qui presentiamo.

Fausto Sorini, prese in esame le diverse aree del mondo e disegnato un quadro d’insieme e al contempo articolato dei Brics, indica le priorità assolute del movimento antimperialista e di lotta per la pace, stigmatizzando l’atteggiamento di chi vede come cause della guerra un generico “scontro tra potenze”, in un’equivoca equidistanza, «dietro cui sfuma la centralità del pericolo rappresentato dall’imperialismo americano e fanno capolino tesi demenziali sul nuovo “imperialismo russo” o “cinese”».

Manlio Dinucci, con il corposo volume L’arte della guerra. Annali della strategia Usa/Nato (1990- 2015), edito nel 2015 da Zambon e qui recensito da Fabio De Leonardis, offre la documentazione più ampia e chiara della strategia aggressiva messa in atto da Usa e Nato dopo la caduta dell’Urss. A prosecuzione e completamento di quegli “annali”, sono qui ripresi i suoi puntuali interventi tra novembre 2015 e maggio 2016, che ci forniscono con chiarezza cristallina e straordinaria capacità di sintesi le coordinate della situazione attuale: «Gli Usa hanno riorientato dal 1991 la propria strategia e, accordandosi con le potenze europee, quella della Nato. Da allora sono stati frammentati o demoliti con la guerra (aperta e coperta), uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria, Ucraina e altri – mentre altri ancora

(tra cui l’Iran) sono nel mirino. Queste guerre, che hanno mietuto milioni di vittime, hanno disgregato intere società, creando un’enorme massa di disperati, la cui frustrazione e ribellione sfociano, da un lato, in reale resistenza, ma, dall’altro, vengono sfruttate dalla Cia e altri servizi segreti (compresi quelli francesi) per irretire combattenti in una “jihad” di fatto funzionale alla strategia Usa/Nato».

Il saggio di Federico La Mattina chiarisce – attraverso una ricostruzione storica e un’analisi critica del discorso dominante – il nesso tra il golpe fascista filoNato in Ucraina e gli sconvolgimenti in corso in Siria e Libia, e più in generale in Medio Oriente e Nord Africa.

Particolare importanza riveste il lungo saggio di analisi storico-politica di Samir Amin, “La geostrategia degli Stati Uniti in panne. Egitto 2015”. Il direttore del Third World Forum a Dakar, in una sintesi che riprende e sviluppa i numerosi saggi e articoli pubblicati in lingua araba, ci fornisce

– attraverso le lenti di un teorico marxista e, al contempo, di un militante impegnato nella lotta di emancipazione del suo popolo – un’analisi storico-politica delle contraddizioni di classe, economico-sociali e politiche, di un paese chiave dell’area MENA (Medio Oriente e Nord-Africa).


José Reinaldo Carvalho, responsabile esteri del Partito comunista del Brasile, di cui pubblichiamo la relazione al 17° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai tenutosi a Istanbul a fine ottobre 2015, avverte che “l’imperialismo a guida Usa, al fine di mantenere il dominio sul mondo ed evitare l’emergere di concorrenti, attacca con minacce e aggressioni militari le libertà e i diritti fondamentali, la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli. In America Latina le contraddizioni economiche e politiche hanno generato una situazione peculiare di resistenza e di lotta contro le dittature, il dominio imperialista, il neoliberismo, il conservatorismo, l’oppressione nazionale e di classe; situazione che l’imperialismo Usa cerca oggi di sovvertire – dal Brasile al Venezuela – con ogni mezzo”.


Con il colpo di stato di Majdan in Ucraina (febbraio 2014), l’ulteriore avanzata della Nato ai confini della Russia, le sanzioni imposte da Usa e Ue, è apparso sempre più evidente – anche agli occhi di chi negli anni precedenti avesse sottovalutato il problema dell’avanzata ad est della Nato – che oggi la Russia è il paese maggiormente sottoposto all’assedio e all’aggressione Usa-Nato e che a tale aggressione oppone resistenza. E per questa sua resistenza è anche l’oggetto privilegiato di attacchi mediatici, che, volti ad alimentare un’ondata di russofobia, rappresentano la Russia attuale come prosecutrice della politica zarista, come paese aggressivo, militarista, imperialista.

All’analisi di classe della situazione in Ucraina e Donbass è dedicato il saggio di Aristart A. Kovalëv, “Chi riuscirà a fermare la guerra in Ucraina?”. Pubblicato sulla rivista teorica del Partito comunista della Federazione russa Političeskoe prosveščenie (Formazione politica), è inserito in una sezione dedicata ai comunisti russi, alla lettura che essi danno del quadro internazionale e della lotta di classe a livello internazionale oggi: «Gli imperialisti avevano bisogno di sostituire Janukovyč con una marionetta più arrendevole, di trascinare l’Ucraina nell’Unione Europea e nella Nato e di provocare per suo tramite una guerra con la Russia. A tale scopo gli Usa hanno attuato un colpo di stato, sfruttando come principale forza d’urto i fascisti seguaci di Bandera. L’aggressione fascista ha provocato una vasta resistenza da parte della popolazione, in particolare nelle regioni sud- orientali dell’Ucraina. Essa è stata crudelmente repressa, ma le cose sono andate diversamente in Crimea e nel Donbass. Il ricongiungimento della Crimea alla Russia e l’insurrezione nel Donbass

hanno funto da artificioso “pretesto” con cui Kiev ha scatenato una guerra vera e propria contro il suo popolo, presentandola come una guerra contro la Russia, indicata come aggressore. Nel Donbass il popolo insorto ha proclamato la nascita della Repubblica Popolare di Doneck e della Repubblica Popolare di Lugansk». Viene quindi analizzata da un punto di vista di classe la situazione in Ucraina, nel Donbass e in Russia, con tutte le sue contraddizioni, e proposto un programma per l’instaurazione di un autentico potere popolare.

Pubblichiamo di Stanislav Eduardovič Anichovskij, direttore del Centro di Formazione Politica del CC del Pcfr, l’intervento al V Forum mondiale del socialismo (Pechino, 13-14 ottobre 2014), “Il globalismo imperialista è una strada senza uscita”; nonché testi editi su giornali e riviste di altre formazioni comuniste russe, come quello di A. V. Denisjuk, “L’imperialismo americano minaccia una terza guerra mondiale” (in Serp i molot – Falce e martello – organo centrale del Partito comunista pansovietico dei bolscevichi). In esso si ricostruisce su base documentale la strategia Usa dopo il crollo dell’Urss e si indica la necessità di un vasto fronte di lotta unitario contro il “nemico principale”: “Dopo la distruzione del socialismo Washington si è posta il compito di instaurare sul territorio dell’ex Urss un regime politico militarmente debole ed economicamente dipendente. El’cin e i suoi successori hanno svenduto gli interessi nazionali del paese. Oggi però, dopo il ritorno in seno alla Russia della Crimea e l’operazione militare di sostegno alle autorità ufficiali siriane, la Russia conduce una sua politica estera indipendente. [...] È vitale per tutti gli abitanti del pianeta consolidare le forze dei paesi che si oppongono all’aggressiva politica degli Usa per far fallire i piani dell’imperialismo americano”.

Come si evince dai testi, i comunisti russi sono tutti sostanzialmente schierati a sostegno della politica estera della Russia guidata da Vladimir Putin, cui si riconosce il merito di perseguire una politica indipendente dall’imperialismo Usa, radicalmente altra rispetto a quella di cedimento e disgregazione della Federazione russa dell’era El’cin. Ci è sembrato utile riportare il dibattito – in cui intervengono i comunisti greci (Kke) e il segretario del Partito comunista siriano Ammar Bagdash – apertosi a seguito del saggio di Viktor A. Tjul’kin, “La lotta dei comunisti contro l’imperialismo quale fonte di guerre”, pubblicato in Marksizm i sovremennost’ (Marxismo e mondo contemporaneo), nonché sulla International communist review. In esso si propone, sulla scia del VII Congresso del Komintern del 1935, la costruzione di un vasto fronte di paesi e popoli contro il nemico più pericoloso, l’imperialismo Usa, qualificato come “fascismo da esportazione”.

A proposito della Russia attuale Marco Pondrelli recensisce il recente numero di Limes (gennaio 2016), dedicato al “mondo di Putin”.


Un’altra sezione della rivista è dedicata all’analisi del fronte asiatico, dove Obama ha dichiaratamente riorientato la politica Usa contro la Cina. Diego Angelo Bertozzi ne analizza gli aspetti (“Pivot to China”): «Il quadro complessivo dei rapporti internazionali vede la Cina come oggetto di un nuovo sistema di accerchiamento militare, politico ed economico con al centro Washington, decisa a salvaguardare la propria posizione egemonica risalente al secondo dopoguerra. Quello che è conosciuto come il “Pivot to Asia”, annunciato nel 2011 dall’amministrazione Obama, si sta rivelando come la copertura ideologica di un nuovo sistema di alleanze e accordi di natura militare con diversi Paesi asiatici, alcuni dei quali storici alleati fin dai tempi della guerra fredda».

Frederick William Engdahl, direttore associato di Global Research e autore del libro Target: China. How Washington and Wall Street Plan to Cage the Asian Dragon (2014), intervistato da Wang Zhen, collaboratore di International Critical Thought, una delle riviste in lingua inglese promossa dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS), fornisce ulteriori elementi di analisi economico-politica e geostrategica, da cui risulta con chiarezza la linea degli Usa volta ad impedire l’emergere di una grande potenza economica cinese sovrana.

Ulteriori elementi di conoscenza e riflessione ci sono forniti dal saggio di Francesco Maringiò, che, di ritorno da un recente soggiorno di studi nella Repubblica Popolare Cinese, ne analizza in modo articolato la politica estera dopo il 18° Congresso del Pcc.

Sempre dalla Cina ci viene lo stimolo ad una riflessione a tutto campo sul ruolo dell’imperialismo culturale. Il VI Forum mondiale del Socialismo, tenutosi a metà ottobre 2015 a Pechino, ha avuto come filo conduttore il tema delle “rivoluzioni colorate e l’egemonia culturale”. Pubblichiamo qui l’intervento di Li Shenming (che i lettori della nostra rivista conoscono per l’articolo apparso sul n. 1/2015 «Valutare correttamente i due periodi storici prima e dopo la “riforma e apertura”»). A ridosso di quel Forum, il 18-19 ottobre 2015 si o net è il Primo Forum Mondiale Culturale, in cui echeggiava (e non solo nella relazione presentata dallo scrivente) il nome di Gramsci e il riferimento al ricchissimo lascito critico dei Quaderni dal carcere. Presentiamo qui il documento finale, in cui si pone la questione dell’imperialismo culturale, rispetto al quale costruire – nella lunga fase di transizione dal capitalismo dei monopoli finanziari internazionali al socialismo – un fronte comune mondiale di resistenza culturale, che poggi saldamente sul marxismo, prestando particolare attenzione (come ci avverte anche il testo di Li Shenming) al soft power culturale che utilizza Internet.


In merito al ruolo e alla collocazione dei paesi imperialisti dell’Unione europea o di un polo imperialistico europeo, l’orientamento generale nei testi che qui presentiamo tende a coglierne il ruolo subalterno all’imperialismo Usa (si vedano in proposito anche le analisi di Samir Amin). “Oggi – scrive Manlio Dinucci – 22 dei 28 paesi della Ue, con oltre il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato. Non si può pensare di liberarsi dai poteri rappresentati dalla Ue senza liberarsi dal dominio e dall’influenza che gli Usa esercitano sull’Europa, direttamente e tramite la Nato”, mentre per Engdahl, «la Ue, più che un imperialista collettivo, è un gruppo di potenze minori con obiettivi che al tempo stesso si combinano e sono in conflitto tra loro. Gli stati Ue sono tollerati nella misura in cui sono quello che Z. Brzezinski chiamò “stati vassalli” degli Usa». Il che non significa affatto la soppressione della fondamentale categoria leninista di “contraddizioni interimperialistiche”. Spiega con chiarezza Sorini: “La nostra analisi, che indica negli Usa e segnatamente nei suoi gruppi dirigenti più oltranzisti il pericolo di gran lunga principale per la pace mondiale, non ignora certamente il fatto che esistono altre potenze imperialiste, come il Giappone o alcuni Paesi dell’Unione europea (e segnatamente Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia…) che giocano una loro partita, anche militare, nello scenario mondiale delle contraddizioni inter-imperialistiche. La guerra in Libia, da questo punto di vista, è emblematica di come ognuno di questi Paesi giochi una sua partita in cui – nei confronti degli altri partner della Nato, e degli stessi Usa – si combinano convergenze e competizione: convergenze nel contenere l’espansione dell’influenza cinese e anche russa in Africa, ma anche divergenze e competition inter-atlantiche per il controllo del petrolio libico e di quella regione di importanza strategica”.

Non si affrontano qui specificamente i nodi del dibattito teorico-politico sull’imperialismo, salvo che nell’articolo con cui Samir Amin critica puntualmente le nozioni di “moltitudine” e di “impero” di Hardt e Negri. Ci proponiamo di dedicare ad esso uno dei prossimi fascicoli, che, a partire dal fondamentale e vitale “saggio popolare” di Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, dia conto delle trasformazioni del capitalismo e di ciò che esse comportano – per ciò che permane e per ciò che è mutato – nei caratteri essenziali dell’imperialismo rispetto a un secolo fa.


Il quadro generale che gli studi e i saggi qui raccolti disegnano non è affatto rassicurante. Possiamo dire che la fase che attraversiamo è la più pericolosa dalla fine della seconda guerra mondiale, in cui, come diversi autori di questo quaderno monografico di MarxVentuno hanno sottolineato, si combina la miscela esplosiva di una crisi sistemica, in una prospettiva di “stagnazione secolare” per il capitalismo occidentale, e la strategia militare degli Usa e della Nato. Questa situazione pericolosissima di preparazione alla guerra non riguarda solo la politica estera, ma si riflette pesantemente anche nelle politiche interne, dove il capitale finanziario dei monopoli generalizzati (come lo definisce Samir Amin) tende all’accentramento autoritario e all’indebolimento, se non alla soppressione, anche se mascherata sotto il velo delle “riforme”, delle istituzioni democratiche, del ruolo delle assemblee elettive. Opporsi in Italia al combinato disposto della “deforma costituzionale” (come è stata opportunamente battezzata da Felice Besostri) e di una legge elettorale ipermaggioritaria quale l’Italikum (che presenta in misura ancora maggiore gli stessi problemi di incostituzionalità del “Porcellum” evidenziati dalla Consulta) non significa soltanto difendere la Costituzione nata dalla Resistenza. Significa contrastare una svolta autoritaria funzionale, nel contesto mondiale qui delineato, a dare mano libera ai governi nella preparazione e messa in atto della guerra. Anche, se non soprattutto per questo, tutti i “partigiani della pace” devono mobilitarsi nella battaglia contro l’Italikum e la “riforma costituzionale”. A supporto di tale battaglia sarà dedicato il prossimo quaderno speciale di questa rivista.

22 maggio 2015

ABSTRACT


Promemoria. Marzo 1999: l’aggressione Usa-Nato alla Jugoslavia

Mauro Gemma


Il 24 marzo 1999 la Nato, violando apertamente il diritto internazionale, aggrediva la Jugoslavia, accelerando la sua “marcia trionfale” verso est, con l’incorporazione di quasi tutti gli ex stati socialisti dell’Europa centro-orientale, fino a incombere minacciosamente alle frontiere stesse della Federazione Russa. A questa criminale impresa diede un apporto decisivo anche l’Italia, guidata allora da un governo di centro-sinistra presieduto da Massimo D’Alema. Oggi, mentre il nostro paese è sul punto di partecipare all’ennesima operazione militare a guida Usa/Nato, è doveroso rinfrescare la memoria su quella pagina oscura della storia patria, perché sono ancora troppi quelli che ne rivendicano la legittimità, come pure quelli che fingono di essersene dimenticati.


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Il Secolo lungo delle guerre mondiali imperialiste

Spartaco Alfredo Puttini


Per comprendere le attuali crisi che attraversano la vita internazionale è opportuno dotarsi di uno sguardo di lungo periodo. Ci troviamo in un contesto caratterizzato dal braccio di ferro tra il tentativo di egemonia dell’imperialismo Usa, che mira a disegnare un ordine unipolare all’ombra del dominio a pieno spettro di Washington e il fronte antiegemonico dei paesi e delle forze (in primo luogo Russia e Cina) che intendono ristabilire un equilibrio di potenza per favorire l’emergere di un ordine multipolare nelle relazioni internazionali.


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La situazione politica mondiale nel 2016. Alcune chiavi di lettura

Fausto Sorini


Una terza guerra mondiale non è inevitabile, ma ampiamente possibile. Si rafforza in vasti settori della classe dirigente Usa l’idea che solo con una superiorità militare schiacciante sul resto del mondo e con il ricorso a guerre locali e operazioni speciali destabilizzanti, è possibile conservare il primato mondiale. I comunisti e il movimento antimperialista devono essere pienamente consapevoli della pericolosità assolutamente prevalente dell’imperialismo Usa nella preparazione della guerra, e agire di conseguenza, per la costruzione di un vasto fronte di popoli e paesi contro il nemico principale. I Brics e i loro alleati, pur tra notevoli differenze di struttura economico-sociale

e politica, rappresentano oggi il polo che minaccia la leadership mondiale Usa. E sono per questo sotto tiro (dalla Russia al Brasile). Nell’ambito dei Brics, la partnership strategica tra Mosca e Pechino viene affermandosi negli ultimi anni come il suo asse portante. Anche in Europa si gioca una partita decisiva dell’equilibro mondiale: se la Ue o parte di essa (Germania, Francia, Italia, Grecia…) sfuggisse al controllo di Euro-America, la leadership mondiale degli Usa riceverebbe un colpo mortale.


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Il quadro internazionale e i compiti dei comunisti

José Reinaldo Carvalho


Il mondo vive una situazione grave e pericolosa. L’imperialismo a guida Usa, al fine di mantenere il dominio sul mondo ed evitare l’emergere di concorrenti, con minacce e aggressioni militari attacca le libertà e i diritti fondamentali, la sovranità e l’autodeterminazione dei popoli. In America Latina le contraddizioni economiche e politiche hanno generato una situazione peculiare di resistenza e di lotta contro le dittature, il dominio imperialista, il neoliberismo, il conservatorismo, l’oppressione nazionale e di classe; situazione che l’imperialismo Usa cerca oggi di sovvertire – dal Brasile al Venezuela – con ogni mezzo. Ma, come ha detto il leader storico della Rivoluzione cubana, Fidel Castro, “l’umanità non ha altra scelta che cambiare il suo corso”. L’obiettivo principale oggi è sconfiggere le strategie imperialiste degli Usa, la loro politica di guerra, i loro dogmi conservatori e neoliberisti, la brutale offensiva che scatenano contro la pace, la sovranità nazionale, la democrazia e i diritti dei popoli. In tale quadro, i comunisti brasiliani si battono per l’unità d’azione tra i partiti comunisti e operai, e al contempo, per la convergenza e l’unità tra le forze e i movimenti democratici e antimperialisti, a livello latino-americano e mondiale, nonché tra le organizzazioni di massa e i movimenti per la pace.


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La geostrategia degli Stati Uniti in panne. Egitto 2015

Samir Amin


Il saggio analizza da un punto di vista al tempo stesso di classe e internazionale lo sviluppo degli eventi seguiti alla “rivoluzione egiziana” del 2011 in una prospettiva storica di lungo periodo. L’ascesa dei Fratelli Musulmani viene spiegata come risultato, da un lato, della spoliticizzazione e del depauperamento delle masse prodotto dal ciclo liberista 1970-2013, dall’altro, dell’appoggio dato dalla “triade” Stati Uniti-Europa-Giappone all’islamismo fondamentalista per mantenere il mondo arabo in una condizione di “lumpen-sviluppo” tramite la perpetuazione di un liberismo che avvantaggia solo il capitale monopolistico e la borghesia compradora locale. Viene mostrato come il governo dei Fratelli abbia cercato di introdurre una semi-teocrazia e come questo tentativo sia stato respinto dalle masse, spingendo l’esercito al colpo di stato contro Morsi. Viene inoltre

spiegato come il movimento sia stato sinora incapace di trovare una sintesi politica ed organizzativa che tenga conto dei variegati interessi delle classi popolari, e come questo l’abbia portato a limitarsi ad esigere la cacciata di Mubarak prima e Morsi poi e a chiedere una democrazia parlamentare che nell’attuale rapporto di forze sarebbe incapace di riflettere gli interessi popolari. Viene quindi proposto un programma transitorio per il movimento e viene spiegato come l’Egitto si trovi oggi davanti alla scelta se rimanere un paese subalterno con un’economia compradora, o se avviarsi sulla strada di una autentica democrazia popolare che ridia slancio ad uno sviluppo economico a beneficio delle classi popolari.


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Libia, Siria, Ucraina: una critica del discorso dominante

Federico La Mattina


Le guerre guerreggiate a più o meno bassa intensità in corso in Siria, Iraq, Yemen, Libia, la formazione del “califfato” dell’IS, gli attentati terroristici – dal Medio Oriente a Parigi e Bruxelles, passando per Turchia, Egitto, Libano, Tunisia – sono spesso presentati all’opinione pubblica come manifestazioni di uno “scontro di civiltà”, cui si aggiunge una visione della Russia attuale come risorgente impero espansionista e militarista, che metterebbe a rischio la pace mondiale. Si tratta di rappresentazioni ideologiche funzionali alle politiche imperialistiche degli Usa e dell’Occidente, che questo saggio si impegna a decostruire con gli strumenti dell’analisi storico-politica ed economica di due fondamentali teatri del confronto internazionale scaturito dal mutamento degli equilibri geopolitici nel nuovo millennio: il Medio Oriente e Nord Africa, dove gli Usa e le vecchie potenze coloniali europee, in particolare la Francia, destabilizzano e frantumano confini e stati disegnati un secolo fa, a partire dall’accordo Sykes-Picot del 1916; il “fronte orientale”, dove Usa, Nato e alleati subalterni della Ue assediano la Russia – la crisi ucraina rappresenta un momento di forte intensificazione in questa escalation – rea, sotto la guida di Putin, di non piegarsi ai diktat occidentali come faceva in precedenza El’cin. Tra questi due teatri di confronto internazionale vi è un forte nesso.


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Andrea Catone

I comunisti russi, l’imperialismo

e un dibattito sulla lotta antimperialista oggi


Con il colpo di stato di Majdan in Ucraina (febbraio 2014), l’ulteriore avanzata della Nato ai confini della Russia, le sanzioni imposte da Usa e Ue, è apparso sempre più evidente che oggi la Russia è il paese maggiormente sottoposto all’assedio e all’aggressione Usa-Nato e che a tale

aggressione oppone resistenza. E per questa sua resistenza è anche l’oggetto privilegiato di attacchi mediatici, che, volti ad alimentare un’ondata di russofobia, rappresentano la Russia attuale come prosecutrice della politica zarista, come paese aggressivo, militarista, imperialista.

Per questo ci sembra particolarmente interessante riportare le analisi, le valutazioni, le proposte politiche dei comunisti russi in merito alla situazione russa, con particolare riguardo alla politica estera, nonché su questioni scottanti per il movimento comunista e per il movimento antimperialista, quali l’analisi dell’attuale geografia economico-sociale e politica del mondo d’oggi e i compiti dei comunisti e degli antimperialisti.


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Chi riuscirà a fermare la guerra in Ucraina?

Aristart Alekseevič Kovalëv


Dopo la dissoluzione dell’Urss gli Usa hanno trascinato la Russia e l’Ucraina (così come gli altri stati postsovietici) nell’orbita di un asservimento neocoloniale. Tuttavia, dopo che la Russia ha dichiarato l’avvio di una propria politica estera nel 2007, il presidente dell’Ucraina Janukovyč ha cominciato a barcamenarsi tra UE e Russia. Gli imperialisti avevano bisogno di sostituire Janukovyč con una marionetta più arrendevole, di trascinare l’Ucraina nell’Unione Europea e nella Nato e di provocare per suo tramite una guerra con la Russia. A tale scopo gli Usa hanno attuato un colpo di stato, sfruttando come principale forza d’urto i fascisti seguaci di Bandera. Viene quindi analizzata l’origine storica di questi ultimi. L’aggressione fascista ha provocato una vasta resistenza da parte della popolazione, in particolare nelle regioni sud-orientali dell’Ucraina. Essa è stata crudelmente repressa, ma le cose sono andate diversamente in Crimea e nel Donbass. Il ricongiungimento della Crimea alla Russia e l’insurrezione nel Donbass hanno funto da artificioso “pretesto” con cui Kiev ha scatenato una guerra vera e propria contro il suo popolo, presentandola come una guerra contro la Russia, indicata come aggressore. Nel Donbass il popolo insorto ha proclamato la nascita della Repubblica Popolare di Doneck (DNR) e della Repubblica Popolare di Lugansk (LNR). Viene quindi analizzata da un punto di vista di classe la situazione in Ucraina, nel Donbass e in Russia, con tutte le sue contraddizioni, e proposto un programma per l’instaurazione di un autentico potere popolare. Il compito principale della resistenza mondiale oggi è la vittoria degli antifascisti nel Donbass, che susciterebbe un’ondata di sommosse popolari in tutta l’Ucraina, e darebbe impulso alla lotta sociale e di classe sul territorio dell’ex Urss e poi in tutta l’Europa.


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Il globalismo imperialista è una strada senza uscita

Stanislav Eduardovič Anichovskij


È necessario distinguere la globalizzazione, intesa come processo storico oggettivo di avvicinamento dei popoli e di formazione di un mondo unito e interdipendente, dal globalismo, che

invece costituisce la forma odierna dell’imperialismo. Esso è una strada senza uscita per lo sviluppo, cui bisogna opporre un altro sistema globale: il socialismo.


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L’imperialismo americano minaccia una terza guerra mondiale

A. V. Denisjuk


Dopo la distruzione del socialismo Washington si è posta il compito di instaurare sul territorio dell’ex Urss un regime politico militarmente debole ed economicamente dipendente. El’cin e i suoi successori hanno svenduto gli interessi nazionali del paese. Oggi però, dopo il ritorno in seno alla Russia della Crimea e l’operazione militare di sostegno alle autorità ufficiali siriane, la Russia conduce una sua politica estera indipendente. Sta inoltre avvenendo una integrazione postsovietica ed eurasiatica di cui la Russia, dotata di un potenziale economico e di un potente complesso militar-industriale lasciatole in eredità dall’Urss, svolge il ruolo di forza motrice. Il fatto che l’integrazione dello spazio postsovietico abbia luogo su basi capitalistiche non ne sminuisce l’importanza come potente fattore politico nello sviluppo di nuove relazioni internazionali che facciano da contrappeso al diktat unipolare dell’imperialismo Usa. Oggi la Russia sta allacciando rapporti di cooperazione in vari campi con diversi paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, e persino con alcuni paesi Ue. I principali documenti della dottrina militare e della sicurezza Usa mirano alla conservazione dell’egemonia mondiale con l’appoggio della forza militare. Gli Usa stanno inglobando nel blocco Nato i paesi dell’ex campo socialista e in parte dell’ex Urss. Nella strategia del Pentagono a questi paesi è assegnato il ruolo di teste di ponte per sferrare attacchi militari anche nucleari contro la Russia. È vitale per tutti gli abitanti del pianeta consolidare le forze dei paesi che si oppongono all’aggressiva politica degli Usa per far fallire i piani dell’imperialismo americano.


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La lotta dei comunisti contro l’imperialismo quale fonte di guerre

Viktor Arkad’evič Tjul’kin


Con la fine del campo socialista guidato dall’Urss, che fu, nell’arco di 50 anni, il polo politico contrapposto all’imperialismo mondiale, quest’ultimo, col suo reparto d’assalto Usa e Nato, agisce in modo sempre più aggressivo, contro il diritto internazionale (vedi le aggressioni a Jugoslavia, Afghanistan, Libia Siria …). L’acuirsi della crisi economica dopo il 2008 spinge il capitale all’escalation dell’aggressione esterna per ampliare i mercati e controllare regioni strategicamente importanti. Tratto distintivo del fascismo come politica è il rigetto degli istituti democratici e l’applicazione di metodi apertamente terroristici di politica statuale. Oggi, nella loro politica interna, gli Usa e i paesi Nato conservano, sia pure in forma monca, elementi di democrazia borghese, ma in politica estera calpestano qualsiasi forma democratica. È una moderna forma di

fascismo che Tjul’kin chiama “fascismo da esportazione”. Il movimento comunista, senza parteggiare per nessun gruppo imperialista, partendo dagli interessi della classe operaia e dalla creazione delle condizioni più favorevoli allo sviluppo della lotta di classe, deve combattere questo “fascismo da esportazione”, che riporta indietro i popoli dei paesi aggrediti ad uno stadio di gran lunga meno favorevole alla rivoluzione socialista di quanto non fosse quello precedente all’intervento fascista. Oggi bisogna unire su basi concrete – come fecero il Komintern e l’Urss, che si alleò temporaneamente con le potenze antifasciste – tutte le forze antifasciste nella lotta contro l’aggressione alla Siria, contro la perdurante occupazione dei territori palestinesi e siriani da parte di Israele, contro le azioni punitive della giunta di Kiev nel Sud-Est dell’Ucraina, contro le minacce all’Iran e alla Repubblica Democratica Popolare di Corea. Bisogna unire e indirizzare tutte le persone progressiste e oneste a respingere il fascismo da esportazione che sta avanzando sull’arena internazionale. I comunisti attribuiscono a questa lotta un netto carattere di classe.


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Diego Angelo Bertozzi

Il pivot to China


La stampa, soprattutto occidentale, diffonde da tempo l’immagine di una Cina popolare sempre più aggressiva militarmente e intenzionata a far pesare sui Paesi vicini tutta la propria forza. Le argomentazioni che sostengono queste denunce hanno un limite evidente, senza dubbio frutto di una chiara scelta di campo: quello di tacere sul quadro complessivo dei rapporti internazionali che vede proprio la Cina come oggetto di un nuovo sistema di accerchiamento militare, politico ed economico con al centro Washington, decisa a salvaguardare la propria posizione egemonica risalente al secondo dopoguerra. Quello che è conosciuto come il “Pivot to Asia”, annunciato nel 2011 dall’amministrazione Obama, si sta rivelando come la copertura ideologica di un nuovo sistema di alleanze e accordi di natura militare con diversi Paesi asiatici, alcuni dei quali storici alleati fin dai tempi della guerra fredda. Un sistema all’interno del quale il Giappone, interessato da una revisione costituzionale, svolgerà un ruolo più attivo. A questo va aggiunto anche l’accordo economico di libero scambio (Trans Pacific Partnership) voluto da Washington, che esclude proprio Pechino e che dalla stessa amministrazione Usa è ritenuto importante quanto una nuova portaerei.


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La politica estera cinese dopo il 18° Congresso

Francesco Maringiò


Il 18° Congresso del Pcc (2012) conferma le linee di fondo della politica internazionale della Rpc: essa si impegna per una soluzione pacifica delle controversie internazionali; si oppone all’egemonismo e alla politica di potenza in tutte le sue forme; non interferisce negli affari interni

di altri paesi; non cercherà l’egemonia, né praticherà politiche di espansione. Ma il Congresso segna chiaramente una svolta: una maggiore assertività in politica estera per creare un clima internazionale più favorevole allo sviluppo cinese, sviluppo che l’Amministrazione Obama, col Pivot to Asia (2012) e l’Accordo Trans Pacifico (2015) mostra di voler bloccare. Di qui anche l’esigenza di adeguare la Difesa della Rpc al nuovo contesto globale, con un potenziamento in particolare della Marina. Il cambio di passo rispetto alla massima di Deng (avere un basso profilo) è evidente, ma non se ne mette in discussione l’assunto strategico, la previsione (e l’impegno a contribuire in tal senso) che nel medio e lungo periodo non ci sarà un conflitto mondiale e che quindi la priorità va rivolta allo sviluppo del paese. Questo assunto è ancora oggi il perno centrale della politica cinese. Nel raggiungimento degli obiettivi nazionali il Pcc si pone anche il problema della riformulazione delle regole internazionali e dell’affermazione di un sistema socialista capace di vincere la sfida del suo tempo. Ma, come in una lunga partita di ping pong, più la Cina accetta le regole del gioco, più le richieste presentate spingono per un cambiamento del suo sistema economico-sociale. Fin dove sarà possibile il compromesso?


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L’ascesa della Cina e l’ordine mondiale: intervista con F. William Engdahl

F. William Engdahl e Wang Zhen


In questa intervista Engdahl sintetizza anni di studi su questioni significative del mondo contemporaneo. Nel XXI secolo siamo ancora nell’era dell’imperialismo, il cui nucleo centrale è costituito dagli Usa, che, emersi dalla II Guerra mondiale come la principale forza egemonica mondiale, lottano strenuamente per mantenere il controllo globale. Il loro sistema di debito del dollaro, basato su Wall Street, la Federal Reserve e il Tesoro Usa, anche se non è più coperto dall’oro come prima del 1971 e neppure dal petrolio come dopo il 1973, è oggi sostenuto dai caccia F-16, dai droni, dai carri armati Abrams: i metodi di soft power degli anni Settanta o finanche degli anni Novanta hanno lasciato spazio allo hard power della potenza militare degli Usa, le cui fondamenta economiche si stanno invece deteriorando velocemente. La Ue più che un imperialista collettivo, è un gruppo di potenze minori con obiettivi che al tempo stesso si combinano e sono in conflitto tra loro. Gli stati Ue sono tollerati nella misura in cui sono quello che Z. Brzezinski chiamò “stati vassalli” degli Usa. L’unica finalità del Pivot to Asia [cfr. in questo volume l’articolo di Bertozzi] è quella di contenere la Cina e far sì che essa in futuro “si comporti” come chiedono i principali circoli dell’ordine globale angloamericano. Tra il 1880 e il 1914 la Germania – emersa come sfidante economico dell’egemonia dell’Impero Britannico – fu accerchiata da Londra, che utilizzò tutti i mezzi finanziari, militari e politici per fermarla. Una strategia molto simile è adottata dall’Occidente per impedire l’emergere di una grande potenza economica cinese sovrana, come Engdahl spiega nel suo libro Target China.


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Li Shenming

Rivoluzioni colorate ed egemonia culturale


La teoria fondamentale delle “rivoluzioni colorate” e dell’egemonia culturale può essere fatta risalire al 1945, quando Allen Dulles, alto funzionario dell’intelligence Usa, tracciò nel dettaglio i piani per promuovere un’“evoluzione pacifica” dell’Urss. Dopo il 1991, sull’onda del successo ottenuto con la dissoluzione dell’Urss, si sono intensificati i movimenti “colorati” volti a ottenere cambiamenti di regime nell’area ex sovietica, in Asia e in tutti i paesi considerati economicamente o strategicamente rilevanti. Per Kissinger, la strategia globale degli Usa consiste nel trasformare il loro potere in consenso morale per far sì che gli altri paesi accettino i loro valori volontariamente, invece che con il ricorso alla forza: è la “rivoluzione dei valori” per cambiare i valori dei leader di regimi e paesi importanti [Kissinger 2001]. L’egemonia culturale sul mondo oggi utilizza Internet come strumento e l’egemonia sui valori come principale contenuto. La “Strategia di Ribilanciamento Asia-Pacifico” degli Usa mira ad attuare “rivoluzioni colorate” condotte sulla base di un’egemonia culturale in paesi della regione. Lo sviluppo di “Internet+” come nuovo mezzo di produzione è destinato a causare grandi trasformazioni nei rapporti di produzione, provocando conflitti sociali e un aumento della polarizzazione tra ricchi e poveri. La povertà non è mai socialismo, essa è prodotta dalla polarizzazione; ma povertà e polarizzazione condurranno inevitabilmente al socialismo.


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Documento conclusivo del

Primo Forum Culturale Mondiale di Pechino


Il 18 e 19 ottobre 2015 si è tenuto a Pechino il I Forum Culturale Mondiale. Hanno partecipato al Forum un centinaio di esperti e studiosi provenienti da più di 10 paesi. Concentrandosi sul tema del rapporto tra la diversità dello sviluppo culturale mondiale e la promozione del progresso della società umana, essi hanno espresso le loro opinioni e parlato liberamente nel corso delle discussioni teoriche e dei dibattiti su questioni accademiche. Il XXI secolo sarà il secolo del rapido sviluppo e progresso della civiltà umana e della rinascita socialista. Anche se il movimento socialista mondiale è ancora in una fase di riflusso, tutta l’umanità progressista, e in particolare i paesi socialisti, e tutti coloro che si riconoscono nel marxismo dovrebbero sostenere fermamente il tema epocale della pace e dello sviluppo, con la premessa di consolidare e sviluppare la posizione attuale e le conquiste ottenute dai movimenti socialisti nel mondo, promuovere un nuovo risveglio della classe lavoratrice internazionale tramite la diffusione del marxismo e lo sviluppo di ogni cultura avanzata, organizzare le masse e accumulare forze per il revival della causa del socialismo mondiale.


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Contra Hardt e Negri. Moltitudine o proletarizzazione generalizzata?

Samir Amin


L’articolo analizza le origini storiche e l’elaborazione del concetto di “moltitudine” proposto da Hardt e Negri e ne fa una critica radicale che ne smonta la validità scientifica. Viene mostrato come esso sia basato sulle erronee generalizzazioni fatte proprie dal movimento operaio in passato, le quali avevano ristretto il concetto di proletariato ad un segmento di quest’ultimo, per cui Negri e Hardt interpretano quella che Amin chiama “proletarizzazione generalizzata” come un ritorno alla “moltitudine” preindustriale. Viene inoltre mostrato come la tesi sul superamento della legge del valore non abbia in realtà fondamento. L’articolo si conclude con una critica dell’idea per cui una nuova struttura transnazionale l’“Impero”, abbia sostituito l’imperialismo tradizionale degli Stati. L’autore mostra invece come la mondializzazione capitalista sia basata non sul declino dello Stato, ma piuttosto sull’affermazione del suo potere, giacché non vi sarebbe alcun neoliberismo mondializzato senza uno Stato attivo, sia come potenza egemonica (gli Stati Uniti e i loro alleati subalterni) sia come stati compradori che assicurano la sottomissione delle società della periferia alle esigenze della dominazione imperialista dei centri.